domenica 26 marzo 2017

Il padre d'Italia


film di attori, tutto basato sulle interpretazioni di Luca Marinelli, nei panni di un gay spaesato e infelice, e di Isabella Ragonese, una ragazza incinta completamente fuori di testa, Il padre di Italia di Fabio Mollo racconta l’incontro tra due solitudini e un viaggio in Italia da nord a sud. Paolo lavora a Torino in un grande negozio di mobili, è appena stato lasciato dal fidanzato; Mia, scaricata dal gruppo con cui cantava non ha un soldo, né un posto in cui stare. Lui, cresciuto in orfanatrofio, è incantato dalla gravidanza, lei se ne frega: prima cercano la band, poi un fantomatico napoletano che potrebbe averla messa incinta, alla fine arrivano a Reggio Calabria dai genitori di Mia. Lei cerca di insegnargli la leggerezza, lui la responsabilità: per un attimo sognano un futuro comune, magari cullati da un ambiente familiare. Ci pensa la madre di Mia, che era parsa contenta di vedere la figlia, a far crollare le loro illusioni: la ragazza con i capelli strani, i tatuaggi, la passione per la musica, senza lavoro e senza marito non è ben accetta in un posto dove tutti si fanno i fatti degli altri. Mia sparisce e Paolo si dispera. Ma il finale riserva una sorpresa. Quando ti trovi a fare il tifo per i personaggi vuol dire che la storia ti ha preso. Bravo Mollo e bravissimi Marinelli e Ragonese.

sabato 25 marzo 2017

Una storia nera


sin dalle prime righe di Una storia nera (Mondadori), Antonella Lattanzi crea un’atmosfera di suspense, tiene all’erta il lettore. C’è Carla, uscita di casa di notte con in braccio la piccola Mara, in un agosto romano bollente e c’è Manuel che l’ascolta parlare di Vito, il suo incubo. Pian piano si definiscono i termini della vicenda: Vito è l’ex marito di Carla, il suo grande amore, che continua a minacciarla di morte perché è geloso di lei. Lattanzi fa un passo indietro, ci racconta la festa di Mara che compie tre anni: una festa con Nicola e Rosa, i fratelli maggiori, e la partecipazione del padre. L’esito di questa serata è inatteso: Vito sparisce nel nulla e giorni dopo, per caso, viene trovato cadavere in una discarica. Da Massafra, il paese d’origine arriva la sorella Mimma, come una furia. Le indagini della polizia si concentrano sulle due donne di Vito: Carla e l’amante Milena (quest’ultima la sera della festa si era appostata a spiarlo). Entrambe avrebbero motivi per desiderare la morte di Vito, ma è Carla a confessare il delitto e a invocare il diritto alla legittima difesa. Durante il processo per i media Carla prima è “la donna dagli occhi di ghiaccio”, la grande manipolatrice che in coppia con il fedele Manuel si è sbarazzata dell’uomo che ostacolava i suoi piani poi, quando l’alibi di Manuel trova finalmente conferma, diventa “la madre coraggio”, l’eroina capace di difendersi da una violenza inaudita, sorretta dal desiderio di restare accanto ai suoi figli. La realtà è più complessa di entrambe le versioni e Lattanzi illumina in modo sapiente il vissuto di ogni suo personaggio: di Carla, di Milena e sua figlia, di Nicola che ha ventun anni e ha sempre visto la madre picchiata dal padre, di Rosa che ne ha diciannove e non ce la fa a prendersi cura di Mara, di Mara che ne ha tre e rimane senza i suoi genitori, di Mimma, la zia che adorava il fratello. Una storia nera è intessuto di dettagli, ogni scena si staglia di fronte al lettore (vediamo l’orecchio storto del poliziotto, percepiamo il calore che emana dalle strade romane, sentiamo gli accenti aggressivi degli avvocati durante il processo), non consente distanza: la violenza che pervade il libro arriva a lambirci, ci scuote, ci inquieta.

