giovedì 31 dicembre 2009

Due giorni a Langkawi

Il primo giorno ci siamo dati all'esplorazione dell'isola. Abbiamo affittato una macchina e alle nove eravamo già in giro. La prima tappa ci ha riservato una delusione: la funivia che portava nel punto più alto entrava in funzione solo a mezzogiorno e noi all’una dovevamo essere dal lato opposto per un giro in barca alle mangrovie. Siamo ripartiti alla volta della Crocodiles Farm dove ci aspettava un’incredibile quantita’ di coccodrilli semiaddormentati in grandi vasche. A svegliarli e’ stato il momento del cibo, con lanci di pesci che facevano loro spalancare la bocca e fare grandi balzi in avanti. Tre omaccioni tarchiati hanno poi eseguito un numero che non finiva mai, salendo su un coccodrillo enorme, ma un po’ sonnolento e mettendogli una mano tra i denti. Di lì siamo andati al porticciolo da cui si partiva per un giro di quattro ore in una piccola barca a motore, guidata a razzo da un malese dall’aria poco raccomandabile. Ci ha portato lungo un fiume spettacolare che sfociava nel mare: abbiamo visitato una grotta con i pipistrelli; una Fishing Farm che consisteva in grosse vasche di acqua di mare in cui avevano isolato tutti i tipi di pesci che girano da queste parti (da cernie giganti a barracuda a piu’ innocui pescetti gialli e neri); il posto dove si ritrovano le aquile (e dove scendono in picchiata sull’acqua, richiamate dalle pelli di pollo che gettano loro i marinai); e naturalmente mangrovie su mangrovie. Poi il malese ci ha lasciati a sorpresa su una spiaggia bellissima e ha detto che sarebbe tornato dopo un’ora. All’inizio è stato molto divertente: appena finiva la sabbia cominciava una vegetazione fittissima e da questa uscivano piccole scimmie dall’aria dispettosa che tendevano a impossessarsi di tutto quanto trovavano alla loro portata. Dopo un po’ le altre barche se ne sono andate, faceva caldo, non me la sentivo di allontanarmi a nuoto in quell’acqua verde dopo aver visto chi la popolava e in più bisognava fare la guardia contro le scimmie. Insomma quando il malese è riapparso gli saremmo saltati al collo per la felicità. La giornata e’ proseguita con il ritorno in macchina, l’acquisto di qualche altra sciocchezza e una buona cena malese piena di curry, riso e pesce. Oggi invece tutto mare e sole: catamarano, bagni lunghi (sotto gli occhi dei marinai mi pareva di essere più protetta da meduse e altre insidie e ho finalmente nuotato), pranzo a bordo con tanto di barbecue e frutta, spiaggia meno scenografica ma anche piu’ tranquilla. Con noi quattro sul catamarano c’erano una famigliona di Nuova Delhi, tutti molto coperti, molto rumorosi e molto allegri e una coppia formata da un francese paonazzo per il sole e una ragazza dai tratti orientali che non avevano nulla da dirsi. In barca ho finito di leggere Dio di illusioni con il risultato di sentirmi anch’io un po’ sbronza e un po’ assassina come i ragazzi protagonisti del romanzo (effetto del sole equatoriale? bravura della scrittrice?). Ne ho raccontato la trama ai figli, man mano che procedevo e ne erano molto colpiti (anche la figlia, che solitamente evita di ascoltarmi).

martedì 29 dicembre 2009

Appunti per uno studio del cuore umano

Finalmente una Penelope Lively al suo meglio: acuta, ironica, profonda. Il libro racconta di Stella, sessantaquattro anni, antropologa in pensione, grande viaggiatrice, alle prese con l’improvviso desiderio di mettere radici. Grazie all’aiuto di Richard, vedovo della sua amica dei tempi dell’universita’, Stella compra un cottage nel Somerset, prende con sé un cane, cerca di darsi al giardinaggio, si sforza di intrattenere buoni rapporti con i vicini. Proprio accanto a Stella, in una fattoria, vive una famiglia disfunzionale: padre rinchiuso nel mutismo, madre padrona aggressiva e insolente, due figli teppisti: quanto di più lontano ci sia dal suo modo di essere. Mentre Stella si preoccupa di tenere a debita distanza Richard, che vorrebbe colmare con lei il vuoto lasciato dalla moglie e Judith, una sua amica antropologa, stufa della compagna troppo possessiva, i due teppisti la prendono di mira perché disabituati alla gentilezza. Il tema è quello dell’indipendenza e dei legami, della voglia di restare se stessi e dell’inclinazione verso la vita di coppia. Io, che sono una creatura intrinsecamente familiare e che non so pensarmi se non nel rassicurante contesto della convivenza, sono però tutta dalla parte di Stella, della sua resistenza a lasciarsi addomesticare.

Quattro istantanee da Penang

Motociclisti ovunque e ovunque indossano sopra una maglietta una camicia al contrario: così si riparano dal vento senza soffrire il caldo; donne cinesi in giro con l’ombrello, a preoccuparle e’ piu’ il sole che scurisce che la pioggia che bagna.

