venerdì 30 gennaio 2009

ci sono dei giorni

Ci sono dei giorni in cui ti passa la voglia di correre, di arrabattarti, in cui ti chiedi come mai lavorativamente sei sempre al punto di partenza, in cui capisci che il tempo è passato, che tu ti senti sempre la stessa ma sei quasi un oggetto da rottamare. Ci sono dei giorni in cui riesci a dare la colpa di tutto ciò a cause esterne, al paese antimeritocratico in cui vivi, all'azienda in cui sei entrata e uscita tante volte, prima di quest'ultima pericolante collocazione.  Ci sono anche giorni in cui hai la precisa consapevolezza che la colpa è tua, primo perché vali poco, secondo perché quel poco non hai saputo farlo fruttare. Torni a casa decisa  a fare almeno dei bei cannelloni di ricotta e spinaci per i tuoi bambini e scopri che le lasagne secche barilla su cui hai ripiegato avendo trovato chiuso il negozio di pasta fresca si rompono dopo che le hai fatte bollire e rifiutano categoricamente di farsi arrotolare. Stai per buttare tutto, poi improvvisi una lasagna con pomodoro ricotta e spinaci. Questa lasagna dall'esito incerto sarà forse una metafora della tua vita?

giovedì 29 gennaio 2009

Coetzee


sto leggendo Diario di un anno difficile di Coetzee. E' uno degli scrittori che meglio raccontano la crudeltà dell'uomo sull'uomo. Aspettando i barbari e Vergogna sono due libri bellissimi e tremendi, che a distanza di anni tornano a tormentare il lettore con le loro atroci e dettagliate descrizioni di uomini messi con le spalle al muro, rovinati, distrutti dal male che altri hanno inflitto loro, per lo più in modo gratuito. A volte immagino di dover intervistare Coetzee e mi spavento, penso a quanto un tipo come lui debba detestare le domande in generale e quelle sul suo lavoro in particolare (perché mi pongo questi problemi, non sono normale, nessuno mi fa intervistare scrittori al momento...). In Diario di un anno difficile Coetzee mette in scena un se stesso decrepito che deve consegnare all'editore una serie di saggi sugli aspetti più sconcertanti del mondo moderno. Il vecchio scrittore adocchia una tizia che vive nel suo palazzo e le chiede di scrivere per lui sotto dettatura solo perché ne è sessualmente attratto e vuole guardarla da vicino. La narrazione scorre su tre piani evidenziati da righe: sulla parte prevalente del foglio ci sono gli scritti sul terrorismo, gli animali, le mille incongruità del nostro vivere, nella parte centrale ci sono i pensieri dello scrittore sulla donna e nella terza parte i pensieri della donna sull'uomo. All'inizio è un po' faticoso, anche perché la parte saggistica è molto tosta, ma appena la dinamica tra lui e lei si fa più stretta (lei lo provoca e critica i suoi pensieri neri, lui è curioso della vita di lei e delle sue contraddizioni) diventa un libro da divorare. Anche Elizabeth Costello era un libro costruito a metà tra il saggio e la narrativa, con questa scrittrice che andava in giro a fare conferenze e anche lì, di là dalla bravura di Coetzee saggista, a colpirmi e a restarmi impresse erano le scarne annotazioni sulla vita privata della protagonista, suoi suoi rapporti con gli altri (in particolare con la durissima sorella suora). Grande tetrissimo Coetzee.

domenica 25 gennaio 2009

Ancora sull'Ombelico Generation: di chi è la colpa?

