lunedì 30 novembre 2009

chi è mia figlia

Esco di casa la mattina con il magone per il tono aggressivo con cui mi si rivolge. Mentre guido e ascolto la rassegna stampa di radiotre penso a dove ho sbagliato, a come ho fatto a renderla così selvaggia, così sciatta e menefreghista. (Ieri sera ci ha fatto una super scenata dopo che il padre le aveva chiuso facebook indignato perché aveva calpestato dei fogli importanti usciti dalla stampante che è in camera sua). Tornando a casa alle due mi chiama e, sempre con il tono aspro che aveva al risveglio, mi annuncia che andrà a studiare storia da una sua amica perché da sola non ci riesce, però alle sei mi aspetta per un super ripasso. Sa che il suo quattro in storia per me è una spina nel fianco, e sa anche che domani ci sono i colloqui con i professori. Al lavoro sono presa da beghe varie e alle cinque e mezza anche se è tutto per aria, i turni di montaggio, i materiali da cercare, l’intervista all’australiano da tradurre, mi precipito a casa. Mi spiazza subito, è sorridente, disponibile, si è preparata, ha riempito una serie di foglietti di schemi. E’ vero che si esprime in modo approssimativo, che dice esercito poderoso senza chiedersi cosa voglia dire questo aggettivo, che lavora di memoria più che di comprensione, però si è impegnata. E’ un’altra rispetto a stamattina e ieri sera, chiacchieriamo dei suoi professori, mi racconta dell’ennesimo tema sull’adolescenza che ha fatto a scuola, è sicura di aver preso un bel voto. Esco dalla sua stanza alle sette più confusa che mai. Chi è mia figlia? Quel mostro scalciante che chiede soldi e insulta o questa docile ragazzina preoccupata di sfigurare di fronte all’arcigna professoressa di storia?

domenica 29 novembre 2009

La chiave fatata

Ieri sera ho visto da Fazio una maestra che testimoniava il lavoro d’inserimento con trentasei bambini rom prima che il campo in cui abitavano venisse sgombrato. Ho ripensato ai documentari della Chiave fatata, il lavoro più interessante che io abbia fatto in rai e il meno considerato. Può darsi che quei documentari non fossero un granché, ma mi sembra che rispondessero a un bisogno reale, quello di raccontare l’entusiasmo e l’impegno con cui maestre e maestri costruiscono le basi di una convivenza civile tra alunni di varia provenienza e le reazioni dei bambini, i rapporti tra loro, le aspirazioni, le paure, i successi e le difficoltà. Le puntate della Chiave fatata hanno un record di repliche sul canale satellitare che ora si chiama rai scuola, ma semplicemente perché non si sa che mandarvi in onda. Su di loro non è uscita una riga; ho mandato dvd a chiunque mi sembrasse sensibile al tema dell’immigrazione visto dalla parte dei bambini e dai giornalisti non ho avuto uno straccio di risposta. Mi ha telefonato il prof. di storia della lingua italiana con cui mi sono laureata, a lui sono piaciuti e mi ha fatto un grande piacere.

sabato 28 novembre 2009

la baby sitter e la rock star 2

E invece il libro è stato capace di stupirmi. Un incrocio indigesto tra Cenerentola e Jane Eyre con una spruzzatina di Pace Corps: il cantante vuole sposare la babysitter vergine, ma il giorno delle nozze si scopre che in una delle stanze della sua magione si nasconde la sua prima moglie che è diventata schizofrenica a causa delle droghe ha preso insieme a lui. La babysitter innamorata scappa e fa perdere le sue tracce. Conosce un ragazzo, sta per andare ad Haiti ad aiutare i bambini con lui, ma entra in un cinema, vede un film sulla vita del cantante, scopre che si è ferito gravemente nel vano tentativo di salvare la moglie suicida, corre da lui, gli promette che lo sposerà e tornerà a farlo cantare. Il tutto senza un briciolo di humour. E dicono che in America sarà un successo.

la baby sitter e la rock star

Nel libro che sto leggendo per la mondadori a pagina 6 la protagonista, una dicianovenne rimasta orfana e senza un soldo, ottiene l'incarico di babysitter per la bambina di una stella del rock. E' possibile che la dicianovenne seria e studiosa non conquisti l'ex dissoluto? Mi mancano solo duecento pagine per avere la conferma di una trama che difficilmente mi riserverà qualche sorpresa.