Bali Hai: un ristorante di mare sul lungomare di Georgetown. Una sala quadrata coperta da una tettoia, tavoli stracolmi di cibo, folla, camerieri esausti, rumore, musica. Su un intero lato, vasche con pesci di ogni tipo, granchi, aragoste. La cosa piu’ impressionante erano delle vongole fuori misura da cui uscivano lingue gialle che le avvolgevano tutte.

Un enorme tempio buddista sulla collina di Penang. Il panorama da lì è fantastico, ma un brutto condominio bianco copre mezza visuale. Lungo la strada dell’aeroporto grattacieli precocemente anneriti sorgono a grappoli a sfregiare il paesaggio e altri si apprestano a seguirli.

Prima pagina di un quotidiano locale lasciato sulla soglia della camera d’albergo: la notizia del giorno è l’allerta negli aeroporti mentre la foto è quella di un bambino che gioca con una playstation portatile mentre dietro le sue spalle c’è la madre che piange. La didascalia è: Gioia e dolore. A pag.8 c’e’ scritto che il bambino e’ talassemico e ha pochi mesi di vita, i genitori sono contadini, guadagnano 300 RM al mese (60 euro) e hanno altri cinque figli. L’associazione contro la talassesmia ha regalato al bambino il gioco, il giornale ha pensato bene di sbattere in prima pagina la gioia del figlio e il dolore della madre.

lunedì 28 dicembre 2009

Georgetown

In questa citta’ sulla penisola di Penang ci sono parecchie tracce del passato e quel colore locale che a Kuala Lumpur mancava quasi del tutto. Gli alberghi offrono il primo giorno un giro in riscio’, mezzo qui riservato ai soli turisti: i malesi si spostano in macchina o su nuovissimi autobus con l’aria condizionata. Dal riscio’, superato l’imbarazzo per l’uomo magro e scuro che pedala dietro le spalle dei due passeggeri e il fastidio per l’aria sporca e appiciccosa, si ha il vantaggio di vedere tutto: i grattacieli che appaiono ancora piu’ gelidi e insensati; i vecchi palazzi coloniani con il portico e le finestre di legno ormai ridotti a facciate annerite; il mendicante storpio che chiede la carita’ senza crederci troppo; il cinese che prepara spaghetti e riso a ogni ora del giorno; il sacerdote indu’ con il pancione che straborda dai mutandoni bianchi; il monaco buddista che ride insieme agli altri. Se una cosa accomuna questa folla variopinta e’ l’indifferenza allo straniero: non mi era mai capitato a Oriente di sperimentare una tale mancanza di interesse e di curiosita’ verso il visitatore: i malesi non vogliono venderti niente, non vogliono sapere da dove vieni e perche’, hanno l’aria di averne viste di tutti i colori e di essere molto indaffarati. Oggi ci siamo affacciati sulla costa: la spiaggia era bella e circondata da scogli piatti, l’acqua calda e invitante, ma la gente si affollava in piscina, accostandosi al mare solo per fare un giro in paracadute al seguito di un motoscafo, per andare in moto d’acqua o a cavallo. In pratica non potevi camminare sulla sabbia perche’ rischiavi di essere travolto da qualcuno al galoppo e non potevi nuotare perche’ le barche correvano a filo della riva. Speriamo che domani l’isola di Langkawi, nostra ultima tappa malese, ci riservi altro.

domenica 27 dicembre 2009

Piantagioni di tè - Cameron Highlands





Cameron Highlands

Siamo partiti in macchina da Kuala Lumpur diretti alle Batu Caves, delle grotte che custodiscono al loro interno piccoli templi indù. Lungo le erte scalinate c'era una gran folla di fedeli: donne in sari colorati e uomini e bambini con la testa rasata e colorata di giallo. Ogni tanto sui gradini piombavano delle scimmiette piuttosto aggressive in cerca di cibo e dentro i tempi si aggiravano galli e gatti. Nelle Dark Caves ci siamo invece ritrovati con una timidissima famiglia coreana (la figlia, quando è arrivato il suo turno di urlare per verificare l'eco, ha tirato fuori un flebile oh). La guida, un donnone energico e appassionato di stalattiti, stalagmiti, pipistrelli e scarafaggi rossi, ci ha fatto assaporare il silenzio animato della grotta, spegnendo la sua torcia e le lucine sui nostri caschi da speleologi; un momento molto intenso, appena rovinato dalla paura di ritrovarsi addosso una di quelle spiacevoli creature di aria o di terra. Da lì siamo venuti diretti su questo altipiano nel bel mezzo della foresta pluviale. Chilometri di curve tra alberi altissimi, bananeti, cascate. Ogni tanto qualche palafitta e sul ciglio della strada venditori di banane e di frutti non meglio identificati. L'hotel dove dormiamo stanotte non ha nulla a che vedere con il grattacielo di ieri, è un piccolo edificio in stile coloniale circondato da fiori. (Naturalmente ai figli piaceva di più l'altro.) Domani ci aspettano le piantagioni di tè.

