mercoledì 26 aprile 2017

il montatore bravo e depresso

ricaricata da due giorni di vacanza (ieri sera abbiamo festeggiato all'immancabile ristorante giapponese i diciannove anni del figlio e prima avevo fatto la turista al Palatino con il marito), oggi ho potuto affrontare il montaggio di venticinque interviste, più gli estratti per facebook. Ero certa che lo sconosciuto montatore si sarebbe spaventato per la mole di lavoro, mentre il giovane di Ragusa che mi aspettava puntuale nella sua postazione si è messo all'opera alacremente ed è riuscito a venire a capo dell'impresa. Nei tempi morti delle lavorazioni è uscito il suo dramma di quasi quarantenne (sembrava più ragazzino d'aspetto) precario sul lavoro e frustrato nelle ambizioni. Si è laureato in scienza delle comunicazioni, sa girare, montare; ha lavorato dieci anni per un'azienda che a un certo punto gli ha offerto un part time senza dignità; se n'è andato ricominciando da capo. Sogna di andare all'estero, ma finché ha i genitori in Sicilia non se la sente di partire. Ogni giorno attraversa Roma sul motorino in mezzo al traffico schivando le buche e ogni giorno si sente più triste e demotivato. Non lo ha detto, ma Marco ha tutte le caratteristiche di un elettore cinque stelle, uno di quelli che pensa che le cose in Italia peggio di così non potrebbero andare. Pd se ci sei batti un colpo o al governo ci troviamo quelli che governano Roma (e la depressione di Marco non potrà che peggiorare).

lunedì 24 aprile 2017

Le cose che verranno


madre di due figli, insegnante di filosofia appassionata del suo lavoro, moglie di un professore, figlia di un’ex modella depressa che la vorrebbe sempre accanto, Nathalie va sempre di corsa. Un giorno il marito le dice che ha conosciuto un’altra e vuole andare a vivere con lei; Nathalie risponde, pensavo che mi avresti amato per tutta la vita. La regista Mia Hansen-Løve ha solo trentotto anni ma in questo film si cala a perfezione nei panni di una donna che ha passato i cinquanta e guarda realisticamente al proprio futuro. C’è un ex studente di Nathalie, bello, intelligente, impegnato, che è molto legato a lei. Nathalie va a trovarlo nella casa in campagna in cui vive con altri ragazzi e dopo qualche giorno non vede l’ora di tornare a Parigi. La mamma viene ricoverata in una casa di riposo e poi muore; la figlia ha un bambino. Le cose che verranno non conosce vere svolte narrative, ci mostra la vita com’è, affidandosi alla recitazione della sempre ineccepibile Isabelle Huppert. Man mano che il film avanzava mi è calata addosso una grande tristezza. L’unica consolazione è che se mio marito se ne va non dobbiamo dividerci i libri.

sulla spiaggia

alle nove, dopo un lungo sonno, mi sentivo ancora rattrappita dalle ore passate in fiera e desiderosa di di sole e di aria. Ho trovato un marito insolitamente disponibile e siamo saliti sulla smart della figlia in direzione Ostia. Ci siamo fermati a Castel Porziano. La spiaggia era quasi deserta, soleggiata ma con vento fresco. Camminare sulla riva a piedi nudi e poi stendermi sul pareo a prendere il sole mi ha fatto tornare al mondo. Un piatto di spaghetti alle vongole e alle tre siamo tornati a casa, in tempo per il cinema pomeridiano. Un perfetto giorno di vacanza.

Tante piccole sedie rosse


comincia con toni quasi fiabeschi Tante piccole sedie rosse, il romanzo di Edna O'Brien, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Giovanna Granato: un uomo barbuto si presenta in un piccolo villaggio irlandese e gli abitanti accorrono incuriositi. L'uomo, che si fa chiamare Vlad, si stabilisce a Cloonoila ed esercita la professione di guaritore e sessuologo, ma compone anche poesie e incanta i bambini del posto portandoli in gita. La quarantenne Fidelma, che spasima per avere un bambino e non sopporta più Jack suo marito, che è molto più vecchio di lei e geloso, s'invaghisce di Vlad e vuole restare incinta di lui. Ci riesce, poi tutto precipita: lui viene arrestato, è un boia dei Balcani in fuga dalle sue colpe; lei finisce nelle grinfie di tre mostri ubriachi che cercavano lui e infieriscono nel modo più bruto sul corpo della donna incinta. Ci sono una seconda e una terza parte in questo libro, dedicate alla sopravvivenza di Fidelma nella Londra dei diseredati. O'Brien è bravissima a raccontare gli effetti del male e i suoi attori. Il dolore di Fidelma che, allo strazio fisico aggiunge quello morale, il come ho potuto affidarmi a quell'uomo, come non ho saputo vedere chi era davvero, azzanna i lettori. Che bel romanzo, che capacità di coniugare le atmosfere senza tempo della narrativa irlandese con il ritratto realistico dell'orrore storico da un parte e dall’altra con il ritratto degli stenti che sopportano gli immigrati nelle nostre città.

