giovedì 31 dicembre 2009

Due giorni a Langkawi

Il primo giorno ci siamo dati all'esplorazione dell'isola. Abbiamo affittato una macchina e alle nove eravamo già in giro. La prima tappa ci ha riservato una delusione: la funivia che portava nel punto più alto entrava in funzione solo a mezzogiorno e noi all’una dovevamo essere dal lato opposto per un giro in barca alle mangrovie. Siamo ripartiti alla volta della Crocodiles Farm dove ci aspettava un’incredibile quantita’ di coccodrilli semiaddormentati in grandi vasche. A svegliarli e’ stato il momento del cibo, con lanci di pesci che facevano loro spalancare la bocca e fare grandi balzi in avanti. Tre omaccioni tarchiati hanno poi eseguito un numero che non finiva mai, salendo su un coccodrillo enorme, ma un po’ sonnolento e mettendogli una mano tra i denti. Di lì siamo andati al porticciolo da cui si partiva per un giro di quattro ore in una piccola barca a motore, guidata a razzo da un malese dall’aria poco raccomandabile. Ci ha portato lungo un fiume spettacolare che sfociava nel mare: abbiamo visitato una grotta con i pipistrelli; una Fishing Farm che consisteva in grosse vasche di acqua di mare in cui avevano isolato tutti i tipi di pesci che girano da queste parti (da cernie giganti a barracuda a piu’ innocui pescetti gialli e neri); il posto dove si ritrovano le aquile (e dove scendono in picchiata sull’acqua, richiamate dalle pelli di pollo che gettano loro i marinai); e naturalmente mangrovie su mangrovie. Poi il malese ci ha lasciati a sorpresa su una spiaggia bellissima e ha detto che sarebbe tornato dopo un’ora. All’inizio è stato molto divertente: appena finiva la sabbia cominciava una vegetazione fittissima e da questa uscivano piccole scimmie dall’aria dispettosa che tendevano a impossessarsi di tutto quanto trovavano alla loro portata. Dopo un po’ le altre barche se ne sono andate, faceva caldo, non me la sentivo di allontanarmi a nuoto in quell’acqua verde dopo aver visto chi la popolava e in più bisognava fare la guardia contro le scimmie. Insomma quando il malese è riapparso gli saremmo saltati al collo per la felicità. La giornata e’ proseguita con il ritorno in macchina, l’acquisto di qualche altra sciocchezza e una buona cena malese piena di curry, riso e pesce. Oggi invece tutto mare e sole: catamarano, bagni lunghi (sotto gli occhi dei marinai mi pareva di essere più protetta da meduse e altre insidie e ho finalmente nuotato), pranzo a bordo con tanto di barbecue e frutta, spiaggia meno scenografica ma anche piu’ tranquilla. Con noi quattro sul catamarano c’erano una famigliona di Nuova Delhi, tutti molto coperti, molto rumorosi e molto allegri e una coppia formata da un francese paonazzo per il sole e una ragazza dai tratti orientali che non avevano nulla da dirsi. In barca ho finito di leggere Dio di illusioni con il risultato di sentirmi anch’io un po’ sbronza e un po’ assassina come i ragazzi protagonisti del romanzo (effetto del sole equatoriale? bravura della scrittrice?). Ne ho raccontato la trama ai figli, man mano che procedevo e ne erano molto colpiti (anche la figlia, che solitamente evita di ascoltarmi).

martedì 29 dicembre 2009

Appunti per uno studio del cuore umano

Finalmente una Penelope Lively al suo meglio: acuta, ironica, profonda. Il libro racconta di Stella, sessantaquattro anni, antropologa in pensione, grande viaggiatrice, alle prese con l’improvviso desiderio di mettere radici. Grazie all’aiuto di Richard, vedovo della sua amica dei tempi dell’universita’, Stella compra un cottage nel Somerset, prende con sé un cane, cerca di darsi al giardinaggio, si sforza di intrattenere buoni rapporti con i vicini. Proprio accanto a Stella, in una fattoria, vive una famiglia disfunzionale: padre rinchiuso nel mutismo, madre padrona aggressiva e insolente, due figli teppisti: quanto di più lontano ci sia dal suo modo di essere. Mentre Stella si preoccupa di tenere a debita distanza Richard, che vorrebbe colmare con lei il vuoto lasciato dalla moglie e Judith, una sua amica antropologa, stufa della compagna troppo possessiva, i due teppisti la prendono di mira perché disabituati alla gentilezza. Il tema è quello dell’indipendenza e dei legami, della voglia di restare se stessi e dell’inclinazione verso la vita di coppia. Io, che sono una creatura intrinsecamente familiare e che non so pensarmi se non nel rassicurante contesto della convivenza, sono però tutta dalla parte di Stella, della sua resistenza a lasciarsi addomesticare.

Quattro istantanee da Penang

Motociclisti ovunque e ovunque indossano sopra una maglietta una camicia al contrario: così si riparano dal vento senza soffrire il caldo; donne cinesi in giro con l’ombrello, a preoccuparle e’ piu’ il sole che scurisce che la pioggia che bagna.

Bali Hai: un ristorante di mare sul lungomare di Georgetown. Una sala quadrata coperta da una tettoia, tavoli stracolmi di cibo, folla, camerieri esausti, rumore, musica. Su un intero lato, vasche con pesci di ogni tipo, granchi, aragoste. La cosa piu’ impressionante erano delle vongole fuori misura da cui uscivano lingue gialle che le avvolgevano tutte.

Un enorme tempio buddista sulla collina di Penang. Il panorama da lì è fantastico, ma un brutto condominio bianco copre mezza visuale. Lungo la strada dell’aeroporto grattacieli precocemente anneriti sorgono a grappoli a sfregiare il paesaggio e altri si apprestano a seguirli.

Prima pagina di un quotidiano locale lasciato sulla soglia della camera d’albergo: la notizia del giorno è l’allerta negli aeroporti mentre la foto è quella di un bambino che gioca con una playstation portatile mentre dietro le sue spalle c’è la madre che piange. La didascalia è: Gioia e dolore. A pag.8 c’e’ scritto che il bambino e’ talassemico e ha pochi mesi di vita, i genitori sono contadini, guadagnano 300 RM al mese (60 euro) e hanno altri cinque figli. L’associazione contro la talassesmia ha regalato al bambino il gioco, il giornale ha pensato bene di sbattere in prima pagina la gioia del figlio e il dolore della madre.

lunedì 28 dicembre 2009

Georgetown

In questa citta’ sulla penisola di Penang ci sono parecchie tracce del passato e quel colore locale che a Kuala Lumpur mancava quasi del tutto. Gli alberghi offrono il primo giorno un giro in riscio’, mezzo qui riservato ai soli turisti: i malesi si spostano in macchina o su nuovissimi autobus con l’aria condizionata. Dal riscio’, superato l’imbarazzo per l’uomo magro e scuro che pedala dietro le spalle dei due passeggeri e il fastidio per l’aria sporca e appiciccosa, si ha il vantaggio di vedere tutto: i grattacieli che appaiono ancora piu’ gelidi e insensati; i vecchi palazzi coloniani con il portico e le finestre di legno ormai ridotti a facciate annerite; il mendicante storpio che chiede la carita’ senza crederci troppo; il cinese che prepara spaghetti e riso a ogni ora del giorno; il sacerdote indu’ con il pancione che straborda dai mutandoni bianchi; il monaco buddista che ride insieme agli altri. Se una cosa accomuna questa folla variopinta e’ l’indifferenza allo straniero: non mi era mai capitato a Oriente di sperimentare una tale mancanza di interesse e di curiosita’ verso il visitatore: i malesi non vogliono venderti niente, non vogliono sapere da dove vieni e perche’, hanno l’aria di averne viste di tutti i colori e di essere molto indaffarati. Oggi ci siamo affacciati sulla costa: la spiaggia era bella e circondata da scogli piatti, l’acqua calda e invitante, ma la gente si affollava in piscina, accostandosi al mare solo per fare un giro in paracadute al seguito di un motoscafo, per andare in moto d’acqua o a cavallo. In pratica non potevi camminare sulla sabbia perche’ rischiavi di essere travolto da qualcuno al galoppo e non potevi nuotare perche’ le barche correvano a filo della riva. Speriamo che domani l’isola di Langkawi, nostra ultima tappa malese, ci riservi altro.

domenica 27 dicembre 2009

Piantagioni di tè - Cameron Highlands





Cameron Highlands

Siamo partiti in macchina da Kuala Lumpur diretti alle Batu Caves, delle grotte che custodiscono al loro interno piccoli templi indù. Lungo le erte scalinate c'era una gran folla di fedeli: donne in sari colorati e uomini e bambini con la testa rasata e colorata di giallo. Ogni tanto sui gradini piombavano delle scimmiette piuttosto aggressive in cerca di cibo e dentro i tempi si aggiravano galli e gatti. Nelle Dark Caves ci siamo invece ritrovati con una timidissima famiglia coreana (la figlia, quando è arrivato il suo turno di urlare per verificare l'eco, ha tirato fuori un flebile oh). La guida, un donnone energico e appassionato di stalattiti, stalagmiti, pipistrelli e scarafaggi rossi, ci ha fatto assaporare il silenzio animato della grotta, spegnendo la sua torcia e le lucine sui nostri caschi da speleologi; un momento molto intenso, appena rovinato dalla paura di ritrovarsi addosso una di quelle spiacevoli creature di aria o di terra. Da lì siamo venuti diretti su questo altipiano nel bel mezzo della foresta pluviale. Chilometri di curve tra alberi altissimi, bananeti, cascate. Ogni tanto qualche palafitta e sul ciglio della strada venditori di banane e di frutti non meglio identificati. L'hotel dove dormiamo stanotte non ha nulla a che vedere con il grattacielo di ieri, è un piccolo edificio in stile coloniale circondato da fiori. (Naturalmente ai figli piaceva di più l'altro.) Domani ci aspettano le piantagioni di tè.

venerdì 25 dicembre 2009

Kuala Lumpur

Usciti dall'area protetta del nostro albergo, dai prati perfetti, dai grattacieli scintillanti, Kuala Lumpur fa pensare a Pechino: una città grigia, trafficata, un enorme cantiere a cielo aperto. Rispetto a Pechino è meno caotica, meno sporca, più verde e più variegata: i malesi sono tutti diversi tra loro e mescolano tratti somatici indiani e cinesi. Donne in shorts camminano accanto a donne velate e per strada si vedono soprattutto giovani. Chinatown, con la sua merce taroccata a poco prezzo, ha mandato in visibilio i ragazzi, che hanno fatto man bassa di magliette e altra roba. Dentro il mercato c'era una piscina in cui mettere a riposo i piedi, con dentro dei pesci neri che li mordicchiavano con effetto massaggio; il figlio si è divertito molto, la figlia si è un po' schifata. La mia pazienza è stata poi messa a dura prova da una lunghissa sosta in un palazzo di nove piani tutto dedicato all'elettronica, affollato come se regalassero i cellulari e i computer. Stamattina, aspettando che facesse giorno, mi sono immersa in Madre del riso di Rani Manicka, la storia di una famiglia malese che attraversa tutto il Novecento. Il momento più drammatico della storia di questo paese, che ha conquistato l'indipendenza l'anno in cui sono nata io, il 1963, è stato l'occupazione giapponese. La descrizione delle crudeltà perpetrate da quei soldati è veramente terribile: stupri, sevizie, torture, massacri. Il libro è il classico polpettone che mescola storie e Storia, ma aiuta a vedere il paese da un'altra prospettiva.

mercoledì 23 dicembre 2009

Dubai

Aeroporto di Dubai: nuovissimo, tutto bianco e acciaio. Qui e' l'una di notte ed e' pieno di gente che mangia il cibo di plastica che offrono bar e ristoranti internazionali e che si aggira rimirando negozi identici a quelli di qualunque altro aeroporto. Se non ci fosse qualche donna in burka potremmo essere ovunque. Il primo volo e' passato abbastanza in fretta tra il film 500 Days of Summer e il romanzone di Tash Aw, Mappa del mondo invisibile, in cui due fratelli, presi in un orfanatrofio, finiscono uno in Indonesia e uno in Malesia, mentre sta per scoppiare la guerra civile nel primo dei due paesi. Ci aspettano altre otto ore di volo, mi piacerebbe dormire ma, se non ci riesco, Tash Aw e' un'ottima alternativa.

si parte

E’ uscito il sole e fa caldo, il che è di buon augurio visto che fino a ieri si battevano i denti. Certo al momento di salire sull’aereo un po’ di titubanza c’è, mi si parano davanti agli occhi in rapida successione una serie di catastrofi che potrebbero essere in agguato, penso che avrei bisogno di stare un po’ senza far niente, ma è così bella la prospettiva di dare un taglio netto alla routine, di cambiare clima, paesaggio, cibo, ed è anche bello passare una settimana a stretto contatto con quei tre, che a volte detesto, in gruppo o singolarmente, ma che in fondo amo più di me stessa.