santa maria della pietà

A Santa Maria della Pietà c'ero stata per mio suocero, che ha passato il suo ultimo mese di vita ricoverato in uno dei padiglioni dell'ex manicomio, ora trasformato in una casa della buona morte. Oggi ci sono tornata per una visita guidata al museo della mente che si trova in un altro dei numerosi padiglioni sparsi nel parco. E' un posto inquietante il Santa Maria della Pietà: per quanto oggi sia solo un grande giardino abbastanza curato, con bellissimi alberi secolari, è come se l'eco dei matti che vi si aggiravano reclusi sia in qualche modo rimasta nell'aria. Bene hanno fatto a dedicare uno spazio a un museo che raccoglie le testimonianze dei ricoverati, i loro oggetti d'uso quotidiano, i disegni, la storia di Basaglia e della sua rivoluzione. Ma la cosa più bella e innovativa del museo è che prima di arrivare alla parte storica e documentaria si passa per un percorso esperenziale. Prima guardi una stanza speciale attraverso un buco e ti accorgi che vedi solo quello che vuoi vedere, quello che sei abituato a vedere, poi hai un microfono davanti e per sentire delle voci strane devi parlare e dici cose inconsulte perché sei teso a cercare di capire quello che senti, poi ti trovi davanti a uno schermo che ti fa vedere te stesso prima o dopo, non nell'istante in cui sei lì davanti, e ancora: c'è un tavolo in cui devi puntare i gomiti e mettarti le mani sulle orecchie per sentire una voce che ti parla e una sedia che ondeggia davanti a uno schermo con una confusione di fotografie e racconti che si sovrappongono... Quindi prima di conoscere la storia del luogo devi uscire da te, provare una condizione altra, smarrirti per disporti all'ascolto. L'unico problema per me è stato l'eccesso di zelo del direttore, una persona animata dal sacro fuoco della divulgazione. Eravamo una quarantina, ci ha sequestrato dalle dieci del mattino all'una e mezza, riempendoci di raccomandazioni, racconti, invettive, ponendo domande e dandosi le risposte. Ci ha spiegato tutto su come vediamo la luna, sull'elettroshock, sul vero scopritore dell'Alzheimer, sul malato che ha intagliato un muro di centocinquanta metri a Voghera... Mezza tramortita alla fine della visita pensavo agli studenti di liceo a cui fa da guida tutti i giorni: rumoreggiaranno a differenza di noi adulti che lo seguivamo composti e rassegnati o magari sarà capace di incantarli?

giovedì 26 novembre 2009

mostri sacri

quando torno dal lavoro dopo le sei in macchina mi capita di ascoltare Mostri sacri. Un personaggio noto racconta gli incontri che hanno segnato la sua vita. E' una variante della trasmissione Sulla via di Damasco in cui sempre un personaggio noto parla dei libri che hanno accompagnato la sua formazione. Questa settimana a Mostri sacri c'è Jaqueline Risset. E' una donna molto colta, ma anche intelligente e spiritosa, ha conosciuto gente come Jakobson o Lacan, che la maggior parte di noi ha incontrato solo all'interno di un volume. Il problema non è lei, sono i due intervistatori. Sono due tipi imbalsamati, si sforzano di tenere la conversazione su un piano elevato, al massimo concedono al loro intervistato qualche aneddoto, ma subito lo appesantiscono sforzandosi di far vedere quanto sono preparati. Risset racconta quanto Lacan tenesse all'eleganza negli abiti, loro la interrogano sul lacanismo. Lei chiacchiera, loro pontificano. Che radio è?

L'amore, un'estate

Nei romanzi e nei racconti di William Trevor c'è sempre una grande tensione, la tragedia è dietro l'angolo, si nasconde dietro la banalità della vita, ma ci avvolge sin dalla prime pagine suggerendo un'inquietudine, accendendo un allarme. Nel suo ultimo libro, L'amore, un'estate Trevor sceglie un passo diverso, meno concitato, si sofferma a lungo a descrivere un piccolo paese, i suoi abitanti, sembra inizialmente vagare con lo sguardo senza una meta precisa, limitandosi a registrare quello che vede. Poi dall'insieme dei personaggi emergono in primo piano due figure: una ragazza allevata dalle suore e fatta sposare a un agricoltore che ha ucciso per errore sua moglie e un ragazzo rimasto orfano che sta per abbandonare l'Irlanda. C'è una scena memorabile in questo romanzo: è quando Ellie torna a prendere le sue cose per fuggire con Florian (che non ha nessuna voglia di portarla con sé). Ellie trova a casa il marito ed è sconvolta, teme di essere stata scoperta. Anche lui è fuori di sé e le racconta di aver parlato con il matto del paese. Il marito accenna a un tradimento, a una grande vergogna ed Ellie trema, ma poi capisce che il matto ha sparlato della moglie morta, non di lei. Capisce anche che suo marito ha bisogno di lei, che non sopravviverebbe al suo abbandono. Storie così sono state raccontate mille volte, ma la bravura di Trevor sta nella costruzione del dialogo tra moglie e marito, nel susseguirsi di sorprese e emozioni condensate in poche pagine e poi nell'eco che questo dramma privato suscita in una donna presentata all'inizio, una donna che si è rovinata la vita per un amore sbagliato e che ha osservato tutta la vicenda palpitando da lontano.

mercoledì 25 novembre 2009

donatella maiorca

Donatella Maiorca è la regista di Viola di mare, film che racconta l'amore tra due ragazze nella Sicilia di fine ottocento. Mi è parso un bel film, pieno di luce e energia e le due attrici, Valeria Solarino e Isabella Ragonese sono molto intense. Era da un mese che stavo appresso alla Maiorca per un'intervista per Liber. I contatti li avevo con un ufficio stampa tra i più disorganizzati che mi sia capitato di incontrare. Pochi messaggi e confusi, sì l'intervista la fa, ci può rimandare le domande perché l'allegato non si apre, ops la Maiorca è in America, però quando torna la fa. Oggi finalmente ci siamo sentite al telefono: io ho aggredito lei perché si era fatta attendere così a lungo, lei me perché l'idea di un'intervista via mail le sembrava assurda. Ci siamo calmate e date un appuntamento telefonico per le sette. Alle sette mi ha detto che doveva portare fuori il cane, alle sette e mezza non era tornata. Alle otto ho fatto un ultimo tentativo. Ha un bell'accento siciliano e quando la smette di stare sulla difensiva è una persona intelligente e appassionata. Speriamo che non sia troppo tardi per inserirla nella rivista.

