martedì 31 marzo 2009

tre giorni alla partenza

non mi sembra vero, tra poco si parte, basta intervistine inutilizzate, biografie di televisivi, documenti per il ministero, solo un lungo aereo e un altro mondo da visitare in fretta, cercando di riportarne qualche impressione e qualche emozione, ma soprattutto di fare spazio nella testa evitando la solita routine. Una borsa con qualche maglietta e un sacco di romanzi di scrittori cubani, due bambini pazzi di felicità, un marito finto titubante, sarà bello, non vedo l'ora.

mercoledì 25 marzo 2009

abbagli

oggi ho dovuto affrontare il momento che temevo, che turbava i miei sonni, che agitava i miei pensieri. Si trattava da un lato di rivedere una persona che non ho più voglia di vedere e dall'altro di dire ufficialmente addio a un progetto a cui sono stata legatissima. L'abbandono del progetto, sia pur volontario, mi è costato, ci avevo messo molto di mio, mi piaceva farlo, dava senso alle mie giornate lavorative, mi offriva stimoli importanti dal punto di vista umano, prima ancora che professionale. Ma oggi ho sentito di aver fatto la scelta giusta, l'unica possibile. Con lui non potevo più lavorare, l'anno scorso è stato un crescendo di soprusi dell'animo, non ho alcuna fiducia in lui. Potevo scippargli il progetto che era a firma di entrambi, ma sarebbe stata una vendetta e io sono intransigente, rigida, autolesionista, ma non vendicativa, non ancora spero. Resta il problema del perché mi sono lasciata abbagliare da lui, del cosa ci ho visto. Sono sempre ipercritica e poi mi basta il sorriso o la smorfia triste di un belloccio, due frasi studiate a tavolino, quell'aria da intellettuale che nasconde un vuoto di autenticità per incantarmi. Mi risveglio, mi risveglio, ma con le ossa rotte e autostima al minimo. Non so se sperare che non mi capiti più, forse non vorrebbe dire che sono diventata più saggia ma solo più vecchia.

martedì 24 marzo 2009

Dopo tutto questo

Una giornata ventosissima. Una donna prega perché non vuole restare zitella. Due parole scambiate con un uomo attraente incrociato al bancone di un bar, un’uscita serale con un noioso amico del fratello. Nel flash successivo la donna è già madre di tre bambini, e incinta di un altro, suo marito è quello su cui aveva posato gli occhi quel giorno. Alice McDermott costruisce il suo romanzo Dopo tutto questo per passaggi successivi. Racconta un gioco di bambini sulla spiaggia, la lunga fila di una madre e una figlia per vedere una statua, una ragazza che affronta un aborto in compagnia di un’amica, la ristrutturazione di una chiesa, i contrasti tra due fratelli, un mal di schiena lancinante del padre, e così racconta la vita di una famiglia, ancorandola a singoli momenti, a sensazioni fisiche legate a stati d’animo, ma anche a condizioni atmosferiche, a un caldo eccessivo, a una pioggia scrosciante. Ognuno dei singoli episodi ha un’evidenza lancinante come un quadro dal quale non si riescono a staccare gli occhi, di là dal suo soggetto. L’insieme degli episodi è come la vita, frammentaria, ingiusta, appassionante, squilibrata, spesso insensata, a volte ironica. Raccontare come ci attraversa il tempo, questa la grande sfida vinta da Alice McDermott in questo bellissimo libro.

venerdì 20 marzo 2009

grande clint

gran torino l'ho visto sabato scorso, ma non volevo scriverne subito, volevo prima lasciar sedimentare tutto quello che questo film mi ha lasciato. Intanto una grandissima prova d'attore: clint eastwood è perfetto nel ruolo del vecchio reazionario, pieno di pregiudizi, ma ancora vigile e sensibile al richiamo dell'intelligenza e della sincerità. Una storia semplice, una struttura lineare, si inizia con un funerale, si finisce con un funerale, uno scenario ridotto, due case, la strada. E dentro c'è tutto: c'è l'America (che potrebbe essere l'Italia o qualunque paese occidentale) in cui i figli non rispettano i padri e in cui gli adolescenti sono mostri viziati; ci sono gli immigrati, che sono guardati con fastidio, ma sono gli unici che possono ridare nuova linfa alle nostre esangui società. Clint è rimasto solo con il suo cane dopo la morte della moglie. Non sopporta i due figli, che comunque abitano lontano e non capiscono perché lui resti nel vecchio quartiere infestato da stranieri. I due ragazzi asiatici che vivono nella casa accanto finiscono per rianimare il vecchio Clint: la ragazza è simpatica, vivace, sfrontata; il ragazzo è imbranato, volenteroso, solitario, cerca un padre putativo e lo trova in lui. Gli altri personaggi del film sono una banda di bulli che ingaggia un duello mortale con Clint usando i ragazzi a lui cari come esche e un giovane prete che vorrebbe aiutare il vecchio a liberarsi dal peso che ha sulla coscienza dai tempi della guerra in Corea. I dialoghi sono fantastici e lapidari, non c'è una parola di troppo. Si parla di senso della vita, di morte, di amicizia, di lealtà, di convivenza civile, di peccato e di redenzione, ma senza pistolotti, senza alcuna retorica. Alla fine si piange di brutto. Ce ne fossero di film così.

