lunedì 30 novembre 2009

chi è mia figlia

Esco di casa la mattina con il magone per il tono aggressivo con cui mi si rivolge. Mentre guido e ascolto la rassegna stampa di radiotre penso a dove ho sbagliato, a come ho fatto a renderla così selvaggia, così sciatta e menefreghista. (Ieri sera ci ha fatto una super scenata dopo che il padre le aveva chiuso facebook indignato perché aveva calpestato dei fogli importanti usciti dalla stampante che è in camera sua). Tornando a casa alle due mi chiama e, sempre con il tono aspro che aveva al risveglio, mi annuncia che andrà a studiare storia da una sua amica perché da sola non ci riesce, però alle sei mi aspetta per un super ripasso. Sa che il suo quattro in storia per me è una spina nel fianco, e sa anche che domani ci sono i colloqui con i professori. Al lavoro sono presa da beghe varie e alle cinque e mezza anche se è tutto per aria, i turni di montaggio, i materiali da cercare, l’intervista all’australiano da tradurre, mi precipito a casa. Mi spiazza subito, è sorridente, disponibile, si è preparata, ha riempito una serie di foglietti di schemi. E’ vero che si esprime in modo approssimativo, che dice esercito poderoso senza chiedersi cosa voglia dire questo aggettivo, che lavora di memoria più che di comprensione, però si è impegnata. E’ un’altra rispetto a stamattina e ieri sera, chiacchieriamo dei suoi professori, mi racconta dell’ennesimo tema sull’adolescenza che ha fatto a scuola, è sicura di aver preso un bel voto. Esco dalla sua stanza alle sette più confusa che mai. Chi è mia figlia? Quel mostro scalciante che chiede soldi e insulta o questa docile ragazzina preoccupata di sfigurare di fronte all’arcigna professoressa di storia?

domenica 29 novembre 2009

La chiave fatata

Ieri sera ho visto da Fazio una maestra che testimoniava il lavoro d’inserimento con trentasei bambini rom prima che il campo in cui abitavano venisse sgombrato. Ho ripensato ai documentari della Chiave fatata, il lavoro più interessante che io abbia fatto in rai e il meno considerato. Può darsi che quei documentari non fossero un granché, ma mi sembra che rispondessero a un bisogno reale, quello di raccontare l’entusiasmo e l’impegno con cui maestre e maestri costruiscono le basi di una convivenza civile tra alunni di varia provenienza e le reazioni dei bambini, i rapporti tra loro, le aspirazioni, le paure, i successi e le difficoltà. Le puntate della Chiave fatata hanno un record di repliche sul canale satellitare che ora si chiama rai scuola, ma semplicemente perché non si sa che mandarvi in onda. Su di loro non è uscita una riga; ho mandato dvd a chiunque mi sembrasse sensibile al tema dell’immigrazione visto dalla parte dei bambini e dai giornalisti non ho avuto uno straccio di risposta. Mi ha telefonato il prof. di storia della lingua italiana con cui mi sono laureata, a lui sono piaciuti e mi ha fatto un grande piacere.

sabato 28 novembre 2009

la baby sitter e la rock star 2

E invece il libro è stato capace di stupirmi. Un incrocio indigesto tra Cenerentola e Jane Eyre con una spruzzatina di Pace Corps: il cantante vuole sposare la babysitter vergine, ma il giorno delle nozze si scopre che in una delle stanze della sua magione si nasconde la sua prima moglie che è diventata schizofrenica a causa delle droghe ha preso insieme a lui. La babysitter innamorata scappa e fa perdere le sue tracce. Conosce un ragazzo, sta per andare ad Haiti ad aiutare i bambini con lui, ma entra in un cinema, vede un film sulla vita del cantante, scopre che si è ferito gravemente nel vano tentativo di salvare la moglie suicida, corre da lui, gli promette che lo sposerà e tornerà a farlo cantare. Il tutto senza un briciolo di humour. E dicono che in America sarà un successo.

la baby sitter e la rock star

Nel libro che sto leggendo per la mondadori a pagina 6 la protagonista, una dicianovenne rimasta orfana e senza un soldo, ottiene l'incarico di babysitter per la bambina di una stella del rock. E' possibile che la dicianovenne seria e studiosa non conquisti l'ex dissoluto? Mi mancano solo duecento pagine per avere la conferma di una trama che difficilmente mi riserverà qualche sorpresa.