Di chi è la colpa se le bambine sono indotte a bamboleggiare, se le loro aspirazioni si sono ristrette, se le ragazzine a dodici anni si sforzano di essere sexy, dicono banalità, bandiscono la riflessione, sembrano tutte uguali? Troppo facile dire la colpa è della tv. Certo che lo è, la donna in tv ha fatto degli enormi passi indietro, ormai è quasi esclusivamente tollerata come "bella presenza"; quello che dice, salvo rarissime eccezioni (mi vengono in mente Luciana Litizzetto, Serena Dandini, Mirella Gabanelli e Daria Bignardi, quattro nomi, stanno tutte sulle dita di una mano) non interessa a nessuno. Io credo che la colpa sia dei miei coetanei, dei quaranta-cinquantenni che si sono presi una bella rivincita sulle loro compagne troppo impegnate, troppo faticose, troppo polemiche. Mentre loro, le donne, si arrabattavano come potevano tra un lavoro faticosamente conquistato, i figli, i genitori invecchiati, loro, i maschi sessantottini e postsessantottini, dai loro bei posti di potere orchestravano la grande rivincita sul femminismo che li aveva messi in crisi in gioventù. E non parlo solo degli autori dei programmi con donne sorridenti e seminude, con vallette nei cubi di vetro, con ragazzine teleguidate, parlo anche degli autori "di sinistra", degli scrittori e dei registi di culto. Tre esempi per tutti: Sandro Veronesi,  Francesco Piccolo, Nanni Moretti. Il primo non mi ha mai molto interessato, il secondo lo consideravo uno scrittore bravo e ironico, il terzo è stato il mio faro sin da quando ero piccola. Si sono dette molte cose su Caos calmo, ma per me il commento più azzeccato è stato quello di mia sorella maggiore: un libro insopportabilmente maschilista. Il protagonista, invece di pensare alla moglie morta, a perché non l'amava, passa il tempo sulla panchina a guardare le donne: guarda il loro sedere, le loro tette, si interroga sulle sue pulsioni nei loro confronti. Si dirà c'è anche altro nel libro. Sì, c'è, ma viene in secondo piano. La vera ossessione del tizio è il sesso e infatti la scena iniziale, piuttosto grottesca, racconta un'erezione durante un salvataggio in mare e specularmente l'interminabile scena finale racconta una scopata violenta. Finché l'aveva scritto Veronesi poteva andare, ma che c'entrava Nanni Moretti? Che c'entrava l'idolo dei miei anni giovanili, il Michele che non poteva sopportare che le coppie si lasciassero, che si spaventava di fronte all'amore, che odiava i luoghi comuni?Vedere Nanni Moretti nell'amplesso finale del film è stato come trovarsi di fronte a una bandiera di resa: eccomi, sono come gli altri, l'unica cosa che conta è mostrare la propria virilità, e non ci raccontiamo balle, le donne servono a una cosa sola. E Francesco Piccolo che se ne va in giro sornione a presentare il suo La separazione del maschio compiacendosi della sua incursione nel terreno della pornografia? Il porno è il porno, un genere con un suo perché, ma un libro Einaudi è (o era) un'altra cosa, e da uno scrittore che è anche un attento osservatore del costume, era lecito aspettarsi qualcosa di diverso da un sogno erotico così primitivo. Bacchettona, vetero-femminista, forse non sono che questo, ma tornando al discorso di partenza mi sembra che nessuno si arrabbi più, che agli uomini sia di nuovo tutto permesso. Persino gli omosessuali sono più garantiti delle donne perché gli insulti rivolti verso di loro vengono subito stigmatizzati, mentre essere considerate solo dei corpi è ormai la normalità. E le bambine che fanno? Le bambine, povere innocenti, si adeguano.
Che bello avere un blog, l'indignazione ha bisogno di parole condivise.

