giovedì 26 febbraio 2009

viva alessio boni

carino è carino, bravo è bravo, ma che fosse così gentile, così generoso di sé e del suo sorriso non me lo aspettavo proprio. Giornata di interviste a Mazzini: alle dieci e mezza puntuale mi sorbisco l'inizio dello sceneggiato su Puccini. Sullo schermo compare Alessio Boni, pesantemente truccato e invecchiato. E' un Puccini in crisi, che fuma, tossisce e si compra una pistola per eventualmente ammazzarsi. L'incontro con una bella giornalista dà il via al fluire dei ricordi e lo vediamo ora giovane al conservatorio, ora bambino con la mamma Stefania Sandrelli. Insomma lo sceneggiato più tradizionale e tradizionalista che si possa immaginare. Il regista è bravo, ma ha passato gli ottanta. Intervisto lo sceneggiatore-produttore, il regista, la Sandrelli e poi finalmente arriva lui. Lo placco mentre beve un bicchiere di succo d'arancia. Mi stringe la mano con calore, mi sorride, ma la tizia dell'ufficio stampa lo porta da RaiNews24. Passa più di un quarto d'ora, lei mi dice che dovrò essere breve, due domande al massimo, perché lui è inarrestabile, parla, parla e le interviste programmate sono parecchie. Arriva e parte a descrivermi gli aspetti che l'hanno più colpito del personaggio Puccini. Gesticola, si tocca il baffo, ammicca, in una parola recita, ma che meraviglia recita per me (e naturalmente per la telecamera e per il suo pubblico), a pochi centimetri da me, sorridendo a me con il suo sorriso affascinante e contagioso. Mentre la tizia dell'ufficio stampa mi punzecchia non vista la gamba per farmi smettere, riesco a chiedergli, puccini e le donne?, lui estasiato, le ama. Infine mi dice che tra i ruoli di personaggi famosi del passato e quelli di uomini d'oggi non ha preferenze purché siano storie forti, impegnative dal punto di vista emotivo. L'intervista è finita, viene trascinato altrove. Che bel momento. Per tirarsi su ci vorrebbe una piccola dose di alessio boni tutti i giorni, o almeno una volta ogni tanto serve.

martedì 24 febbraio 2009

vorrei essere quattro

domani vorrei essere quattro. Una si sveglia la mattina, accompagna il figlio a scuola e con calma va al montaggio a tirar fuori il meglio dell'ultima puntata di tuttipazziperamore. Un'altra va al lavoro e alle due incontra il prof veneto sul nuovo progetto del divertitaliano. Una terza alle quattro e mezza va a scuola del figlio a prendere la pagella, a fare la fila e a chiacchierare con le insegnanti. Una quarta corre dal dentista con i due figli. Siccome non sono quattro ma una, farò tutte queste cose correndo come una pallina impazzita da un capo all'altro della città. Sono stanca solo a pensarci.