venerdì 25 dicembre 2009

Kuala Lumpur

Usciti dall'area protetta del nostro albergo, dai prati perfetti, dai grattacieli scintillanti, Kuala Lumpur fa pensare a Pechino: una città grigia, trafficata, un enorme cantiere a cielo aperto. Rispetto a Pechino è meno caotica, meno sporca, più verde e più variegata: i malesi sono tutti diversi tra loro e mescolano tratti somatici indiani e cinesi. Donne in shorts camminano accanto a donne velate e per strada si vedono soprattutto giovani. Chinatown, con la sua merce taroccata a poco prezzo, ha mandato in visibilio i ragazzi, che hanno fatto man bassa di magliette e altra roba. Dentro il mercato c'era una piscina in cui mettere a riposo i piedi, con dentro dei pesci neri che li mordicchiavano con effetto massaggio; il figlio si è divertito molto, la figlia si è un po' schifata. La mia pazienza è stata poi messa a dura prova da una lunghissa sosta in un palazzo di nove piani tutto dedicato all'elettronica, affollato come se regalassero i cellulari e i computer. Stamattina, aspettando che facesse giorno, mi sono immersa in Madre del riso di Rani Manicka, la storia di una famiglia malese che attraversa tutto il Novecento. Il momento più drammatico della storia di questo paese, che ha conquistato l'indipendenza l'anno in cui sono nata io, il 1963, è stato l'occupazione giapponese. La descrizione delle crudeltà perpetrate da quei soldati è veramente terribile: stupri, sevizie, torture, massacri. Il libro è il classico polpettone che mescola storie e Storia, ma aiuta a vedere il paese da un'altra prospettiva.

mercoledì 23 dicembre 2009

Dubai

Aeroporto di Dubai: nuovissimo, tutto bianco e acciaio. Qui e' l'una di notte ed e' pieno di gente che mangia il cibo di plastica che offrono bar e ristoranti internazionali e che si aggira rimirando negozi identici a quelli di qualunque altro aeroporto. Se non ci fosse qualche donna in burka potremmo essere ovunque. Il primo volo e' passato abbastanza in fretta tra il film 500 Days of Summer e il romanzone di Tash Aw, Mappa del mondo invisibile, in cui due fratelli, presi in un orfanatrofio, finiscono uno in Indonesia e uno in Malesia, mentre sta per scoppiare la guerra civile nel primo dei due paesi. Ci aspettano altre otto ore di volo, mi piacerebbe dormire ma, se non ci riesco, Tash Aw e' un'ottima alternativa.

si parte

E’ uscito il sole e fa caldo, il che è di buon augurio visto che fino a ieri si battevano i denti. Certo al momento di salire sull’aereo un po’ di titubanza c’è, mi si parano davanti agli occhi in rapida successione una serie di catastrofi che potrebbero essere in agguato, penso che avrei bisogno di stare un po’ senza far niente, ma è così bella la prospettiva di dare un taglio netto alla routine, di cambiare clima, paesaggio, cibo, ed è anche bello passare una settimana a stretto contatto con quei tre, che a volte detesto, in gruppo o singolarmente, ma che in fondo amo più di me stessa.

martedì 22 dicembre 2009

Bonjour tristesse

Nell’ultimo numero di Liber c’è un intervento di Antonio Faeti con la proposta di venticinque libri “nati per adulti” che lui consiglia agli adolescenti di oggi. Spinta dalla curiosità sono corsa a comprarmi quelli che non avevo letto: Bonjour tristesse di Françoise Sagan, Dio di Illusioni di Donna Tartt e La casa del professore di Willa Cather. Finito Bonjour tristesse ho pensato a quanto mi avrebbe turbato la lettura di questo romanzo se l’avessi affrontato a quattordici anni. Il cinismo della protagonista, la sua frivolezza, la capacità di giocare con il destino degli altri, l’assenza di rimorsi, quel beffardo richiamo alla tristezza piuttosto che al dolore, mi pare quanto di più lontano ci sia dall’idealismo dell’adolescenza, o almeno della mia di adolescenza. Faeti ha sicuramente fatto una scelta molto provocatoria. Mi piacerebbe vedere l’impatto di questo libro su mia figlia che ancora bamboleggia tra Moccia e i vampiri e che in Malesia si porta il Cacciatore di aquiloni impostole dal prof. di italiano: la rozza crudeltà dei talebani è niente in confronto a quella raffinatissima di Cécile

lunedì 21 dicembre 2009

madri e figlie (per non parlare dei padri)