sabato 24 gennaio 2009

Ombelico generation

E così per un giorno ho preso una vacanza mentale oltre che fisica dalla trasmissione. Sono stata a Campi Bisenzio, nella bellissima, ma freddissima, cornice della Biblioteca di Villa Montalvo, a sentir parlare di Ombelico Generation, del modo in cui le ragazzine di oggi vengono raffigurate nella letteratura a loro diretta, nella pubblicità, nella televisione e nei fumetti. Il mio amico Riccardo Pontegobbi, che fa il bibliotecario e il direttore della rivista Liber, ha delineato un panorama desolante della letteratura per ragazzi oggi: dopo il periodo d'oro degli anni ottanta-novanta in cui c'è stato il trionfo dei tascabili e delle collane intelligenti rivolte alle ragazze, come la Gaia di Mondadori, ora c'è un ripiegamento sui cartonati, best seller senza capo né coda e serie che puntano solo a un facile intrattenimento. Si è approfondito il divario tra editoria di cultura e editoria di massa, si pubblicano libri che al 75% sono di un livello medio-basso. La psicologa Manuela Trinci ha parlato delle riviste per bambine che, oltre a contenere un guazzabuglio di stupidità, allegano rossetti e fard, anche quando si rivolgono a chi ha sei-sette anni. Il suo intervento si è mosso tra due libri che ho letto e ho apprezzato molto: Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini e Fragile e spavaldo, Ritratto dell'adolescente di oggi di Gustavo Pietropolli Charmet. Ha sottolineato l'attuale bisogno di affermarsi attraverso l'estetica del corpo piuttosto che attraverso l'estetica della mente, ha descritto le bambole di oggi, le winx, le bratz; bambole sexy, come se a una bambina bisognasse far capire subito su cosa puntare nella vita. Ancora più drastica e apocalittica la pedagogista Simonetta Ulivieri che ha delinato a grandi linee il ritratto di tre generazioni di bambine: quelle degli anni cinquanta, allevate nel culto dell'abito bianco (prima quello della prima comunione, poi quello delle nozze); quelle degli anni settanta, con i loro pantaloni, il sogno di cambiare il mondo e di raggiungere la parità con gli uomini e infine il modello contemporaneo: un trionfo di rosa, di brillantini, un lolitismo diffuso e precoce, l'aspirazione a fare la velina, la moglie del calciatore. Non c'era, perché malata, Emy Beseghi che insegna letteratura per l'infanzia, ma nel suo intervento, che è stato letto, veniva descritta nel dettaglio un'editoria per ragazzi impantanata nelle secche del rosa, pronta a ricorrere all'elemento magico, soprannaturale per venire incontro al desiderio di evasione, sempre meno volta all'esplorazione del sé, alla descrizione della fatica di crescere. Tra i libri che ha citato come esempio della tendenza opposta c'è stato Dakota delle bianche dimore di Philip Ridley, uno dei libri più stupefacenti per ragazzi che io abbia mai letto (pare che Ridley, che è un genio, in Italia non venda una copia, eppure quel libro lì io l'ho regalato a ogni amica di mia figlia...). Marco Pellitteri, sociologo e esperto di fumetti, ha contrapposto l'immagine bieca delle ragazzine in tv da Boncompagni in poi con quella più evoluta (ma minoritaria) che appare nei fumetti. E proprio prima che il convegno finisse, o che fosse arrivata per me l'ora di salire sul treno, c'è stato l'intervento migliore, quello di Giusi Quarenghi. Di lei sapevo solo che era una scrittrice per ragazzi, ma colpevolmente non l'ho mai letta (ora rimedierò). Mi è piaciuta un sacco, per le cose che ha detto e per come le ha dette, con una passione, un'ironia e una rabbia non comuni. Ha citato la poetessa Szymborska, secondo cui lo scopo della letteratura è tenere vivo un "non so" e secondo cui ogni generazione ha il diritto di riscrivere il mondo da capo, di rinominarlo. Per quanto riguarda i bambini, Giusi Quarenghi ha detto una cosa semplice ma importantissima: prima ancora di amarli, bisogna rispettarli, rispettare il loro essere altro da noi. Povere bambine omologate e infiocchettate, ma cosa ci è successo a tutte noi, come abbiamo potuto lasciare che l'immagine femminile cadesse così in basso?

mercoledì 21 gennaio 2009

Leggendo Il Giornale

I miei suoceri sono due persone pacifiche e abbastanza acculturate. Sono vecchi, parecchio acciaccati, molto soli. Avrebbero bisogno di un aiuto fisso in casa e se lo possono permettere. Tra le motivazioni ricorrenti per cui non si procurano una badante straniera c'è quella che "non vogliono essere strangolati nel sonno da una sconosciuta". Come si può nutrire un timore così irrazionale? La spiegazione è una sola: malauguratamente da un po' di anni a questa parte i due hanno preso l'abitudine di comprare il Giornale. Ogni volta che li vediamo, appena il discorso cade sulla situazione socio-politica, la loro espressione ricorrente è, è tutto uno schifo. Di schifo in giro ce n'è, ma perché punirsi aspirando giorno dopo giorno veleno puro dalle colonne del Giornale?