il potere del sushi

andiamo a cena fuori, scrive il marito a metà mattina sulla chat familiare di WhatsApp. La figlia risponde, non ora: sta andando all'Ergife, l'alberghone romano dove affronterà la prova di ingresso alla Luiss (lei in realtà vorrebbe essere presa alla Bocconi, finirà che non l'ammettono né qui né lì, la concorrenza è agguerrita). Io non vengo, risponde il figlio, legato ai suoi riti del venerdì. Verso le sette e mezza di sera, la chat si rianima, la figlia è disponibile, bisogna scegliere dove andare. Per farla contenta nomino il giapponese sotto casa. E' un attimo, ricompare anche il figlio, ci vediamo lì alle otto e mezza. Seduti al tavolo tondo, di fronte a pezzettini di pesce ben avvoltolati nel riso, i due figli sono tutti un sorriso. Si parla del loro futuro, il marito insiste sui piani B: se non ti prendono a Maastricht, se non ti prendono alla Bocconi, dove andate, che fate? Sornioni, senza posare le bacchette con cui tengono stretto il cibo pregiato, rispondono, restiamo a casa con voi, a pa' il lavoro ce lo trovi tu.

giovedì 23 marzo 2017

il libro dal parrucchiere

è la seconda volta che mi capita di portarmi un libro dal parrucchiere, affrontandolo con le migliori intenzioni (nel senso di voler individuare i temi su cui intervistare l'autore) e rimanendo delusa e perplessa. Nel primo caso si è trattato di una raccolta di racconti che mi hanno urtato per la loro superficialità e pretenziosità; stavolta uno scrittore che sin dal titolo prometteva un tono ironico mi è parso offrire il solito ritratto del letterato italiano che si bamboleggia tra le donne, terrorizzato dall'ingresso nella maturità. E se il mio giudizio fosse stato falsato dal contesto? La prossima volta che vado mi porto Joyce e vedo che effetto mi fa.

mercoledì 22 marzo 2017

mamma sei isterica

Julia torna a fine mese, Matilda viene due volte a settimana; nei restanti cinque la casa sprofonda nel caos. I figli non sono mai stati così disordinati, sono solo io a fare l'indispensabile. Si lamentano per il mio cattivo umore. In realtà ce l'ho con me stessa per averli lasciati adagiare nella loro pigrizia. Dicono che mi mancheranno, che sarà dura per me quando se ne andranno; io credo che sarà dura per i malcapitati con cui divideranno l'alloggio. Refrattaria all'autorità, ho fatto i miei danni.

martedì 21 marzo 2017

manca solo Matar

non contenta di aver fatto quattordici interviste tra venerdì e domenica, le ho messe tutte on line (mi manca solo di tradurre Matar) e stamattina sono pure andata a Roma Tre per Jumpa Lahiri (che si era svegliata storta, ma poi parlando di Hemingway e di Starnone si è rasserenata). Barcollo.

domenica 19 marzo 2017

schiantata da Libri Come


mai festival è stato più faticoso, saranno stati i corridoi pieni di gente, o l’anticamera della sala stampa dove si chiacchierava ad alta voce, con troupe che si sovrapponevano alle troupe, o la cavea dove i bambini urlavano con quanto fiato avevano in corpo: dovunque provassimo a girare per me era difficilissimo concentrarmi e avere l’attenzione degli scrittori. Da mezzogiorno alle sette, dieci interviste quasi sempre al freddo e in piedi. Poi ripenso a Eshkol Nevo che non solo si ricordava di avermi già incontrato, ma mi ha anche scritto sul libro “thank you for you wonderful domandi”, alla stima e gratitudine nella dedica di Alessandra Sarchi, alla simpatia di Andrea Piva, a Carolina che era lì a darmi il supporto di una faccia amica (oltre che a twittare per rai letteratura), a papà che non ha rinunciato a entrare in scena complimentandosi con Hisham Matar e rivelandogli di avere quasi ottantotto anni e di essere l’orgoglioso padre della sua intervistatrice. Alla fine non una giornata da buttare. Da buttare sono io in questo momento, schiantata dal meno accogliente dei festival.