martedì 24 novembre 2009

Papà e le donne

Veramente dovrei scrivere le donne e papà, perché sono loro il vero mistero, le donne tra i cinquanta e i sessanta, donne colte e intelligenti che non vedono l’ora di uscire con lui, di accettarne la corte discreta, le attenzioni, una cena in un buon ristorante, un cinema offerto. Papà adora la compagnia femminile, è di una galanteria imbarazzante, ma non si sognerebbe di saltare addosso a nessuna. Queste caratteristiche non sono molto diffuse tra gli uomini e immagino che la sua gentilezza disinteressata sia la ragione del fascino che esercita su persone parecchio più giovani di lui. Sarà perché di complimenti alle donne gliene ho sempre sentiti dire troppi, che io non li posso sopportare?

nelle altre famiglie

nelle altre famiglie i figli aspettano i genitori studiando, la mamma torna a casa presto e prepara una bella cenetta, poi arriva anche il padre, tutti gli si affollano incontro, lui dà un bacio alla moglie e poi si cena. Nella mia di famiglia, la mamma passa più di un'ora in un traffico inconsulto non sapendo se maledire la propria mancanza di senso dell'orientamento che le impedisce di cercare strade alternative a quelle bloccate, l'idea di fare pipì a casa, tanto in venti minuti ci sono, o il calcio del figlio che finisce alle sette inesorabilmente. Raccattato il figlio all'ultimo momento, fatta la sospiratissima pipì, la mamma si avvia in cucina e decide di giocarsi la carta più facile, una bella pasta al pesto, praticamente un'acqua sul fuoco e un barattolino da aprire. Mentre "cucina" la mamma chiede ai figli di apparecchiare la tavola e passa presto da un tono di voce normale a un urlo selvaggio: i due stravaccati sul divano si appellano a turni inesistenti. Il culmine si ha quando squilla il telefono: l'apparecchio è al piano di sotto e nessuno ha intenzione di andare a prenderlo. Si scatenano altre urla e quando il malcapitato amico riesce a parlare con la mamma, la prima cosa che le dice è, e se fosse stato qualcun altro, qualcuno che non vi conosce, il tuo capo per esempio?
E il marito? E' a Milano per lavoro (e comunque non bacia la moglie).

lunedì 23 novembre 2009

Perché questo blog

Perché non sono una scrittrice e non sono capace di trasferire i miei fantasmi in personaggi ma ci sono fatti, persone, libri e film che mi si affollano dentro cercando di riemergere sotto forma di parole. Perché un blog a differenza di un diario richiede un filtro, non è puro sfogo e questo mi costringe a prendere distanza, è per me un utile esercizio. E poi perché sono sempre di corsa, sempre all’inseguimento di minimi obiettivi quotidiani e per scrivere mi devo fermare, mi devo isolare, mi devo concentrare. Ultima ragione perché la scrittura mi protegge, costruendo argini provvisori contro minacce reali e immaginarie.

domenica 22 novembre 2009

gli abbracci spezzati

Almodovar non smette di raccontare l'amore nelle sue forme più estreme. Gli abbracci spezzati si apre con l'amore di una figlia per il padre malato terminale, un amore così forte che per farlo ricoverare lei acconsente ad andare a vivere con un vecchio ricchissimo che la disgusta. Dentro il film poi ci sono poi la passione fisica, la gelosia, la morte, il cinema, la maternità in un intreccio pieno di sorprese ed incanto. Emozionante.

sabato 21 novembre 2009

con mio figlio

con mio figlio vado in bicicletta, con mio figlio registro in tv Lie to me e Flash Foward per poi vederli insieme senza pubblicità, con mio figlio faccio la spesa, ma soprattutto con mio figlio parlo tanto e di tutto. Da bambino mi preoccupava per i suoi attacchi di ira, ora mi preoccupa per quanto è affettuoso e assennato.

sotto un tram

ore 9,45 di una mattina insolitamente calda di novembre. Esco di casa per andare a fare la mia lezione di ginnastica preferita, quella di daniele, né troppo blanda, né troppo faticosa. La figlia è a scuola, il marito si è rimesso a letto con il computer, il figlio è su che gioca con la play. Sono immersa nei miei pensieri, a un tratto vedo un uomo molto alto. Mi giro a fissarlo, e penso alla mia irrazionale attrazione verso gli uomini alti. In quel momento sento il tram scivolare a pochi centimetri dal mio braccio sinistro. Non l'avevo visto, né il conducente che stava svoltando aveva visto me. D'un tratto questa mattina di novembre poteva prendere tutt''altra piega: Il tram poteva portarmi via il braccio oppure mettermi sotto del tutto, bastava un altro passo in avanti e i radi passanti avrebbero assistito a un film dell'orrore. Con il cuore in gola riprendo a camminare: è tutto come prima, c'è il sole, la palestra, il pescinvendolo, papà a pranzo, il giro in bici nel pomeriggio. Per un po' l'ombra del tram è ancora nei miei occhi, poi si allontana.