Anche i non credenti esistono!

"For we know that our patchwork heritage is a strength, not a weakness. We are a nation of Christians and Muslims, Jews and Hindus -- and nonbelievers. We are shaped by every language and culture, drawn from every end of this Earth; and because we have tasted the bitter swill of civil war and segregation, and emerged from that dark chapter stronger and more united, we cannot help but believe that the old hatreds shall someday pass; that the lines of tribe shall soon dissolve; that as the world grows smaller, our common humanity shall reveal itself; and that America must play its role in ushering in a new era of peace." dal discorso di insediamento di Barak Obama, 20 gennaio 2009

domenica 18 gennaio 2009

Quello che i genitori dicono

Quello che i genitori dicono ti marchia con il fuoco, cresci, diventi adulto e continui a fare i conti con quello che i genitori ti hanno detto o non ti hanno detto. A casa mia si diceva che noi figlie eravamo uscite più brutte dei nostri genitori, che avevamo peggiorato la razza, prendendo i difetti fisici dell'una e dell'altro. Non era detto con cattiveria, era una specie di scherzo con una base di verità. Io, per esempio, ho il fisico tozzo di mio padre, gambe e braccia non troppo lunghe e un po' troppo muscolose e ho il naso di mia madre, che certo non era il suo maggior pregio. Ma loro avrebbero potuto evitare di sottolinearlo.  Perché lo facevano? Un po' perché la vanità veniva considerata un peccato grave (e quanti erano i peccati in una famiglia spretata come la nostra: il lusso; il sesso; l'arroganza; l'avidità; l'ostentazione); un po' per spirito dissacratorio, per smentire il detto napoletano "ogni scarafone è bello a mamma sua"; un po' in omaggio alla dea Verità, guai al raccontarsi "palle". Se i tuoi ti dicono che non sei bella, ci credi, e se ci credi lo comunichi agli altri attraverso il modo in cui cammini, in cui ti incupisci, in cui ti incurvi. Passa un sacco di tempo e finalmente arrivi a un'età in cui fai pace con il tuo corpo. Stranamente è proprio l'età in cui le altre donne cominciano a disperarsi perché lo specchio rimanda loro  lineamenti non più ben definiti,  occhiaie come contorno fisso degli occhi, pancia molla, sedere sceso,  braccia pendule. Tutto questo succede anche a te, e il naso che era già grosso, cresce nella faccia che si scarnisce, gli occhi che erano accesi, ti paiono più opachi e rimpiccioliti, ma semplicemente non te ne importa, tu sei tu e ti piaci, anche se non hai le mani affusolate, le gambe lunghe e il naso all'insù. Ce l'hai fatta. Ma non sarebbe stato meglio dirti, figlia mia, quanto mi piaci?

venerdì 16 gennaio 2009

venerdì sera

Le buone notizie, la prima: grazie al mio angelo protettore dalla casa editrice sono arrivati tre libri e ho potuto gustare di nuovo l'emozione di aprire la busta e di soppesare i volumi da leggere; la seconda: mia figlia è tornata da scuola insieme a un'amica contenta come una pasqua e in ottima salute (ieri ansimava e diceva di avere una difficoltà respiratoria che stanotte ha turbato il mio sonno); il mio amico maestro fiorentino mi ha scritto che legge e apprezza il mio blog e così i lettori sono saliti a due; sul sito di tvtalk sono comparse le mie interviste a Stefania Rocca e Emilio Sofrizzi (sono bruttissima vista da dietro, con il collo teso come un tacchino, ma quando la telecamera si sposta sull'intervistato il tutto migliora). Sono così stanca che non riesco nemmeno a organizzarmi un cinema per la serata, ma almeno è venerdì.