Fa un freddo cane, al lavoro c’è poco o nulla da fare, chiamo casa e la figlia non c’è. La chiamo sul cellulare e non risponde. Le mando un messaggio. Nulla. Chiamo la tata per sapere se l’ha vista a pranzo. Mi dice con aria indignata che è uscita di corsa dopo aver mangiato e che si è cambiata i pantaloni (come se fosse un presagio di guai). Chiamo il marito, tanto per non chiamare subito la polizia (mia figlia ha tanti difetti, ma mi informa sempre sui suoi spostamenti). Lui è in riunione, c’è qualcuno che parla in inglese in sottofondo. Biascica, un così non va, non si può permettere di uscire senza dirci niente. La immagino seduta in macchina accanto al suo violentatore pariolino o già sgozzata in un vicolo da un tipo rimorchiato su facebook. A un tratto ho un’illuminazione, chiamo l’amica con cui ha passato il pomeriggio ieri. Le dico sono preoccupatissima, Benedetta mi risponde ridendo, è qui da me. In un attimo cala la tensione, lei dice tutta allegra, è il compleanno di Benni, pensavo di sentirti dopo, mi accompagni ad atletica alle sei così mi iscrivo? Passano tre ore e mi arriva un messaggio sul cellullare: il marito si chiede com'è andata a finire, poverino, doveva essere divorato dall’ansia.

domenica 20 dicembre 2009

commenti

Nonostante abbia letto dalla prima pagina all'ultima il volume Blog per negati, dono di chi mi ha dato l'idea e poi il coraggio per buttarmi in questa impresa, ho ancora molto da imparare. In qualche modo intimidisco i miei tre lettori, che quando hanno qualche commento da fare a quanto scrivo usano l'e-mail, facebook o i messaggi sul cellullare. Pietro mi ha scritto che gli piace leggere il mio blog e ha descritto il mio tono con due aggettivi che mi sono piaciuti molto: fragile e saccentina. Sono sempre lì ad esprimere giudizi e non conosco sfumature, per me tutto è bellissimo o bruttissimo; ho voglia di confrontarmi con gli altri e allo stesso tempo ho una gran paura di quello che gli altri pensano di me. Commentate, commentate, sopravviverò.

Boys Without Names

Risolta la questione libri con una rapida incursione alla Feltrinelli di piazza della Repubblica, mi sono rintanata nel mio letto con l’ultimo compito prima delle vacanze, Boys Without Names di Sheth Kashmira. Non mi sono staccata dalle fotocopie finché non sono arrivata in fondo e ho potuto tirare un sospiro di sollievo. Una famiglia abbandona di notte la propria casa diretta a Mumbai. Il raccolto è andato male, il padre ha dovuto vendere la fattoria e indebitarsi, spera di trovare un lavoro nella grande città, dove abita suo cognato. Arrivati a Mumbai, non avendo i soldi per l’autobus per tutti, il padre lascia la moglie e i tre figli alla stazione e va in cerca del cognato. Passano due giorni e non torna: Gopal, a soli undici anni si trova a doversi prendere cura della madre e dei due fratellini. Ma le sventure non finiscono qui… Finalmente, dopo tanti libri così così, un libro importante. Gopal si salva dalle situazioni in cui finisce cercando sempre di stabilire un rapporto con chi ha di fronte, usando l’arma della parola e del racconto. Chissà se prenderanno in considerazione questo romanzo o penseranno che, siccome è piaciuto a me, non ha mercato.

prima della partenza

mancano tre giorni alla partenza per la Malesia e i miei unici preparativi sono consistiti in una serie di acquisti compulsivi di libri su Ibs e feltrinelli.it. Loro continuavano a mandarmi newsletter con sconti vari e io continuavo a comprare. Il risultato è che non ho nessun romanzo malesiano da mettere in valigia e una pila di letture deprimenti tipo I racconti della Kolyma e A sangue freddo di Capote. Oggi affronterò il freddo polare per procurarmi in libreria qualcosa di più consono.

sabato 19 dicembre 2009

cartolina di natale


Questa è la cartolina di natale del mio amico Massimo. Massimo disegna, scrive canzoni, suona la chitarra, canta, va in bicicletta, gira video e in più fa il maestro e lo fa a modo suo, mescolando tutto ciò che lo appassiona e lo diverte. I bambini lo seguono rapiti, le sue non sono classi, sono sette angeliche.

venerdì 18 dicembre 2009

accabadora

La Sardegna, una quarta femmina che nasce non voluta, una vecchia sarta che la prende con sé: Accabadora è un romanzo breve che si legge d'un fiato. Racconta con una lingua ricca e incisiva l'amore tra una madre e una figlia reso più intenso dal non essere un legame di sangue. C'è poi il tema dell'eutanasia, della morte che in una società contadina viene somministrata senza fare tante storie quando non c'è rimedio contro le sofferenze dell'agonia. Bonaria Urrai con i suoi slanci e i suoi silenzi, la sua sensibilità e le sue durezze è un personaggio che non si scorda facilmente.