venerdì 20 novembre 2009

spavento

Una moglie sogna la morte del marito. Il marito, uno sceneggiatore settantenne di origine napoletana, comincia a sentirsi prima un po' male, poi malissimo, pensa di essere in fin di vita, non vuole pesare sui suoi cari, si appoggia a una giovane e scombinata aspirante sceneggiatrice che ha appena conosciuto. E' il primo capitolo di Spavento di Domenico Starnone. Ci siamo appena appassionati ai tormenti di Volpe, il protagonista, e scopriamo che la sua è una storia nella storia. Starnone mette in scena un'altra controfigura di se stesso, questa volta sotto i sessanta, uno scrittore alle prese da una parte con La Morte Allegra, cioè la storia dello sceneggiatore malato che non vuole farsi curare, dall'altra con una terribile diarrea nera che lo costringe al ricovero in ospedale. E' un libro che parla di malattia, vecchiaia, morte Spavento e lo fa con grande leggerezza, con ironia e profondità: racconta cosa significa ammalarsi o immaginare di essere malati gravemente; sentirsi in balia di medici e infermieri; cercare di capire dal modo in cui ci trattano gli altri come stiamo veramente; cambiare in un istante tutta la nostra gerarchia di valori (un'emoglobina buona vale all'improvviso più di un premio nobel). Ho sempre apprezzato la scrittura di Starnone, dai romanzi a sfondo scolastico a Via Gemito, ma questo mi pare il suo libro più bello, più irrinunciabile.

giovedì 19 novembre 2009

In Treatment

sono perdutamente innamorata di Gabriel Byrne, lo psicoterapeuta della serie In Treatment. La serie è geniale: apparentemente la cosa meno televisiva del mondo, ma in realtà lo spettacolo più avvincente, coinvolgente ed emozionante che si possa concepire. Due (o al massimo tre o quattro persone in una stanza): un dottore e i suoi pazienti. Ogni mezz'ora corrisponde a una seduta. Mia è una giovane donna in carriera, non si è sentita amata da sua madre, è un disastro con gli uomini, pensa che avere un figlio sarebbe la soluzione a tutti i suoi problemi; April è malata di cancro e non dirlo a nessuno è per lei un modo per negare una realtà che non se la sente di accettare; Oliver è un ragazzino nero grassottello che i suoi genitori si palleggiano, troppo presi dai loro problemi per capire quanto stia male; Walter è un ex amministratore delegato che ha perso il lavoro e la credibilità. Paul Weston (il Gabriel Byrne di cui sopra) lascia parlare ognuno di loro, offre una sponda, aiuta a sciogliere i nodi che tengono aggrovigliate le loro menti, suggerisce una prospettiva diversa dalla quale guardarsi dentro. E' acuto, ironico, garbato, sa essere affettuoso ma anche molto duro, sa tirarsi indietro quando serve, sa superare i limiti se è necessario. Il meglio di sé Weston lo dà come terapeuta. Come uomo è un mezzo disastro e nell'ultima mezz'ora vediamo lui con Gina, la sua terapeuta, a cui confessa debolezze e difficoltà. Le sceneggiature sono perfette, gli attori non perdono un colpo. E lui è così bello.....

mercoledì 18 novembre 2009

sostituzioni

E così ci è ricaduto. Appena tornato dal viaggio in India, ha messo appunto un altro dei suoi colpacci. Si presenta a casa alle sette di sera, beccandoci a tavola. Mangia con noi e butta là, disinvolto, sta arrivando un signore, sarà qui alle otto. Un signore? Alle otto? Ma chi è? E’ venuto a prendersi il computer. Sulla scrivania in salotto c’è, o meglio c’era il Mac del marito. Direi che ce l’aveva da sei mesi, forse qualcosa in più. Era il quinto computer di casa, perché noi due abbiamo i portatili e i ragazzi hanno un computer per uno in camera. Alle otto puntuale è venuto l’acquirente e se n’è andato con il computerone dentro una scatola. Un moto di vergogna per il troppo che ci circonda? Il desiderio di ridimensionarsi? Tutt’altro. E’ uscito un nuovo Mac e non poteva resistere alla tentazione di comprarlo. Nei prossimi giorni si attende l’arrivo del Mostro. Un giorno o l’altro mi sostituirà con una meravigliosa moglie meccanica (e silenziosa).

martedì 17 novembre 2009

illegalità diffusa

parcheggiando la macchina sotto casa mi sono imbattuta nel solito drappello di ragazzetti con la testa rasata, i secchi di colla e i manifesti abusivi del Blocco studentesco. Si muovono in branco, tappezzano le vie dei loro manifesti coprendo quelli di chi ha pagato per farsi pubblicità. Nessuno li ferma. Dov'è il poliziotto di quartiere? Possibile che solo a me tocchi incontrarli tutte le sere? Vorrei essere superman e intervenire.

La sorella di stefano chucchi

La prima volta che ho visto la sorella di Stefano Cucchi è stata ad Anno Zero. Mi ha colpito il contrasto tra il suo bell’aspetto, la calma con cui parlava e la tragedia che era venuta a raccontare. Ci immaginiamo che chi soffre porti sul volto i segni del suo strazio, che si profonda in lamenti. Ho rivisto oggi la bella intervista fatta da Daria Bignardi a Ilaria Cucchi. Ilaria ricostruisce con grande precisione la storia di suo fratello, tutta imperniata su una parole chiave: la fragilità. Stefano era un uomo fragile, lo rivelavano il suo aspetto, la sua magrezza, l’aria da ragazzino e la sua fragilità lo ha portato a drogarsi, a rovinarsi la vita. Su un uomo così, qualcuno (i carabinieri, la polizia, comunque esponenti delle forze dell’ordine), ha infierito a pugni e a calci, e qualcun altro, un medico, un’infermiere ha ritenuto che un uomo così non valesse la pena di curarlo, salvarlo. Il nostro è un paese incarognito, allo sbando; si sente nell’aria. Sapevamo che non bisognava finire in carcere in Turchia, in Thailandia, in Messico, ma ora è sotto gli occhi di tutti che, in Italia, uscire di casa ammanettati può voler dire ritrovarsi una settimana dopo sul tavolo di un obitorio. Quelli che hanno massacrato Cucchi e quelli che hanno lasciato che morisse pensavano che fosse un figlio di nessuno, non immaginavano che dietro di lui ci fosse una famiglia partecipe e amorosa, una sorella implacabile nella sua ricerca di verità. Ilaria ha detto che quello che le fa più male è il pensiero che Stefano si sia sentito abbandonato, che lo abbiano costretto a morire da solo. Ho letto che i tre agenti che l’hanno avuto in custodia sono state trasferiti e uno di loro è lavora in un carcere minorile. Non ho parole.