martedì 22 dicembre 2009

Bonjour tristesse

Nell’ultimo numero di Liber c’è un intervento di Antonio Faeti con la proposta di venticinque libri “nati per adulti” che lui consiglia agli adolescenti di oggi. Spinta dalla curiosità sono corsa a comprarmi quelli che non avevo letto: Bonjour tristesse di Françoise Sagan, Dio di Illusioni di Donna Tartt e La casa del professore di Willa Cather. Finito Bonjour tristesse ho pensato a quanto mi avrebbe turbato la lettura di questo romanzo se l’avessi affrontato a quattordici anni. Il cinismo della protagonista, la sua frivolezza, la capacità di giocare con il destino degli altri, l’assenza di rimorsi, quel beffardo richiamo alla tristezza piuttosto che al dolore, mi pare quanto di più lontano ci sia dall’idealismo dell’adolescenza, o almeno della mia di adolescenza. Faeti ha sicuramente fatto una scelta molto provocatoria. Mi piacerebbe vedere l’impatto di questo libro su mia figlia che ancora bamboleggia tra Moccia e i vampiri e che in Malesia si porta il Cacciatore di aquiloni impostole dal prof. di italiano: la rozza crudeltà dei talebani è niente in confronto a quella raffinatissima di Cécile

lunedì 21 dicembre 2009

madri e figlie (per non parlare dei padri)

Fa un freddo cane, al lavoro c’è poco o nulla da fare, chiamo casa e la figlia non c’è. La chiamo sul cellulare e non risponde. Le mando un messaggio. Nulla. Chiamo la tata per sapere se l’ha vista a pranzo. Mi dice con aria indignata che è uscita di corsa dopo aver mangiato e che si è cambiata i pantaloni (come se fosse un presagio di guai). Chiamo il marito, tanto per non chiamare subito la polizia (mia figlia ha tanti difetti, ma mi informa sempre sui suoi spostamenti). Lui è in riunione, c’è qualcuno che parla in inglese in sottofondo. Biascica, un così non va, non si può permettere di uscire senza dirci niente. La immagino seduta in macchina accanto al suo violentatore pariolino o già sgozzata in un vicolo da un tipo rimorchiato su facebook. A un tratto ho un’illuminazione, chiamo l’amica con cui ha passato il pomeriggio ieri. Le dico sono preoccupatissima, Benedetta mi risponde ridendo, è qui da me. In un attimo cala la tensione, lei dice tutta allegra, è il compleanno di Benni, pensavo di sentirti dopo, mi accompagni ad atletica alle sei così mi iscrivo? Passano tre ore e mi arriva un messaggio sul cellullare: il marito si chiede com'è andata a finire, poverino, doveva essere divorato dall’ansia.

domenica 20 dicembre 2009

commenti

Nonostante abbia letto dalla prima pagina all'ultima il volume Blog per negati, dono di chi mi ha dato l'idea e poi il coraggio per buttarmi in questa impresa, ho ancora molto da imparare. In qualche modo intimidisco i miei tre lettori, che quando hanno qualche commento da fare a quanto scrivo usano l'e-mail, facebook o i messaggi sul cellullare. Pietro mi ha scritto che gli piace leggere il mio blog e ha descritto il mio tono con due aggettivi che mi sono piaciuti molto: fragile e saccentina. Sono sempre lì ad esprimere giudizi e non conosco sfumature, per me tutto è bellissimo o bruttissimo; ho voglia di confrontarmi con gli altri e allo stesso tempo ho una gran paura di quello che gli altri pensano di me. Commentate, commentate, sopravviverò.

Boys Without Names

Risolta la questione libri con una rapida incursione alla Feltrinelli di piazza della Repubblica, mi sono rintanata nel mio letto con l’ultimo compito prima delle vacanze, Boys Without Names di Sheth Kashmira. Non mi sono staccata dalle fotocopie finché non sono arrivata in fondo e ho potuto tirare un sospiro di sollievo. Una famiglia abbandona di notte la propria casa diretta a Mumbai. Il raccolto è andato male, il padre ha dovuto vendere la fattoria e indebitarsi, spera di trovare un lavoro nella grande città, dove abita suo cognato. Arrivati a Mumbai, non avendo i soldi per l’autobus per tutti, il padre lascia la moglie e i tre figli alla stazione e va in cerca del cognato. Passano due giorni e non torna: Gopal, a soli undici anni si trova a doversi prendere cura della madre e dei due fratellini. Ma le sventure non finiscono qui… Finalmente, dopo tanti libri così così, un libro importante. Gopal si salva dalle situazioni in cui finisce cercando sempre di stabilire un rapporto con chi ha di fronte, usando l’arma della parola e del racconto. Chissà se prenderanno in considerazione questo romanzo o penseranno che, siccome è piaciuto a me, non ha mercato.

prima della partenza

mancano tre giorni alla partenza per la Malesia e i miei unici preparativi sono consistiti in una serie di acquisti compulsivi di libri su Ibs e feltrinelli.it. Loro continuavano a mandarmi newsletter con sconti vari e io continuavo a comprare. Il risultato è che non ho nessun romanzo malesiano da mettere in valigia e una pila di letture deprimenti tipo I racconti della Kolyma e A sangue freddo di Capote. Oggi affronterò il freddo polare per procurarmi in libreria qualcosa di più consono.

sabato 19 dicembre 2009

cartolina di natale


Questa è la cartolina di natale del mio amico Massimo. Massimo disegna, scrive canzoni, suona la chitarra, canta, va in bicicletta, gira video e in più fa il maestro e lo fa a modo suo, mescolando tutto ciò che lo appassiona e lo diverte. I bambini lo seguono rapiti, le sue non sono classi, sono sette angeliche.

venerdì 18 dicembre 2009

accabadora

La Sardegna, una quarta femmina che nasce non voluta, una vecchia sarta che la prende con sé: Accabadora è un romanzo breve che si legge d'un fiato. Racconta con una lingua ricca e incisiva l'amore tra una madre e una figlia reso più intenso dal non essere un legame di sangue. C'è poi il tema dell'eutanasia, della morte che in una società contadina viene somministrata senza fare tante storie quando non c'è rimedio contro le sofferenze dell'agonia. Bonaria Urrai con i suoi slanci e i suoi silenzi, la sua sensibilità e le sue durezze è un personaggio che non si scorda facilmente.

Il mio amico Eric

Che cosa mi sta capitando? E’ la seconda volta in pochi giorni che vado al cinema sicura di vedere un bel film ed esco insoddisfatta e piena di dubbi sulla mia capacità di comprensione. Il film dei fratelli Cohen non mi aveva entusiasmato, ma quello di Ken Loach l’ho trovato proprio brutto. C’è un omino magro e depresso che lavora alle poste. Vive in una casa squallida con due ragazzoni pigri e maleducati, i figliastri; la seconda moglie se n’è andata lasciandoglieli. In camera ha un poster a grandezza naturale di Eric Cantona e un giorno il calciatore in persona si materializza sul suo letto. Quando in un film compare un angelo, o sei Wim Wenders o fai una boiata (lo stesso vale per Humphrey Bogart, o sei Woody Allen o lascia perdere). Cantona è l’angelo sentenzioso che dà i compiti al suo omonimo sfigato: vuoi la tua prima moglie? Datti da fare per riconquistarla. Il tuo figliastro vive sotto la minaccia di un gangster che gli fa custodire la sua pistola? Organizza una bella spedizione punitiva con i tuoi amici tifosi, armatevi di pistole che spuzzano vernice e vedrete che non vi darà più fastidio. Dal regista di Piovono pietre una favola con finale zuccheroso non me l’aspettavo proprio. La storia d’amore mi è parsa fasulla e indigesta: lui ha conosciuto lei da ragazzo, l’ha messa incinta, l’ha sposata, poi è scappato davanti alla responsabilità ma non ha smesso di amarla; lei ha tirato su la figlia da sola tra mille difficoltà, l’ha odiato per averla abbandonata ma non ha smesso di amarlo e quando la figlia resta a sua volta incinta i due si ritrovano a voler fare i nonni insieme, bleah! E’ un film che gronda buonismo (vedi i postini che fanno a gara per raccontare le barzellette al collega depresso, vedi la foto ricordo finale con i figliastri ripuliti e ravveduti). L’unico momento di sollievo l’ho provato quando si sono riaccese le luci e ho visto sulla faccia della mia amica Eleonora la stessa perplessità che c’era sulla mia.

mercoledì 16 dicembre 2009

Partenze

Ieri ha mandato una mail a me, a papà e all’altra sorella dal tono tramortito. Oggi al telefono era tutta pimpante e l’idea di tornare a vivere a Indianapolis non la sgomentava più. Questa è la forza di mia sorella minore: riesce ad aggiustarsi gli eventi, guarda avanti, procede leggera con una grande fiducia in se stessa. Mi ha detto che è contenta per suo marito che diventa “vice president” mentre la prima volta erano andati lì come due “poveracci”, che in fondo a Firenze non ha grandi legami. Io sono convinta che sia un’ottima cosa per loro e soprattutto per la bambina che mette le basi per un futuro lavorativo lontano da questa palude. Per quanto mi riguarda, già da un po’ il mio perimetro si è ristretto: non solo non andrei a vivere a Indianapolis ma neppure a Trastevere o Parioli. Certo se Berlusconi dura ancora dieci anni anche Indianapolis diventa la Mecca.

martedì 15 dicembre 2009

Tre vite

Penelope Lively è per me una scoperta recente e da quando ho letto il suo primo libro non ho smesso di comprare e leggere anche gli altri. Ho cominciato dai più vecchi e sto arrivando ai più recenti. Tre vite l’ha scritto nel 2007 e in Italia è uscito l’anno dopo. All’inizio c’è una ragazza dell’alta borghesia londinese che si innamora di un giovane artista e va a stare con lui in uno scomodo cottage in campagna, affrontando una vita austera ma piena di passione. Il rapporto tra i due è un idillio; a spezzarlo ci pensa la guerra, lui viene ucciso a Creta e lei resta sola con una bambina piccola. La seconda vita è quella della bambina che diventa donna, frequenta un uomo ricco, resta incinta ma non lo sposa perché non vuole adeguarsi a uno stile di vita che non sente suo (troverà in età matura un poeta-meccanico con cui sarà amore a prima vista). Con la terza generazione si chiude il cerchio: Ruth visita il cottage dove hanno vissuto i suoi nonni ed è attratta sia dalla casa sia dall’uomo che l’ha comprata e vi abita. Come tutti i libri di Lively Tre vite parla d’amore e ne parla dal punto di vista femminile. Qui però per la prima volta l’autrice, solitamente molto sofisticata, sfiora il romanzo rosa: tutt’e tre le sue eroine a un certo punto trovano l’uomo dei loro sogni e lo riconoscono parlando con lui e provando la sensazione di conoscerlo da sempre. Certo la storia più lontana nel tempo e più drammatica è la più idealizzata, ma anche le altre due eroine hanno la loro occasione di sperimentare l’Amore, di trovare la loro anima gemella. Da ragazzina sognavo l’uomo perfetto, quello che avrebbe condiviso tutti i miei interessi e le mie passioni. Crescendo, ogni volta che mi sembrava di aver trovato il soggetto giusto, ho preso delle incredibili batoste. E’ per questo forse che diffido dall’idea di anima gemella nella vita come nella letteratura?

lunedì 14 dicembre 2009

Il set di Tutti pazzi per amore 2

Oggi gita a Cinecittà con i miei amici Michele e Andrea. Eravamo attesi sul set di Tutti pazzi per amore 2. Io e Andrea siamo partiti da Saxa Rubra, Michele ci ha raggiunto lì, come al solito in ritardo, come al solito lamentoso e di cattivo umore. Il suo umore è peggiorato quando gli ho detto che dovevamo star lì fino alle cinque per aspettare la coreografia, ma poi si è tranquillizzato e alla fine si è impegnato a fare le riprese del balletto, un misto di ballerini professionisti e di attori (comprese le due vecchie zie), tutti vestiti da indiani, tutti ancheggianti e ammiccanti. Solfrizzi è sempre simpatico e super disponibile, ma anche la Liskova, i ragazzi e il regista mi sono piaciuti molto. C’era un’atmosfera operosa e molto allegra e il divertimento di chi lavora a questa fiction dona al prodotto una qualità particolare, risulta contagioso. Una delle cose migliori che produce la nostra tv.