martedì 17 marzo 2009

3131

è appena uscito un libro sulla storia del 3131, la trasmissione radiofonica condotta da Corrado Guerzoni negli anni ottanta. L'ha scritto uno dei tecnici della radio, Raffaele Vicenti, che ora lavora alla Teche Rai. Raffaele ha contattato tutte le persone che nel corso degli anni sono passate per la redazione di quel programma, ha chiesto cassette, testimonianze, foto e il risultato è un libro minuzioso che dà una sensazione di vertigine a chi quelle vicende le ha vissute in prima persona. Leggendo La prima volta del telefono (che brutto titolo ammiccante, ma è l'unica vera pecca del libro) mi sono rivista a ventisei anni, fresca di laurea, piena di sogni di gloria e di timidezza davanti alla signora Motta, che faceva i colloqui per il 3131. La signora Motta era una donna magra e arcigna, con un sorriso sarcastico, un'altissima opinione di se stessa e un gusto sfrenato di catalogare l'umanità. Le emozioni che ho provato al 3131, il mio primo lavoro, sono state molto intense: dall'iniziale snobismo (che ci faccio qui, alla trasmissione che sente mia madre mentre passa l'aspirapolvere, che mi importa a me di argomenti come la medicina, il traffico in città, di libri si parla solo una volta ogni tanto) all'entusiasmo per le persone divertenti, colte, inusuali che vi avevo trovato, alla sensazione scomoda del precariato a cui poi avrei dovuto abituarmi, alla gelosia per le redattrici venute dopo, alla rabbia per l'intercambiabilità delle figure, fino al distacco e alla partenza per Milano, alla ricerca dell'indipendenza dalla mia famiglia e di un nuovo inizio. Quando sono andata via dal 3131 della Motta e di Guerzoni non avrei mai creduto che, a distanza di quattro anni, sarei tornata a lavorare a un 3131 senza loro due. Al momento della partenza mi sembrava di squarciare una cappa, di liberarmi di un giogo. Non condividevo le loro idee, la loro visione cattolica e paternalistica dei rapporti umani, ma in fondo stimavo entrambi, sentivo che erano persone vere. Più complessa la mia opinione di Rita Manfredi, la curatrice del programma. Mi colpiva la sua dedizione assoluta al lavoro, lo sforzo maniacale con cui cercava di avere tutto sotto controllo, non sopportavo il suo tentativo di appropriarsi di contenuti che non erano suoi, la sua ansia di mostrarsi all'altezza dei compiti piuttosto banali che le venivano affidati. Rita è morta di cancro al seno e non ha potuto vedere il libro che Raffaele le ha dedicato e che ha potuto scrivere grazie ai materiali da lei conservati. Questa lettura mi ha costretto a fare i conti con me, con la ragazza testarda, inquieta e intransigente che ero, con quello che pensavo di essere e di diventare.

