martedì 28 luglio 2009

szymborska

"Non conosco la parte che recito.
So solo che è la mia, non mutabile.
...
Mal preparata all'onere di vivere
reggo a fatica il ritmo imposto dall'azione.
Improvviso benché detesti improvvisare.
Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza.
...
Poter provare prima, almeno un mercoledì,
o replicare ancora una volta, almeno un giovedì!
ma qui già sopraggiunge il venerdì
con un copione che non conosco.
...
E qualunque cosa io faccia,
si muterà per sempre in ciò che ho fatto."

lunedì 27 luglio 2009

le parole e i funerali

Sabato mattina c'è stato il funerale di mio suocero. Si è svolto in una cappella dell'ex Santa Maria della Pietà, vicino al padiglione dov'era ricoverato. Il prete era giovane e americano, prometteva bene, poteva cavarsela con poche parole, lasciare che a salutarlo fosse chi lo conosceva. E in effetti lui ha provato a chiedere ai figli se volevano dire qualcosa, ma di fronte al loro imbarazzo si è imbarcato in tre quarti d'ora di disquisizione teologica sullo spirito santo. Non riuscendo a seguire il filo del suo discorso, prima ho sussurrato ai miei figli, a me in chiesa da morta non mi ci portate, poi ho provato a immaginare cosa avrei detto io sul Generale. Lo conoscevo da più di vent'anni e l'ho sempre chiamato così, il Generale, non in sua presenza, ma quando lo nominavo. A lui davo del lei ed evitavo di chiamarlo direttamente. Era la persona più lontana da me che conoscessi: un militare, un uomo di destra, un tipo che non sopportava di essere contraddetto, un vero despota con la moglie più giovane di lui. Ma questa era la facciata. Dietro si nascondeva una persona capace di grandi gentilezze e di pochissime parole, doti per me preziose. Sin dal primo pranzo familiare, a cui avevo partecipato intimidita e preoccupata, ho sentito un'affinità con lui, mi era sembrato di piacergli, e anche quando ne ha saputo di più su di me e ha conosciuto le mie idee politiche, la mia indipendenza, non mi ha mai contrastata, mi ha sempre fatto sentire accettata e benvoluta. Non ha interferito con il nostro trasferimento a Milano che pure lo ha fatto soffrire, con la nostra convivenza prima del matrimonio, con il nostro distacco completo dalla chiesa. Mio marito era il suo figlio preferito e lui ha esteso questa predilezione anche a me e ai nostri figli. Loro due li amava teneramente e si inorgogliva vendendoli rimpinzarsi delle tagliatelle che stendeva a mano (non commentava il fatto che io non sapessi fare tali delizie per loro e li portassi sempre affamati dai nonni). Era troppo vecchio per potersi godere i nipoti, il cibo è stato l'unico canale di comunicazione con loro, ma ha funzionato bene, con piena soddisfazione di tutte e due le parti. L'essere arrivato a novantacinque anni lo inorgogliva, come fosse un merito personale. La settimana prima di morire mi ha detto, sì sono a letto, non mi sento più le gambe, ma di testa ci sto benissimo, vorrei vedere chi alla mia età è lucido come me, e giù commenti su Berlusconi che l'aveva deluso, su Franceschini che non gli piaceva per niente e sulla sua ultima scoperta, Maroni. Ciao Generale, perdonami se non ti ho salutato pubblicamente, forse mi sarei commossa, forse avrei urtato la sensibilità di qualcuno, e poi tu non sei mai stato uno da discorsi ufficiali, da brindisi , da proclami: dandoti del tu per la prima e ultima volta, ti saluto qui con tutto il mio affetto.

domenica 26 luglio 2009

Olive Kitteridge

Perché Olive Kitteridge mi è piaciuto tanto? Perché seduta in un treno pigiato e caldo mi scorrevano le lacrime lungo le guance mentre affrontavo le ultime pagine, tra le prime in cui comparisse un po’ di speranza? Perché è esattamente il libro che se fossi una scrittrice vorrei saper scrivere. Racconta di gente normale, di brave persone, di persone così così e di persone malevole, di giovani e di vecchi. Racconta di sentimenti familiari ma anche di curiosità e improvviso affetto per gli sconosciuti che incrociamo nella vita. Olive è un grandissimo personaggio. Cresce poco a poco. Nel primo racconto è la moglie bizzosa sullo sfondo, in un altro la prof. saggia, in un altro ancora una signora qualunque: a seconda di chi ci vede assumiamo una faccia, un ruolo, un’identità. Poi inizia a dominare la scena con i suoi furori (fantastico il suo sfogo contro Bush, ma anche l’esplosione di rabbia quando si rende conto che il figlio non le ha detto che si è sporcata di gelato perché la ritiene una vecchia sbrodolona), i suoi slanci di simpatia umana, le sue paure, le sue debolezze. Sono molto fiera di aver amato anche il primo libro della Strout tradotto in italiano, Amy e Isabelle, al punto da intervistare l’allora sconosciuta autrice al telefono per Fahrenheit milioni di anni fa.