domenica 15 novembre 2009

è un sacco di tempo che il nome di Silvio Berlusconi non compare più sul mio blog. Non è che di punto in bianco mi sia disinteressata alla politica, o che sia così tranquilla per come va il paese da potermi occupare d'altro, è vero il contrario: sono spaventatissima dalla brutta piega che hanno preso le nostre vicende, così spaventata da non riuscire neppure ad esprimermi in proposito. A fine estate avevo creduto nella possibilità che un leader screditato agli occhi di tutti potesse farsi da parte, ora non ci credo più e soprattutto mi spaventa l'acquiescenza degli italiani di fronte al suo strapotere. E' sotto gli occhi di tutti che lavora a stravolgere le leggi per tutelare se stesso, che il candidato alla regione Campania è un amico della camorra e che è stata la camorra a far sparire la spazzatura dal centro di Napoli (per metterla dove?), i suoi giornali conducono campagne contro chi si oppone, il tg1 è diventato lo zimbello nazionale, raitre sta per essere marginalizzata, ma quello che è peggio è che siamo diventati un popolo di scontenti e di qualunquisti, entri in un negozio e senti lo stesso ritornello, è tutto un magna-magna, qui non si può più stare, bisogna andare via dall'Italia, i politici sono tutti uguali....Non vedo via d'uscita da tanto imbarbarimento, eppure di gente seria, preparata, colta e civile ce n'è...Il fatto è che si sente solo la voce di chi strepita di più e Berlusconi gli strumenti per strepitare ce li ha tutti. Dov'è il nostro Obama, possibile che il male duri così a lungo, che non ci siano in circolo anticorpi?

sabato 14 novembre 2009

addio al precariato

è così è finita la mia vita da precaria, ho ottenuto il mitico posto fisso prima di entrare in menopausa. Stamattina riflettendo su questa tappa, mi sono tornati alla mente i quattro anni passati fuori dalla rai, il periodo più lungo trascorso senza un impegno fisso fuori casa. In quei quattro anni ho letto libri su libri e ne ho tradotti alcuni, sono stata accanto ai miei figli che crescevano e a mia madre che moriva, ho sognato di evadere e sono stata troppo sola con me. Il lavoro, un lavoro in cui la mente sia impegnata, in cui ci si confronta con altri, ma anche un lavoro ripetitivo e banale, per me è la salvezza, è un modo per uscire da me. Quanto bisogna essere equilibrati per saper oziare?

venerdì 13 novembre 2009

un denso venerdì

ore 5, sento il figlio alzarsi pesantemente e venire nella mia stanza. Ieri sera aveva mal di testa, gli tocco la fronte, è calda, mi alzo a prendere la tachipirina. Quando suona la sveglia avevo appena ripreso sonno. Lo lascio davanti alla tv e vado al montaggio: il pezzo su Gianni Morandi è troppo sbilanciato sull'intervista, devo metterci più spettacolo. Il cellullare squilla in continuazione perché mi devono consegnare uno spot del Canale Storia da mandare via ponte a Milano. Finito il montaggio sono a Teulada a inviare i materiali. Tra una telefonata e l'altra si inserisce la figlia: è ricreazione, la voce è mesta, è stata interrogata in storia come temevo e ha preso 4 (ieri le avevo offerto aiuto ed ero stata scacciata, ora mi chiede come può fare per riparare). Altra telefonata: è il marito da Nuova Delhi, si lamenta della pioggia, ironizza su quel marito indiano che per celebrare la moglie morta le ha costruito addirittura il Taj Mal. Riprendo la macchina, attraverso la città, arrivo in redazione. Rispondo alla posta del Divertinglese (firmandomi rigorosamente al plurale anche se da mesi lo staff de il D sono io), leggo velocemente i giornali, prendo le liberatorie e corro al Teatro della Vittorie dove c'è il collegamento con Gianni Morandi, Alessandra Amoroso e Paolo Beldì. Il figlio sta un po' meglio, la figlia chiama entusiasta: ha preso 9 in inglese e 9 in latino. Tv Talk parte in ritardo, lì hanno fretta di fare le prove. Alessandra Amoroso ha alla costole un ragazzetto con i capelli unti e un donnone con uno strano accento straniero. Insieme esaminano a lungo la liberatoria standard, telefonano a chissà chi e alla fine cancellano molte delle voci, come a escludere che la Rai utilizzi il materiale che stiamo per registrare in tutte le repliche che vuole. Finalmente parte le registrazione e mi emoziona vedere il mio servizio insieme ai diretti interessati, non solo Morandi e gli altri, ma tutti quelli che lavorano al Delle Vittorie. Naturalmente passo inosservata, nel video ci sono appena e di spalle, è un po' come essere invisibili e non è una brutta sensazione. Una mezz'ora dopo è tutto finito, devo solo pensare alla cena e trascinarmi fino a casa. Qui mi infilo nella mia tuta grigia, mi accingo ad affrontare un romanzone cino-americano in fotocopie, mi telefona l'avvocato: ho vinto!!! Che giornata...