domenica 13 dicembre 2009

Francesca

Domenica pomeriggio, al Politecnico siamo in cinque, io, le mie due amiche e altri due tizi. Proiettano il film romeno Francesca. Un pugno nello stomaco. Francesca ha trent’anni, un lavoro di maestra d’asilo che le piace, una madre che ama, un fidanzato belloccio a cui tiene molto, degli amici simpatici. Vuole andare a fare la badante in Italia perché i soldi non bastano. Tutti le dicono di non andare: ogni romeno ha qualcosa contro gli italiani, chi dice che sono razzisti, chi maiali, chi sfruttatori. Ma Francesca è piena di energie e di sogni e pensa di potercela fare. Nel frattempo il fidanzato ha chiesto un prestito agli strozzini e questi gli stanno addosso. Va a finire male. Un film bello ed essenziale, non c’è un’inquadratura di troppo, né una battuta sbagliata, lo squallore di Bucarest ti entra nella pelle e lo sguardo perso della splendida protagonista t’insegue a lungo.

sabato 12 dicembre 2009

A Serious Man

Mi piacciono molto i fratelli Cohen, ma il loro ultimo film mi ha deluso. Il primo tempo carica lo spettatore di aspettative: il tema è la sfortuna, l'impossibilità di un uomo di contrastare le avversità del destino. Ci sono dei momenti molto divertenti, nel migliore stile dei Cohen: quando il professore si trova a fronteggiare un cocciuto studente coreano che pretende di ottenere la sufficienza pagando una tangente non richiesta o in alternativa denunciando il prof per calunnia e quando il protagonista torna a casa e la moglie gli comunica con tono risentito che lei ha trovato un compagno più affidabile ed efficiente di lui nel loro amico rimasto vedovo. Il resto è tutto già visto: i figli litigiosi e infingardi, il fratello malato, i problemi economici, di salute, il vicino nazista, la vicina sciroccata, gli incidenti stradali, persino il tornado... E i rabbini cincischiano: c'è ancora bisogno di fare ironia sull'incapacità della religione di risolvere i problemi degli umani?

venerdì 11 dicembre 2009

la tempesta e il tramonto



uno dei motivi per cui sono andata a Venezia era vedere questo quadro. Ora è a Castelfranco per una mostra e quindi il mio desiderio è stato frustrato. Alla mostra c'è anche Il tramonto che non conoscevo e che mi pare altrettanto magnifico. Vorrei essere lì.

un caso di coscienza 4

Quando vedi il numero 4 dietro a una serie già t'indisponi. Quando poi davanti alla televisione qualche volta transiti ma di questa serie non hai mai visto una puntata, né della sua parente Sospetti (stesso protagonista e stesso regista), al pensiero di intervistare i diretti interessati un po' ti imbarazzi. Alle dieci puntuale ero seduta nella sala di Mazzini per l'anteprima. C'erano praticamente solo gli attori, desiderosi di rivedersi. Un caso di coscienza mette al centro un avvocato buonissimo che aiuta i deboli contro i forti e i prepotenti. Alcuni attori sono bravi, altri così e così, altri sono ceffi da fiction. A colpirmi è la stata la scelta di cominciare con il tema del bullismo e con un ragazzo caduto dal tetto della scuola. La colpa inizialmente cade su un professore che tutti i ragazzi odiano. E' vecchio, solo, dà voti bassi e non si interessa alla psicologia dei suoi allievi. Il preside, che non lo sopporta, non lo difende. Una compagna del ragazzo però parla, rivela che il vero problema erano tre bulli che l'avevano preso di mira da un anno. Mi è piaciuta l'attrice che fa la madre del ragazzo, un'infermiera sola, che ignorava i problemi del figlio e che in tribunale si sente morire un'altra volta sentendo cosa ha subito e cosa le ha nascosto per proteggerla. Il soggetto di serie l'ha scritto Andrea Purgatori, quello di Fortapasc, e si vede, ci saranno anche sguardi languidi, battute ruffiane, siamo pur sempre su raiuno in prima serata, ma questo inizio non era male per niente.

giovedì 10 dicembre 2009

il libro dell'anno

quando ho sentito che La piazza del diamante di Mercè Rodoreda era in lizza per il miglior libro del 2009 a Fahrenheit ho fatto un salto. Sono andata a cercarmi la mia copia del libro. E' di Bollati Boringhieri ed è datata 1990. Mi ricordo benissimo quanto mi era piaciuto: ero andata a caccia di tutto quello che potevo trovare sull'autrice catalana e nella mia libreria figurano anche Via delle Camelie, Aloma, Il giardino sul mare e Lo specchio rotto. Mia madre aveva comprato diverse copie della Piazza del diamante per regalarle a natale alle sue amiche. E' bello che i libri che valgono vengano ristampati e riscoperti ma assegnare un premio al miglior libro dell'anno non dovrebbe essere un modo per far scoprire autori nuovi?

mercoledì 9 dicembre 2009

istinti omicidi

e se lo soffocassi sul nascere questo mio blog, a chi dispiacerebbe? Che senso ha una scrittura che mescola i fattacci miei ai miei banali commenti su libri e film? L'altro giorno non l'ho scritto, ma vedendo il film di Rubini mi sono dolorosamente identificata in quel padre un po' folle che insisteva a sentirsi pittore e non capostazione. Uso il blog per fare la maestrina, per assegnare dei voti, per non sentirmi frustrata. Non è questo lo spirito della rete, tanto varrebbe usare un vecchio taccuino. Forse quello che più mi attira è che basta un gesto per far sparire tutto.

martedì 8 dicembre 2009

Murad, Murad


cosa può spingere una architetta palestinese un po' sovrappeso a salire di notte su un autobus insieme a un gruppo di ragazzi che tenta di entrare di nascosto a Tel Aviv? Solo un grande coraggio e la voglia di documentare passo dopo passo una situazione folle che è sotto gli occhi di tutti. I palestinesi muoiono di fame e non possono più andare a Israele a lavorare, per guadagnare qualcosa i giovani sono disposti a camminare per chilometri nel buio, e ad affrontare l’esercito rischiando una pallottola o la prigione. Tutto ciò a cui aspirano è una paga giornaliera: puliscono locali, fanno di nascosto i lavori più umili e peggio pagati e così riescono a mantenere intere famiglie. Nell'editoria esiste una categoria che non è propriamente letteraria ed è quella dei libri necessari: Suad Amry ha scritto un libro così ed è riuscita a raccontare un’impresa serissima con tono lieve e autoironico.

a Venezia

Venezia è bellissima, ma non è la città più allegra del mondo. Aggiungici una sindrome premestruale insolitamente acuta che ha fatto scivolare il mio abituale pessimismo in un travolgente catastrofismo; un marito catatonico (se era stanco a casa, come poteva rianimarsi dopo aver passato la giornata a camminare, lui che non sa cosa sia l’esercizio fisico?); una figlia iperstrafottente (tutta qui Venezia? Potevamo risparmiarci la fatica); un grosso libro in inglese su una famiglia straziata dalla morte dell’amato zio nella metropolitana di Londra; e per finire l’incontro con una cugina di Genova che non vedo mai e che sfoggiava non una ma due, dico, due, figlie adolescenti, perfette: gentili, affiatate tra di loro e soprattutto così interessate alla città da leggere ad alta voce la guida a beneficio del fratello minore… Ce n’era abbastanza per rendere la mia una vacanza da incubo, e in più ho perso degli orecchini carissimi che mi ero fatta regalare qualche anno fa dal marito. Della serie: era meglio se stavo a casa.
Nonostante la fitta pioggia l’ultimo giorno è stato il migliore: come capita in genere al terzo-quarto giorno di distacco dal lavoro la smorfia di tensione sulla faccia del marito se n’è andata, la figlia, senza le ragazze di mia cugina da scandalizzare si è un po’ placata; e io ho ritrovato gli orecchini e la voglia di tornare a Venezia.

sabato 5 dicembre 2009

L’uomo nero

Il lancinante velleitarismo di un aspirante artista che pensa solo ai suoi quadri, l’invidia dei compaesani tronfi, il travagliato rapporto tra un marito e moglie che si amano ma non si capiscono, un mitico zio playboy che finisce vittima dei suoi stessi raggiri, l’attrazione di un ragazzino per tutto ciò che è rischioso, un compleanno che segna la fine dell’infanzia e infine una svolta della trama che strappa un sorriso proprio nel momento più commovente del film. Rubini racconta molto bene la Puglia di quando era bambino e ha scelto gli attori giusti per essere accompagnato in questa impresa. Avrei preferito non vedere quello che il protagonista immagina, i morti che ammiccano, ma è un dettaglio, il film merita e convince.

venerdì 4 dicembre 2009

il divo, la moglie, il manager

Primo pomeriggio in studio. Compito di prestigio: accogliere il divo, che sarà ospite della trasmissione insieme alla moglie e scortarlo fino alla poltrona per il collegamento. Ad accompagnarli una truccatrice, un parrucchiere, il manager e la segretaria del manager. Il più indecoroso è il manager: grasso, spettinato, volgare, si sente il padrone, irride tutti, minaccia, fa il suo piccolo show. Ma anche il divo non scherza: la sua comicità si basa sulla battuta greve e al complimento del condottore rivolto alla moglie, risponde, non ti ingrifare. Lei è Barbie ed è anche vestita come Barbie: jeans, maglietta scollata del colore degli occhi, tacchi vertiginosi. Dura meno di mezz'ora ma mi sembra un'eternità. Ora come antidoto devo leggere almeno tre dattiloscritti in inglese e, per pietà, lì niente tv e niente divi.

Se fosse un altro

Se fosse un altro uomo, il marito di un’altra, non esiterei a concludere che ha un’amante. I sintomi ci sono tutti: improvvise trasferte a Milano, a casa sempre più tardi, una telefonata al giorno come tutto contatto, lo schermo del computer che ormai è un prolungamento del corpo, l'auricolare incollato all'orecchio, a letto la sera quando io già dormo, inediti risvegli all’alba. Siccome è lui, penso che stia vivendo l’ennesima emergenza sul lavoro, il che non rende meno desolante il quadro di insieme. Domenica partiamo tutti e quattro per Venezia tra nubi e acqua alta. Chissà se lì ci incontreremo?

giovedì 3 dicembre 2009

fuori luogo

Entro nella segreteria della scuola media di mio figlio per chiedere un certificato. Su un computer c’è l’immaginetta a colori della Gelmini in veste di beata e sotto c’è scritto Santa Ignoranza. Non ho nessuna simpatia né stima per la Gelmini, ma la vista di quell’immaginetta in quel luogo mi colpisce per la sua incongruità, è come se in una stazione di polizia o in un tribunale ci fosse una caricatura di Napolitano. Anche le persone per bene nel nostro paese cominciano a perdere i colpi.

mercoledì 2 dicembre 2009

Lo spazio bianco

Come speravo, il film è più bello del libro. Quando è uscito Lo spazio bianco di Valeria Parrella sono corsa a comprarlo, attirata dal tema (i pensieri di una donna davanti all’incubatrice con dentro la sua bambina prematura, una cosa che io ho vissuto in prima persona). Il libro mi aveva un po’ delusa, mi era parso fuori fuoco, un po’ piatto dal punto di vista narrativo e fin troppo ricercato da quello stilistico. Francesca Comencini è stata capace di dar vita sullo schermo alle emozioni di una donna sola. Margherita Buy è al suo meglio, non buyeggia e, finalmente smessi i panni della moglie tradita che troppi registi amano cucirle addosso, è un personaggio pieno di sfaccettature, ora piena di tenerezza e premure verso i suoi alunni invecchiati e le sue compagne di sventura, ora implacabile verso il medico paternalista più incline a offrire generico conforto che spiegazioni scientifiche. L’unico difetto del film è quello di aver ceduto alle lusinghe del lieto fine: la storia doveva interrompersi nel momento in cui la madre entra nell’ospedale dove i medici hanno staccato la bimba dalle macchine che la facevano respirare. Sono passati due mesi dall’inizio dell’avventura, la madre è una donna diversa, ha pensato tantissimo a quella maternità non voluta, l’ha maledetta e l’ha benedetta, e alla fine ha scelto di crederci. Vedere la Buy tutta felice con una bambina in braccio può strappare una lacrima allo spettatore, ma contraddice il tono del racconto, ne incrina la forza.