Il mio amico Eric

Che cosa mi sta capitando? E’ la seconda volta in pochi giorni che vado al cinema sicura di vedere un bel film ed esco insoddisfatta e piena di dubbi sulla mia capacità di comprensione. Il film dei fratelli Cohen non mi aveva entusiasmato, ma quello di Ken Loach l’ho trovato proprio brutto. C’è un omino magro e depresso che lavora alle poste. Vive in una casa squallida con due ragazzoni pigri e maleducati, i figliastri; la seconda moglie se n’è andata lasciandoglieli. In camera ha un poster a grandezza naturale di Eric Cantona e un giorno il calciatore in persona si materializza sul suo letto. Quando in un film compare un angelo, o sei Wim Wenders o fai una boiata (lo stesso vale per Humphrey Bogart, o sei Woody Allen o lascia perdere). Cantona è l’angelo sentenzioso che dà i compiti al suo omonimo sfigato: vuoi la tua prima moglie? Datti da fare per riconquistarla. Il tuo figliastro vive sotto la minaccia di un gangster che gli fa custodire la sua pistola? Organizza una bella spedizione punitiva con i tuoi amici tifosi, armatevi di pistole che spuzzano vernice e vedrete che non vi darà più fastidio. Dal regista di Piovono pietre una favola con finale zuccheroso non me l’aspettavo proprio. La storia d’amore mi è parsa fasulla e indigesta: lui ha conosciuto lei da ragazzo, l’ha messa incinta, l’ha sposata, poi è scappato davanti alla responsabilità ma non ha smesso di amarla; lei ha tirato su la figlia da sola tra mille difficoltà, l’ha odiato per averla abbandonata ma non ha smesso di amarlo e quando la figlia resta a sua volta incinta i due si ritrovano a voler fare i nonni insieme, bleah! E’ un film che gronda buonismo (vedi i postini che fanno a gara per raccontare le barzellette al collega depresso, vedi la foto ricordo finale con i figliastri ripuliti e ravveduti). L’unico momento di sollievo l’ho provato quando si sono riaccese le luci e ho visto sulla faccia della mia amica Eleonora la stessa perplessità che c’era sulla mia.

mercoledì 16 dicembre 2009

Partenze

Ieri ha mandato una mail a me, a papà e all’altra sorella dal tono tramortito. Oggi al telefono era tutta pimpante e l’idea di tornare a vivere a Indianapolis non la sgomentava più. Questa è la forza di mia sorella minore: riesce ad aggiustarsi gli eventi, guarda avanti, procede leggera con una grande fiducia in se stessa. Mi ha detto che è contenta per suo marito che diventa “vice president” mentre la prima volta erano andati lì come due “poveracci”, che in fondo a Firenze non ha grandi legami. Io sono convinta che sia un’ottima cosa per loro e soprattutto per la bambina che mette le basi per un futuro lavorativo lontano da questa palude. Per quanto mi riguarda, già da un po’ il mio perimetro si è ristretto: non solo non andrei a vivere a Indianapolis ma neppure a Trastevere o Parioli. Certo se Berlusconi dura ancora dieci anni anche Indianapolis diventa la Mecca.

martedì 15 dicembre 2009

Tre vite

Penelope Lively è per me una scoperta recente e da quando ho letto il suo primo libro non ho smesso di comprare e leggere anche gli altri. Ho cominciato dai più vecchi e sto arrivando ai più recenti. Tre vite l’ha scritto nel 2007 e in Italia è uscito l’anno dopo. All’inizio c’è una ragazza dell’alta borghesia londinese che si innamora di un giovane artista e va a stare con lui in uno scomodo cottage in campagna, affrontando una vita austera ma piena di passione. Il rapporto tra i due è un idillio; a spezzarlo ci pensa la guerra, lui viene ucciso a Creta e lei resta sola con una bambina piccola. La seconda vita è quella della bambina che diventa donna, frequenta un uomo ricco, resta incinta ma non lo sposa perché non vuole adeguarsi a uno stile di vita che non sente suo (troverà in età matura un poeta-meccanico con cui sarà amore a prima vista). Con la terza generazione si chiude il cerchio: Ruth visita il cottage dove hanno vissuto i suoi nonni ed è attratta sia dalla casa sia dall’uomo che l’ha comprata e vi abita. Come tutti i libri di Lively Tre vite parla d’amore e ne parla dal punto di vista femminile. Qui però per la prima volta l’autrice, solitamente molto sofisticata, sfiora il romanzo rosa: tutt’e tre le sue eroine a un certo punto trovano l’uomo dei loro sogni e lo riconoscono parlando con lui e provando la sensazione di conoscerlo da sempre. Certo la storia più lontana nel tempo e più drammatica è la più idealizzata, ma anche le altre due eroine hanno la loro occasione di sperimentare l’Amore, di trovare la loro anima gemella. Da ragazzina sognavo l’uomo perfetto, quello che avrebbe condiviso tutti i miei interessi e le mie passioni. Crescendo, ogni volta che mi sembrava di aver trovato il soggetto giusto, ho preso delle incredibili batoste. E’ per questo forse che diffido dall’idea di anima gemella nella vita come nella letteratura?