mercoledì 14 gennaio 2009

L'ispettore Coliandro

Oggi sono andata alla presentazione dell'Ispettore Coliandro, la serie ideata da Carlo Lucarelli e diretta dai Manetti bros. Ci hanno fatto vedere un episodio incentrato su un furto in una banca, una cosa vista e rivista al cinema e in tv, ma costruita in modo così divertente, con un così bel ritmo suggerito dalla musica, che mi è pesato uscire prima della fine dalla sala per fare le interviste. La prima intervista l'ho fatta a Carlo Lucarelli ed ero così emozionata che ho dovuto rifare la domanda iniziale perché mi ero impappinata. Non ho ancora rivisto il materiale,  ma mi è parso che mi abbia detto parecchie cose interessanti. In genere le interviste che faccio più volentieri sono quelle agli sceneggiatori, mi sembra un po' di tornare al mestiere della radio quando avevo di fronte a me gli scrittori. Gli attori, e qualche volta anche i registi, invece mi spiazzano un po', raramente ne trovo di spontanei, tranquilli, in genere sono esagitati. Morelli, l'attore che fa Coliandro, è un tipo assurdo: fisicaccio, gomma in bocca, ray ban, non sai se ci fa o ci è, sparla del suo personaggio ma si sforza di assomigliargli o forse non si sforza troppo. Finalmente una serie televisiva non costruita all'insegna della prevedibilità.

lunedì 12 gennaio 2009

l'ospite inatteso

Ieri ho visto un bel film, L'ospite inatteso. E' un film tutto affidato alla bravura di un attore, l'allampanato Richard Jenkins, visto di recente nel film dei fratelli Cohen, Burn after reading. Jenkins è Walter, un professore universitario talmente stufo del suo lavoro da sbianchettare ogni anno la data in cima al suo programma per gli studenti senza modificarne minimamente il contenuto. E' un uomo solo e amareggiato che conserva un'unica passione, quella per la musica, ma soffre di non saper suonare il pianoforte e di non essere abbastanza paziente per poter imparare. Tornato per la presentazione di un libro nella sua casa newyorchese (lui ora vive nel Connecticut), scopre che una coppia di immigrati clandestini ci si è insediata, dopo aver pagato un affitto a un tizio che si era dichiarato amico del proprietario. La ragazza viene dal Senegal, il ragazzo dalla Siria, lei vende braccialetti, lui suona il djembe, hanno un'aria felice e innamorata. Il vecchio professore, che li invita a restare per la notte e poi prolunga l'ospitalità, è affascinato da entrambi. Improvvisamente scopre di aver voglia di frequentare qualcuno (loro due) e di fare qualcosa (di imparare a suonare come Tarik, con quella specie di tamburo stretto tra le gambe, lasciandosi trascinare dal ritmo). Succede poi che Tarik viene fermato dalla polizia e portato in uno di quei tremendi centri in cui vengono raccolti gli immigrati clandestini. Senza mostrare alcun atto di violenza, il film ci fa toccare con mano cosa voglia dire "rimpatriare" qualcuno. Tarik e la sua ragazza non davano fastidio a nessuno, certo non erano produttivi come la Lega vorrebbero che fossero gli immigrati, tutti nei campi o nelle fabbriche, fatto sta che rispedire Tarik in Siria, separarlo dai suoi affetti, esporlo al rischio di una lunga e oscura prigionia, a maltrattamenti è un atto barbaro, indegno della civiltà occidentale. Nello sguardo perso di Walter, che frequentando Tarik prima e la madre di lui dopo, ha riassaporato il gusto della vita e ora ha perso tutto di nuovo, c'è tutta la nostra desolazione di occidentali che subiamo l'involuzione del mondo che ci siamo creati intorno.

