mercoledì 21 febbraio 2018

Vite straordinarie di uomini volanti

uno dei miei capitoli preferiti dei libri di Mary Poppins, letti e riletti da bambina, era quello in cui la babysitter più strana del mondo faceva prendere a Giovanna e Michele un tè sul soffitto. I tre erano andati a trovare lo zio Albert, lui si era messo a ridere e, pieno di gas esilarante, si era alzato in volo, subito seguito dai suoi ospiti sghignazzanti. Mary Poppins mi è tornata in mente leggendo il libriccino di Errico Buonanno dedicato a Vite straordinarie di uomini volanti, uscito da Sellerio. Buonanno segue qui le tracce di quei circa duecento uomini volanti attestati in documentazioni varie (tutte anteriori al Settecento, il secolo dei Lumi in cui i progressi della scienza soffocano le inspiegabili levitazioni). I più famosi tra loro sono frate Giuseppe da Copertino, Simon Mago, Teresa d’Avila,  San Filippo Neri, personaggi vari uniti solo da questa bizzaria del levarsi in volo sulla scorta di violente emozioni. Il volo raccontato da Buonanno non ha scopo ed è osteggiato dalle autorità che non sopportano l’elemento eversivo rappresentato dal distacco dalla terra (basti vedere la storia dell’epico scontro tra San Pietro e Simon Mago che si conclude con la caduta del secondo grazie anche alle preghiere del primo). Volavano (o si diceva che volassero) gli schiavi deportati in America dall’Africa; vola Filippo Neri, divinamente spiritoso; volano i lettori forti, che hanno un piede nella realtà e un altro nei mondi fantastici che scoprono grazie alle parole di qualcun altro. Stravagante e rigenerante.      

Nostra incantevole Italia

“Una geografia che prova a mettere ordine nel disordine della nostra storia”: questo in sintesi il libro di Pino Corrias, Nostra incantevole Italia, pubblicato da Chiarelettere. Il titolo è antifrastico: se ci s’incanta di fronte ai ritratti di luoghi fatti da Corrias non è certo per la loro bellezza, ma per l’esatto opposto, l’orrore che sprigionano. Da Portella della Ginestra, dove nel 1947 Salvatore Giuliano e la sua banda sparano sui braccianti venuti a festeggiare il 1 maggio alla valle distrutta dal crollo della diga del Vajont, dall’idroscalo di Ostia dove è stato ucciso Pasolini alla via Fani della strage della scorta di Moro, dalla Vermicino in cui si assiste in diretta televisiva alla morte di un bambino alla villetta di Cogne in cui una madre disturbata compie un delitto investigato per anni in tv, quello che interessa a Corrias è diradare la coltre di propaganda politica e il fumo di complottismo che impediscono la visione dei fatti e la loro corretta interpretazione. Scrive Corrias, “viviamo in uno strano paese scandito dal trasformismo delle classi dirigenti, dove tutte le verità sono provvisorie”. Interpellando di volta in volta persone informate dei fatti, protagonisti, testimoni oculari, Corrias la verità ce la mette sotto gli occhi (che sia la megalomania depressa di Berlusconi, l’isolamento di Ultimo, il “soldato straccione” che ha catturato Reina, la bassa scolarizzazione dell’armata leghista di prima e seconda generazione): basta fare lo sforzo di leggere il libro. Vale davvero la pena di farlo, anche perché è scritto benissimo, senza mai cadere negli stereotipi del giornalismo.

martedì 20 febbraio 2018

Non oso dire la gioia

Non oso dire la gioia di Laura Imai Messina (Piemme) si apre con un prologo fulminante. L’autrice descrive la “parzialità dell’esistenza”: il fatto che certi luoghi, certe persone per noi si materializzano solo in date condizioni (come il quartiere dove siamo abituati ad andare a lavorare, che nei giorni festivi cancelliamo dal nostro perimetro, o come certe persone che siamo abituate a vedere in divisa, in costume da bagno, dietro il bancone di un bar e che ci mettono a disagio in un altro contesto). L’epilogo torna sugli inganni della percezione, stavolta annotando come  “l’odio d’oggi pare eterno, così come l’amore. Eppure con il tempo il corpo - lì dove prima non riesca la ragione- impara a perdonare e sa affievolire anche la più viva passione”. All’interno di questa cornice così nettamente delineata si svolge la storia di Marcel, Jean e Momoko. I primi due sono inseparabili dai tempi del liceo (il Giulio Cesare di Roma: i luoghi sono molto importanti in questo libro, i cui poli sono l’Italia e il Giappone) e, finché non entra in scena la giovane interprete giapponese, Jean può illudersi che l’amicizia che Marcel gli ha sempre dimostrato evolva in un sentimento amoroso. C’è poi un’altra storia, più oscura (e a mio parere meno convincente dal punto di vista narrativo), quella di Clara, insegnante di francese appassionata di Proust, che ha sposato un chirurgo che non ama, che si macera per il desiderio di un figlio e che non parla con nessuno della miserevole famiglia in cui è cresciuta. Laura Imai Messina si prende il suo tempo per presentare i vari personaggi, le loro ferite ancora aperte e i sogni che li tengono in vita, poi imprime una svolta alla trama, offrendo colpi di scena a catena. Un altro di quei romanzi su cui mi sarebbe piaciuto mettere le mani prima di vederlo in stampa.   