lunedì 14 dicembre 2009

Il set di Tutti pazzi per amore 2

Oggi gita a Cinecittà con i miei amici Michele e Andrea. Eravamo attesi sul set di Tutti pazzi per amore 2. Io e Andrea siamo partiti da Saxa Rubra, Michele ci ha raggiunto lì, come al solito in ritardo, come al solito lamentoso e di cattivo umore. Il suo umore è peggiorato quando gli ho detto che dovevamo star lì fino alle cinque per aspettare la coreografia, ma poi si è tranquillizzato e alla fine si è impegnato a fare le riprese del balletto, un misto di ballerini professionisti e di attori (comprese le due vecchie zie), tutti vestiti da indiani, tutti ancheggianti e ammiccanti. Solfrizzi è sempre simpatico e super disponibile, ma anche la Liskova, i ragazzi e il regista mi sono piaciuti molto. C’era un’atmosfera operosa e molto allegra e il divertimento di chi lavora a questa fiction dona al prodotto una qualità particolare, risulta contagioso. Una delle cose migliori che produce la nostra tv.

domenica 13 dicembre 2009

Francesca

Domenica pomeriggio, al Politecnico siamo in cinque, io, le mie due amiche e altri due tizi. Proiettano il film romeno Francesca. Un pugno nello stomaco. Francesca ha trent’anni, un lavoro di maestra d’asilo che le piace, una madre che ama, un fidanzato belloccio a cui tiene molto, degli amici simpatici. Vuole andare a fare la badante in Italia perché i soldi non bastano. Tutti le dicono di non andare: ogni romeno ha qualcosa contro gli italiani, chi dice che sono razzisti, chi maiali, chi sfruttatori. Ma Francesca è piena di energie e di sogni e pensa di potercela fare. Nel frattempo il fidanzato ha chiesto un prestito agli strozzini e questi gli stanno addosso. Va a finire male. Un film bello ed essenziale, non c’è un’inquadratura di troppo, né una battuta sbagliata, lo squallore di Bucarest ti entra nella pelle e lo sguardo perso della splendida protagonista t’insegue a lungo.

sabato 12 dicembre 2009

A Serious Man

Mi piacciono molto i fratelli Cohen, ma il loro ultimo film mi ha deluso. Il primo tempo carica lo spettatore di aspettative: il tema è la sfortuna, l'impossibilità di un uomo di contrastare le avversità del destino. Ci sono dei momenti molto divertenti, nel migliore stile dei Cohen: quando il professore si trova a fronteggiare un cocciuto studente coreano che pretende di ottenere la sufficienza pagando una tangente non richiesta o in alternativa denunciando il prof per calunnia e quando il protagonista torna a casa e la moglie gli comunica con tono risentito che lei ha trovato un compagno più affidabile ed efficiente di lui nel loro amico rimasto vedovo. Il resto è tutto già visto: i figli litigiosi e infingardi, il fratello malato, i problemi economici, di salute, il vicino nazista, la vicina sciroccata, gli incidenti stradali, persino il tornado... E i rabbini cincischiano: c'è ancora bisogno di fare ironia sull'incapacità della religione di risolvere i problemi degli umani?

venerdì 11 dicembre 2009

la tempesta e il tramonto



uno dei motivi per cui sono andata a Venezia era vedere questo quadro. Ora è a Castelfranco per una mostra e quindi il mio desiderio è stato frustrato. Alla mostra c'è anche Il tramonto che non conoscevo e che mi pare altrettanto magnifico. Vorrei essere lì.

un caso di coscienza 4

Quando vedi il numero 4 dietro a una serie già t'indisponi. Quando poi davanti alla televisione qualche volta transiti ma di questa serie non hai mai visto una puntata, né della sua parente Sospetti (stesso protagonista e stesso regista), al pensiero di intervistare i diretti interessati un po' ti imbarazzi. Alle dieci puntuale ero seduta nella sala di Mazzini per l'anteprima. C'erano praticamente solo gli attori, desiderosi di rivedersi. Un caso di coscienza mette al centro un avvocato buonissimo che aiuta i deboli contro i forti e i prepotenti. Alcuni attori sono bravi, altri così e così, altri sono ceffi da fiction. A colpirmi è la stata la scelta di cominciare con il tema del bullismo e con un ragazzo caduto dal tetto della scuola. La colpa inizialmente cade su un professore che tutti i ragazzi odiano. E' vecchio, solo, dà voti bassi e non si interessa alla psicologia dei suoi allievi. Il preside, che non lo sopporta, non lo difende. Una compagna del ragazzo però parla, rivela che il vero problema erano tre bulli che l'avevano preso di mira da un anno. Mi è piaciuta l'attrice che fa la madre del ragazzo, un'infermiera sola, che ignorava i problemi del figlio e che in tribunale si sente morire un'altra volta sentendo cosa ha subito e cosa le ha nascosto per proteggerla. Il soggetto di serie l'ha scritto Andrea Purgatori, quello di Fortapasc, e si vede, ci saranno anche sguardi languidi, battute ruffiane, siamo pur sempre su raiuno in prima serata, ma questo inizio non era male per niente.