domenica 11 gennaio 2009

non è un paese per vecchi

Ieri è venuto a pranzo da noi papà, come avviene spesso il sabato quando è a Roma. Ci ha raccontato in tono esitante una brutta avventura che gli è capitata qualche giorno fa. Lui naturalmente non l'ha messa in questi termini, papà tende sempre a vedere il lato positivo delle cose e quindi il suo racconto era molto sfumato, aperto a varie interpretazioni. Era in macchina quando si è visto affiancare da un tizio, che poi l'ha superato facendogli cenno di fermarsi. Papà aveva sentito un rumore sordo e si è accostato ai margini della strada. Il tizio è sceso e gli ha detto che stava viaggiando con lo sportello aperto e gli aveva danneggiato la fiancata. La portiera è risultata aperta e c'era un graffio sul lato della macchina di papà, così come su quella quella del tizio. Papà ha cominciato a compilare il modulo dell'assicurazione, gli mancava la penna, era un po' confuso, stupito da quanto era successo. Il tizio, con tono suadente da bravo ragazzo, gli ha detto, lei potrebbe essere mio padre, mi accontento di cento euro, me li dia subito e chiudiamo qui. Papà gliene ha dati settantacinque ed è andato via senza sapere se aveva fatto un buon affare o se era stato truffato, se aveva incontrato una persona gentile o un ladro molto dotato. Io propendo per la seconda ipotesi e trovo tristissimo che esistano persone specializzate nella truffa agli anziani. Capisco la miseria, l'arte di arrangiarsi, ma prendere di mira la debolezza degli ultrasettantenni mi pare un atto davvero odioso. Papà poi vecchio non ci si sente proprio e mi ha pregato di non dire alle sorelle quello che gli era capitato, ufficialmente per non preoccuparle, più probabilmente per non fare brutta figura, per continuare a dare di sé un'immagine vincente. Che fatica vivere.

venerdì 9 gennaio 2009

il mestiere di lettrice

Da cinque-sei anni faccio la lettrice per una grande casa editrice specializzata in libri per ragazzi. In questi anni ho letto una media di dieci romanzi in inglese al mese, il che fa un numero impressionante di libri. Raramente ho avuto periodi di buco tra uno scatolone in partenza e uno in arrivo, e non ho mai avuto tempo e voglia di chiedermi perché lo facevo. Ora però è una settimana che non ricevo nulla, può essere che in casa editrice siano cambiati gli equilibri, le persone, e certo non è difficile trovare chi legga a Milano. Quindi è il momento giusto per fermarmi a riflettere su questo lavoro di lettrice, che è il mio secondo lavoro, ma anche il lavoro che sento più mio. Non sono brava a fare quasi niente, non so stirare, non so lavare per terra, non so cucire, cucino così e così, non ho una gran memoria, non so bene le lingue, non ho senso dell'orientamento, solo una cosa faccio bene e con una rapidità abbastanza inusuale, e questa è leggere. Che poi che vuole dire leggere bene? Uno che legge bene assapora le parole, le soppesa? Allora quello non sono io. Io i libri li divoro, per lavoro o per piacere, in italiano o in inglese. Io voglio sapere come vanno a finire le storie, voglio immedesimarmi nei personaggi, scoprire su di me e sulle persone che mi circondano particolari nascosti, prospettive inedite. Lo stesso faccio con i film. Quelli li vedo a velocità normale, ma il processo di interiorizzazione, quasi di masticazione è lo stesso: la vicenda, se mi appassiona, mi coinvolge completamente e ne esco mutata. Io penso a me come un incrocio tra don Chisciotte e Emma Bovary: ho un rapporto con la realtà in gran parte mediato dalla pagina scritta, leggere mi eccita, mi commuove, mi turba, mi cambia l'umore, mi distende, mi nutre. Se mi capita di non leggere per più di un giorno, mi manca l'aria; se in un bel libro incontro un marito fetente accolgo mio marito con odio e sospetto; se leggo un libro erotico mi sciolgo tutta; più di un libro mi ha fatto piangere fino ai singhiozzi (e al cinema le mie amiche si vergognano di me quando esco devastata dalla sala). Da bambina, oltre a scrivere il mio nome su ogni libro che leggevo, annotavo su un taccuino la trama ed esprimevo la mia valutazione in stellette. A ventisette anni a Milano ho scoperto che esisteva questo fantastico lavoro: leggi un libro e qualcuno ti paga per farlo. Il fatto che ti paghi una miseria è sempre stato un particolare poco rilevante: essere pagati per quello che più ti piace fare... Naturalmente non tutti i libri che ti danno da leggere ti piacciono, anzi, siccome più leggi più diventi critica, più ti pare tutto scontato, prevedibile, diciamo che i libri che ti piacciono sono una minoranza, ma questo succede anche quando compri un libro in libreria, e poi quando, dopo una serie di libri insulsi o piatti, te ne capita uno bello, ti senti euforica, come se avessi trovato una pepita d'oro in un cumulo di pietre. Per me ci sono due grandi vantaggi a leggere libri per ragazzi: mi aiuta a stare vicino al mondo dei miei figli e mi tiene al riparo dagli abissi di dolore a cui può giungere la letteratura per adulti. Insomma, tutto considerato, al mio mestiere di lettrice tengo molto, mi sembra un mestiere per la vita e se la mia casa editrice non mi vuole più, dovrò trovarne un'altra.