martedì 1 dicembre 2009

I colloqui di classe

I colloqui di classe sono il peggior incubo di ogni genitore. Lo erano quelli delle elementari, lo erano quelli delle medie e oggi ho sperimentato come lo siano anche quelli del liceo. La gente dà il peggio di sé: si accalca all’entrata, spinge, corre fino ad arrivare davanti all’ambito foglio di carta attaccato alla porta del prof. Spudoratamente ogni signora riempie il foglio con i nomi delle sue amiche. I colloqui cominciavano alle tre e mezza, sono arrivata con cinque minuti di anticipo e sul foglio della prof di storia mi sono iscritta come trentesima. Ci sono i prof. sbrigativi e li bacerei in fronte, poi ci sono i prof. logorroici e poi ci sono i genitori che quando conquistano il loro turno non lo lascerebbero per nulla al mondo. Ho parlato mezzo minuto con geografia e due minuti con italiano (lui mi ha detto che è indeciso se far leggere ai ragazzi come primo libro del mese Il cacciatore di aquiloni o Mille splendidi soli, sigh) poi, dopo una lunghissima attesa, con quella di storia. Stamattina alle dieci mi era arrivato il messaggio della figlia: non sono andata bene in storia. Le avevo risposto: 5? E lei 5 e mezzo. Non male per una che si offre volontaria per riparare un 4. La prof di storia è giovane carina idealista e scoraggiata. Le ho offerto tutta la mia solidarietà, le ho detto che ho una figlia sventata, superficiale, disinteressata al mondo che la circonda, approssimativa nel modo di esprimersi e anche a volte di pensare. Alla fine era lei che cercava di consolare me, non è solo sua figlia, anzi lei non è tra i peggiori. Ho sentito alla radio che la Merkel ha nominato ministro del lavoro una donna con sette figli che prima era ministro della famiglia. Chissà come se la cava la biministra con i colloqui di classe.

lunedì 30 novembre 2009

chi è mia figlia

Esco di casa la mattina con il magone per il tono aggressivo con cui mi si rivolge. Mentre guido e ascolto la rassegna stampa di radiotre penso a dove ho sbagliato, a come ho fatto a renderla così selvaggia, così sciatta e menefreghista. (Ieri sera ci ha fatto una super scenata dopo che il padre le aveva chiuso facebook indignato perché aveva calpestato dei fogli importanti usciti dalla stampante che è in camera sua). Tornando a casa alle due mi chiama e, sempre con il tono aspro che aveva al risveglio, mi annuncia che andrà a studiare storia da una sua amica perché da sola non ci riesce, però alle sei mi aspetta per un super ripasso. Sa che il suo quattro in storia per me è una spina nel fianco, e sa anche che domani ci sono i colloqui con i professori. Al lavoro sono presa da beghe varie e alle cinque e mezza anche se è tutto per aria, i turni di montaggio, i materiali da cercare, l’intervista all’australiano da tradurre, mi precipito a casa. Mi spiazza subito, è sorridente, disponibile, si è preparata, ha riempito una serie di foglietti di schemi. E’ vero che si esprime in modo approssimativo, che dice esercito poderoso senza chiedersi cosa voglia dire questo aggettivo, che lavora di memoria più che di comprensione, però si è impegnata. E’ un’altra rispetto a stamattina e ieri sera, chiacchieriamo dei suoi professori, mi racconta dell’ennesimo tema sull’adolescenza che ha fatto a scuola, è sicura di aver preso un bel voto. Esco dalla sua stanza alle sette più confusa che mai. Chi è mia figlia? Quel mostro scalciante che chiede soldi e insulta o questa docile ragazzina preoccupata di sfigurare di fronte all’arcigna professoressa di storia?

domenica 29 novembre 2009

La chiave fatata

Ieri sera ho visto da Fazio una maestra che testimoniava il lavoro d’inserimento con trentasei bambini rom prima che il campo in cui abitavano venisse sgombrato. Ho ripensato ai documentari della Chiave fatata, il lavoro più interessante che io abbia fatto in rai e il meno considerato. Può darsi che quei documentari non fossero un granché, ma mi sembra che rispondessero a un bisogno reale, quello di raccontare l’entusiasmo e l’impegno con cui maestre e maestri costruiscono le basi di una convivenza civile tra alunni di varia provenienza e le reazioni dei bambini, i rapporti tra loro, le aspirazioni, le paure, i successi e le difficoltà. Le puntate della Chiave fatata hanno un record di repliche sul canale satellitare che ora si chiama rai scuola, ma semplicemente perché non si sa che mandarvi in onda. Su di loro non è uscita una riga; ho mandato dvd a chiunque mi sembrasse sensibile al tema dell’immigrazione visto dalla parte dei bambini e dai giornalisti non ho avuto uno straccio di risposta. Mi ha telefonato il prof. di storia della lingua italiana con cui mi sono laureata, a lui sono piaciuti e mi ha fatto un grande piacere.

sabato 28 novembre 2009

la baby sitter e la rock star 2

E invece il libro è stato capace di stupirmi. Un incrocio indigesto tra Cenerentola e Jane Eyre con una spruzzatina di Pace Corps: il cantante vuole sposare la babysitter vergine, ma il giorno delle nozze si scopre che in una delle stanze della sua magione si nasconde la sua prima moglie che è diventata schizofrenica a causa delle droghe ha preso insieme a lui. La babysitter innamorata scappa e fa perdere le sue tracce. Conosce un ragazzo, sta per andare ad Haiti ad aiutare i bambini con lui, ma entra in un cinema, vede un film sulla vita del cantante, scopre che si è ferito gravemente nel vano tentativo di salvare la moglie suicida, corre da lui, gli promette che lo sposerà e tornerà a farlo cantare. Il tutto senza un briciolo di humour. E dicono che in America sarà un successo.

la baby sitter e la rock star

Nel libro che sto leggendo per la mondadori a pagina 6 la protagonista, una dicianovenne rimasta orfana e senza un soldo, ottiene l'incarico di babysitter per la bambina di una stella del rock. E' possibile che la dicianovenne seria e studiosa non conquisti l'ex dissoluto? Mi mancano solo duecento pagine per avere la conferma di una trama che difficilmente mi riserverà qualche sorpresa.

santa maria della pietà

A Santa Maria della Pietà c'ero stata per mio suocero, che ha passato il suo ultimo mese di vita ricoverato in uno dei padiglioni dell'ex manicomio, ora trasformato in una casa della buona morte. Oggi ci sono tornata per una visita guidata al museo della mente che si trova in un altro dei numerosi padiglioni sparsi nel parco. E' un posto inquietante il Santa Maria della Pietà: per quanto oggi sia solo un grande giardino abbastanza curato, con bellissimi alberi secolari, è come se l'eco dei matti che vi si aggiravano reclusi sia in qualche modo rimasta nell'aria. Bene hanno fatto a dedicare uno spazio a un museo che raccoglie le testimonianze dei ricoverati, i loro oggetti d'uso quotidiano, i disegni, la storia di Basaglia e della sua rivoluzione. Ma la cosa più bella e innovativa del museo è che prima di arrivare alla parte storica e documentaria si passa per un percorso esperenziale. Prima guardi una stanza speciale attraverso un buco e ti accorgi che vedi solo quello che vuoi vedere, quello che sei abituato a vedere, poi hai un microfono davanti e per sentire delle voci strane devi parlare e dici cose inconsulte perché sei teso a cercare di capire quello che senti, poi ti trovi davanti a uno schermo che ti fa vedere te stesso prima o dopo, non nell'istante in cui sei lì davanti, e ancora: c'è un tavolo in cui devi puntare i gomiti e mettarti le mani sulle orecchie per sentire una voce che ti parla e una sedia che ondeggia davanti a uno schermo con una confusione di fotografie e racconti che si sovrappongono... Quindi prima di conoscere la storia del luogo devi uscire da te, provare una condizione altra, smarrirti per disporti all'ascolto. L'unico problema per me è stato l'eccesso di zelo del direttore, una persona animata dal sacro fuoco della divulgazione. Eravamo una quarantina, ci ha sequestrato dalle dieci del mattino all'una e mezza, riempendoci di raccomandazioni, racconti, invettive, ponendo domande e dandosi le risposte. Ci ha spiegato tutto su come vediamo la luna, sull'elettroshock, sul vero scopritore dell'Alzheimer, sul malato che ha intagliato un muro di centocinquanta metri a Voghera... Mezza tramortita alla fine della visita pensavo agli studenti di liceo a cui fa da guida tutti i giorni: rumoreggiaranno a differenza di noi adulti che lo seguivamo composti e rassegnati o magari sarà capace di incantarli?

giovedì 26 novembre 2009

mostri sacri

quando torno dal lavoro dopo le sei in macchina mi capita di ascoltare Mostri sacri. Un personaggio noto racconta gli incontri che hanno segnato la sua vita. E' una variante della trasmissione Sulla via di Damasco in cui sempre un personaggio noto parla dei libri che hanno accompagnato la sua formazione. Questa settimana a Mostri sacri c'è Jaqueline Risset. E' una donna molto colta, ma anche intelligente e spiritosa, ha conosciuto gente come Jakobson o Lacan, che la maggior parte di noi ha incontrato solo all'interno di un volume. Il problema non è lei, sono i due intervistatori. Sono due tipi imbalsamati, si sforzano di tenere la conversazione su un piano elevato, al massimo concedono al loro intervistato qualche aneddoto, ma subito lo appesantiscono sforzandosi di far vedere quanto sono preparati. Risset racconta quanto Lacan tenesse all'eleganza negli abiti, loro la interrogano sul lacanismo. Lei chiacchiera, loro pontificano. Che radio è?

L'amore, un'estate

Nei romanzi e nei racconti di William Trevor c'è sempre una grande tensione, la tragedia è dietro l'angolo, si nasconde dietro la banalità della vita, ma ci avvolge sin dalla prime pagine suggerendo un'inquietudine, accendendo un allarme. Nel suo ultimo libro, L'amore, un'estate Trevor sceglie un passo diverso, meno concitato, si sofferma a lungo a descrivere un piccolo paese, i suoi abitanti, sembra inizialmente vagare con lo sguardo senza una meta precisa, limitandosi a registrare quello che vede. Poi dall'insieme dei personaggi emergono in primo piano due figure: una ragazza allevata dalle suore e fatta sposare a un agricoltore che ha ucciso per errore sua moglie e un ragazzo rimasto orfano che sta per abbandonare l'Irlanda. C'è una scena memorabile in questo romanzo: è quando Ellie torna a prendere le sue cose per fuggire con Florian (che non ha nessuna voglia di portarla con sé). Ellie trova a casa il marito ed è sconvolta, teme di essere stata scoperta. Anche lui è fuori di sé e le racconta di aver parlato con il matto del paese. Il marito accenna a un tradimento, a una grande vergogna ed Ellie trema, ma poi capisce che il matto ha sparlato della moglie morta, non di lei. Capisce anche che suo marito ha bisogno di lei, che non sopravviverebbe al suo abbandono. Storie così sono state raccontate mille volte, ma la bravura di Trevor sta nella costruzione del dialogo tra moglie e marito, nel susseguirsi di sorprese e emozioni condensate in poche pagine e poi nell'eco che questo dramma privato suscita in una donna presentata all'inizio, una donna che si è rovinata la vita per un amore sbagliato e che ha osservato tutta la vicenda palpitando da lontano.

mercoledì 25 novembre 2009

donatella maiorca

Donatella Maiorca è la regista di Viola di mare, film che racconta l'amore tra due ragazze nella Sicilia di fine ottocento. Mi è parso un bel film, pieno di luce e energia e le due attrici, Valeria Solarino e Isabella Ragonese sono molto intense. Era da un mese che stavo appresso alla Maiorca per un'intervista per Liber. I contatti li avevo con un ufficio stampa tra i più disorganizzati che mi sia capitato di incontrare. Pochi messaggi e confusi, sì l'intervista la fa, ci può rimandare le domande perché l'allegato non si apre, ops la Maiorca è in America, però quando torna la fa. Oggi finalmente ci siamo sentite al telefono: io ho aggredito lei perché si era fatta attendere così a lungo, lei me perché l'idea di un'intervista via mail le sembrava assurda. Ci siamo calmate e date un appuntamento telefonico per le sette. Alle sette mi ha detto che doveva portare fuori il cane, alle sette e mezza non era tornata. Alle otto ho fatto un ultimo tentativo. Ha un bell'accento siciliano e quando la smette di stare sulla difensiva è una persona intelligente e appassionata. Speriamo che non sia troppo tardi per inserirla nella rivista.

martedì 24 novembre 2009

Papà e le donne

Veramente dovrei scrivere le donne e papà, perché sono loro il vero mistero, le donne tra i cinquanta e i sessanta, donne colte e intelligenti che non vedono l’ora di uscire con lui, di accettarne la corte discreta, le attenzioni, una cena in un buon ristorante, un cinema offerto. Papà adora la compagnia femminile, è di una galanteria imbarazzante, ma non si sognerebbe di saltare addosso a nessuna. Queste caratteristiche non sono molto diffuse tra gli uomini e immagino che la sua gentilezza disinteressata sia la ragione del fascino che esercita su persone parecchio più giovani di lui. Sarà perché di complimenti alle donne gliene ho sempre sentiti dire troppi, che io non li posso sopportare?