giovedì 12 novembre 2009

roberto saviano

ieri sera sono rimasta incollata alla televisione. Saviano è bravissimo. Racconta l'orrore e la resistenza senza sbagliare una parola, un gesto, un'espressione. Avevo letto delle due ragazze irachene, una uccisa durante una manifestazione, una stuprata a morte, ma risentire le loro storie ieri, vedere le gigantografie delle loro belle facce serene è stato davvero un colpo al cuore. Altrettanto incisivi i racconti dello scempio del Casertano, della vita da internato nel gulag di Salamov, delle angosce della Politkovskaja prima che la uccidessero. Questa è una puntata che andrebbe proiettata in tutte le scuole, una grande lezione di letteratura e di vita.

mercoledì 11 novembre 2009

la forza delle donne

volevoesserejomarch sta per compiere un anno. Per festeggiare questo primo anniversario oggi parlerò di tre donne, con le quali la mia vita si incrocia spesso e verso cui provo grande ammirazione. La prima è una quasi sconosciuta, è una signora che viene in palestra. Da anni saltelliamo e sudiamo davanti allo stesso specchio, so che è sposata e ha dei figli, ogni tanto scambiamo qualche parola. Quando l'ho vista la prima volta, saranno stati sei-sette anni fa portava un fazzoletto stretto sulla testa, poi con il tempo se l'è tolto ed è tornata a essere una normale signora con i capelli corti e biondi. Aveva avuto il cancro al seno, aveva affrontato la chemioterapia ed era guarita. Ora il cancro le è tornato, fa di nuovo la chemio, ha di nuovo il fazzoletto in testa, ma non demorde, appena sta meglio è lì in palestra al suo posto, sorridente. La seconda è la mia amica G. G ha la la mia età, insegna arte all'accademia, è single, carina, intelligente, simpatica, ama i film e la letteratura e ha la sclerosi multipla. Essere handicappati, diventarlo a un certo punto della vita, in Italia è più terribile che altrove. Ogni volta al cinema devi spiegare che il bastone non lo porti per vezzo, che hai bisogno dell'ascensore, ogni anno devi affrontare un'immane burocrazia per il rinnovo della patente, e poi trovi barriere architettoniche dappertutto, macchine parcheggiate nel posto a te riservato... G. però non demorde, legge, viene al cinema con me, frequenta gli amici, va a fare lezione, osserva la sua malattia e le reazioni che suscita con tutta l'ironia di cui dispone. Accanto a lei i miei guai diventano inezie. La terza e ultima storia è meno dolorosa, e più ordinaria. E' quella di mia zia, la sorella di mia madre, che ha ottantadue anni, vive da sola, dirige un laboratorio di analisi in cui passa tutto il suo tempo. Il sabato sbriga faccende, la domenica va in campagna in un terreno in cui coltiva piante bellissime, la sera della domenica va al cinema. Mia zia è la stessa da quando la conosco, attiva, impegnata, curiosa, partecipe di tutto quello che la circonda. Che sia invecchiata io non me ne sono accorta. Grande è la forza delle donne.

martedì 10 novembre 2009

i sogni delle sette

notte faticosa. Sono andata a letto troppo presto, appena è finita la puntata di Flash Foward. Verso l'una mi sono svegliata e credevo fosse mattina, ero ancora stanca ma non riuscivo più a dormire. Mi sono girata e voltata mille volte, senza un pensiero preciso per la testa. Alle sette finalmente avevo preso sonno, anzi stavo sognando. Sognavo, quando è suonata la sveglia, che c'erano due che mi piacevano e qualcuno mi diceva che potevo tranquillamente andarci a letto. Mi sentivo così felice e sollevata a quel pensiero, mi dicevo, che bello, perché non ci ho pensato prima, sono libera, posso farlo. Quando mi sono svegliata del tutto, ho sentito quella sensazione di leggerezza abbandonarmi di colpo. Forse nei sogni sono l'adolescente che non sono mai stata.

ragazza con paesaggio

Di solito non leggo fantascienza. Mi è capitato tra le mani un romanzo di Jonatham Lethem, Ragazza con paesaggio e ne sono rimasta molto colpita. L’inizio è folgorante: alla vigilia della partenza per il pianeta degli Archisti in cui il capofamiglia Clement, un politico in disgrazia, spera di rifarsi una vita, la moglie Caitlin, si accascia dentro la doccia, mentre è in casa con i tre figli. Pella, che ha tredici anni, deve prendere in mano la situazione. Siamo in un futuro non meglio specificato: la Terra è invivibile, si vive solo al coperto perché il sole emana radiazioni malefiche. Caitlin viene ricoverata e la diagnosi è cancro al cervello. La operano, ma il cancro è già esteso, vive qualche settimana sforzandosi di preparare i ragazzi alla realtà nuova che li attende. Sul pianeta degli Archisti ci sono poche famiglie disunite, un paesaggio desolato, delle creature dagli strani nomi e dai comportamenti bizzarri e un cibo senza gusto. Pella affronta tutt’insieme la mancanza della madre, lo straniamento dei fratelli, l’incontro con un coetaneo attratto da lei, il fallimento del tentativo del padre di creare una comunità, la presenza di un uomo prepotente e violento che domina la scena. Quando si arriva all’ultima pagina dispiace abbandonare Pella al suo destino in quel luogo sperduto e faticoso tra pochi esseri ostili.

