lunedì 18 settembre 2017

Parla, mia paura

che cosa trasforma una bambina intrepida fino all’autolesionismo in un’adulta paralizzata dalla “paura della paura”? Nel suo nuovo libro, Parla, mia paura (Einaudi), che nasce come complemento del precedente L’ultima verità, Simona Vinci affronta la storia della propria depressione, offrendola ai lettori nella convinzione che raccontare la gabbia possa essere un modo per cominciare a smontarla. C’è una diagnosi (depressione ansiosa reattiva), ci sono varie manifestazioni (l’anoressia, l’insonnia, il pensiero consolatorio del suicidio), c’è un lungo percorso di cura attraverso l’analisi, c’è una tappa liberatoria (la chirurgia plastica che agevola l’accettazione di sé), c’è una ricaduta dopo il parto e  c’è una causa scatenante (la morte di un giovane molto amato, con tutti i rimpianti che questa morte prematura si tira dietro). Ma al di là di tutto c’è una certezza a cui appigliarsi: “le parole non mi hanno mai tradita”. Simona Vinci riesce nell’impresa di trasformare la propria angoscia in letteratura e dà, attraverso il suo esempio, l’unico consiglio possibile a chi soffre di questa malattia, quello di non nascondersi.    

domenica 17 settembre 2017

Dunkirk


l’inizio di Dunkirk, il kolossal di Christopher Nolan, è bellissimo. C’è un gruppo di soldati in fuga tra le case, uno solo riesce a sopravvivere ai colpi degli inseguitori, arriva affannato sulla spiaggia e lì si trova davanti uno spettacolo spaventoso: una fila infinita di uomini che aspettano di imbarcarsi mentre bombardamenti aerei a ripetizione fanno strage tra loro. Nelle due ore successive al povero soldato inglese succederà di tutto: proverà a imbucarsi su una nave in partenza portando in barella un agonizzante, salirà su un peschereccio in secca; ovunque  esplosioni, cadute in acqua, morte e devastazione. Ma arrivano i nostri: dal cielo un eroico pilota colpisce gli aerei tedeschi fino a restare senza carburante e dover atterrare tra i nemici, e dall’Inghilterra un vecchio signore sale sul suo yacht con il figlio e un amico di questo (che muore in modo abbastanza assurdo, come se non ci fossero morti abbastanza) e va sulla costa francese a salvare chi può. Io il film di Nolan l’avrei fatto durare la metà e avrei impiegato delle risorse in più sulla sceneggiatura (difficile trovare battute più insulse di quelle, peraltro molto scarse, che vengono scambiate in Dunkirk). Dopodiché resta la spettacolarità e, chi non è molto forte in storia come me, scopre l’operazione Dynamo e il patriottismo inglese in azione.

L'ordine delle cose


dal Ministero dell’Interno incalzano: bisogna fare presto, la gente è stanca, il consenso cala, basta sbarchi di migranti. Corrado (Paolo Pierobon, efficace come sempre, ma perché quella tintura nero pece e quell’orribile taglio di capelli?) è l’uomo delle situazioni impossibili, ex schermidore, ossessionato dall’ordine (ci tiene a lasciare la spazzatura sempre allo stesso posto, in albergo riarreda la stanza, per lui fare le valigie è un’arte), poliziotto di vaglia, abitante della Padova bene, marito e padre affettuoso, viene spedito in Libia a trattare da una parte con la guardia costiera, dall’altra con chi gestisce l’hot spot (che è un modo elegante per connotare un orribile posto di detenzione). Dopo aver osservato gli interlocutori, Corrado riesce a individuare il più affidabile (non il più giusto e il meno corrotto, solo quello che garantisce un miglior risultato). In L’ordine delle cose Andrea Segre ci mostra in modo apparentemente cronachistico una riuscita operazione d’intelligence. Quello che Corrado non può prevedere è il contatto che una donna somala, trattenuta contro la sua volontà, stabilisce con lui. Il marito di lei è in Finlandia, fa il matematico, lei vorrebbe solo raggiungerlo: Corrado metterà a rischio la sua brillante carriera per occuparsi del suo caso o la lascerà tra le grinfie degli aguzzini incattiviti dal voltafaccia italiano? Segre non ci fa vedere niente di diverso da quello che vede il suo protagonista, ma quello che fa immaginare a Corrado, che scaccia via il pensiero come fosse una mosca, ci basta a farci uscire dal cinema carichi di angoscia e con la coscienza sporca.

