domenica 19 novembre 2017

The Square


già regista di Forza maggiore, in cui, di fronte a una valanga, un padre pensa a salvare se stesso, dimenticandosi della moglie e delle due figlie, in The Square Ruben Östlund s’impegna a destrutturare il cinquantenne Christian, che all’inizio del film ci presenta come un prestante uomo di successo, molto soddisfatto di sé. Mentre in qualità di curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma dovrebbe dedicarsi al lancio dell’istallazione dell’opera The Square (un quadrato che simboleggia il bene), Christian viene distratto dai suoi compiti da un furto subito per strada. Riprendersi portafogli e telefono gli sembra un piacevole diversivo, mentre lo porterà a commettere una serie di tragici errori sul lavoro e fuori. La contrapposizione tra il mondo dei super ricchi svedesi che ruotano intorno al mondo dell’arte e quello dei mendicanti che dormono per strada è una delle tante piste che apre il film. Tra le altre spiccano l’incontro di Christian con una giornalista americana: andranno a letto insieme e litigheranno sulla sorte del preservativo usato; l’intervista con il matto che la disturba; la strategia di marketing dell’arte che imita i video dell’Isis; la serata con l’esibizione dell’uomo scimmia che si risolve in un quasi stupro. Dura tanto il film e non si fa capire fino in fondo ma è girato benissimo e non annoia neppure per un minuto.

sabato 18 novembre 2017

Il mio cane del Klondike


Il mio cane del Klondike, il nuovo libro di Romana Petri (Neri Pozza) è il racconto di un amor fou. Lui è bipolare, disadattato, possessivo, privo di senso dell’umorismo; bello, selvaggio, ardito, eroico, temerario. Lei se ne innamora a priva vista e subisce a causa sua mille disagi. Tutti le dicono di sbarazzarsi di lui, lei non sta a sentire nessuno. Passano insieme una memorabile vacanza in Bretagna; quando lei si distacca, lui, che vorrebbe solo starle sempre appiccicato, entra in una profonda depressione da cui non si solleva più. Conta che il soggetto di questo amore non sia un essere umano ma un cane trovatello? Dal punto di vista del lettore non conta. Romana Petri ci trascina in quest’avventura, ci descrive così bene il mondo di Osac, le sue tre rughe sulla fronte, il suo terrore di venire abbandonato (aveva un anno quando è stato trovato e il trauma di perdere i suoi padroni non lo supererà mai), la sua espressività (lei gli attribuisce un linguaggio compiuto), che tutto nella loro relazione risulta plausibile, oltre che avvincente. Sceglie Petri in questo libro un linguaggio sporco, colloquiale, ricco di dialettalismi: d’altra parte parlando di Osac non si può non parlare di diarrea, porte divelte, pecore sbranate, gatti trucidati, cagnoline stuprate. Lei se lo trova all’uscita di scuola, quasi morto di fame e di sete, se lo carica in macchina, lo fa curare, lascia che le devasti la casa, la isoli dalle altre persone (a una sua collega in visita straccia camicia e reggiseno), parte con lui per la Francia, si fa inondare di vomito la macchina, lo trattiene quando sta per sbranare un tedesco esibizionista, divide con lui le vongole trovate sulla spiaggia, canzoni e frasi in codice. Poi però lei si ritrova incinta (di chi non lo dice, la sua viene raccontata come una maternità solitaria) e per il bene del “cittino” lascia Osac in Umbria dalla madre e il fratello, spezzandogli il cuore.  Complementare alle Serenate del Ciclone, il precedente libro di Petri dedicato al padre, anche Il mio cane del Klondike è un ritratto molto vivido e un'efficace esplorazione delle dinamiche del sentimento amoroso.

venerdì 17 novembre 2017

frustrazioni femminili

quando il marito è a Milano, di solito lui e la figlia vanno a cena fuori. Stanno pian piano scoprendo tutti i ristoranti dei Navigli; ce ne sono tanti che non basteranno i due anni della laurea specialistica per esaurirli. Ogni tanto però la mia ragazza sente il bisogno di un pasto casalingo e si fa cucinare dal padre; ieri sera si è impegnata lei a preparare orecchiette con zucchine e pomodori. Mamma, non puoi capire, mentre mangiavamo papà ha parlato tutto il tempo di lavoro al telefono. Frustrazione istruttiva: magari la aiuta a stare alla larga dai workaholic di cui la Bocconi abbonda. 

The Bick Sick

Kumail è un giovane pachistano che vive a Chicago, va spesso a mangiare dai genitori, resiste alla loro richiesta di iscriversi alla facoltà di legge e di fidanzarsi con una musulmana; quello che lui sogna è diventare un comico famoso e mentre fa l’autista Uber si esibisce con i suoi monologhi in un teatrino. È qui che incontra Emily, una biondina esile e spiritosa che studia psicologia e non ha voglia di legami stabili. I due passano una notte insieme, poi un’altra, poi un’altra: si piacciono un sacco. L’ostacolo è la famiglia di lui, Kumail non ha neppure il coraggio di raccontare di Emily, e quando lei se ne accorge lo molla. Una notte, mentre Kumail è a letto con una tipa incontrata in teatro, lo raggiunge la telefonata di un’amica di Emily: la ragazza è ricoverata in ospedale, sta molto male. Cominciato con toni da commedia, The Big Sick,  il film di Michael Showalter, svolta presto verso il dramma, pur mantenendo la capacità di ironizzare sulle situazioni. Tra i genitori di Emily, corsi al suo capezzale, e l’ex fidanzato della figlia comincia un gioco di attrazione e repulsione, in cui emergono da una parte le contraddizioni di una coppia della borghesia bianca progressista, d’altra quelle di chi è nato in un’altra cultura da cui fatica a emanciparsi. La cosa curiosa è che la sceneggiatura l’ha scritta Emily Gordon insieme a  Kumail Nanjiani, basandosi sulla loro storia, e lui interpreta se stesso. Con qualche lentezza ma godibile e ricco di riflessioni sulla vita a due. 

giovedì 16 novembre 2017

senza Pietro

mi manchi quando vorrei piangermi addosso e vorrei sentirmi dire da te di smetterla subito, mi manchi quando vorrei ridere con te del teatrino che si svolge sotto i miei occhi. Più passano i giorni più mi manca il conforto di saperti nella mia vita. Parlo ancora con te, ma ti assicuro che non è la stessa cosa.

mercoledì 15 novembre 2017

la comunicazione telefonica

da quando sono una a Milano e l'altro a Maastricht so più cose dei miei figli di quando li avevo in casa. La figlia chiama per qualsiasi cosa: un libro che le ha suggerito un amico, la camicia da portare in tintoria, la compagna di corso che le fa i dispetti; il figlio risponde alle mie chiamate e se non può rispondere mi richiama, anche lui aggiornandomi sullo studio, su quello che mangia e sulle persone che vede. La loro presenza fisica mi manca, ma la distanza ci avvicina invece di allontanarci.