sabato 18 marzo 2017

Loving


non ci sono scene madri in Loving, non c’è, tranne in rari momenti, suspense, non c’è uno scavo psicologico nei personaggi: ci sono solo due persone che si amano e vogliono costruire insieme una famiglia, e per questo sfidano le leggi della Virginia che ancora a fine anni cinquanta vietavano i matrimoni interrazziali. Quando l’avvocato che si è messo al servizio della coppia Loving chiede a Richard, il marito, cosa vuole che lui dica a nome suo alla Corte Suprema, lui ci pensa un attimo, e io stavo per dire ad alta voce, io la amo, che è esattamente quello che lui ha detto. E questo non perché la sceneggiatura di Loving, sia prevedibile, ma perché Jeff Nichols, il regista, si prende il suo tempo e ci fa conoscere ogni aspetto del protagonista (il lavoro di muratore, la passione per le macchine, la madre levatrice, gli amici neri, la laconicità, e appunto l’amore per la sua Mildred). La storia di gente comune che, invece di adeguarsi all’andazzo corrente (nel paese in cui vivevano Richard e Mildred bianchi e neri vivevano a stretto contatto ma senza formalizzare eventuali unioni), sceglie di affermare i propri diritti e ne sopporta le conseguenze. Lo sceriffo del posto spiega a Richard che ha sbagliato ad andare a Washington a sposare Mildred perché Dio ha creato i bianchi, i neri, i gialli, come ha creato i pettirossi e i piccioni e non vuole che si mescolino. Un po’ quello che a distanza di  anni prova a spiegare Trump agli americani. Ai tempi delle leggi razziali gli Stati Uniti erano un paese spaccato in due; ora è lo stesso. Ben ha fatto Nichols a dare a questa storia un taglio quasi documentaristico.

venerdì 17 marzo 2017

primo giro

quest'anno le interviste agli scrittori di Libri Come le ho divise in due parti: la prima oggi da me, la seconda domenica all'Auditorium. Le maratone di lettura che mi aiutoimpongo mi lasciano sempre un po' affranta e demotivata, alle soglie del cambio mestiere. Poi, immancabilmente, mi rianima trovarmi gli scrittori di fronte. I primi due di oggi, Francesco Formaggi e Carmen Pellegrino,  entrambi al secondo libro dopo un esordio fortunato, mi sono apparsi entrambi molto sensibili alle critiche. Il primo ci ha tenuto a difendere la sua scelta di tempo e luogo indefiniti, la seconda l'artificio delle lettere in bottiglia. Poi è stata la volta di Fabio Cremonesi, il traduttore di Kent Haruf, condannato a parlare di Holt dalla mattina alla sera: molto simpatico e haruffiano in tutto e per tutto (tra un po' comincerà ad assomigliare fisicamente allo scrittore del Colorado). Gran finale con Gary Shteyngart, ancora più brillante di persona che nei suoi romanzi: non vedo l'ora di postare sulla pagina facebook di rai letteratura i suoi consigli a un giovane scrittore aspirante umorista (oppure potrei optare per il minuto su Roma e sulle scorpacciate di cacio e pepe fatte durante la stesura di Absurdistan).

giovedì 16 marzo 2017

Il ritorno

Il ritorno di Hisham Matar (traduzione di Anna Nadotti, Einaudi) si muove intorno a due date: il 1990, in cui Jaballa Matar, il padre del narratore, leader dell’opposizione a Gheddafi, viene rapito al Cairo e portato a Tripoli nella prigione di Abu Salim e il 2012, quando Hisham Matar, insieme alla madre, al fratello e alla moglie, vola in Libia con l’intento di raccogliere testimonianze sul padre scomparso. I ventidue anni che passano tra il sequestro del padre e il  ritorno in patria dei familiari sono anni in cui Hisham termina gli studi in Inghilterra, si trasferisce negli Stati Uniti, si sposa, scrive libri, ma sono tutti anni dominati dall’assenza di una figura fondamentale e dall’angoscia per la sua sorte. Ci sono molti particolari strazianti in questo memoir: dall’invivibilità delle carceri libiche in cui lo zio e i cugini di Matar sono stati per una ventina d’anni, al racconto del massacro di 1270 prigionieri nel giugno 1996 (tra loro probabilmente c’era Jalabba), alla morte nel 2011 di Izzo, il giovane cugino che lotta nelle file dei miliziani ribelli contro il dittatore, ma colpisce soprattutto la spaventosa assenza di notizie con cui la famiglia dell’oppositore ha dovuto convivere (la moglie per anni gli registra le partite della sua squadra preferita, il Bayer Monaco, e le cassette si accumulano sugli scaffali mentre di lui non si sa nulla). Hisham Matar ricostruisce la figura del padre, giovane appassionato di poesia, alto ufficiale dell’esercito, diplomatico, imprenditore di successo, leader nato, patriota convinto (a loro che cercavano di dissuaderlo dallo sfidare apertamente Gheddafi aveva detto “non mettetevi in competizione con la Libia. Perderete comunque”), ma ricostruisce anche il proprio tormento di Telemaco bloccato dall’assenza di Ulisse, di esule oberato dai sensi di colpa e impegnato in battaglie pubbliche (basti pensare alle sue estenuanti trattative con Seif, il figlio del dittatore, che cerca di rappresentare il volto umano del regime). C’è nel libro anche la storia del nonno Hamed, vissuto oltre cent’anni, deportato in Italia dai fascisti e riuscito miracolosamente a fuggire e tornare in patria (quella degli italiani in Libia è la storia poco raccontata di un genocidio). Il ritorno è il racconto di una formazione tutta condizionata dalle circostanze politiche (da ragazzo in Inghilterra Hisham frequenta un collegio sotto falso nome per paura di ritorsioni) e del tentativo di resistere con ogni mezzo all’annientamento psicologico (nei quadri della National Gallery su cui si sofferma per un’ora al giorno il protagonista trova un diversivo dai suoi tetri pensieri). Un racconto emblematico dei nostri tempi, delle ambiguità dell’Europa che fa affari con i regimi totalitari invece di contrastarli, e un racconto universale sui destini stritolati dalla Storia.