compagni di viaggio

Ha circa otto mesi il mio blog. All’inizio non ci credevo, ero piena di dubbi. I dubbi ce li ho ancora, a volte ripensando ai miei posti temo che suonino fasulli, supponenti, inutili, troppo veementi o troppo flebili. Però ora so che scrivere in questa strana forma che è il diario in pubblico mi piace, mi tranquillizza, mi dà un’illusione di controllo almeno sui miei pensieri. Nella testata nuova di zecca che Stefania ha gentilmente fatto per me compaiono oltre i libri i miei attuali compagni di viaggio più ricorrenti, quelli che più spesso nomino qui, che mi sorreggono e mi subiscono.

mercoledì 22 luglio 2009

un uomo sgorbutico

E' la seconda settimana che lavoro con un montatore orso e oggi per la prima volta sono riuscita a strappargli un sorriso. Non lo diverte il lavoro che stiamo facendo insieme (non diverte neanche me: mettere le sigle a vecchi programmi e scrivere etichette a fine giornata fa sentire completamente rintontiti) ed è stufo di programmisti bizzosi e arroganti. Ha scelto di non dare confidenza a nessuno. Mi risponde a grugniti, ogni tanto ribadisce che lui sa fare ben altro, esce dalla stanza e quando lo vado a recuperare perché è finita la cassetta, dice sempre, così presto? Oggi però ci ha preso quasi gusto a mantenere un ritmo folle, prendi cassetta, metti cassetta, finita cassetta, nuova cassetta, con lo scaffale che si riempiva di lunghi beta verdi. Alla fine ci siamo trattenuti anche cinque minuti a parlare dell'ultimo programma che ha montato. Faccio progressi.

se dovessi reinventarmi

stamattina ho raccontato in palestra a una ragazza della mia causa incombente, dicendole se perdo mi trovo a quarantasei anni senza uno straccio di lavoro. Mentre pedalavo andando verso il montaggio, improvvisamente mi è venuta un'idea sul mio futuro senza rai. Ho immaginato di aprire un bel negozio di pasta fresca e torte secche (praticamente i miei cibi preferiti). Dentro ci ho visto come guida mia suocera che sa fare gnocchi, lasagne, crostate in modo splendido, mio marito come finanziatore e responsabile della contabilità, io come apprendista pastaia e produttrice di torte capresi e il padre di un amico di mio figlio che è in cassa integrazione dall'alitalia come addetto al pubblico. Ho anche il nome, Nonno Checco, che poi sarebbe il nome di mio suocero che ora sta molto male ma che era bravissimo a fare le tagliatelle a mano. Mi sono talmente innamorata del progetto che quando sono arrivata al montaggio non riuscivo a rassegnarmi a dover produrre beta per la messa in onda invece che cibi gustosi.

lunedì 20 luglio 2009

diciotto

Diciotto anni fa mi sono sposata. Faceva caldo come adesso, il Campidoglio era infuocato, i matrimoni duravano dieci minuti l'uno, finito uno cominciava un altro, si facevano in due sale contigue, a noi non è capitata la sala bella, quella rossa, ma una anonima e l'omino che celebrava era quanto di più triste e annoiato si potesse immaginare. Ho fatto ridere tutti perché, convinta che la prima domanda sarebbe stata, se qualcuno ha qualcosa da obiettare lo dica ora o taccia per sempre, ho detto no, mentre mi era stato chiesto se ero andata lì per sposarmi. Quando la gente ha smesso di ridere, l'omino ha detto, ripeto la domanda, forse la sposa è un po' confusa e allora, rossa in faccia e accaldata, ho detto sì. Stasera non è sera di festeggiamenti ma dentro di me questi diciotto anni un po' mi inorgogliscono, oltre che spaventarmi.