domenica 8 novembre 2009

navigazione a vista

è come trovarsi su una scialuppa in mezzo al mare aperto. Oggi si è navigato in acque tranquille, ieri e per tutta la settimana scorsa c'è stato un susseguirsi di burrasche. Avere un'adolescente inquieta in casa è così, non sai mai cosa aspettarti, ti prepari al peggio e non succede nulla, ti rilassi e vieni subissata di richieste e di insulti. C'è stata una sera, credo fosse giovedì, che di fronte all'ennesimo "brutta demente" che mi ha rivolto perché avevo chiesto al padre di ridurle il tempo di accesso a facebook, ho messo le mani addosso a mia figlia. Non l'ho mai picchiata in passato, non ho mai picchiato nessuno, ma l'altra sera mi ha fatto inferocire, sono diventata tutta rossa, l'ho presa per un braccio, anche se lei è più forte di me, e le ho dato un pizzico cercando di farle male. Poi naturalmente a starci male, anzi malissimo, sono stata io, mentre lei ha tirato fuori un risolino, compiaciuta di avermi mandato fuori dai gangheri. Ieri mi sono armata di pazienza, le ho comprato le superga pelose che desiderava, l'ho accompagnata a casa della sua amica e poi sono andata alle undici e mezzo di sera a riprenderla in fondo alla cassia a una festa di sconosciuti. Quest'ultima cosa mi è costata veramente tanto. Avevamo a cena degli amici e chiacchierare con loro mi ha un po' distratta ma non potevo evitare che ogni tanto il mio sguardo vagasse dal telefono all'orologio, tra la paura che il primo suonasse con lei in difficoltà dall'altra parte e il desiderio che si facesse l'ora di riportarla a casa. Non sono paranoica, il fatto è di questa festa sapevo solo che si svolgeva a casa di un ragazzo della sua età, uno del Convitto (scuola di figli di papà che non mi è mai piaciuta), che sarebbero stati una trentina, che non era un compleanno e che ci andava la sua amica Caterina. Ora che ci ripenso, mi chiedo come ho fatto a mandarcela. Domani il marito va in India e torna domenica prossima. Ce la farò da sola? In realtà le decisioni che riguardano i figli le prendo io, ma avere lui vicino mi rafforza e mi dà sicurezza.

venerdì 6 novembre 2009

gianni morandi

oggi sono andata alla conferenza stampa di presentazione del nuovo programma di Gianni Morandi. La cosa buffa è stata che ogni volta che mi accostavo a lui per chiedergli se potevo fargli un'intervista mi beccavo una pacca sulla spalla e un sorrisone perché mi scambiava per una fan troppo timida per farsi sotto. Alla fine sono riuscita a trascinarlo nell'angolo del nostro set, sottraendolo alle signore che lo baciavano e si facevano le foto con il telefonino appiccicate a lui. Nell'intervista ha detto tra l'altro che lui ama il contatto con la gente (al punto che andrà ogni settimana a cantare a casa di qualcuno estratto a sorte tra quelli che ne fanno richiesta), che ha sofferto molto quando il successo sembrava avergli voltato definitivamente le spalle e che non gli sembra vero essere così popolare e così amato. Un altro sorrisone ed è stato risucchiato nel vortice dei baci, dei telefonini e degli autografi.

mercoledì 4 novembre 2009

fine giornata

Mattina piovigginosa. Il marito gentilmente si occupa di fare il tagliando alla macchina, il che significa che sono a piedi. La figlia lamenta un acuto mal di pancia e la lascio a casa suggestionata dai suoi racconti di compagni malati e di epidemie circolanti. Corro a piedi in palestra, ne esco tre quarti d'ora dopo e ripasso per casa. Poso la borsa della palestra e corro alla fermata dell'autobus. Vado all'appuntamento con la curatrice della Storia siamo noi che mi consegna la cassetta della puntata su Grace Kelly che devo ridurre da un'ora a due minuti. La puntata l'ho vista ieri sera e il compito non mi pare troppo difficile. La montatrice ha un muso che non finisce più, ha discusso con il suo capo, che oltre a toglierle duecento euro dal mensile "per colpa della crisi", non le paga gli straordinari che pure carica sulla Rai. Per fortuna è giovane, le piace lavorare e concentrandosi su Grace Kelly, dimentica risentimento e preoccupazioni. Mangiamo un panino al volo davanti al computer. Alle tre e mezzo approdo a viale Mazzini dove è in corso una barbosissima presentazioni su nuove piattaforme televisive. La sala è piena di vip che pian piano se la squagliano alla chetichella. Esco tramortita dagli sbadigli. Devo ancora attraversare il ponte, prendere il tram, comprare il pane, farmi venire in mente qualcosa per la cena. Ora abbiamo mangiato, sono quasi le nove e devo fare da cane da guardia alla figlia che pretende di studiare i fenici chattando su facebook (già ha dato in escandescenze perché l'ho costretta a mangiare la pasta in bianco, quando il suo mal di pancia era miracolosamente sparito). Quanto dura l'adolescenza?