domenica 23 aprile 2017

l'intervistificio

oggi la mia attività di intervistatrice ha conosciuto un'impennata, ma anche se il risultato è stratosferico il gioco era truccato: di interviste vere, corrispondenti a libri letti, ho fatte sette, mentre le altre dieci erano solo dichiarazioni dei partecipanti alla tavola rotonda sulla lettura come benessere.  Comunque tutta roba da riascoltare, da montare, da accompagnare con un testo... ora mi godo la sensazione del lavoro fatto e di star seduta in treno, e finalmente mi rimetto a leggere (devo finire l'agghiacciante sedie rosse della O'Brien). Aylet Gunder Goshen simpatica e intelligente come me l'aspettavo, Walter Siti mite, Ferrandino un po' spiritato, Drury scostante (ma l'aveva provato una lunga intervista telefonica con una giornalista che si faceva tradurre quello che lui diceva dalla editor: una tortura, per fortuna che sua moglie lo accarezzava mentre parlava). Una bella stanchezza la mia.

sabato 22 aprile 2017

Tempo di libri è decollato


il sabato ha portato la gente alla fiera: addio bar tranquilli, corridoi silenziosi, panchine libere e poltroncine colorate; c'era folla ovunque. Anche la sala stampa che ha accolto me, Carolina e la troupe si è riempita man mano che procedeva la giornata, ma avevamo a disposizione una stanza in cui rifugiarci e intervistare con tranquillità: un gran lusso. Mi sono anche divertita. Belle in particolare l'intervista ad Alberto Rollo e Brit Bennett, tradotta da un ragazzone (una doppia anomalia: a fare questo mestiere in genere sono donne esili). Quando Carolina è partita e abbiamo finito di lavorare mi sono concessa una puntatina nella sala in cui Goldkorn presentava Yehoshua: grande spettacolo! Il mio amato scrittore, pur parecchio invecchiato dall'ultima volta che l'avevo visto, reggeva benissimo la scena. A Goldkorn che voleva farlo parlare di questioni di tecnica della scrittura ha obiettato che preferiva parlare di contenuti e si è lanciato in un elogio del matrimonio in letteratura, raccontando di aver perso da sei mesi la moglie dopo più di cinquant'anni passati insieme e di rimpiangerla ogni momento. Sono poi corsa nella sala in cui Pietro parlava con Giuseppe Montesano di Lettori selvaggi. Atmosfera più raccolta e dialogo divertente e serrato. Devo decidermi ad affrontare questo libro, sono sicura che mi farà fare belle scoperte. Lui è un piacere starlo ad ascoltare. Non ho visto né Rho né Milano, con domani avrò fatto tre giorni nel pianeta libri. Non so se ho tanta voglia di tornare a terra. 

a Milano

c'è poca gente: questo il commento più diffuso in fiera. Per noi poca gente ha significato poter fare interviste tra uno stand e l'altro e dentro gli stand senza troppo rumore, spostarci velocemente da una parte all'altra, poterci persino mangiare un panino e andare in bagno senza fila: una pacchia! L'allestimento è bello, colorato, accogliente. Sembra un salone di Torino formato giocattolo. Continuo a pensare che questi non siano i contesti migliori per presentare i libri: sono dispersivi, c'è troppa roba, ci sono troppi autori, troppi libri esposti... Pierluigi si è rivelato molto efficiente e disponibile, alle sei non ci voleva mollare, pretendeva che prendessimo il treno con lui invece della nostra metropolitana. Ieri è partito lui, oggi parte Carolina e domani presidio da sola la fiera. Sigh