santa maria della pietà

A Santa Maria della Pietà c'ero stata per mio suocero, che ha passato il suo ultimo mese di vita ricoverato in uno dei padiglioni dell'ex manicomio, ora trasformato in una casa della buona morte. Oggi ci sono tornata per una visita guidata al museo della mente che si trova in un altro dei numerosi padiglioni sparsi nel parco. E' un posto inquietante il Santa Maria della Pietà: per quanto oggi sia solo un grande giardino abbastanza curato, con bellissimi alberi secolari, è come se l'eco dei matti che vi si aggiravano reclusi sia in qualche modo rimasta nell'aria. Bene hanno fatto a dedicare uno spazio a un museo che raccoglie le testimonianze dei ricoverati, i loro oggetti d'uso quotidiano, i disegni, la storia di Basaglia e della sua rivoluzione. Ma la cosa più bella e innovativa del museo è che prima di arrivare alla parte storica e documentaria si passa per un percorso esperenziale. Prima guardi una stanza speciale attraverso un buco e ti accorgi che vedi solo quello che vuoi vedere, quello che sei abituato a vedere, poi hai un microfono davanti e per sentire delle voci strane devi parlare e dici cose inconsulte perché sei teso a cercare di capire quello che senti, poi ti trovi davanti a uno schermo che ti fa vedere te stesso prima o dopo, non nell'istante in cui sei lì davanti, e ancora: c'è un tavolo in cui devi puntare i gomiti e mettarti le mani sulle orecchie per sentire una voce che ti parla e una sedia che ondeggia davanti a uno schermo con una confusione di fotografie e racconti che si sovrappongono... Quindi prima di conoscere la storia del luogo devi uscire da te, provare una condizione altra, smarrirti per disporti all'ascolto. L'unico problema per me è stato l'eccesso di zelo del direttore, una persona animata dal sacro fuoco della divulgazione. Eravamo una quarantina, ci ha sequestrato dalle dieci del mattino all'una e mezza, riempendoci di raccomandazioni, racconti, invettive, ponendo domande e dandosi le risposte. Ci ha spiegato tutto su come vediamo la luna, sull'elettroshock, sul vero scopritore dell'Alzheimer, sul malato che ha intagliato un muro di centocinquanta metri a Voghera... Mezza tramortita alla fine della visita pensavo agli studenti di liceo a cui fa da guida tutti i giorni: rumoreggiaranno a differenza di noi adulti che lo seguivamo composti e rassegnati o magari sarà capace di incantarli?

giovedì 26 novembre 2009

mostri sacri

quando torno dal lavoro dopo le sei in macchina mi capita di ascoltare Mostri sacri. Un personaggio noto racconta gli incontri che hanno segnato la sua vita. E' una variante della trasmissione Sulla via di Damasco in cui sempre un personaggio noto parla dei libri che hanno accompagnato la sua formazione. Questa settimana a Mostri sacri c'è Jaqueline Risset. E' una donna molto colta, ma anche intelligente e spiritosa, ha conosciuto gente come Jakobson o Lacan, che la maggior parte di noi ha incontrato solo all'interno di un volume. Il problema non è lei, sono i due intervistatori. Sono due tipi imbalsamati, si sforzano di tenere la conversazione su un piano elevato, al massimo concedono al loro intervistato qualche aneddoto, ma subito lo appesantiscono sforzandosi di far vedere quanto sono preparati. Risset racconta quanto Lacan tenesse all'eleganza negli abiti, loro la interrogano sul lacanismo. Lei chiacchiera, loro pontificano. Che radio è?

L'amore, un'estate

Nei romanzi e nei racconti di William Trevor c'è sempre una grande tensione, la tragedia è dietro l'angolo, si nasconde dietro la banalità della vita, ma ci avvolge sin dalla prime pagine suggerendo un'inquietudine, accendendo un allarme. Nel suo ultimo libro, L'amore, un'estate Trevor sceglie un passo diverso, meno concitato, si sofferma a lungo a descrivere un piccolo paese, i suoi abitanti, sembra inizialmente vagare con lo sguardo senza una meta precisa, limitandosi a registrare quello che vede. Poi dall'insieme dei personaggi emergono in primo piano due figure: una ragazza allevata dalle suore e fatta sposare a un agricoltore che ha ucciso per errore sua moglie e un ragazzo rimasto orfano che sta per abbandonare l'Irlanda. C'è una scena memorabile in questo romanzo: è quando Ellie torna a prendere le sue cose per fuggire con Florian (che non ha nessuna voglia di portarla con sé). Ellie trova a casa il marito ed è sconvolta, teme di essere stata scoperta. Anche lui è fuori di sé e le racconta di aver parlato con il matto del paese. Il marito accenna a un tradimento, a una grande vergogna ed Ellie trema, ma poi capisce che il matto ha sparlato della moglie morta, non di lei. Capisce anche che suo marito ha bisogno di lei, che non sopravviverebbe al suo abbandono. Storie così sono state raccontate mille volte, ma la bravura di Trevor sta nella costruzione del dialogo tra moglie e marito, nel susseguirsi di sorprese e emozioni condensate in poche pagine e poi nell'eco che questo dramma privato suscita in una donna presentata all'inizio, una donna che si è rovinata la vita per un amore sbagliato e che ha osservato tutta la vicenda palpitando da lontano.