nelle altre famiglie

nelle altre famiglie i figli aspettano i genitori studiando, la mamma torna a casa presto e prepara una bella cenetta, poi arriva anche il padre, tutti gli si affollano incontro, lui dà un bacio alla moglie e poi si cena. Nella mia di famiglia, la mamma passa più di un'ora in un traffico inconsulto non sapendo se maledire la propria mancanza di senso dell'orientamento che le impedisce di cercare strade alternative a quelle bloccate, l'idea di fare pipì a casa, tanto in venti minuti ci sono, o il calcio del figlio che finisce alle sette inesorabilmente. Raccattato il figlio all'ultimo momento, fatta la sospiratissima pipì, la mamma si avvia in cucina e decide di giocarsi la carta più facile, una bella pasta al pesto, praticamente un'acqua sul fuoco e un barattolino da aprire. Mentre "cucina" la mamma chiede ai figli di apparecchiare la tavola e passa presto da un tono di voce normale a un urlo selvaggio: i due stravaccati sul divano si appellano a turni inesistenti. Il culmine si ha quando squilla il telefono: l'apparecchio è al piano di sotto e nessuno ha intenzione di andare a prenderlo. Si scatenano altre urla e quando il malcapitato amico riesce a parlare con la mamma, la prima cosa che le dice è, e se fosse stato qualcun altro, qualcuno che non vi conosce, il tuo capo per esempio?
E il marito? E' a Milano per lavoro (e comunque non bacia la moglie).

lunedì 23 novembre 2009

Perché questo blog

Perché non sono una scrittrice e non sono capace di trasferire i miei fantasmi in personaggi ma ci sono fatti, persone, libri e film che mi si affollano dentro cercando di riemergere sotto forma di parole. Perché un blog a differenza di un diario richiede un filtro, non è puro sfogo e questo mi costringe a prendere distanza, è per me un utile esercizio. E poi perché sono sempre di corsa, sempre all’inseguimento di minimi obiettivi quotidiani e per scrivere mi devo fermare, mi devo isolare, mi devo concentrare. Ultima ragione perché la scrittura mi protegge, costruendo argini provvisori contro minacce reali e immaginarie.

domenica 22 novembre 2009

gli abbracci spezzati

Almodovar non smette di raccontare l'amore nelle sue forme più estreme. Gli abbracci spezzati si apre con l'amore di una figlia per il padre malato terminale, un amore così forte che per farlo ricoverare lei acconsente ad andare a vivere con un vecchio ricchissimo che la disgusta. Dentro il film poi ci sono poi la passione fisica, la gelosia, la morte, il cinema, la maternità in un intreccio pieno di sorprese ed incanto. Emozionante.

sabato 21 novembre 2009

con mio figlio

con mio figlio vado in bicicletta, con mio figlio registro in tv Lie to me e Flash Foward per poi vederli insieme senza pubblicità, con mio figlio faccio la spesa, ma soprattutto con mio figlio parlo tanto e di tutto. Da bambino mi preoccupava per i suoi attacchi di ira, ora mi preoccupa per quanto è affettuoso e assennato.

sotto un tram

ore 9,45 di una mattina insolitamente calda di novembre. Esco di casa per andare a fare la mia lezione di ginnastica preferita, quella di daniele, né troppo blanda, né troppo faticosa. La figlia è a scuola, il marito si è rimesso a letto con il computer, il figlio è su che gioca con la play. Sono immersa nei miei pensieri, a un tratto vedo un uomo molto alto. Mi giro a fissarlo, e penso alla mia irrazionale attrazione verso gli uomini alti. In quel momento sento il tram scivolare a pochi centimetri dal mio braccio sinistro. Non l'avevo visto, né il conducente che stava svoltando aveva visto me. D'un tratto questa mattina di novembre poteva prendere tutt''altra piega: Il tram poteva portarmi via il braccio oppure mettermi sotto del tutto, bastava un altro passo in avanti e i radi passanti avrebbero assistito a un film dell'orrore. Con il cuore in gola riprendo a camminare: è tutto come prima, c'è il sole, la palestra, il pescinvendolo, papà a pranzo, il giro in bici nel pomeriggio. Per un po' l'ombra del tram è ancora nei miei occhi, poi si allontana.

venerdì 20 novembre 2009

spavento

Una moglie sogna la morte del marito. Il marito, uno sceneggiatore settantenne di origine napoletana, comincia a sentirsi prima un po' male, poi malissimo, pensa di essere in fin di vita, non vuole pesare sui suoi cari, si appoggia a una giovane e scombinata aspirante sceneggiatrice che ha appena conosciuto. E' il primo capitolo di Spavento di Domenico Starnone. Ci siamo appena appassionati ai tormenti di Volpe, il protagonista, e scopriamo che la sua è una storia nella storia. Starnone mette in scena un'altra controfigura di se stesso, questa volta sotto i sessanta, uno scrittore alle prese da una parte con La Morte Allegra, cioè la storia dello sceneggiatore malato che non vuole farsi curare, dall'altra con una terribile diarrea nera che lo costringe al ricovero in ospedale. E' un libro che parla di malattia, vecchiaia, morte Spavento e lo fa con grande leggerezza, con ironia e profondità: racconta cosa significa ammalarsi o immaginare di essere malati gravemente; sentirsi in balia di medici e infermieri; cercare di capire dal modo in cui ci trattano gli altri come stiamo veramente; cambiare in un istante tutta la nostra gerarchia di valori (un'emoglobina buona vale all'improvviso più di un premio nobel). Ho sempre apprezzato la scrittura di Starnone, dai romanzi a sfondo scolastico a Via Gemito, ma questo mi pare il suo libro più bello, più irrinunciabile.

giovedì 19 novembre 2009

In Treatment

sono perdutamente innamorata di Gabriel Byrne, lo psicoterapeuta della serie In Treatment. La serie è geniale: apparentemente la cosa meno televisiva del mondo, ma in realtà lo spettacolo più avvincente, coinvolgente ed emozionante che si possa concepire. Due (o al massimo tre o quattro persone in una stanza): un dottore e i suoi pazienti. Ogni mezz'ora corrisponde a una seduta. Mia è una giovane donna in carriera, non si è sentita amata da sua madre, è un disastro con gli uomini, pensa che avere un figlio sarebbe la soluzione a tutti i suoi problemi; April è malata di cancro e non dirlo a nessuno è per lei un modo per negare una realtà che non se la sente di accettare; Oliver è un ragazzino nero grassottello che i suoi genitori si palleggiano, troppo presi dai loro problemi per capire quanto stia male; Walter è un ex amministratore delegato che ha perso il lavoro e la credibilità. Paul Weston (il Gabriel Byrne di cui sopra) lascia parlare ognuno di loro, offre una sponda, aiuta a sciogliere i nodi che tengono aggrovigliate le loro menti, suggerisce una prospettiva diversa dalla quale guardarsi dentro. E' acuto, ironico, garbato, sa essere affettuoso ma anche molto duro, sa tirarsi indietro quando serve, sa superare i limiti se è necessario. Il meglio di sé Weston lo dà come terapeuta. Come uomo è un mezzo disastro e nell'ultima mezz'ora vediamo lui con Gina, la sua terapeuta, a cui confessa debolezze e difficoltà. Le sceneggiature sono perfette, gli attori non perdono un colpo. E lui è così bello.....

mercoledì 18 novembre 2009

sostituzioni

E così ci è ricaduto. Appena tornato dal viaggio in India, ha messo appunto un altro dei suoi colpacci. Si presenta a casa alle sette di sera, beccandoci a tavola. Mangia con noi e butta là, disinvolto, sta arrivando un signore, sarà qui alle otto. Un signore? Alle otto? Ma chi è? E’ venuto a prendersi il computer. Sulla scrivania in salotto c’è, o meglio c’era il Mac del marito. Direi che ce l’aveva da sei mesi, forse qualcosa in più. Era il quinto computer di casa, perché noi due abbiamo i portatili e i ragazzi hanno un computer per uno in camera. Alle otto puntuale è venuto l’acquirente e se n’è andato con il computerone dentro una scatola. Un moto di vergogna per il troppo che ci circonda? Il desiderio di ridimensionarsi? Tutt’altro. E’ uscito un nuovo Mac e non poteva resistere alla tentazione di comprarlo. Nei prossimi giorni si attende l’arrivo del Mostro. Un giorno o l’altro mi sostituirà con una meravigliosa moglie meccanica (e silenziosa).

martedì 17 novembre 2009

illegalità diffusa

parcheggiando la macchina sotto casa mi sono imbattuta nel solito drappello di ragazzetti con la testa rasata, i secchi di colla e i manifesti abusivi del Blocco studentesco. Si muovono in branco, tappezzano le vie dei loro manifesti coprendo quelli di chi ha pagato per farsi pubblicità. Nessuno li ferma. Dov'è il poliziotto di quartiere? Possibile che solo a me tocchi incontrarli tutte le sere? Vorrei essere superman e intervenire.

La sorella di stefano chucchi

La prima volta che ho visto la sorella di Stefano Cucchi è stata ad Anno Zero. Mi ha colpito il contrasto tra il suo bell’aspetto, la calma con cui parlava e la tragedia che era venuta a raccontare. Ci immaginiamo che chi soffre porti sul volto i segni del suo strazio, che si profonda in lamenti. Ho rivisto oggi la bella intervista fatta da Daria Bignardi a Ilaria Cucchi. Ilaria ricostruisce con grande precisione la storia di suo fratello, tutta imperniata su una parole chiave: la fragilità. Stefano era un uomo fragile, lo rivelavano il suo aspetto, la sua magrezza, l’aria da ragazzino e la sua fragilità lo ha portato a drogarsi, a rovinarsi la vita. Su un uomo così, qualcuno (i carabinieri, la polizia, comunque esponenti delle forze dell’ordine), ha infierito a pugni e a calci, e qualcun altro, un medico, un’infermiere ha ritenuto che un uomo così non valesse la pena di curarlo, salvarlo. Il nostro è un paese incarognito, allo sbando; si sente nell’aria. Sapevamo che non bisognava finire in carcere in Turchia, in Thailandia, in Messico, ma ora è sotto gli occhi di tutti che, in Italia, uscire di casa ammanettati può voler dire ritrovarsi una settimana dopo sul tavolo di un obitorio. Quelli che hanno massacrato Cucchi e quelli che hanno lasciato che morisse pensavano che fosse un figlio di nessuno, non immaginavano che dietro di lui ci fosse una famiglia partecipe e amorosa, una sorella implacabile nella sua ricerca di verità. Ilaria ha detto che quello che le fa più male è il pensiero che Stefano si sia sentito abbandonato, che lo abbiano costretto a morire da solo. Ho letto che i tre agenti che l’hanno avuto in custodia sono state trasferiti e uno di loro è lavora in un carcere minorile. Non ho parole.

domenica 15 novembre 2009

è un sacco di tempo che il nome di Silvio Berlusconi non compare più sul mio blog. Non è che di punto in bianco mi sia disinteressata alla politica, o che sia così tranquilla per come va il paese da potermi occupare d'altro, è vero il contrario: sono spaventatissima dalla brutta piega che hanno preso le nostre vicende, così spaventata da non riuscire neppure ad esprimermi in proposito. A fine estate avevo creduto nella possibilità che un leader screditato agli occhi di tutti potesse farsi da parte, ora non ci credo più e soprattutto mi spaventa l'acquiescenza degli italiani di fronte al suo strapotere. E' sotto gli occhi di tutti che lavora a stravolgere le leggi per tutelare se stesso, che il candidato alla regione Campania è un amico della camorra e che è stata la camorra a far sparire la spazzatura dal centro di Napoli (per metterla dove?), i suoi giornali conducono campagne contro chi si oppone, il tg1 è diventato lo zimbello nazionale, raitre sta per essere marginalizzata, ma quello che è peggio è che siamo diventati un popolo di scontenti e di qualunquisti, entri in un negozio e senti lo stesso ritornello, è tutto un magna-magna, qui non si può più stare, bisogna andare via dall'Italia, i politici sono tutti uguali....Non vedo via d'uscita da tanto imbarbarimento, eppure di gente seria, preparata, colta e civile ce n'è...Il fatto è che si sente solo la voce di chi strepita di più e Berlusconi gli strumenti per strepitare ce li ha tutti. Dov'è il nostro Obama, possibile che il male duri così a lungo, che non ci siano in circolo anticorpi?

sabato 14 novembre 2009

addio al precariato

è così è finita la mia vita da precaria, ho ottenuto il mitico posto fisso prima di entrare in menopausa. Stamattina riflettendo su questa tappa, mi sono tornati alla mente i quattro anni passati fuori dalla rai, il periodo più lungo trascorso senza un impegno fisso fuori casa. In quei quattro anni ho letto libri su libri e ne ho tradotti alcuni, sono stata accanto ai miei figli che crescevano e a mia madre che moriva, ho sognato di evadere e sono stata troppo sola con me. Il lavoro, un lavoro in cui la mente sia impegnata, in cui ci si confronta con altri, ma anche un lavoro ripetitivo e banale, per me è la salvezza, è un modo per uscire da me. Quanto bisogna essere equilibrati per saper oziare?