lunedì 16 marzo 2009

fine di un amore

quando si sono conosciuti lei aveva diciassette anni, lui trentacinque. Lei era una ragazzina spaurita cresciuta con la mamma sarta, lui era un bellissimo militare che aveva combattuto in giro per il mondo. Si sono sposati, hanno fatto due figli, hanno vissuto chiudendosi a riccio all'interno del nucleo familiare perché lui voleva così, niente amicizie inutili e anche i parenti meglio tenerli a distanza. I figli si sono sposati e se ne sono andati. Anche in vecchiaia erano una bella coppia: uscivano la mattina presto per fare la spesa, per comprare il giornale e qualche volta si concedevano un caffè al bar. A casa loro la televisione sempre accesa, ma in sottofondo, la sera sempre meno, perché non trovavano niente di interessante. Lui ha superato la soglia critica dei novanta in buona salute, faceva le tagliatelle a mano quando arrivavano i nipoti. A un certo punto però il tracollo c'è stato, e quando si è trattato di accudirlo come un bambino, lei non si è tirata indietro. Dopo più di anno di lavoro incessante, è crollata e ha acconsentito a prendere in casa una donna che la aiutasse. Il loro equilibrio di coppia, sopravvissuto a tanti anni, ad alterne fortune, si è infranto. Ora tra i due il più lucido sembra lui: è magrissimo, fragile, passa dal letto alla poltrona, alla sedia. Quando lei è in cucina, sussurra, non sta bene, è molto esaurita. Lei invece dà di matto: tira fuori i sacrifici fatti, le amiche non avute, le vacanze non fatte. La scoperta di poter essere sostituita nella cura del corpo di lui ha reso vano il periodo da lei trascorso ad annullarsi e ha messo in crisi tutta la sua vita, tutte le scelte subite nella convinzione che non fosse possibile alternativa alcuna. E' una donna delusa e ferita, che non vede che l'uomo a cui ha ora deciso di opporsi, ostentando il suo desiderio di indipendenza, è l'uomo che ha amato e che non ha più che una manciata di giorni da vivere. Così finisce un amore durato troppo.

venerdì 13 marzo 2009

dove siamo?

quando hanno vinto loro e in modo così schiacciante, ho pensato che ci avrebbero restituito dopo cinque anni un'italia incanaglita, che avrebbero smantellato definitivamente la sanità pubblica e la scuola, ma quello che sta succedendo è al di là di ogni pessimistica aspettativa. Non passa giorno che una legge nuova non scardini un principio basilare della vita civile, dalla libertà di cementificazione, alla libertà di ronda e alle denunce dei clandestini da parte dei medici, per citare solo le ultime. E a rendere il clima ancora più avvelenato sono gli sproloqui del capo che farebbe votare solo i capigruppo e poi nemmeno quelli. Che brutti tempi, franceschini aiutaci tu.

martedì 10 marzo 2009

rivendicazioni

Stamattina alle cinque con gli occhi sbarrati, senza più una goccia di sonno, mi sono ripetuta il discorso da fare al mio capo. Faccio un bel respiro e gli dico, non è un bel momento, si è esaurita la carica che avevo venendo dallo sconforto del cciss, non sono più una ragazzina alle prime armi, mi fai sparire come polvere sotto il tappeto quando è il momento di presentare i lavori, faccio finta di essere assunta e da un momento all’altro la cassazione può mandarmi a casa, mi fai fare interviste allo sbaraglio e quando comincio a prenderci gusto decidi che hai bisogno di me su altri fronti, dei miei documentari non ti importava niente e ora li vanti come il tuo prodotto più in linea, avrei dovuto fare l’insegnante, importunare i ragazzi con le mie letture e non stare in questo posto pieno di raccomandati sballati. Sono venuta in redazione e sono andata a bussare alla sua porta. Lui stava leggendo il giornale e mi ha accolto con cortesia e circospezione. Il discorso gliel’ho fatto più o meno così, sconclusionato e perdente. Lui ogni tanto provava a interrompermi conciliante, facendo mea culpa, dichiarando di apprezzare la mia sincerità, adducendo a sua discolpa lo stress del doppio incarico su Roma e Milano. Dentro di sé pensava, ci risiamo con il bisogno di gratificazione, mi ero dimenticato che per lei è indispensabile, non chiede soldi, qualifiche, vuole solo essere detta che è brava, che è la più brava, che conto su di lei. A un certo punto ha avuto un colpo di genio. Ha esordito dicendo, te l’avrei detto più in là, ma visto che stiamo parlando… Avrei pensato a dei microprogrammi sui libri per ragazzi, su classici della letteratura da proporre al ministero, non so ancora in che forma, tu potresti essere la persona giusta…Potevo restare coerente al mio atteggiamento sfiduciato, al mio tono da resa dei conti? Mi sono brillati gli occhi, mi si è allargato il cuore, gli ho sorriso vinta, gli ho detto, che bella idea, quanto mi piacerebbe occuparmene. Sapevo che stava improvvisando, che era una trovata estemporanea per mettermi a tacere, per ricaricarmi ma che bella trovata, che magistrale talento.