venerdì 21 aprile 2017

verso tempo di libri

dopo il leggi leggi dei giorni passati, preparate le domande, stampate le liberatorie, mi sono finalmente distesa. Stanotte ho persino dormito. Mi rassicura molto affrontare in compagnia l'avventura milanese: con me sul treno ci sono Carolina e Pierluigi, oggi ho solo quattro interviste e nel pomeriggio. Domenica sarà il giorno più impegnativo, sarò sola e con tutti i partecipanti a un convegno sulla lettura come benessere da intercettare; per il resto il mio piano mi sembra fattibile e ci sono tre quattro scrittori che sono  proprio felice di incontrare. Nessun rimpianto per il ponte del 25 aprile: il marito è riuscito a farsi mandare a Parigi per tenere un corso, la figlia va al mare con il fidanzato per un anniversario, i diciannove anni del figlio li festeggiamo tutti insieme martedì sera. Il renziano biondo di cui non riesco a ricordarmi il nome scende a Bologna, così l'ultima ora di viaggio scorre senza i suoi concitati sussurri al telefono. C'è pure il sole.

mercoledì 19 aprile 2017

Personal shopper

prima scena di Personal shopper, il film di Olivier Assayas premiato per la miglior regia a Cannes (e anche molto fischiato in questa occasione): due ragazze in macchina raggiungono una villa isolata. Una di loro scende ed entra nella casa vuota, l’altra se ne va. Arriva la notte e la protagonista Maureen (Kristen Stewart: ma quanto è bella, si guarda il film solo per guardare lei) si aggira per la casa buia, pronunciando ogni tanto il nome di Lewis. Ecco, penso, sono venuta a vedere un film su una medium che vuole mettersi in contatto con il fratello morto, ora vedo la medium che chiama il fratello morto e mi chiedo, perché sono qui? Che m’importa di questa storia? La sensazione che m’importa non mi abbandona fino all’ultima sequenza in cui c’è di nuovo Maureen (questa volta in Oman, pure la trasferta esotica le hanno fatto fare) che chiama Lewis. Tra una chiamata e l’altra di Maureen al fratello gemello morto per una malformazione al cuore (che le aveva promesso di farsi vivo dall’aldilà), vedo la ragazza svolgere con rabbiosa metodicità il suo lavoro di personal shopper al servizio di una certa Kyra, impaccata di soldi. Maureen gira in motorino per Parigi, sale su un treno per Londra, entra nei negozi più di lusso, prende vestiti, borse, cinture, gioielli che Kyra ha selezionato sui cataloghi e li porta a casa di questa. A un certo punto incontra l’amante di Kyra e poco dopo comincia a essere perseguitata da messaggi sul cellulare; un anonimo mostra di conoscere i suoi spostamenti: sarà Lewis dall’aldilà o l’amante della sua capa, più attratto da lei che dalla befana isterica con cui ha una relazione clandestina? All’uscita dal cinema stabilisco una legge inderogabile: niente film sul paranormale per me. Non sono all’altezza. Non capisco.   

martedì 18 aprile 2017

Le madri

la prima cosa che colpisce nel romanzo Le madri dell’esordiente americana  Brit Bennet  (traduzione di Giovanna Scocchera, Giunti) è l’uso della prima persona plurale. A commentare la storia di Nadia, Luke e Aubrey è una sorta di coro greco costituito da un gruppo di vecchie signore di Oceanside, una cittadina della California abitata in gran parte dai neri, come neri sono i protagonisti del libro. Tutto si svolge intorno alla chiesa di Oceanside, la Upper Room Chappel: è qui che la madre di Nadia è stata vista prima che si tirasse un colpo di pistola alla testa, ed è qui che fa il pastore il padre di Luke. A diciassette anni Nadia, devastata dall’inspiegabile suicidio della madre, si getta tra le braccia di Luke, che di anni ne ha ventuno e in seguito a un incidente è rimasto zoppo rinunciando al sogno di diventare un campione di football. Nadia resta incinta e abortisce con i soldi che Luke si fa dare dai genitori; lui le dice “questa storia di merda doveva essere divertente, non una cazzo di tragedia”. Ma la tragedia che aleggia su tutta la narrazione non si compie. Bennet (attraverso le sue madri che raccolgono voci, spiano arrivi e partenze) segue i passi successivi di Nadia: fa amicizia con Aubrey, una compagna di scuola, come lei devastata dall’instabilità materna (ha cambiato casa e città a ogni fidanzato della madre e l’ultimo di questi l’ha molestata); parte per il Michigan dove ha vinto una borsa di studio per l’università; si mette con Shadi; va all’estero; torna a Oceanside per il matrimonio di Aubrey con Luke; riparte, lascia Shadi; ritorna quando il padre che lei ha sempre trascurato finisce in ospedale.  L’amore mai sopito tra Nadia e Luke, il fantasma del loro bambino che riappare nelle fantasie dell’una e dell’altro; il legame tra Nadia e Aubrey che si vogliono bene, si sorreggono e s’invidiano reciprocamente e non sanno dirsi quello che conta davvero; il potere delle madri di influenzare la vita dei figli (il personaggio più inquietante del libro è Latrice, la madre di Luke che ha un occhio azzurro e uno marrone, un’anima nera e una lingua velenosa); l’inversione dei destini per cui ci ritroviamo a far da madri a chi ci ha allevato: tutto questo e molto altro racconta Brit Bennet e lo racconta così bene che non ci si stacca dalle sue pagine finché non si è arrivati fino in fondo al suo libro.        