venerdì 13 novembre 2009

un denso venerdì

ore 5, sento il figlio alzarsi pesantemente e venire nella mia stanza. Ieri sera aveva mal di testa, gli tocco la fronte, è calda, mi alzo a prendere la tachipirina. Quando suona la sveglia avevo appena ripreso sonno. Lo lascio davanti alla tv e vado al montaggio: il pezzo su Gianni Morandi è troppo sbilanciato sull'intervista, devo metterci più spettacolo. Il cellullare squilla in continuazione perché mi devono consegnare uno spot del Canale Storia da mandare via ponte a Milano. Finito il montaggio sono a Teulada a inviare i materiali. Tra una telefonata e l'altra si inserisce la figlia: è ricreazione, la voce è mesta, è stata interrogata in storia come temevo e ha preso 4 (ieri le avevo offerto aiuto ed ero stata scacciata, ora mi chiede come può fare per riparare). Altra telefonata: è il marito da Nuova Delhi, si lamenta della pioggia, ironizza su quel marito indiano che per celebrare la moglie morta le ha costruito addirittura il Taj Mal. Riprendo la macchina, attraverso la città, arrivo in redazione. Rispondo alla posta del Divertinglese (firmandomi rigorosamente al plurale anche se da mesi lo staff de il D sono io), leggo velocemente i giornali, prendo le liberatorie e corro al Teatro della Vittorie dove c'è il collegamento con Gianni Morandi, Alessandra Amoroso e Paolo Beldì. Il figlio sta un po' meglio, la figlia chiama entusiasta: ha preso 9 in inglese e 9 in latino. Tv Talk parte in ritardo, lì hanno fretta di fare le prove. Alessandra Amoroso ha alla costole un ragazzetto con i capelli unti e un donnone con uno strano accento straniero. Insieme esaminano a lungo la liberatoria standard, telefonano a chissà chi e alla fine cancellano molte delle voci, come a escludere che la Rai utilizzi il materiale che stiamo per registrare in tutte le repliche che vuole. Finalmente parte le registrazione e mi emoziona vedere il mio servizio insieme ai diretti interessati, non solo Morandi e gli altri, ma tutti quelli che lavorano al Delle Vittorie. Naturalmente passo inosservata, nel video ci sono appena e di spalle, è un po' come essere invisibili e non è una brutta sensazione. Una mezz'ora dopo è tutto finito, devo solo pensare alla cena e trascinarmi fino a casa. Qui mi infilo nella mia tuta grigia, mi accingo ad affrontare un romanzone cino-americano in fotocopie, mi telefona l'avvocato: ho vinto!!! Che giornata...

giovedì 12 novembre 2009

roberto saviano

ieri sera sono rimasta incollata alla televisione. Saviano è bravissimo. Racconta l'orrore e la resistenza senza sbagliare una parola, un gesto, un'espressione. Avevo letto delle due ragazze irachene, una uccisa durante una manifestazione, una stuprata a morte, ma risentire le loro storie ieri, vedere le gigantografie delle loro belle facce serene è stato davvero un colpo al cuore. Altrettanto incisivi i racconti dello scempio del Casertano, della vita da internato nel gulag di Salamov, delle angosce della Politkovskaja prima che la uccidessero. Questa è una puntata che andrebbe proiettata in tutte le scuole, una grande lezione di letteratura e di vita.

mercoledì 11 novembre 2009

la forza delle donne

volevoesserejomarch sta per compiere un anno. Per festeggiare questo primo anniversario oggi parlerò di tre donne, con le quali la mia vita si incrocia spesso e verso cui provo grande ammirazione. La prima è una quasi sconosciuta, è una signora che viene in palestra. Da anni saltelliamo e sudiamo davanti allo stesso specchio, so che è sposata e ha dei figli, ogni tanto scambiamo qualche parola. Quando l'ho vista la prima volta, saranno stati sei-sette anni fa portava un fazzoletto stretto sulla testa, poi con il tempo se l'è tolto ed è tornata a essere una normale signora con i capelli corti e biondi. Aveva avuto il cancro al seno, aveva affrontato la chemioterapia ed era guarita. Ora il cancro le è tornato, fa di nuovo la chemio, ha di nuovo il fazzoletto in testa, ma non demorde, appena sta meglio è lì in palestra al suo posto, sorridente. La seconda è la mia amica G. G ha la la mia età, insegna arte all'accademia, è single, carina, intelligente, simpatica, ama i film e la letteratura e ha la sclerosi multipla. Essere handicappati, diventarlo a un certo punto della vita, in Italia è più terribile che altrove. Ogni volta al cinema devi spiegare che il bastone non lo porti per vezzo, che hai bisogno dell'ascensore, ogni anno devi affrontare un'immane burocrazia per il rinnovo della patente, e poi trovi barriere architettoniche dappertutto, macchine parcheggiate nel posto a te riservato... G. però non demorde, legge, viene al cinema con me, frequenta gli amici, va a fare lezione, osserva la sua malattia e le reazioni che suscita con tutta l'ironia di cui dispone. Accanto a lei i miei guai diventano inezie. La terza e ultima storia è meno dolorosa, e più ordinaria. E' quella di mia zia, la sorella di mia madre, che ha ottantadue anni, vive da sola, dirige un laboratorio di analisi in cui passa tutto il suo tempo. Il sabato sbriga faccende, la domenica va in campagna in un terreno in cui coltiva piante bellissime, la sera della domenica va al cinema. Mia zia è la stessa da quando la conosco, attiva, impegnata, curiosa, partecipe di tutto quello che la circonda. Che sia invecchiata io non me ne sono accorta. Grande è la forza delle donne.

martedì 10 novembre 2009

i sogni delle sette

notte faticosa. Sono andata a letto troppo presto, appena è finita la puntata di Flash Foward. Verso l'una mi sono svegliata e credevo fosse mattina, ero ancora stanca ma non riuscivo più a dormire. Mi sono girata e voltata mille volte, senza un pensiero preciso per la testa. Alle sette finalmente avevo preso sonno, anzi stavo sognando. Sognavo, quando è suonata la sveglia, che c'erano due che mi piacevano e qualcuno mi diceva che potevo tranquillamente andarci a letto. Mi sentivo così felice e sollevata a quel pensiero, mi dicevo, che bello, perché non ci ho pensato prima, sono libera, posso farlo. Quando mi sono svegliata del tutto, ho sentito quella sensazione di leggerezza abbandonarmi di colpo. Forse nei sogni sono l'adolescente che non sono mai stata.

ragazza con paesaggio

Di solito non leggo fantascienza. Mi è capitato tra le mani un romanzo di Jonatham Lethem, Ragazza con paesaggio e ne sono rimasta molto colpita. L’inizio è folgorante: alla vigilia della partenza per il pianeta degli Archisti in cui il capofamiglia Clement, un politico in disgrazia, spera di rifarsi una vita, la moglie Caitlin, si accascia dentro la doccia, mentre è in casa con i tre figli. Pella, che ha tredici anni, deve prendere in mano la situazione. Siamo in un futuro non meglio specificato: la Terra è invivibile, si vive solo al coperto perché il sole emana radiazioni malefiche. Caitlin viene ricoverata e la diagnosi è cancro al cervello. La operano, ma il cancro è già esteso, vive qualche settimana sforzandosi di preparare i ragazzi alla realtà nuova che li attende. Sul pianeta degli Archisti ci sono poche famiglie disunite, un paesaggio desolato, delle creature dagli strani nomi e dai comportamenti bizzarri e un cibo senza gusto. Pella affronta tutt’insieme la mancanza della madre, lo straniamento dei fratelli, l’incontro con un coetaneo attratto da lei, il fallimento del tentativo del padre di creare una comunità, la presenza di un uomo prepotente e violento che domina la scena. Quando si arriva all’ultima pagina dispiace abbandonare Pella al suo destino in quel luogo sperduto e faticoso tra pochi esseri ostili.

domenica 8 novembre 2009

navigazione a vista

è come trovarsi su una scialuppa in mezzo al mare aperto. Oggi si è navigato in acque tranquille, ieri e per tutta la settimana scorsa c'è stato un susseguirsi di burrasche. Avere un'adolescente inquieta in casa è così, non sai mai cosa aspettarti, ti prepari al peggio e non succede nulla, ti rilassi e vieni subissata di richieste e di insulti. C'è stata una sera, credo fosse giovedì, che di fronte all'ennesimo "brutta demente" che mi ha rivolto perché avevo chiesto al padre di ridurle il tempo di accesso a facebook, ho messo le mani addosso a mia figlia. Non l'ho mai picchiata in passato, non ho mai picchiato nessuno, ma l'altra sera mi ha fatto inferocire, sono diventata tutta rossa, l'ho presa per un braccio, anche se lei è più forte di me, e le ho dato un pizzico cercando di farle male. Poi naturalmente a starci male, anzi malissimo, sono stata io, mentre lei ha tirato fuori un risolino, compiaciuta di avermi mandato fuori dai gangheri. Ieri mi sono armata di pazienza, le ho comprato le superga pelose che desiderava, l'ho accompagnata a casa della sua amica e poi sono andata alle undici e mezzo di sera a riprenderla in fondo alla cassia a una festa di sconosciuti. Quest'ultima cosa mi è costata veramente tanto. Avevamo a cena degli amici e chiacchierare con loro mi ha un po' distratta ma non potevo evitare che ogni tanto il mio sguardo vagasse dal telefono all'orologio, tra la paura che il primo suonasse con lei in difficoltà dall'altra parte e il desiderio che si facesse l'ora di riportarla a casa. Non sono paranoica, il fatto è di questa festa sapevo solo che si svolgeva a casa di un ragazzo della sua età, uno del Convitto (scuola di figli di papà che non mi è mai piaciuta), che sarebbero stati una trentina, che non era un compleanno e che ci andava la sua amica Caterina. Ora che ci ripenso, mi chiedo come ho fatto a mandarcela. Domani il marito va in India e torna domenica prossima. Ce la farò da sola? In realtà le decisioni che riguardano i figli le prendo io, ma avere lui vicino mi rafforza e mi dà sicurezza.

venerdì 6 novembre 2009

gianni morandi

oggi sono andata alla conferenza stampa di presentazione del nuovo programma di Gianni Morandi. La cosa buffa è stata che ogni volta che mi accostavo a lui per chiedergli se potevo fargli un'intervista mi beccavo una pacca sulla spalla e un sorrisone perché mi scambiava per una fan troppo timida per farsi sotto. Alla fine sono riuscita a trascinarlo nell'angolo del nostro set, sottraendolo alle signore che lo baciavano e si facevano le foto con il telefonino appiccicate a lui. Nell'intervista ha detto tra l'altro che lui ama il contatto con la gente (al punto che andrà ogni settimana a cantare a casa di qualcuno estratto a sorte tra quelli che ne fanno richiesta), che ha sofferto molto quando il successo sembrava avergli voltato definitivamente le spalle e che non gli sembra vero essere così popolare e così amato. Un altro sorrisone ed è stato risucchiato nel vortice dei baci, dei telefonini e degli autografi.

mercoledì 4 novembre 2009

fine giornata

Mattina piovigginosa. Il marito gentilmente si occupa di fare il tagliando alla macchina, il che significa che sono a piedi. La figlia lamenta un acuto mal di pancia e la lascio a casa suggestionata dai suoi racconti di compagni malati e di epidemie circolanti. Corro a piedi in palestra, ne esco tre quarti d'ora dopo e ripasso per casa. Poso la borsa della palestra e corro alla fermata dell'autobus. Vado all'appuntamento con la curatrice della Storia siamo noi che mi consegna la cassetta della puntata su Grace Kelly che devo ridurre da un'ora a due minuti. La puntata l'ho vista ieri sera e il compito non mi pare troppo difficile. La montatrice ha un muso che non finisce più, ha discusso con il suo capo, che oltre a toglierle duecento euro dal mensile "per colpa della crisi", non le paga gli straordinari che pure carica sulla Rai. Per fortuna è giovane, le piace lavorare e concentrandosi su Grace Kelly, dimentica risentimento e preoccupazioni. Mangiamo un panino al volo davanti al computer. Alle tre e mezzo approdo a viale Mazzini dove è in corso una barbosissima presentazioni su nuove piattaforme televisive. La sala è piena di vip che pian piano se la squagliano alla chetichella. Esco tramortita dagli sbadigli. Devo ancora attraversare il ponte, prendere il tram, comprare il pane, farmi venire in mente qualcosa per la cena. Ora abbiamo mangiato, sono quasi le nove e devo fare da cane da guardia alla figlia che pretende di studiare i fenici chattando su facebook (già ha dato in escandescenze perché l'ho costretta a mangiare la pasta in bianco, quando il suo mal di pancia era miracolosamente sparito). Quanto dura l'adolescenza?