venerdì 6 marzo 2009

uno zombie tra noi

c'è la crisi e un'azienda come quella in cui lavora il marito, basata su consulenze ad altre aziende, risente della scarsità degli investimenti che si fanno, dei mancati pagamenti da parte dei clienti, delle chiusure di contratti. Il riflesso familiare di questa situazione generale è la presenza di uno zombie tra noi. Il marito esce alle otto in punto, portandosi dietro la figlia recalcitrante, che fino sulla porta mi tormenta con richieste di soldi, permessi, e quando io le dico, perché non lo chiedi a papà, risponde con un incredulo, a papà? A un certo punto della giornata mi chiama al telefono, più per riflesso condizionato che per sapere come sto. Dopodiché sparisce e se mi salta in mente di cercarlo per raccontargli qualcosa, non risponde e se risponde, sussurra che è in riunione. Torna verso le nove, si avventa ancora vestito di tutto punto sul cibo che gli lascio sul tavolo. Mangia in tre-quattro minuti senza accorgersi di cosa ha nel piatto ed è già con la testa dentro il computer a finire di leggere le mail che durante la lunga giornata lavorativa non è riuscito a vedere. Questo succede il lunedì, il martedì, il mercoledì e il giovedì. Il venerdì invece va a prendere alle sette il figlio a tennis e teoricamente questa dovrebbe essere la sera in cui si cena tutti insieme e si festeggia l'evento. In pratica si innervosisce per qualsiasi cosa e ci guarda con l'occhio feroce perché non è più abituato a noi. Il sabato è ancora un fascio di nervi e in genere il pomeriggio crolla a dormire. La domenica pomeriggio comincia a ridiventare umano. Mezza giornata a settimana per fare il marito e il padre non mi sembra una quantità sufficiente, crisi o non crisi.

mamme e nuvole

ce l'ho fatta! In un film di Woody Allen una madre si protendeva dalle nuvole per commentare in modo abbastanza invadente la vita del figlio. Io che non credo nella vita ultraterrena immagino spesso mia madre che mi osserva dall'alto, che gioisce per i miei passi avanti, partecipa alle mie preoccupazioni, guarda con affetto e trepidazione ai miei figli, scuote la testa quando mi incaponisco su qualcosa, mi gela quando mi compatisco. Ieri dall'alto della sua nuvola mamma era semplicemente orgogliosa di me.

giovedì 5 marzo 2009

prove

sono due giorni che mi sveglio con la gola in fiamme, la settimana scorsa ho preso freddo e pioggia. Oggi è un giornata orribile, piove e tira vento, dovrei stare sotto le coperte e invece tra poco parto per mazzini per fare due interviste che mi agitano non poco. Gli intervistati sono un amico di famiglia e suo figlio e la preoccupazione non è per il pezzo in sé, che durerà due minuti e mezzo, compresi gli estratti dalla trasmissione, ma per l'occasione che mi si presenta di far vedere che sono in grado di fare questo mestiere, che non sono una cretina. Ce la farò, riuscirò con quel brandello di voce che mi rimane a non impappinarmi, a far finta di essere sicura di me, disinvolta, perfettamente a mio agio?

domenica 1 marzo 2009

gelosia tra fratelli

uno dei sentimenti prevalenti tra fratelli è la gelosia. I miei figli sono diversissimi l'uno dall'altra e hanno con me rapporti diversi; con il piccolo c'è più condivisione e dialogo, con la grande ci sono più sporadici e intensi slanci d'affetto. Tra loro è una battaglia continua a chi si sdraia prima sul divano, a chi si impossessa del telecomando, a chi scarica ogni colpa sull'altro, a chi ha già messo la tavola ieri, a chi ha già sparecchiato. Di fondo si vogliono bene e quando c'è un'emergenza di qualunque tipo, o quando noi non ci siamo, si schierano automaticamente dalla stessa parte, si spalleggiano. Se però uno dei due pensa che io stia esagerando in affettuosità nei confronti dell'altro, scatta una gelosia devastante, diventano i peggiori nemici e giù scenate, pianti, recriminazioni. La gelosia di mia sorella maggiore, che soffriva per il legame tra me e mia madre, ha funestato la mia infanzia e adolescenza: o mi denigrava o mi ignorava, non c'erano alternative. Eravamo molto vicine come età, molto simili fisicamente, ma non abbiamo mai condiviso niente in modo spontaneo e ora che mamma non c'è più ci uniscono i ricordi familiari, ma ci mancano dei pezzi che sono irrecuperabili. Tra le missioni impossibili imposte ai genitori c'è quella dell'equilibrio e dell'equidistanza. Bisogna provarci con tutte le forze.