domenica 22 febbraio 2009

torta di carote

ieri ho fatto la torta di carote. Ci sono due torte che mi vengono sempre bene, perché le faccio spesso e so esattamente quali utensili usare, la torta di carote e la caprese con mandorle e cacao. La seconda piace molto ai miei figli e in genere ai bambini, la prima piace a me ed è piacevole da offrire agli ospiti perché sopra ci metto le carote di marzapane che compro in Svizzera. Ieri avevo invitato a cena due famiglie di amici e a tavola eravamo dodici. C'era un cotechino da cuocere (io non volevo farlo e la mia amica A. si era offerta al posto mio) e poi vario altro cibo. Non è stata una gran serata. Mi ero innervosita molto con il marito che si era rifiutato di andare a prendere la figlia alle sette a casa di un'amica.  Non aveva nessuna voglia di uscire e pretendeva che lei tornasse da sola a casa. Sono andata io sbattendo la porta e quando sono tornata, avevo già gli ospiti, dovevo mettere la tavola, friggere le polpette... In più quando ci siamo seduti tutti a tavola c'era tensione tra le mie due amiche per la scelta del liceo delle figlie, si era detto che sarebbero andate in classe insieme, poi c'erano stati dei ripensamenti. Io pure sono stata molto indecisa per mia figlia: all'inizio l'avevo spinta a scegliere il classico linguistico qui sotto casa, comodo e all'apparenza non troppo complicato, poi avevo optato per il classico scientifico dei Prati, noto per la sua difficoltà e completezza, e alla fine ho lasciato la scelta a lei che vuole andare qui vicino. Comunque perlomeno lei è decisa ad andarci anche da sola, senza trascinarsi un'amica dietro, mentre le altre due sono ancora in ambasce. Altro argomento bollente: le dimissioni di Veltroni. Loro lo ritengono colpevole di aver distrutto la sinistra, noi siamo dispiaciuti e solidali con lui, si rischiava di litigare. Alla fine è servito accendere la tv e vedere un po' di Sanremo, spettacolo becero quanto mai, ma distensivo se visto in compagnia. Sono andata a letto ancora arrabbiata con il marito e piena di foschi presentimenti sul mio futuro con due adolescenti da dover accompagnare e riprendere al posto del loro bradipo ed egoista di padre. Unica consolazione una fetta di torta di carote. Ecco la ricetta:
250 gr. di carote triturate 
250 gr. di mandorle tritate fine (tipo farina)
4 uova
250 gr. zucchero
80 gr di farina
1 bustina di lievito
Separare i tuorli dai bianchi. Battere le chiare a neve e tenerle da parte. Mescolare ai tuorli lo zucchero, la farina, le mandorle, le carote. Aggiungere le chiare a neve e il lievito. In forno a 80° per 40 minuti in una tortiera imburrata e infarinata.

giovedì 19 febbraio 2009

no tu no

lavorare dietro le quinte va bene, ma sentirti presa in giro dal tuo capo che ti fa scrivere e riscrivere una presentazione per una settimana e quando arriva il giorno dell'incontro si porta dietro due ceffi amici suoi al posto tuo, questo è un altro discorso. Lui sa come sei fatta, non sgomiti, non fai scenate, non ti imponi, al massimo sei capace di tenere un po' il broncio, e poi non sei adatta alle occasioni ufficiali, ti si legge in faccia quello che pensi e pensi sempre qualcosa invece di allinearti alle opinioni di chi decide. Ora sei qui che non sai se disperarti per l'ennesima prova della tua incapacità di metterti in luce o se ridere con la tua compagna di stanza dell'assurdità della situazione. Meglio ridere e fare piani sul week end.

mercoledì 18 febbraio 2009

trent'anni

"Avevano tutte più o meno trent'anni. L'età in cui a volte si fatica ad ammettere che è la nostra vita quella che stiamo vivendo". E' Alice Munro, nel racconto "L'incidente", dalla raccolta Le lune di Giove. Quando ho letto queste frasi, improvvisamente la mia riflessione sulle amiche trentenni in crisi mi è apparsa in tutta la sua futilità. Ho ripensato a me trentenne, tormentata dal desiderio improvviso di avere figli e dalla decisione di abbandonare dopo tre anni e mezzo Milano e tornare a Roma lasciando il lavoricchio che mi ero conquistata. Ora che ho un figlio sul divano che attacca le figurine dei calciatori sull'album e una figlia che canta a squarciagola sotto la doccia, un lavoro che mi impegna, mi sembrano lontanissimi quei tempi e quei tormenti. (Naturalmente basta un banale pretesto e i due teneri angioletti diventano due diavoli, una mattina storta e il lavoro stimolante una colossale perdita di tempo, ma teniamoceli stretti questi rari momenti di ottimismo.)