martedì 3 novembre 2009

Pinocchio in tv

Di bello qualcosa c’è: la confezione, i costumi, la fotografia, i paesaggi (il regista è quello di Montalbano e sa come evidenziare i lati migliori dell’Italia); Robbie Kay, l’esile ragazzino inglese con le orecchie a sventola e gli occhi sorridenti; Luciana Litizzetto che dopo aver fatto per anni il grillo parlante ora ci si veste pure; l’idea iniziale di un essere che si affaccia sulla vita all’improvviso senza capirci niente. Ma di brutto in questa ennesima versione di Pinocchio c’è veramente molto: una sceneggiatura prolissa con intenti attualizzanti (l’inutilissimo personaggio della maestra interpretata da Margherita Buy che riflette sulla difficoltà di fare lezione a trenta alunni); un buonismo fuori luogo (Collodi raccontava la miseria nera, non la gioconda solidarietà tra paesani e i convenevoli tra due fieri avversari come Mastro Ciliegia e Geppetto, quelli, lo avranno fatto saltare nella tomba); l’annacquamento del sapore toscano del libro in un beverone in cui si mescolano senza senso dialetti diversi (la cameriera di Collodi che parla napoletano è da brividi); l’annullamento della carica eversiva del testo (l’episodio in cui Pinocchio viene portato in prigione e trattenuto proprio perché innocente io non l’ho visto: mi ero addormentata?); un finale prolungato che è quanto di più sciropposo si sia visto in tv e quel legnosissimo Alessandro Gassman che fa il gran signore e non conserva nulla del giornalista-giocatore-d’azzardo-scrittore-per-bambini-per-necessità-e-controvoglia che era Carlo Lorenzini che a Pinocchio ci teneva tanto poco da impiccarlo a metà romanzo, salvo poi rimetterlo in piedi per le insistenze dell’editore. Insomma una versione illustrativa che coglie gli aspetti più esteriori del racconto senza sfiorare il mistero della sua universalità. Siamo più dalle parti dell’insulso pinocchio disneyano che da quelle dell'angoscioso capolavoro che era la versione di Comencini.

lunedì 2 novembre 2009

ammaniti

Nicolò Ammaniti da Fazio ha detto che Roma è una città nevrotica e che bisognerebbe spruzzarci sopra dagli aerei nubi di psicofarmaci, come un'immensa disinfestazione. Sarebbe bello svegliarsi intontita e serena in una città di intontiti e sereni, sarebbe un bel cambiamento.

via madonna di campiglio 1

Ieri mattina sono andata da mio padre. Mio marito doveva sistemargli il decoder e il modem per connettersi a internet. Papà, pur essendo ingegnere, è l’uomo meno tecnologico del mondo e si sgomenta di fronte a qualsiasi cosa abbia una spina. Quando deve confrontarsi con strumenti nuovi, improvvisamente si ricorda di avere ottanta anni e fa il vecchio in difficoltà. Da quando è morta mamma, la notte di capodanno di sei anni fa, io a casa dei miei genitori ho smesso di andarci. Non è stata una decisione, è successo che, dopo averla frequentata per due anni quasi quotidianamente, io non abbia più avuto motivo di arrivare fin lì. Papà non sa cucinare e quindi è lui a venire a pranzo da noi. E’ capitato qualche volta che andassi a trovarlo se aveva la febbre o quando è stato operato, ma per fortuna di solito sta in gran forma e non ha bisogno di visite. Quella casa, la casa in cui ho vissuto fino a quando sono partita per Milano a ventisei anni, mi fa una tristezza infinita. Ieri mi sono rifugiata sul terrazzino con le mie fotocopie. Il terrazzo con le mattonelle verdi, le pareti scrostate e qualche pianta casuale mi ricorda l’ottobre in cui è nata mia figlia, ci passavo molto tempo quando la allattavo. Era un ottobre mite, lei era minuscola; io pensavo solo a lei, era bello non lasciare che altri pensieri interferissero con la mia desiderata maternità. Il resto della casa invece per me ora parla solo della malattia di mamma. Nel soggiorno vedo ancora l’ingombrante sedia a rotelle su cui stava accasciata, senza poter parlare se non con gli occhi, nel mese che ha seguito il suo ultimo ricovero. La stanza da letto dei miei genitori, in cui ho trascorso tante giornate sdraiata nel lettone quando avevo la febbre da piccola, per me ora è solo dove l’ho vista progressivamente perdere coscienza di sé. Per papà è diverso, quella casa non l’ha mai lasciata, la ama e se ne prende cura. Ieri è venuto sul terrazzo e mi ha detto, tu qui non ci verresti mai a vivere, finirete per venderla. Non era una domanda, era una constatazione. Bisognerebbe convivere in modo più pacifico con i propri ricordi.

domenica 1 novembre 2009

il nastro bianco

Non basta usare un bel bianco e nero, scegliere attori impeccabili, scrivere una sceneggiatura senza sbavature, creare un clima di forte tensione, per fare un bel film. Il nastro bianco mette in scena una piccola comunità contadina raccolta intorno alla casa del barone. Siamo nel 1913-14, la neve ricopre i campi e all'interno delle case ci sono un padre pastore protestante che picchia i figli tornati a casa in ritardo; un medico che insulta l'amante e violenta la figlia; un contadino che piange la moglie morta sul lavoro senza protestare. Un drappello di ragazzi con gli occhi di ghiaccio si aggira tra le case, il figlio del barone viene frustato e legato, il bambino handicappato picchiato e forse accecato. Scoppia la guerra, la caccia al colpevole si dissolve nella chiamata alle armi, quegli stessi ragazzi e ragazze cresceranno fino a diventare i nazisti. Ogni scena è studiata nei minimi dettagli, una porta che si apre e poi si richiude occupa a lungo l'inquadratura in attesa dell'urlo che arriverà dall'altra stanza, ma lo spettatore comincia presto ad agitarsi sulla sedia. Il tutti colpevoli, nessun colpevole lo stanca, la tesi della violenza che genera violenza non gli pare così dirompente. Possibile che a Cannes non ci fosse un film da premiare meno monocorde di questo?

martedì 27 ottobre 2009

sogno ricorrente

quando sono molto stanca, e in questi giorni sono una trottola tra montaggi, interviste, e riunioni scolastiche per i figli, sogno marino sinibaldi. Il sogno ha cornici diverse ma sempre lo stesso contenuto: mi trovo davanti a lui e gli dico quanto mi ha fatto male sentirmi estromessa da fahreneit. Glielo dico con estrema veemenza e mi sveglio stanchissima. Sarebbe bello scacciare questo sogno una volta per tutte.

domenica 25 ottobre 2009

lebanon

Un ragazzo entra dentro un carro armato per la sua prima missione. E' incaricato di puntare al bersaglio e sparare. Fino ad allora la guerra l'ha vista solo attraverso simulazioni. Nel carroo ci sono altri tre ragazzi: un capo dall'aria incerta, un guidatore che si preoccupa per la mamma anziana, un adetto alle munizioni aggressivo e polemico. Lo sportello del carro armato si apre, l'ufficiale che guida la missione si cala dentro e dà le istruzioni in tono perentorio. Siamo in Libano, gli israeliani devono solo attraversare un villaggio distrutto prima di raggiungere una postazione sicura. Il film dura un'ora e in quell'ora succede di tutto: un israeliano della pattuglia a piedi viene ucciso e il cadavere viene messo dentro il carro armato finché non arriva un elicottero a recuperarlo; un contadino con il camion pieno di polli viene fatto saltare in aria e muore in uno svolazzare orrendo di piume; una donna libanese perde in un attimo marito e figlia in una sparatoria e resta senza i vestiti incendiati davanti ai soldati; un siriano è catturato e minacciato in modo orribile dentro il carro armato da un falangista tutto sorrisi; il carro armato si perde e viene attaccato, uno dei quattro, quello che pensava alla mamma, perde la vita. Ma la cosa più straordinaria del film è che lo spettatore per tutto il tempo sta dentro quella scatola di metallo, vede quello che si vede da lì, sente addosso lo sporco che ricopre le facce e i corpi dei soldati, ha i piedi immersi nell'acqua melmosa del fondo del mezzo, prova le sensazioni di vomito, sete, terrore che provano i protagonisti. Si esce provati. Un grande film.

sabato 24 ottobre 2009

perversioni maschili

il catalogo delle perversioni degli uomini politici italiani (persone che sanno perfettamente di non poter godere dell'anonimato in alcun momento della loro giornata e tuttavia non possono esimersi dal fare quello che fanno) si arricchisce di nuovi scoraggianti capitoli. Il che mi fa riflettere sulle perversioni dell'uomo che mi vive accanto. Non parlo di transessuali o escort, non credo frequenti né gli uni né le altre. La sua perversione personale è l'acquisto di tutto ciò che abbia un motore o una spina. Questa mania va avanti da parecchi anni, ma sta subendo un incremento piuttosto preoccupante. L'ultima macchina ad entrare nella nostra cucina, andando a far compagnia a quella del pane, della pizza, delle patate fritte, del caffè, è la macchina per depurare l'acqua, raffreddarla e metterci il gas. E' grande, occupa tutto il vano sotto il lavandino, costa un sacco di soldi e l'unica cosa che produce è acqua, più o meno uguale a quella del rubinetto messa in frigorifero. Tra l'altro pochi mesi fa ne aveva comprata un'altra, più modesta, che comunque è lì sul bancone della cucina, ormai inutilizzata. Su queste spese ho smesso di contrastarlo, capisco che c'è qualcosa di patologico, mi scandalizzo, soprattutto per l'aspetto antiecologico di macchinari inutili, ma lo lascio fare. Quello che non sopporto è che approfitti di un viaggio in America per rifornire i figli di i-pod i-Phone, roba altamente antieducativa. Va bene essere troppo presi dal proprio lavoro per dare un contributo all'educazione dei figli ma remare contro, questo proprio non va.

tacchi

mia figlia ieri voleva che l'accompagnassi a via del Corso a comprarsi delle scarpe con il tacco. Improvvisamente non poteva vivere senza tacchi. Io avevo da lavorare, lei si è organizzata con le amiche. E' tornata a casa la sera con delle scarpe nere altissime. Abbiamo lo stesso piede, me le sono provate e oltre a essere scomodissime erano strettissime. Oggi siamo andate a cambiarle, riuscendo con gran fatica a vincere la resistenza della commessa che si era fatto scudo della regola le scarpe si cambiano dal lunedì al venerdì. Speravo di fargliele prendere un po' più basse ma abbiamo ottenuto solo un numero in più. Tutta entusiasta se le è messa e procedeva barcollante attaccata al mio braccio. A un certo punto ha detto, ad America Next Top Model (la sua trasmissione televisiva preferita) fanno sembrare facile attraversare la città con i tacchi... Forse il problema è tutto lì, io alla sua età vedevo I ragazzi di Padre Tobia, lei guarda America Next Top Model. Se non altro ci guadagna il suo sex appeal (vedi post precedente).

sex appeal

mentre andavo a piedi in palestra questo sabato mattina mi sono messa a contare gli uomini che nella mia vita mi hanno respinta. Immagino che le persone sane quando hanno voglia di bighellonare con la mente contino le loro conquiste. Ci ho provato, ma non prendeva forma nessun elenco, mi si affacciava davanti qualche faccia sorridente, qualche tipo più gentile del solito, qualcuno che manifestava il desiderio di parlare con me, ma non certo una galleria di pretendenti. Invece la galleria di respingenti mi si è parata davanti in tutta la sua evidenza, eccoli lì con nomi e cognomi, storie diverse, tempi diversi, ma sempre lo stesso finale, il momento in cui lui si tira indietro pur dichiarando di apprezzarmi tanto. C'è chi negli uomini cerca conferme del proprio sex appeal, io ho sempre cercato conferme del fatto di esserne assolutamente priva.

giovedì 22 ottobre 2009

letture

Ieri sera avevo un dattiloscritto urgente da leggere. Era la serata ideale, i ragazzi mezzi raffreddati sono andati a letto presto, il marito era in trasferta a Firenze, non dovevo seguire niente in tv. Verso le otto e mezza mi sono immersa nelle trecento pagine di Sing me to sleep e alle undici avevo finito di leggere il libro. Oggi sono andata a cercarmi qualche notizia sull’autrice per avere un quadro più completo. E’ il secondo romanzo di un’autrice che ama le vicende sentimentali e non teme i luoghi comuni. C’è dentro di tutto: la ragazza bruttissima che diventa bellissima con un po’ di laser (!), di trucco e di parrucchiere; l’amico di infanzia da sempre innamorato di lei; un bullo terribile; un ragazzo bellissimo, affettuosissimo, romanticissimo, rispettosissimo che alla fine si scoprirà essere malato terminale; e poi canzoncine, versi, chat, tutto l'armamentario che può piacere alle ragazzine di oggi. Brrrrrr. E pensare che sul mio comodino c’è La sorella di Cleopatra di Penelope Lively: una giovane giornalista e un paleontologo inglesi che si ritrovano prigionieri insieme agli altri passeggeri del loro aereo in uno stato africano in cui hanno fatto un atterraggio di emergenza mentre erano in volo per Nairobi. Lucy e Howard sono molto preoccupati per la situazione ma esaltati dal loro incontro, dalla scoperta di avere tante cose da dirsi. Stasera Penelope non me la toglie nessuno.