martedì 3 novembre 2009

Pinocchio in tv

Di bello qualcosa c’è: la confezione, i costumi, la fotografia, i paesaggi (il regista è quello di Montalbano e sa come evidenziare i lati migliori dell’Italia); Robbie Kay, l’esile ragazzino inglese con le orecchie a sventola e gli occhi sorridenti; Luciana Litizzetto che dopo aver fatto per anni il grillo parlante ora ci si veste pure; l’idea iniziale di un essere che si affaccia sulla vita all’improvviso senza capirci niente. Ma di brutto in questa ennesima versione di Pinocchio c’è veramente molto: una sceneggiatura prolissa con intenti attualizzanti (l’inutilissimo personaggio della maestra interpretata da Margherita Buy che riflette sulla difficoltà di fare lezione a trenta alunni); un buonismo fuori luogo (Collodi raccontava la miseria nera, non la gioconda solidarietà tra paesani e i convenevoli tra due fieri avversari come Mastro Ciliegia e Geppetto, quelli, lo avranno fatto saltare nella tomba); l’annacquamento del sapore toscano del libro in un beverone in cui si mescolano senza senso dialetti diversi (la cameriera di Collodi che parla napoletano è da brividi); l’annullamento della carica eversiva del testo (l’episodio in cui Pinocchio viene portato in prigione e trattenuto proprio perché innocente io non l’ho visto: mi ero addormentata?); un finale prolungato che è quanto di più sciropposo si sia visto in tv e quel legnosissimo Alessandro Gassman che fa il gran signore e non conserva nulla del giornalista-giocatore-d’azzardo-scrittore-per-bambini-per-necessità-e-controvoglia che era Carlo Lorenzini che a Pinocchio ci teneva tanto poco da impiccarlo a metà romanzo, salvo poi rimetterlo in piedi per le insistenze dell’editore. Insomma una versione illustrativa che coglie gli aspetti più esteriori del racconto senza sfiorare il mistero della sua universalità. Siamo più dalle parti dell’insulso pinocchio disneyano che da quelle dell'angoscioso capolavoro che era la versione di Comencini.

lunedì 2 novembre 2009

ammaniti

Nicolò Ammaniti da Fazio ha detto che Roma è una città nevrotica e che bisognerebbe spruzzarci sopra dagli aerei nubi di psicofarmaci, come un'immensa disinfestazione. Sarebbe bello svegliarsi intontita e serena in una città di intontiti e sereni, sarebbe un bel cambiamento.

via madonna di campiglio 1

Ieri mattina sono andata da mio padre. Mio marito doveva sistemargli il decoder e il modem per connettersi a internet. Papà, pur essendo ingegnere, è l’uomo meno tecnologico del mondo e si sgomenta di fronte a qualsiasi cosa abbia una spina. Quando deve confrontarsi con strumenti nuovi, improvvisamente si ricorda di avere ottanta anni e fa il vecchio in difficoltà. Da quando è morta mamma, la notte di capodanno di sei anni fa, io a casa dei miei genitori ho smesso di andarci. Non è stata una decisione, è successo che, dopo averla frequentata per due anni quasi quotidianamente, io non abbia più avuto motivo di arrivare fin lì. Papà non sa cucinare e quindi è lui a venire a pranzo da noi. E’ capitato qualche volta che andassi a trovarlo se aveva la febbre o quando è stato operato, ma per fortuna di solito sta in gran forma e non ha bisogno di visite. Quella casa, la casa in cui ho vissuto fino a quando sono partita per Milano a ventisei anni, mi fa una tristezza infinita. Ieri mi sono rifugiata sul terrazzino con le mie fotocopie. Il terrazzo con le mattonelle verdi, le pareti scrostate e qualche pianta casuale mi ricorda l’ottobre in cui è nata mia figlia, ci passavo molto tempo quando la allattavo. Era un ottobre mite, lei era minuscola; io pensavo solo a lei, era bello non lasciare che altri pensieri interferissero con la mia desiderata maternità. Il resto della casa invece per me ora parla solo della malattia di mamma. Nel soggiorno vedo ancora l’ingombrante sedia a rotelle su cui stava accasciata, senza poter parlare se non con gli occhi, nel mese che ha seguito il suo ultimo ricovero. La stanza da letto dei miei genitori, in cui ho trascorso tante giornate sdraiata nel lettone quando avevo la febbre da piccola, per me ora è solo dove l’ho vista progressivamente perdere coscienza di sé. Per papà è diverso, quella casa non l’ha mai lasciata, la ama e se ne prende cura. Ieri è venuto sul terrazzo e mi ha detto, tu qui non ci verresti mai a vivere, finirete per venderla. Non era una domanda, era una constatazione. Bisognerebbe convivere in modo più pacifico con i propri ricordi.

domenica 1 novembre 2009

il nastro bianco

Non basta usare un bel bianco e nero, scegliere attori impeccabili, scrivere una sceneggiatura senza sbavature, creare un clima di forte tensione, per fare un bel film. Il nastro bianco mette in scena una piccola comunità contadina raccolta intorno alla casa del barone. Siamo nel 1913-14, la neve ricopre i campi e all'interno delle case ci sono un padre pastore protestante che picchia i figli tornati a casa in ritardo; un medico che insulta l'amante e violenta la figlia; un contadino che piange la moglie morta sul lavoro senza protestare. Un drappello di ragazzi con gli occhi di ghiaccio si aggira tra le case, il figlio del barone viene frustato e legato, il bambino handicappato picchiato e forse accecato. Scoppia la guerra, la caccia al colpevole si dissolve nella chiamata alle armi, quegli stessi ragazzi e ragazze cresceranno fino a diventare i nazisti. Ogni scena è studiata nei minimi dettagli, una porta che si apre e poi si richiude occupa a lungo l'inquadratura in attesa dell'urlo che arriverà dall'altra stanza, ma lo spettatore comincia presto ad agitarsi sulla sedia. Il tutti colpevoli, nessun colpevole lo stanca, la tesi della violenza che genera violenza non gli pare così dirompente. Possibile che a Cannes non ci fosse un film da premiare meno monocorde di questo?