giovedì 10 dicembre 2009

il libro dell'anno

quando ho sentito che La piazza del diamante di Mercè Rodoreda era in lizza per il miglior libro del 2009 a Fahrenheit ho fatto un salto. Sono andata a cercarmi la mia copia del libro. E' di Bollati Boringhieri ed è datata 1990. Mi ricordo benissimo quanto mi era piaciuto: ero andata a caccia di tutto quello che potevo trovare sull'autrice catalana e nella mia libreria figurano anche Via delle Camelie, Aloma, Il giardino sul mare e Lo specchio rotto. Mia madre aveva comprato diverse copie della Piazza del diamante per regalarle a natale alle sue amiche. E' bello che i libri che valgono vengano ristampati e riscoperti ma assegnare un premio al miglior libro dell'anno non dovrebbe essere un modo per far scoprire autori nuovi?

mercoledì 9 dicembre 2009

istinti omicidi

e se lo soffocassi sul nascere questo mio blog, a chi dispiacerebbe? Che senso ha una scrittura che mescola i fattacci miei ai miei banali commenti su libri e film? L'altro giorno non l'ho scritto, ma vedendo il film di Rubini mi sono dolorosamente identificata in quel padre un po' folle che insisteva a sentirsi pittore e non capostazione. Uso il blog per fare la maestrina, per assegnare dei voti, per non sentirmi frustrata. Non è questo lo spirito della rete, tanto varrebbe usare un vecchio taccuino. Forse quello che più mi attira è che basta un gesto per far sparire tutto.

martedì 8 dicembre 2009

Murad, Murad


cosa può spingere una architetta palestinese un po' sovrappeso a salire di notte su un autobus insieme a un gruppo di ragazzi che tenta di entrare di nascosto a Tel Aviv? Solo un grande coraggio e la voglia di documentare passo dopo passo una situazione folle che è sotto gli occhi di tutti. I palestinesi muoiono di fame e non possono più andare a Israele a lavorare, per guadagnare qualcosa i giovani sono disposti a camminare per chilometri nel buio, e ad affrontare l’esercito rischiando una pallottola o la prigione. Tutto ciò a cui aspirano è una paga giornaliera: puliscono locali, fanno di nascosto i lavori più umili e peggio pagati e così riescono a mantenere intere famiglie. Nell'editoria esiste una categoria che non è propriamente letteraria ed è quella dei libri necessari: Suad Amry ha scritto un libro così ed è riuscita a raccontare un’impresa serissima con tono lieve e autoironico.

a Venezia

Venezia è bellissima, ma non è la città più allegra del mondo. Aggiungici una sindrome premestruale insolitamente acuta che ha fatto scivolare il mio abituale pessimismo in un travolgente catastrofismo; un marito catatonico (se era stanco a casa, come poteva rianimarsi dopo aver passato la giornata a camminare, lui che non sa cosa sia l’esercizio fisico?); una figlia iperstrafottente (tutta qui Venezia? Potevamo risparmiarci la fatica); un grosso libro in inglese su una famiglia straziata dalla morte dell’amato zio nella metropolitana di Londra; e per finire l’incontro con una cugina di Genova che non vedo mai e che sfoggiava non una ma due, dico, due, figlie adolescenti, perfette: gentili, affiatate tra di loro e soprattutto così interessate alla città da leggere ad alta voce la guida a beneficio del fratello minore… Ce n’era abbastanza per rendere la mia una vacanza da incubo, e in più ho perso degli orecchini carissimi che mi ero fatta regalare qualche anno fa dal marito. Della serie: era meglio se stavo a casa.
Nonostante la fitta pioggia l’ultimo giorno è stato il migliore: come capita in genere al terzo-quarto giorno di distacco dal lavoro la smorfia di tensione sulla faccia del marito se n’è andata, la figlia, senza le ragazze di mia cugina da scandalizzare si è un po’ placata; e io ho ritrovato gli orecchini e la voglia di tornare a Venezia.

sabato 5 dicembre 2009

L’uomo nero

Il lancinante velleitarismo di un aspirante artista che pensa solo ai suoi quadri, l’invidia dei compaesani tronfi, il travagliato rapporto tra un marito e moglie che si amano ma non si capiscono, un mitico zio playboy che finisce vittima dei suoi stessi raggiri, l’attrazione di un ragazzino per tutto ciò che è rischioso, un compleanno che segna la fine dell’infanzia e infine una svolta della trama che strappa un sorriso proprio nel momento più commovente del film. Rubini racconta molto bene la Puglia di quando era bambino e ha scelto gli attori giusti per essere accompagnato in questa impresa. Avrei preferito non vedere quello che il protagonista immagina, i morti che ammiccano, ma è un dettaglio, il film merita e convince.

venerdì 4 dicembre 2009

il divo, la moglie, il manager

Primo pomeriggio in studio. Compito di prestigio: accogliere il divo, che sarà ospite della trasmissione insieme alla moglie e scortarlo fino alla poltrona per il collegamento. Ad accompagnarli una truccatrice, un parrucchiere, il manager e la segretaria del manager. Il più indecoroso è il manager: grasso, spettinato, volgare, si sente il padrone, irride tutti, minaccia, fa il suo piccolo show. Ma anche il divo non scherza: la sua comicità si basa sulla battuta greve e al complimento del condottore rivolto alla moglie, risponde, non ti ingrifare. Lei è Barbie ed è anche vestita come Barbie: jeans, maglietta scollata del colore degli occhi, tacchi vertiginosi. Dura meno di mezz'ora ma mi sembra un'eternità. Ora come antidoto devo leggere almeno tre dattiloscritti in inglese e, per pietà, lì niente tv e niente divi.