mercoledì 7 gennaio 2009

madri e figli

Oggi verso le cinque mi hanno telefonato al lavoro i miei figli: uno doveva ripassare scienze e storia, l'altra era sommersa dall'analisi grammaticale, logica e del periodo e in più aveva una poesia da imparare a memoria. Volevano sapere quando tornavo a casa e volevano avvertirmi che mi avrebbero sommersa di richieste. Ho pensato a mia madre. Lei il pomeriggio era in casa con noi, ma a nessuna di noi tre veniva in mente di chiederle aiuto per i compiti, io e madda ce la cavavamo bene, e isa, che pure arrancava un po', era abituata ad arrangiarsi da sola. Mi capita spesso di paragonarmi a mia madre. La sua educazione severa, intransigente, piena di regole astruse e inflessibili (mai dire ho sete, ho fame;  niente caramelle o gomme; niente pop corn o altre schifezze al cinema; guai ad aprire il frigorifero e a mangiare fuori dai pasti; a scuola si va a meno di non avere la febbre alta; non si fa pipì nei posti pubblici; i vestiti li sceglie mamma o te li compri con i tuoi soldi; niente paghetta; a letto dopo carosello ecc ecc) mi ha resa molto autosufficiente, un bel po' rigida e poco o nulla incline al divertimento. Di mio ci ho aggiunto la passione per i libri, la tendenza a cercare nelle storie raccontate le emozioni di cui la vita reale mi è sempre sembrata abbastanza avara. Ma ho divagato, il punto è che da madre invece del modello fortino in cui sono cresciuta io, ho prodotto un modello parco-giochi assistito, i figli giocano e io li assisto come posso. Non hanno alcuna soggezione nei miei confronti; sanno, che a parte qualche nervosismo e qualche urlo, sono a loro disposizione; sanno, anche se li critico spesso, che mi divertono e mi piacciono così come sono. E se a un certo punto dovessi accorgermi di aver prodotto due smidollati, due esseri pigri ed ingrati? Vabbe' per stasera ho ripassato l'analisi del periodo, gli zuccheri e le proteine e per finire L'infinito di Leopardi: non mi è andata male per niente.