Scansata

ore sette e quaranta, stazione di Fondi. Arrivo tranquilla con il mio appassionante libro nella borsa. Vedo P., nostro vicino di casa al mare che lavora vicino Roma. E' mio coetaneo, ha tre figli, fa il commissario di polizia, ama suonare il pianoforte, leggere, ascoltare la radio e andare a vela. Negli anni passati c'è capitato spesso di chiacchierare, ultimamente no. Mi accoglie con un sorriso, mi fa raccontare i nostri piani estivi. Arriva il treno e io dò per scontato che ci sederemo accanto e proseguiremo la conversazione su figli e vacanze. Appena il treno si ferma, lui dice all'improvviso, ciao eh, e invece di avanzare, fa dei passi indietro, chiarendo benissimo la sua intenzione di liberarsi di me. Lo saluto e vado verso un vagone di testa, un po' frastornata dal suo gesto così poco cordiale. Passa la giornata e mi resta il dubbio: doveva lavorare in treno, aveva un appuntamento con qualcuno, sono diventata un persona da scansare?

i romanzi nuocciono gravemente alla salute

Non so se i romanzi nuocciono alla salute di tutti, alla mia salute mentale sicuramente sì. Vivo perennemente avvolta in un'aura romanzesca, finisco un libro e entro in un altro e siccome nei libri che piacciono a me o ci si innamora o si muore, ho la tendenza a prefigurare questi eventi, che nella vita reale sono molto meno frequenti che nella letteratura. Ieri mio padre è andato all'una alla stazione a prendere il nipote che arrivava dalla Svezia e si è portato dietro mia figlia. C'era un sole a picco, papà sta per compiere ottanta anni e alla guida non è più sicuro come un tempo. Cinque minuti dopo che erano partiti, ho sentito delle sirene spiegate e mi sono vista la scena: i due in un fosso, la polizia che arrivava a darmi la notizia, io distrutta per sempre. Stavo leggendo un libro molto bello e molto deprimente Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Sono una serie di racconti in cui compare sullo sfondo o in primo piano la Olive del titolo. In uno di questi la commessa di una farmacia perde il marito che adora in un incidente di caccia: il suo migliore amico lo scambia per un cervo e lo uccide. Non c'è nessuna relazione tra gli eventi, ma è chiaro che la letteratura mi turba e contribuisce a diminuire il mio già fragile equilibrio.

in riva al mare

arrivo in spiaggia dopo la metropolitana, un'ora e mezza di treno, una trattativa con il tassista perché l'autobus se n'è già andato. I ragazzi mi riversano addosso una pioggia di lamentele contro la tata dispotica e inospitale, poi si allontanano, tornando dai loro amici. Sono le sette, fa ancora caldo, il mare è verde e fresco. Mi butto a nuotare, vado sempre più a largo e ho una strana sensazione. E se la morte fosse così, un lasciarsi alle spalle tensioni, amori, un lasciarsi avvolgere, un lasciarsi andare, forse se fosse così non sarebbe poi così temibile.

martedì 14 luglio 2009

giornataccia

Sul mio oroscopo stamattina doveva esserci scritto, restate a letto, non uscite per nessuna ragione al mondo. Non ho ascoltato nessun oroscopo e piena di buona volontà ho affrontato la palestra, poi la corsa in bici al montaggio e un'ora e mezza di attesa dei materiali che il corriere aveva assicurato sarebbero stati lì per le dieci. Invece di andare a comprarmi un giornale o a prendermi un caffè, ho guardato l'ora nervosamente per tutto il tempo. Poi il materiale è arrivato e la giornata è trascorsa a inserire vecchie puntate della trasmissione Lampi di genio in una macchina per tirarne fuori dei beta nuovi di zecca con la sigla iniziale e finale del Divertitaliano. Un lavoro di elevato profilo concettuale. Verso le cinque mi pregustavo la fine del lavoro e le chiacchiere con Giulia che stavo per andare a trovare. Mi ha chiamato Stefania, la signora che mette lo smalto: era sotto casa mia e l'appuntamento che credevo fosse fissato per domani era oggi. Ho mollato lì tutto in anticipo sentendomi in colpa con lei che va di casa in casa ed è sempre puntuale. Sulla pista ciclabile ho chiamato Giulia per dirle che non potevo andare da lei e in meno di un quarto d'ora ero a casa. Ma senza cellullare, che deve essermi caduto tra una pedalata e l'altra. Ora ho lo smalto sui piedi e sulle mani, non ho più il mezzo per comunicare con i miei figli da fuori e più che stanca sono distrutta. L'unico aspetto positivo è che non ho più mezzo per comunicare con il mio capo che mi ha sbattuto a fare sto' lavoro noioso solo perché non aveva nessun altro a cui chiederlo.