Se fosse un altro

Se fosse un altro uomo, il marito di un’altra, non esiterei a concludere che ha un’amante. I sintomi ci sono tutti: improvvise trasferte a Milano, a casa sempre più tardi, una telefonata al giorno come tutto contatto, lo schermo del computer che ormai è un prolungamento del corpo, l'auricolare incollato all'orecchio, a letto la sera quando io già dormo, inediti risvegli all’alba. Siccome è lui, penso che stia vivendo l’ennesima emergenza sul lavoro, il che non rende meno desolante il quadro di insieme. Domenica partiamo tutti e quattro per Venezia tra nubi e acqua alta. Chissà se lì ci incontreremo?

giovedì 3 dicembre 2009

fuori luogo

Entro nella segreteria della scuola media di mio figlio per chiedere un certificato. Su un computer c’è l’immaginetta a colori della Gelmini in veste di beata e sotto c’è scritto Santa Ignoranza. Non ho nessuna simpatia né stima per la Gelmini, ma la vista di quell’immaginetta in quel luogo mi colpisce per la sua incongruità, è come se in una stazione di polizia o in un tribunale ci fosse una caricatura di Napolitano. Anche le persone per bene nel nostro paese cominciano a perdere i colpi.

mercoledì 2 dicembre 2009

Lo spazio bianco

Come speravo, il film è più bello del libro. Quando è uscito Lo spazio bianco di Valeria Parrella sono corsa a comprarlo, attirata dal tema (i pensieri di una donna davanti all’incubatrice con dentro la sua bambina prematura, una cosa che io ho vissuto in prima persona). Il libro mi aveva un po’ delusa, mi era parso fuori fuoco, un po’ piatto dal punto di vista narrativo e fin troppo ricercato da quello stilistico. Francesca Comencini è stata capace di dar vita sullo schermo alle emozioni di una donna sola. Margherita Buy è al suo meglio, non buyeggia e, finalmente smessi i panni della moglie tradita che troppi registi amano cucirle addosso, è un personaggio pieno di sfaccettature, ora piena di tenerezza e premure verso i suoi alunni invecchiati e le sue compagne di sventura, ora implacabile verso il medico paternalista più incline a offrire generico conforto che spiegazioni scientifiche. L’unico difetto del film è quello di aver ceduto alle lusinghe del lieto fine: la storia doveva interrompersi nel momento in cui la madre entra nell’ospedale dove i medici hanno staccato la bimba dalle macchine che la facevano respirare. Sono passati due mesi dall’inizio dell’avventura, la madre è una donna diversa, ha pensato tantissimo a quella maternità non voluta, l’ha maledetta e l’ha benedetta, e alla fine ha scelto di crederci. Vedere la Buy tutta felice con una bambina in braccio può strappare una lacrima allo spettatore, ma contraddice il tono del racconto, ne incrina la forza.

martedì 1 dicembre 2009

I colloqui di classe

I colloqui di classe sono il peggior incubo di ogni genitore. Lo erano quelli delle elementari, lo erano quelli delle medie e oggi ho sperimentato come lo siano anche quelli del liceo. La gente dà il peggio di sé: si accalca all’entrata, spinge, corre fino ad arrivare davanti all’ambito foglio di carta attaccato alla porta del prof. Spudoratamente ogni signora riempie il foglio con i nomi delle sue amiche. I colloqui cominciavano alle tre e mezza, sono arrivata con cinque minuti di anticipo e sul foglio della prof di storia mi sono iscritta come trentesima. Ci sono i prof. sbrigativi e li bacerei in fronte, poi ci sono i prof. logorroici e poi ci sono i genitori che quando conquistano il loro turno non lo lascerebbero per nulla al mondo. Ho parlato mezzo minuto con geografia e due minuti con italiano (lui mi ha detto che è indeciso se far leggere ai ragazzi come primo libro del mese Il cacciatore di aquiloni o Mille splendidi soli, sigh) poi, dopo una lunghissima attesa, con quella di storia. Stamattina alle dieci mi era arrivato il messaggio della figlia: non sono andata bene in storia. Le avevo risposto: 5? E lei 5 e mezzo. Non male per una che si offre volontaria per riparare un 4. La prof di storia è giovane carina idealista e scoraggiata. Le ho offerto tutta la mia solidarietà, le ho detto che ho una figlia sventata, superficiale, disinteressata al mondo che la circonda, approssimativa nel modo di esprimersi e anche a volte di pensare. Alla fine era lei che cercava di consolare me, non è solo sua figlia, anzi lei non è tra i peggiori. Ho sentito alla radio che la Merkel ha nominato ministro del lavoro una donna con sette figli che prima era ministro della famiglia. Chissà come se la cava la biministra con i colloqui di classe.