lunedì 30 novembre 2009
chi è mia figlia
domenica 29 novembre 2009
La chiave fatata
sabato 28 novembre 2009
la baby sitter e la rock star 2
la baby sitter e la rock star
santa maria della pietà
giovedì 26 novembre 2009
mostri sacri
L'amore, un'estate
mercoledì 25 novembre 2009
donatella maiorca
martedì 24 novembre 2009
Papà e le donne
nelle altre famiglie
E il marito? E' a Milano per lavoro (e comunque non bacia la moglie).
lunedì 23 novembre 2009
Perché questo blog
domenica 22 novembre 2009
gli abbracci spezzati
sabato 21 novembre 2009
con mio figlio
sotto un tram
venerdì 20 novembre 2009
spavento
giovedì 19 novembre 2009
In Treatment
mercoledì 18 novembre 2009
sostituzioni
martedì 17 novembre 2009
illegalità diffusa
La sorella di stefano chucchi
domenica 15 novembre 2009
sabato 14 novembre 2009
addio al precariato
venerdì 13 novembre 2009
un denso venerdì
giovedì 12 novembre 2009
roberto saviano
mercoledì 11 novembre 2009
la forza delle donne
martedì 10 novembre 2009
i sogni delle sette
ragazza con paesaggio
domenica 8 novembre 2009
navigazione a vista
venerdì 6 novembre 2009
gianni morandi
mercoledì 4 novembre 2009
fine giornata
martedì 3 novembre 2009
Pinocchio in tv
Di bello qualcosa c’è: la confezione, i costumi, la fotografia, i paesaggi (il regista è quello di Montalbano e sa come evidenziare i lati migliori dell’Italia); Robbie Kay, l’esile ragazzino inglese con le orecchie a sventola e gli occhi sorridenti; Luciana Litizzetto che dopo aver fatto per anni il grillo parlante ora ci si veste pure; l’idea iniziale di un essere che si affaccia sulla vita all’improvviso senza capirci niente. Ma di brutto in questa ennesima versione di Pinocchio c’è veramente molto: una sceneggiatura prolissa con intenti attualizzanti (l’inutilissimo personaggio della maestra interpretata da Margherita Buy che riflette sulla difficoltà di fare lezione a trenta alunni); un buonismo fuori luogo (Collodi raccontava la miseria nera, non la gioconda solidarietà tra paesani e i convenevoli tra due fieri avversari come Mastro Ciliegia e Geppetto, quelli, lo avranno fatto saltare nella tomba); l’annacquamento del sapore toscano del libro in un beverone in cui si mescolano senza senso dialetti diversi (la cameriera di Collodi che parla napoletano è da brividi); l’annullamento della carica eversiva del testo (l’episodio in cui Pinocchio viene portato in prigione e trattenuto proprio perché innocente io non l’ho visto: mi ero addormentata?); un finale prolungato che è quanto di più sciropposo si sia visto in tv e quel legnosissimo Alessandro Gassman che fa il gran signore e non conserva nulla del giornalista-giocatore-d’azzardo-scrittore-per-bambini-per-necessità-e-controvoglia che era Carlo Lorenzini che a Pinocchio ci teneva tanto poco da impiccarlo a metà romanzo, salvo poi rimetterlo in piedi per le insistenze dell’editore. Insomma una versione illustrativa che coglie gli aspetti più esteriori del racconto senza sfiorare il mistero della sua universalità. Siamo più dalle parti dell’insulso pinocchio disneyano che da quelle dell'angoscioso capolavoro che era la versione di Comencini.
lunedì 2 novembre 2009
ammaniti
via madonna di campiglio 1
Ieri mattina sono andata da mio padre. Mio marito doveva sistemargli il decoder e il modem per connettersi a internet. Papà, pur essendo ingegnere, è l’uomo meno tecnologico del mondo e si sgomenta di fronte a qualsiasi cosa abbia una spina. Quando deve confrontarsi con strumenti nuovi, improvvisamente si ricorda di avere ottanta anni e fa il vecchio in difficoltà. Da quando è morta mamma, la notte di capodanno di sei anni fa, io a casa dei miei genitori ho smesso di andarci. Non è stata una decisione, è successo che, dopo averla frequentata per due anni quasi quotidianamente, io non abbia più avuto motivo di arrivare fin lì. Papà non sa cucinare e quindi è lui a venire a pranzo da noi. E’ capitato qualche volta che andassi a trovarlo se aveva la febbre o quando è stato operato, ma per fortuna di solito sta in gran forma e non ha bisogno di visite. Quella casa, la casa in cui ho vissuto fino a quando sono partita per Milano a ventisei anni, mi fa una tristezza infinita. Ieri mi sono rifugiata sul terrazzino con le mie fotocopie. Il terrazzo con le mattonelle verdi, le pareti scrostate e qualche pianta casuale mi ricorda l’ottobre in cui è nata mia figlia, ci passavo molto tempo quando la allattavo. Era un ottobre mite, lei era minuscola; io pensavo solo a lei, era bello non lasciare che altri pensieri interferissero con la mia desiderata maternità. Il resto della casa invece per me ora parla solo della malattia di mamma. Nel soggiorno vedo ancora l’ingombrante sedia a rotelle su cui stava accasciata, senza poter parlare se non con gli occhi, nel mese che ha seguito il suo ultimo ricovero. La stanza da letto dei miei genitori, in cui ho trascorso tante giornate sdraiata nel lettone quando avevo la febbre da piccola, per me ora è solo dove l’ho vista progressivamente perdere coscienza di sé. Per papà è diverso, quella casa non l’ha mai lasciata, la ama e se ne prende cura. Ieri è venuto sul terrazzo e mi ha detto, tu qui non ci verresti mai a vivere, finirete per venderla. Non era una domanda, era una constatazione. Bisognerebbe convivere in modo più pacifico con i propri ricordi.