martedì 20 ottobre 2009

corsi e ricorsi

otto meno cinque di mattina: pesco nella mia busta dei trucchi per cercare la matita per gli occhi e la tiro fuori tutta rossa e appiccicosa, sporcandomi le mani. Ho già un piede fuori dalla porta e devo star lì a togliermi quel rosso che non se ne vuole andare. Mia figlia, che in genere si fa dare un passaggio a scuola, stamattina è andata a piedi, e quindi non posso strozzarla. Chissà cosa aveva sul suo tavolo, chissà con che poltiglia mi ha sporcato la matita prima di metterla a posto. Quando avevo la sua età, era mia sorella minore a rubarmi i trucchi, le creme, lo shampoo, gli orecchini, a macchiarmi i maglioni. Mi adorava e mi derubava. Crescendo mi ha adorato sempre meno. La figli mi deruba e ostenta di detestarmi; magari, con il passare del tempo, finirà per cambiare idea su di me. Sì, ma ora il problema dei furti e dei danneggiamenti come lo risolvo?

sabato 17 ottobre 2009

non è un paese per donne

tornata al lavoro ieri, ancora piana di mal di testa, tosse e naso colante, una bella sorpresa l'ho trovata. La mia amica, che si era avvilita e con cui ero arrivata quasi allo scontro, è riuscita a scuotersi, a uscire dal burrone di autocompatimento e sfiducia negli altri in cui era piombata. Ha preso un aereo nel week end ed è andata a trovare suo fratello che vive lontano. Due giorni in un'altra realtà l'hanno aiutata a ridimensionare le miserie del nostro posto di lavoro, che riflettono le miserie del nostro paese, a capire che se il suo impegno viene svalutato non è perché lei non vale ma perché i criteri di scelta e promozione prescindono dal merito degli individui. Quando sono approdata a rai educational, quasi quattro anni fa, ho trovato una redazione meravigliosa. C'erano quattro ragazze tra i trenta e i quarant'anni, una più in gamba dell'altra, piene di interessi, spiritose, colte, viaggiatrici. C'era anche un uomo e con il passare del tempo l'unico a consolidare la sua posizione è stato lui, grazie alla capacità di non mollare l'osso, di star sempre alle costole del capo. Tre delle mie amiche hanno affiancato al lavoro precario la maternità, la quarta è lì che si dibatte per capire cosa fare della sua vita. Non è un paese per donne. Il problema è che se non è per vecchi, non è per bambini, non è per donne, che paese è il nostro, un paese per omaccioni a misura del nostro presidente del consiglio, dei suoi sgherri e della marea di servitori che si ritrovano?

giovedì 15 ottobre 2009

raffreddo-blog

ancora a casa avvolta nella più grossa nube di raffreddore che ricordi, un qualcosa di terribilmente ottundente che va dalle orecchie al naso alla gola facendomi sentire la testa come un pallone e privandomi di ogni forza. Con la fortuna che mi caratterizza, nell'appartamento accanto stanno facendo dei lavori, e non appena abbasso la testa sul cuscino parte un trapano che sembra sul punto di squarciarmi le lenzuola. Ieri ho letto sul giornale di una tipa americana che per lanciare il suo blog recensisce un libro al giorno. Ehi, ma io è una vita che leggo un libro al giorno e non sono neppure libri scelti da me, non sono neppure libri in italiano... Quello che conta non è quello che fai o sai fare, ma come lo impacchetti, come lo vendi. Di qui la considerazione che urge una decisione riguardo al mio di blog: voglio che resti timido e clandestino (le persone che vedo ogni giorno ignorano questa mia attività) o voglio cercare di dargli un minimo di visibilità? In questo momento ho una scusa pronta per rimandare ogni decisione: mi manca la necessaria lucidità. Benedetto raffreddore.

martedì 13 ottobre 2009

attese

alle tre in punto chiamo l'avvocato. La segretaria mi dice che lei non c'è, che l'udienza c'è stata, che com'è andata me lo dirà alle cinque. Con una bustina di tachipirina da 1000 in corpo mi metto sotto le lenzuola sperando che mi passino i brividi e che un sonno profondo mi avvolga fino a pomeriggio inoltrato. Invece resto con gli occhi sbarrati a pensare: se fosse stata una buona notizia me l'avrebbe data la segretaria, mi avrebbe chiamato l'avvocato... Per far passare il tempo penso a tutte le attese belle e brutte della mia vita, mi vengono in mente in ordine sparso le attese prima degli esami, con la pancia intorcinata e la bocca secca; l'attesa interminabile che mi togliessero il figlio dalla metà del mio corpo addormentato (quando è nata la figlia dormivo tutta); le attese di aerei in ritardo con libri che colmano i vuoti; le attese attraversate da brutti pensieri dopo le mammografie; l'attesa dolcissima della fine dell'esame di terza media di mia figlia; le attese dei personaggi da intervistare con le domande che ho preparato che mi frullano per la testa; le strazianti attese in clinica quando mamma si faceva la risonanza magnetica; il dolore provato aspettando la tac della figlia che aveva sbattuto la testa in piscina; e tante altre attese minori, sempre vissute con trepidazione perché l'ottimismo non è il mio forte. Mia figlia fa una cosa gentile: prende il mio cellullare e dice, tu dormi, rispondo io, ti passo solo l'avvocato. Alle quattro me la passa, ci parlo e non ci capisco niente. Secondo lei abbiamo segnato un mezzo punto in nostro favore, il procuratore ha invitato la corte a respingere la richiesta della rai. Cosa deciderà la corte si saprà a dicembre. Attesa dilazionata, ma un po' meglio mi sento.

lunedì 12 ottobre 2009

raffreddatissima

benedetto raffreddore! sono così inguaiata, con il naso che cola come una fontana, gli occhi lucidi, la testa confusa, che non riesco a stare in tensione per il verdetto, riesco a stento a svolgere i miei compiti quotidiani, oggi aggravati dalla ricorrenza del quattordicesimo compleanno della figlia, che ho insistito per festeggiare con una cena con due amiche sue, mio padre e mia zia, nonché con una festa danzante sabato prossimo in casa. Se li merita tutti questi festeggiamenti che mi costano non poca fatica? A me si rivolge solo quando ha bisogno di permessi e di soldi, respinge non solo i miei tentativi di andare al cinema insieme, ma anche quelli di avere una conversazione qualsiasi. Però: mi chiama all'uscita da scuola, è puntuale quando esce, riesce a ridere di sé, è brava ad arginare la mia vena patetica (stamattina volevo rievocare la sua nascita drammatica con cesareo d'urgenza e pericolo di morte per lei e per me e eroismo del nonno che ci portate in clinica in piena notte e mi ha fermato, dicendo, no ti prego, la storia della mia nascita no, sai quante volte l'ho già sentita?). Insomma a volte mi chiedo da dove è uscita, mi esaspera, mi fa arrabbiare, però mi è simpatica e spero che dietro la sua ostentata superficialità qualcosa di buono e di bello ci sia e non tardi ad emergere. Ho divagato e ora questo post finisce tra i fumi del mio mega raffreddore.

domenica 11 ottobre 2009

sto male!!!

doveva essere un week end super rilassante con marito in america, libri da leggere, palestra cinema e figli. Stamattina mi sono svegliata con la gola in fiamme e testardamente mi sono trascinata a fare ginnastica. Non avrò somatizzato l'approssimarsi del fatidico 13 ottobre?

giovedì 8 ottobre 2009

grande gabanelli

Conferenza stampa di Report. La Gabanelli arriva puntuale a mezzogiorno, non prima, come fanno le star o le persone schive. L'acchiappano per fotografarla, prima che entri in sala la blocco per sapere se è disponibile per una breve intervista. Lei dice di sì purché sia una cosa veloce. E in effetti è una cosa velocissima: le risposte sono interessanti, ma più corte delle domande. Alla fine le chiedo come giudica l'involuzione della figura della donna in tv una delle poche donne autorevoli della nostra televisione. Lei afferma di non sentirsi autorevole e quindi di non aver nulla da dire sull'argomento. Saranno stati massimo due-tre minuti ma la fatica è stata tanta e sono un po' tramortita. In conferenza stampa il suo atteggiamento è lo stesso: rapida, concreta, non ideologica, non disponibile a farsi arruolare in nessuno schieramento. I giornalisti di Repubblica e dell'Unità vogliono farne un'eroina ma lei si sottrae a ogni beatificazione e respinge l'idea che il suo programma una volta partito possa subire censure o cancellazioni. La sua sfida è quella di scegliere argomenti antitelevisivi come le difficoltà burocratiche o la crisi delle fabbriche di mobili e renderli televisivi; il suo bersaglio polemico sono le troppe cause civili con richiesta di risarcimenti milionari che vengono scatenate nel nostro paese. Alla fine della mattina il mio dubbio se sia una grande professionista o una terribile snob si scioglie: credo sia una persona innamorata del suo lavoro, una tosta come poche.

lunedì 5 ottobre 2009

nei panni degli altri

una mia amica, con cui negli anni scorsi ho condiviso il lavoro e tante piacevoli chiacchierate, sta vivendo un momento di grande difficoltà. Non difficoltà come le mie, aiuto, il mio servizio non piace, nessuno mi dice quanto sono brava, ma difficoltà serie, un cambiamento di redazione, una crisi nel rapporto di fiducia con il capo con cui collabora da un sacco di tempo. E' fuori di sé dalla rabbia, dall'amarezza e dalla delusione, si è messa totalmente in discussione e le sembra che nessuno possa capirla o sia interessato a farlo. Oggi al termine dell'ennesima discussione in cui io cercavo di dirle che non so darle consigli e non so neppure come poterla aiutare, ma che vorrei che si corazzasse un po', che anche a me in rai è capitato di venir azzerata completamente (vedi cciss viaggiare informati), lei mi ha detto che io non so mettermi nei panni degli altri, che è un mio limite, l'aveva già notato in altre occasioni. In pratica mi ha dato della stronza. Forse dovrei farmi un po' più i fatti miei.

venerdì 2 ottobre 2009

essere me

come mi piace piangermi addosso, sentirmi fuori luogo, sprofondare nella tristezza. Poi però sono capace di riscuotermi, rimboccarmi le maniche, inventarmi qualcosa. Sono tornata al montaggio con Gianluigi e Michela e alla fine il pezzo non è venuto affatto male. Quando imparerò a non crogiolarmi nella disdetta, a credere un po' più in me e a relativizzare i problemi? Com'è pesante essere me.

martedì 29 settembre 2009

scoramenti

il bello di avere un blog: sapere che a casa c'è uno spazio bianco da riempire con tutto lo scoramento accumulato in una serata. I fatti: oggi sono andata a montare il servizio sul set di Boris, poi ho dovuto buttarlo e farne un altro senza capo né coda. Quanto ho lavorato a questo pezzo, quanto mi ci sono impegnata, quanto ci tenevo a farlo bene non serve che stia qui a ripetermelo. Alle sette era finito, non ne ero convintissima, non era un pezzo brillante come mi era stato richiesto ma almeno raccontava il set, faceva parlare i protagonisti. L'autrice si sarebbe risparmiata di venirlo a vedere, io ho insistito, lei si è seduta nella saletta di montaggio ed è ammutolita. Le ha fatto schifo, ne ha capovolto l'impostazione e il risultato è un collage di pezzi di Boris 1 e 2, insertati con brevissime dichiarazioni degli attori, una roba che si poteva fare in mezz'ora, senza bisogno di scomodare nessuno. Come mi sento? Come se mi fosse passato sopra un treno. La vera domanda è: che ci faccio a Tv talk? E' il secondo anno che ci lavoro e insisto con le mie domande, i miei percorsi mentali mentre loro hanno bisogno di rvm movimentati che facciano da contraltare alle chiacchiere in studio. Io non li so fare e mi sento terribilmente inadeguata. Chissà che il 13 ottobre non venga a liberarmi da un ruolo non mio? Ora non sono nella posizione di prendere decisioni, di sollevare polveroni. Io non contesto l'autrice, lei sa quello che è funzionale al dibattito in studio, ho solo la netta percezione di non essere io funzionale alla trasmissione (e, com'è nella mia natura, questa sensazione si allarga fino a comprendere gli altri miei ruoli: cos'è che so fare? la madre? ... ma lasciamo perdere, la moglie? peggio mi sento... manco la figlia faccio più bene, sto sempre ad attaccare il telefono a mio padre, presa da chissà quali impegni). Vorrei essere vecchissima e non avere una responsabilità al mondo.