domenica 15 febbraio 2009

felicità


sono circondata da trentenni intelligenti, simpatiche, carine, impegnate sul lavoro, con compagni affidabili e affettuosi, eppure irrimediabilmente infelici. Che una persona è infelice te ne accorgi quando ogni minimo contrattempo la indispone, quando la sua pazienza nei confronti degli altri è ridotta, quando la sua tendenza a lamentarsi travalica la misura. Circa un mese fa ho visto al cinema Happy Go Lucky, il film di Mike Leigh. E' un film che sembra fatto apposta per spiazzare il pubblico. La cinepresa segue i movimenti di Poppy, le sue serate in discoteca con le amiche, i pomeriggi passati a preparare i materiali per le  lezioni in classe, le impegnative mattine con i bambini, le lezioni di guida con un insegnante isterico. Ma soprattutto il regista non si stanca mai di mettere in primo piano il sorriso di Poppy. All'inizio il tutto è un po' estenuante. Lo spettatore si chiede, ma che avrà mai da sorridere questa che divide una casetta squallida con un'amica, che per divertirsi beve fino a stordirsi, che non ha più nemmeno la bici che le viene rubata all'inizio del film... Poi nello scontro tra Poppy e il suo insegnante di guida viene alla luce il senso della vicenda. Mentre lui è un uomo del nostro tempo, distrutto dal traffico,  da una madre oppressiva, dai suoi stessi cattivi pensieri, lei è portatrice di un desiderio di felicità che la rende diversa da tutti. Il personaggio di Poppy ci induce a riflettere su come ci facciamo del male a soffrire per cose per cui non vale la pena farlo. E' una lezione minima ma è una lezione rivoluzionaria. Viviamo ingolfati in situazioni che ci opprimono e non vediamo vie d'uscita, ma dovremmo sforzarci di stare meglio, di non crogiolarci nella tristezza. Occupandosi con slancio dei bambini a lei affidati, Poppy incontra un assistente sociale che si rivela essere il suo principe azzurro. La felicità porta fortuna, come recita il titolo di questo piccolo film di grande intensità.

giovedì 12 febbraio 2009

sciopero a scuola

domani c'è sciopero a scuola, avevo firmato sui diari dei figli un avviso delle insegnanti che non garantivano il normale svolgimento delle lezioni. Distrattamente avevo accordato a tutt'e due il permesso di non andare a scuola e mi ero informata sui loro piani alternativi. Poi ho ricevuto la telefonata della madre di un amico di mio figlio che mi informava che le due maestre sarebbero andate a scuola e che lei ci mandava il figlio. Ho comunicato ai due che avevo cambiato idea e che non potevano fare vacanza. Il risultato è che mia figlia, dopo avermi pesantemente insultato (muori, ti odio, ti detesto), ora è in camera sua chiusa a ringhiare e che mio figlio, ora alla festa di un compleanno di un amico, ha piagnucolato, ha detto, sei cattiva, a scuola domani ci vanno solo i dementi a ripassare. E io, che da ragazzina venivo mandata a scuola con la febbre, con lo sciopero, con la bomba, e non si sa con che altro, senza fiatare, sono qui a interrogarmi sulla mia inettitudine di madre, sulla mia incapacità di farmi rispettare, sul fallimento del mio metodo educativo basato sull'esempio e sul dialogo.

mercoledì 11 febbraio 2009

donne dal mondo

Me la sono voluta. Dopo anni di insistenza sono riuscita a convincere i miei suoceri a prendere in casa una persona che possa assisterli e ora mi tocca fare la selezione per loro. E' una cosa tristissima, in vita mia l'ho fatta altre due volte, quando stava per nascere mia figlia e quando sono rimasta senza babysitter. In tutti e due i casi ho scelto quasi subito, più per interrompere la processione di aspiranti lavoratrici che per la convinzione di aver trovato la donna giusta. Ora mi trovo di nuovo di fronte a sguardi disperati, storie strazianti, esibizione di virtù, ostentazioni di bravura. Stasera mi è toccata Sonia, una donnona di Santo Domingo che pretendeva di essere assunta solo perché aveva penato molto a trovare casa mia. A seguire c'era Ana, romena, con due figli affidati al padre in Romania e tanta voglia di guadagnare per mandarli all'università. Quanto la prima era laconica e sicura di sé, tanto l'altra non smetteva di parlare, tirava fuori foto, chiedeva e più ci inoltravamo nella conversazione più mi riempivo di dubbi sul suo conto. Nei prossimi giorni la selezione dovrebbe continuare, ce le farò ad arrivare fino in fondo?

venerdì 6 febbraio 2009

non voglio questo premier

non voglio un premier di cui mi vergogno, non voglio un premier che mi fa detestare il fatto di essere italiana, un uomo volgare, opportunista, capace di dar voce agli istinti peggiori del suo popolo. Stasera è stato capace di dire che eluana potrebbe avere un figlio. Io di eluana vorrei non sentir più parlare, vorrei che la durissima battaglia di civiltà portata avanti da suo padre potesse concludersi al più presto. Dove ci si può spingere pur di cavalcare l'onda lunga del cattolicesimo più bieco, delle chiacchiere da bar, del finto spirito umanitario (l'alimentazione a eluana che non vive sì, l'alimentazione a chi ha fame no, le cure sanitarie a eluana che non può guarire sì, le cure sanitarie agli immigrati clandestini sfuggiti a un destino crudele no). E la sinistra che fa? La sinistra si divide. Se non voglio questo premier, mi sa che devo fare la valigia.