martedì 6 gennaio 2009

viaggiare informati

Tornando dal viaggio in montagna abbiamo sintonizzato la radio su Isoradio. Ogni voce di quella radio è per me una persona in carne e ossa, una delle persone con cui ho condiviso i dieci mesi lavorativamente più duri della mia vita. All’epoca cercavo di consolarmi pensando che c’è chi scende in miniera, chi pulisce i bagni all’autogrill, chi fa il saldatore in fabbrica, ma insomma per me che non so nulla di strade, e ancor meno di autostrade, che guido a stento la macchina (perdendo continuamente punti per disattenzione), che ho una voce flebile e insicura, che detesto il video, riuscire a dare le notizie sul traffico alla radio e in tv è stata una prova di carattere non indifferente. Quando sono stata reintegrata in rai dopo la causa, l’avvocato mi ha detto, guarda che, se a radiotre non ti chiamano, finisci al cciss. Ero sicura che questa fosse una possibilità remota, sicura che, se non a Fahrenheit, sarei comunque tornata in via Asiago. Sono passate poche settimane e mi sono ritrovata ai tornelli di Saxa Rubra. Non c’ero mai stata prima e la visione di quel fortino di cemento circondato da filo spinato ha avuto l’effetto di aumentare la mia angoscia. Pensavo di andare dalla dirigente, spiegarle che non ero adatta all’incarico e riuscire a scansarlo. Il palazzo del cciss si distingue da tutti gli altri di saxa rubra per i poster di polizia stradale che decorano le pareti e accanto alla redazione rai ci sono quella dell’aci, e quella dei poliziotti. Mi sentivo uno zombie, ma la tizia che mi aspettava non ha esitato a considerarmi arruolata. Le cose più brutte di quei dieci mesi sono state le sveglie alle quattro di mattina, con quella sensazione di buio e di freddo che ti porti dentro tutto il giorno; le comparsate in tv con la faccia truccata e i capelli a posto, ma senza voce e con un foglietto in mano che sembrava sempre troppo lungo; il cuore che batteva a mille quando partiva la pubblicità dell’agip in cabina e bisognava leggere un’onda verde impapocchiata in tutta fretta. La cosa bella erano le chiacchiere a isoradio quando partiva la musica. Con ognuno dei conduttori avevo dei temi ricorrenti: con uno parlavo dei film visti al cinema, con uno di fatti privati, e non mi dispiaceva neppure ogni tanto capitare con quello antipatico, perché significava che, tra i chilometri di coda sulla A4, il vento forte a Lucullo e la Salerno Reggio Calabria intasata per lavori, sarei andata avanti con il mio libro. Sono stati mesi strani, ero come anestetizzata: dopo aver tanto desiderato tornare a lavorare alla radio, mi ritrovavo a fare un mestiere non mio, per il quale non ero preparata, mentre di ciò che sapevo fare e di ciò che mi piaceva fare non importava niente a nessuno. E’ stato un po’ come un servizio militare obbligatorio. E’ servito a farmi capire che ho grandi capacità di resistenza, se poi questo sia un bene o un male….

domenica 4 gennaio 2009

una settimana molto impegnativa

Mio cognato crede che la vita sia una splendida avventura che vada gustata fino in fondo. Si cimenta in ogni impresa, guida l'aereo, fa immersioni subacquee, va a cavallo, si è lanciato con il paracadute, scia come un razzo, scala i ghiacciai. A tavola non è contento se non assaggia il piatto tipico del posto, che siano cavallette fritte, rane, lumache, rognoncini, lingua, milza... E' bolognese e molto affezionato alle sue radici, ma è a suo agio ovunque, viaggia moltissimo per lavoro e anche nel tempo libero con la sua famiglia. Crede che i suoi figli debbano saper fare tutto e li stimola continuamente, non sopporta la pigrizia, le scuse, non ha timori di sorta, li vuole sicuri di sé, spavaldi e pronti a primeggiare. Io no. Io sono piena di ansie verso i miei figli, mi sposto sempre meno volentieri dal mio quartiere, mangio sempre le stesse cose e guardo in generale alla vita con sospetto. Una settimana in balia di mio cognato rischiava di essere un incubo (anche se si va in albergo e non ospiti suoi si è in sua balia, lui comunque domina la scena e non ammette defezioni di sorta). Mia sorella un po' è sempre stata iperattiva di suo, un po' ci è diventata.  In realtà la nostra vacanza in montagna è stata intensa, impegnativa, carica di tensione, ma insomma è andata. Certo mi sarei risparmiata volentieri la serata in un rifugio in mezzo alle montagne con i miei figli che andavano in slittino al buio dietro ai cugini per una pista scarsamente illuminata e a tratti super ripida. Certo avrei sciato meno e su piste più facili, avrei passato più tempo al sole nei rifugi, avrei preferito che i miei figli andassero più piano...Quando potrò dichiararmi finalmente vecchia e smettere di stressarmi sulle piste?