lunedì 13 luglio 2009

il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio

A pag. 1 del romanzo che mi sono portata in treno da Roma a Sperlonga decido che il libro mi fa schifo, cerco di ricostruire cosa mi abbia spinto a comprarlo, mi chiedo perché non ho letto la prima pagina e non l'ho lasciato dove l'avevo preso, ricostruisco di aver sentito parlare il suo autore alla radio e di aver fatto l'acquisto su internet, bestemmio silenziosamente contro la radio e contro le librerie on line, decido che tanto il viaggio dura un'ora e se non lo passo a leggere è comunque tempo perso e proseguo nella lettura. Alle sei il libro è quasi finito, alzo gli occhi e vedo il treno fermo a una stazione dall'aria familiare. Faccio appena in tempo a fiondarmi verso l'uscita. Ora che ho finito di leggerlo, Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio di Massimo Lolli continua ancora a non piacermi, ma mi pone una serie di interrogativi che mi riconducono alla famigerata prima pagina. La rileggo. C'è un uomo che descrive una donna: " gambe magre e lisce, la gonna un paio di centimetri sopra il profilo delle rotule, sopra l'incavo delle cosce. Maglietta attillata bianca, gircollo con tettine di porcellana, capelli castani folti ariosi freschi di messa in piega." Tettine di porcellana è troppo, ma non è solo questa espressione a darmi fastidio, è lo sguardo maschile che fruga nell'immagine femminile, che soppesa, tasta, fa l'inventario di quello che vede. Il problema che mi pongo è questo: è lo stile di Lolli a urtarmi o è il suo personaggio? La mia è una obiezione di stile o di contenuto? In effetti Lolli traccia il ritratto di un uomo da niente e lo fa con una certa efficacia pur senza scendere in profondità. Una volta il mio ex conduttore preferito della radio mi ha detto che avevo i gusti letterari di una professoressa di liceo senza esserlo. Era un insulto scherzoso, ma in questa definizione io mi riconosco. W la grande letteratura, abbasso la letteratura così e così.

mercoledì 8 luglio 2009

13 ottobre

è ufficiale. Ho la data. Una telefonata della segretaria dell'avvocato ha appeso il mio destino lavorativo al 13 ottobre 2009. Quel giorno la corte di Cassazione si riunirà per decidere se devo continuare o no a fare il lavoro che faccio. Quei signori non valuteranno se mi impegno, se so fare qualcosa oppure no, giudicheranno la sentenza espressa da loro colleghi e dalla loro scelta dipenderà se passerò i prossimi vent'anni dentro o fuori la rai. Da una parte non vedo l'ora di uscire dal limbo in cui sono da quasi otto anni, quattro di causa e quattro di reintegro, dall'altra non so se mi spaventa di più il baratro del non lavoro o quello del lavoro definitivo. Insomma vent'anni di precariato e traversie lavorative non sono uno scherzo, ci si abitua a pensare a se stessi come transitori su una scrivania, in una stanza, in un ruolo, e se è brutto non sentirsi mai tranquilli è quasi più brutto il modo che hanno gli "interni" di vivere la loro condizione, con sciatteria, recriminazioni, stanchezza fisica e mentale. Vabbe', non è che se vinco la causa a ottobre, il giorno dopo ho una mutazione e divento un'interna demotivata. Prima di tutto dovrei vincerla 'sta benedetta causa e per una volta godere del favore del destino. Altrimenti dovrò inventarmi un'altra me, dimenticare radio televisione, pensarmi in contesti diversi, magari con finalità un po' più utili e sensate. Vedremo, per ora ho un luglio e un settembre impegnativi, ottobre porterà altri frutti, purché non rimandino il tutto.

lunedì 6 luglio 2009

Filippo Timi

week end di sole, di mare e di Filippo Timi. Peggio che essere famoso non rientra nel tipo di libri che leggo e tanto meno che compro. Dopo averlo visto nel bellissimo Vincere e nell'intervista televisiva della Bignardi però non ho retto alla curiosità, volevo saperne di più su di lui, anche se non mi aspettavo qualità letterarie dal suo libro. E mi sbagliavo. Timi scrive benissimo, dalle sue pagine sgorga vita vissuta, trascina il lettore sul set, lo fa rotolare nel fango insieme a lui, gli fa sentire la voce di sua madre al telefono, indossare i suoi abiti, sentire dal di dentro le sue smanie, le sue paure, i suoi entusiasmi. E' un libro rapido, tutto sensazioni, che racconta il mestiere di attore come meglio non si potrebbe.

Alain de Botton

tanto tempo fa, quando facevo la lettrice per Longanesi, ho letto in inglese Esercizi d'amore di Alain de Botton, scrittore allora pressoché sconosciuto in Italia. Il libro non mi era piaciuto per niente, l'avevo trovato manierato, compiaciuto, povero di contenuti e di idee. L'hanno pubblicato e ben presto è diventato un autore di successo. L'altro giorno su Repubblica ho trovato un articolo che mi ha molto confortato. Il New York Times ha stroncato de Botton dicendo che il suo libro è superficiale e il suo autore uno snob. Il motivo per cui Repubblica ha dedicato un articolo a questa stroncatura è la reazione scomposta dello scrittore, che ha replicato al critico "ti odierò fino al giorno in cui muori". De Botton non è solo un mediocre, è anche un pazzo vendicativo.