lunedì 17 aprile 2017

Mia amata Yuricho


in questo tour de force di letture in vista del fine settimana milanese mi sento come un goloso che sta perdendo il gusto del cibo a causa di ripetuti e forzati banchetti. Sazia o non sazia, Mia amata Yuriko, il romanzo di Antonietta Pastore, uscito da Einaudi l’anno scorso, l’ho apprezzato molto e alla fine mi sono pure commossa. La cornice è quella del rapporto tra la stessa autrice e sua suocera (un rapporto di tale confidenza, rispetto reciproco, affetto da resistere anche alla fine del matrimonio che ha generato la parentela). Pastore, traduttrice italiana di Murakami e di altri scrittori giapponesi, racconta un viaggio con Misako, sua suocera, a Etajiama dalla sorella di questa Yuriko. Preoccupata all’idea di incontrare una folta rappresentanza dei parenti del marito e di essere giudicata in quanto straniera, la protagonista non manca di provare curiosità verso la donna che le ospita: è divorziata, ma sembra nutrire sentimenti romantici verso l’ex marito, e ha un’aura di tristezza addosso che le pare inspiegabile. Il libro procede su due binari paralleli: c’è il pranzo a casa del fratello maggiore di Misako, il viaggio di ritorno, la decisione di divorziare dal marito maturata nel tempo, le visite a Misako anche dopo il ritorno in Italia, e poi c’è l’appassionante racconto a tappe della vita di Yuriko. Attraverso la drammatica storia del suo matrimonio con Yoshi, Pastore illumina diversi tratti del carattere giapponese e della storia recente del Giappone e insieme ci restituisce il ritratto di una donna piena di forza e di dignità. Yuriko e Yoshi sono molto innamorati quando si sposano e i genitori di lui, di una classe superiore, non si oppongono a causa dell’emergenza bellica. Sopravvivono entrambi alla guerra (lui al naufragio del sottomarino e alla prigionia, lei alla bomba di Hiroshima), ma dopo essersi rivisti si separano per sempre. Non dico altro per non rovinare il finale. Pastore ama il Giappone eppure ne mette in luce aspetti molto inquietanti. Ha deciso di scrivere di Yuriko dopo i fatti di Fukushima: se leggerete il libro scoprirete perché.

domenica 16 aprile 2017

La nostalgia degli altri


una storia d’amore impossibile raccontata da un testimone che è amico della coppia e da sempre innamorato della ragazza: La nostalgia degli altri di Federica Manzon prende un impianto molto classico e lo attualizza ambientando il tutto in un avveniristico ufficio milanese che si chiama Acquario, una fabbrica d’intrattenimento digitale. Lizzie inventa, il suo amico d’infanzia triestino fornisce le immagini alle invenzioni. Arriva Adrian, seducente, misterioso e tra lui e Lizzie si sviluppa un rapporto avvolgente che prescinde dal rapporto fisico, che è fatto di continui messaggi. Il narratore semina indizi sull’inafferrabilità di Adrian e apre flash back sull’infanzia infelice di lui e di lei. Lizzie, sempre carismatica e affascinante, comincia ad annullarsi per Adrien; lei entra nel suo computer, ha il dubbio che le abbia raccontato solo bugie; si affida a un tecnico di Aquario per spiarlo e scopre che forse è Adrian stesso a volere che lei insegua le sue molteplici identità virtuali. Manzon costruisce un labirinto in cui far perdere i suoi personaggi ed è fin troppo consapevole di quello che sta facendo e di dove vuole arrivare. Trieste e Milano, il passato e il futuro, sono i due poli di questa storia che forse non è una storia d’amore, ma come scrive Manzon stessa “una storia sul potere delle storie, e la manipolazione, sull’isolamento e la precarietà della salute mentale”.