sabato 16 settembre 2017

Il meteorologo

c'è un'immagine che perseguita il lettore, dopo che ha chiuso Il meteorologo di Olivier Rolin (tradotto dal francese da Yasmina Melaouah per Bompiani), ed è quella di un militare che si cala nella fossa appositamente scavata e aspetta che da un camion vengano buttati uomini con le braccia e le gambe legate per sparar loro in testa. Siamo nel 1937, in pieno Terrore staliniano: tra quei condannati a morte c'è di tutto, sacerdoti, operai, garzoni, studenti, infermieri, scrittori... Rolin sceglie di raccontare di uno di loro, Aleksej Vangengejn, capo del servizio idrometeorologico dell'Urss, che l'8 gennaio 1934, mentre si reca a teatro a Mosca, viene arrestato con l'accusa di essere un controrivoluzionario, spedito nel gulag delle isole Solovski e tre anni dopo barbaramente giustiziato. Uno scienziato, un padre innamorato della propria figlia (al centro del libro compaiono i bellissimi disegni e gli indovinelli che le inviava dalla prigionia), un nobile convertito alla causa della Rivoluzione. "La mia fiducia nel potere sovietico è intatta" scrive ripetutamente Aleksej alla moglie, mentre manda appelli a Stalin perché lo liberi da quell'assurdo esilio e lo rimetta a fare il lavoro che lo appassiona. In realtà, suggerisce Rolin, era comodo per il regime scaricare la colpa delle disastrose scelte in agricoltura sulle spalle di chi curava le previsioni meteo. La storia di una vittima innocente e insieme la definitiva presa di distanza dal "filosovietismo intellettuale" che in Francia, come altrove, ha resistito a lungo. Gran bel libro.

venerdì 15 settembre 2017

in Patagonia

no, non è la recensione del libro di Chatwin, è l'obiettivo del prossimo viaggio di mio padre: vuole andare a Natale in Patagonia. Nell'insistenza con cui difende questo programma s'intrevedono il desiderio di sfidare la sorte, il gusto di stupire e soprattutto un'idea distorta della propria prestanza fisica (sto bene, quindi posso fare qualsiasi cosa, gli altri sono vecchio, io no). A meno che il suo dottore (che vede domani) non riesca a trovare le parole giuste per dissuaderlo, la settima prossima prenoterà il tour. Io ho passato una cena intera a tentare di spiegare a lui e a Virginia perché affrontare il lunghissimo volo per Buenos Aires e poi spingersi verso il sud dell'Argentina non mi pare sensato, e che se ha un cedimento, un minimo infortunio sarà dura per loro affrontare la sanità locale. Fa lo spavaldo papà ma, se prenota, per mesi starà sveglio di notte a chiedersi se ha fatto bene. Non sarebbe meglio dormire (e far dormire) sonni tranquilli? Il mondo è grande e non ci sono solo i viaggi organizzati dal circolo Enel.

regali

a un certo punto sembrava che la serata del mio cinquantaquattresimo compleanno l'avrei passata a intervistare la ministra a Trastevere. Ho fatto presente che avevo una cena a cui tenevo, ho dato la disponibilità a scrivere domande e testo di accompagnamento e sono stata dispensata. Così alla fine di una giornata piena di telefonate, in cui la mia produttività al computer è stata molto scarsa, mi sono ritrovata seduta davanti a una pizza con Giulia, Valeria e Marta. Chiacchiere in libertà, denigrando un po' tutti: la rai, i mariti... Finalmente rilassata. Tre regali uno più carino dell'altro. E oggi per chiudere degnamente i festeggiamenti sono già sul treno regionale. Una giornata strappata alle mie traduzioni e alla chiusura dello Speciale Mantova, una corsa solitaria verso il mare settembrino che immagino tutto per me. Stasera dovrebbe raggiungermi il marito.