mercoledì 15 marzo 2017

Campione gringo

“E allora mi viene in mente, mentre i coattoni seguono la bella ragazza per bulleggiarla e sfotterla dicendole cose sozze, che posso andarmene all’altro mondo se do una lezione a tutti quei facching bastardi”: comincia così Campione gringo della giovanissima (è nata nel 1995!) esordiente messicana Aura Xilonen e subito ci si pone il problema: il libro pubblicato da Rizzoli è quello di Xilonen o quello di Bruno Arpaia, il traduttore, che ha dovuto fare i conti con lo spanglish dell’originale? Liborio, l’io narrante, è arrivato negli Stati Uniti buttandosi a nuoto nel Rio Bravo. Non sa di preciso quanti anni ha (sedici o diciassette), è cresciuto con una madrina che lo picchiava e lo insultava, ha trovato lavoro in una piantagione, è dovuto scappare, fa il commesso in una libreria che viene devastata dai teppisti del quartiere, s’innamora pazzamente di Aireen, una ragazza che porta il cane al parco, è coinvolto in una rissa dopo l’altra. Xilonen dota il suo protagonista di una grande curiosità nei confronti della letteratura (scopriremo verso la fine che ha approfittato del tempo trascorso in libreria per leggere Virgilio-Dante-Catullo-Boccaccio-Austen-Borges…) , che però trova inadeguata a rappresentare la realtà (“la vita, facching, porca puttana, non è come la dipingono nei libri”), e di un enorme talento per il pugilato. Nel giro di poco tempo il ragazzo senza un tetto e senza un soldo viene adottato da una casa di accoglienza in cui si pratica sport e, grazie all’interessamento di una giornalista, entusiasta dei video su youtube in cui tira pugni per strada, il centro viene dotato di una biblioteca. Barriera linguistica a parte, mi è parso un libro molto acerbo (e come poteva essere altrimenti: Xilonen l’ha scritto tra i sedici e i diciannove anni), con alcuni spunti felici, uscito al momento giusto (il tema dell’immigrazione messicana non è mai stato così presente nelle cronache internazionali) .

martedì 14 marzo 2017

a Roma Tre

quando Sara mi ha scritto, vieni da me all'università, c'è Jumpa Lahiri che parla di Hemingway, non ci ho pensato un minuto ad aderire alla sua proposta. Tanto era l'entusiasmo che non mi sono resa conto che l'invito era per martedì 21, non per oggi. Mi sarei presentata lì puntuale stamattina alle nove e mezza se non avessi mandato una mail di conferma a Sara, che ha prontamente notato il mio errore. Leggo, leggo e non so più cosa faccio. E sto solo preparandomi per Libri Come, una cosetta romana, alla buona. A Milano ci saranno seicento scrittori, è la volta buona che esco pazza.