lunedì 19 febbraio 2018

La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

nelle 450 pagine di La corsara, Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza), Sandra Petrignani ripercorre  passo passo  vita e opere dell’autrice di Lessico famigliare, rileggendola dai primi racconti agli ultimi articoli sui giornali, andando sui suoi luoghi e facendosela raccontare dalle persone che l’hanno conosciuta. Il tratto umano prevalente è quello della sincerità: una Ginzburg “tremendamente sincera” accoglie una  giovane Petrignani che va a casa sua a farsi giudicare un inedito con le parole: “non l’ho capito, siccome non l’ho capito non mi piace.” Nata a Palermo il 14 luglio 1916, Natalia cresce a Torino, e nella sua  natura il riserbo torinese convive con il calore della città natale. Se l’incontro fondamentale della sua vita è quello con Leone Ginzburg, che sposa a ventidue anni e perde quando ne ha ventotto e tre figli piccoli (lui muore a Regina Coeli dopo un pestaggio da parte dei tedeschi che lo tengono prigioniero), per lei conta molto anche il secondo marito Gabriele Baldini, contano gli amici, da Cesare Pavese a Italo Calvino da Elsa Morante a Cesare Garboli, e conta la casa editrice Einaudi, per la quale oltre a scrivere, legge e traduce. Petrignani descrive il rapporto di Ginzburg con la politica, dall’iscrizione giovanile al Partito d’Azione in omaggio a Leone al ruolo di deputata, svolto all’insegna di un pacifismo radicale. La scrittura resta fino agli ultimi giorni la sua passione principale e le capita in sorte, proprio a lei così schiva e per nulla autocelebrativa, di mettere le mani al Meridiano che la fa entrare nel novero dei classici. Tra i giudizi su di lei riportati in fondo al volume spicca quello di Giorgio Pressburger: “ non aveva nulla di doppio, e questo incuteva rispetto e meraviglia”.  

Tutti i nomi del mondo

romanzo polifonico, Tutti i nomi del mondo appena uscito da Mondadori, riassume in sé i mondi cari al suo autore, Eraldo Affinati: il suo ruolo di insegnante, la travagliata storia della sua famiglia d’origine, i suoi viaggi (quasi sempre pellegrinaggi sulle tracce di scrittori e opere). C’è una ricerca di senso che percorre tutto il libro: Affinati si chiede e si fa chiedere dagli allievi di una vita (evocati in un simbolico megappello che ne costituisce l’ossatura ) perché fa quello che fa, da dove nasce e dove porta l’impegno profuso per diffondere l’italiano tra “scalcinati ragazzi”, per lo più di passaggio. A fare da contraltare  c’è la voce di Ottavietto, l’alunno di borgata che, con il suo romanesco irridente, si premura di smorzare i toni, di riportare sulla terra il professore dagli alati propositi. Lo sfondo è quello della periferia romana in cui Affinati vive e opera, un posto dell’anima, nonostante le sue brutture o forse proprio per quelle. L’idea di fondo è che ogni incontro determina quello che siamo: Tutti i nomi del mondo è un libro che apre orizzonti, facendoci sentire la limitatezza di quello nel quale siamo calati.

domenica 18 febbraio 2018

a cena con il diciassettenne

ci invita a cena un amico, arriva il figlio di diciassette anni, un ragazzo che conosciamo da quando era piccolo, intelligente e bravo a scuola. Esce fuori il tema del voto e lui, che compie gli anni ad agosto, dice, se votassi, sceglierei Salvini perché manda via tutti gli immigrati. Gelati, gli dimostriamo che questa affermazione è falsa e, se non lo fosse, sarebbe sbagliata da tutti i punti di vista. Il discorso slitta sui politici in generale e lui, con gran sicurezza, afferma che aver studiato non è indispensabile per un deputato o senatore, così come non importa come questi si comportano in privato. Ne ha dette di cose il ragazzo, riecheggiando le voci che circolano nel suo esclusivo liceo romano, ma di là dalle chiacchiere è in questi due punti che si concentra il frutto più avvelenato del ventennio berlusconiano. Ridiamo del vecchio clown che è tornato a calcare le scene, ma ride più lui della prodigiosa semina fatta.