quello che conta davvero

Ci sono tre istantanee che mi sono più care di tutto al mondo, tre momenti che ogni volta che mi tornano in mente mi fanno commuovere e mi scaldano il cuore. Sono legate a due nascita e a una morte. La prima è un'istantanea della sala prematuri del Policlinico di Roma: io sono in piedi, dolorante, appena uscita dalla clinica in cui ho partorito con il cesareo una settimana prima. Mia figlia l'ho vista solo attraverso il filmino girato dal marito: è nata prematura e l'hanno trasportata in ospedale. Le ho mandato il mio  latte, tirandomelo, e ho aspettato con enorme ansia questo momento. Mi trovo davanti all'incubatrice, infilo la mano e tocco un esserino lungo e magro, senza ciglia né capelli, la bambina più bella che io abbia mai visto. Lei mi sente, si agita sotto la mia carezza,come per farmi capire che mi ha riconosciuta, che è contenta che io sia lì. Seconda istantanea. Siamo in clinica, io sono stesa dalla mattina sul tavolo operatorio. Ho passato un'ora a chiacchierare nervosamente con l'anestetista gentile che mi ha fatto l'epidurale. Arriva il momento in cui tirano fuori dalla pancia mio figlio e me lo mettono, sporco di sangue com'è sul petto. E' piccolo, rosso, appiccicoso, sano, vispo, è stupendo. Anche la terza istantanea è in una casa di cura. Mamma ci passa la sua ultima estate, dopo la seconda operazione al cervello, prima di essere portata a casa perché non c'è più nulla da fare. Io sono andata a trovarla prendendo il treno dal mare la mattina presto. Ho passato la giornata con lei, le ho provato a leggere un libro, ho cambiato mille discorsi, l'ho aiutata a mangiare, l'ho portata in sedia a rotelle al bar, ma lei è di cattivo umore, non parla, la mia presenza significa l'assenza di papà che si prende un po' di riposo e non averlo vicino la innervosisce, è ridiventata gelosa di lui, vuole averlo sotto gli occhi. Deve fare un'inutile fisioterapia, la accompagno nella sala, la saluto e vado via con un magone smisurato. Il fisioterapista mi insegue, mi riporta da lei, dicendomi, sua madre vuole darle un bacio. Quel bacio e lo sguardo che lo accompagna mi trafiggono il cuore più di mille parole, esco di lì volando, il mio enorme dolore si trasforma in una forza che non credevo di avere.

martedì 3 febbraio 2009

due amici e una ragazza

Su Repubblica viene definito un "western ultraclassico" e questo spiega forse perché nessuno va a vederlo. Secondo me invece Appaloosa è un racconto intenso e pieno di sfumature ironiche sull'amicizia tra uomini. Cole  e Hitch si conoscono da anni, fanno un lavoro sporco ma non più di tanto, vendono la loro abilità con le pistole a chi può permettersi di pagarli per ristabilire l'ordine. A infrangere l'equilibrio consolidato è l'arrivo di una donna. Hitch è il primo a metterle gli occhi addosso, ma Miss French punta subito a Cole, al capo. Lui che fino ad allora era stato solo con puttane e con una squaw, resta abbagliato da questa donna tutta smorfiette che suona il pianoforte e si fa la doccia tutte le sere. Anche quando, dopo varie peripezie, i due amici si trovano davanti alla prova che la tipa è un'infingarda, pronta a cedere al fascino del più forte chiunque esso sia e a tradire tutto e tutti, Cole decide di restare al suo fianco e Hitch non può che andarsene al galoppo in cerca di fortuna. (Nel film c'è anche un cattivo che, dopo essere sfuggito alla legge grazie ad amicizie altolocate, torna nella cittadina carico di soldi rubati e aspira a guadagnare consensi e a buttarsi in politica: mi ha ricordato qualcuno. Non male la scelta di Ed Harris di puntare sul genere western per affrontare temi eterni come la debolezza degli uomini di fronte a certe donne e di quasi tutta la gente di fronte ai soldi e al potere.)