domenica 31 gennaio 2010

mia nipote

Questo week end è venuta a trovarci G., la mia nipote svizzera. G ha compiuto da poco diciotto anni, è nata a Roma, ha fatto la prima elementare qui e poi si è trasferita con la famiglia a Zurigo. E’ sempre stata una ragazzina determinata e allegra, studiosa, ma non secchiona, ubbidiente e disordinata insieme. Cresciuta nel severo regime di casa sua, ha imparato presto a essere autonoma: due anni fa l’hanno mandata per sei mesi a Singapore ed è sopravvissuta bene a quest’esperienza. Dopo la maturità è incerta se affrontare medicina o ingegneria, conosce a perfezione tre lingue e altre le sta studiando. Pensando a G. l’aggettivo che mi viene in mente è soprattutto uno: solida. G. è una ragazza solida, non sa di preciso quello che vuole, ma sa quello che non vuole, ha la netta percezione di avere davanti a sé tante possibilità ed è pronta a sfruttarle tutte. In questi giorni ce la siamo contesa io e suo nonno; uscendo con lui e una sua amica è tornata a casa un po’ perplessa. La galanteria di mio padre nei confronti di questa signora, i suoi racconti non proprio veritieri l’avevano colpita. G. è tutta d’un pezzo, è il suo pregio e il suo difetto, chissà il tempo come la modellerà.

sabato 30 gennaio 2010

pensieri di moglie

Bloccato dalla neve a Budapest, come passerà la serata il marito? Vedrà qualche amica degli anni in cui ha vissuto in quella città? E poi sarà vero che hanno chiuso l'aeroporto per neve? Oggi al telefono imprecava senza sosta per il contrattempo che lo costringeva a fermarsi lì: e se fosse tutta una strategia diversiva? Se la madre degli altri suoi due figli (ipotetici) gli avesse imposto un'altra notte insieme, o se lui avesse ceduto a un impulso irresistibile verso una bionda mercenaria? Domani, se smette di nevicare, prende il volo delle sette e mezza, ma nel pomeriggio è di nuovo in aereo, stavolta diretto a Rio de Janeiro. Magari porta anche lei. Lei chi? Boh.

Dieci inverni

Tutto il gelo che accompagna gli incontri invernali di Camilla e Silvestro, che si piacciono da subito ma che non riescono a dirselo, preferendo rovinarsi la vita piuttosto che rischiare un rifiuto, corrisponde al gelo interiore degli amori di oggi, di un tempo in cui dichiararsi, osare, sono cose che non si fanno, meglio dissimulare, meglio lasciarsi vivere, aspettare che sia il destino a giocare le sue carte. Era da un po’ che volevo vedere Dieci inverni, il trailer mi aveva incuriosito, per una volta un film italiano non ambientato a Roma, ma addirittura a Venezia e in Russia, e poi Isabella Ragonese è brava, mi fa pensare alla mia amica siciliana Sara e anche a Jennifer Aniston, che come lei sa essere carina e buffa insieme. Anche Michele Riondino è perfetto per la parte, condensa nelle sue espressioni, prima ancora che nelle sue battute, tutte le insicurezze maschili: e se lei mi respinge, e se mi si accolla, e se non dovesse piacermi… Lui si attacca a lei quando sente che sta per perderla per sempre, quando ha un altro, quando è incinta; lei si butta in amori sbagliati perché non riesce a fargli fare il primo passo. Dieci inverni è la versione italiana di Un cuore in inverno, ma ora a essere bloccato non è più solo l’uomo ma anche la donna, e la vita intanto passa. Bel film, romantico, divertente, pieno di verità dette con leggerezza.

venerdì 29 gennaio 2010

L'uomo che verrà

Martina ha grandi occhi spalancati, gambe lunghe e veloci. Ha smesso di parlare quando il fratellino le è nato morto, aspetta la nascita di un altro. Intorno a lei si parla dialetto, c’è chi la rimprovera, chi la prende in giro, chi vorrebbe controllarne i movimenti. La campagna in cui vive Martina non ha pace: da una parte i tedeschi, alcuni gelidi, altri quasi gentili, con le loro armi, la loro lingua dura e incomprensibile; dall’altra i partigiani, che sono amici, ma a volte non conoscono pietà. Quando si compie la strage, quando i tedeschi esasperati dagli attacchi partigiani, ammassano donne vecchi e bambini e fanno fuoco con i mitra, la sofferenza dello spettatore è amplificata dal fatto che conosce quelle persone, le ha viste compiere atti quotidiani, sa cosa sognano e cosa temono. Lo spettatore è trascinato lì: si risveglia dolorosamente insieme a Martina illesa e sanguinante tra i corpi delle persone che l’hanno vista crescere. Non è un effetto 3 D, è solo grande cinema. Diritti è un bravissimo regista e il suo racconto per immagini ha una caratteristica preziosa: l’autenticità.

giovedì 28 gennaio 2010

I cani e i lupi


I cani e i lupi è un libro dal ritmo avvolgente, ci entri dentro e non riesci ad uscirne finché non sai tutto sulla folle storia d’amore tra Ada e Harry. Harry è per Ada, che lo vede da bambina e s’innamora dei suoi ricci, della sua aria ricca e delicata, un sogno da perseguire con costanza, a dispetto di ogni difficoltà. Mentre nel corso del romanzo scopriamo molto di Ada, la seguiamo dalle letture infantili alla scoperta della pittura, dalla complicità con il cugino a un matrimonio senza amore, da Kiev a Parigi e conosciamo ogni dettaglio della sua natura ardente e fuori dall’ordinario, Harry rimane un miraggio. E’ vero che a un certo punto incontra Ada e ne è conquistato, ma è un debole, non è destinato a restarle accanto. La capacità di Irène Némirovsky di cogliere l’attimo, di fotografare insieme una situazione e l’esatta percezione che ne hanno i personaggi coinvolti, facendo sentire il lettore al centro della scena, è qualcosa di veramente raro. I cani e i lupi, insieme a Suite francese e a Jezabel sono libri da leggere e anche da rileggere per cercare di cogliere i segreti del suo stile.

attori

Nella meravigliosa cornice della biblioteca angelica, stremata dall’attesa di una troupe che prima non arrivava e poi cincischiava cercando una presa di corrente, ho intervistato Preziosi che roteava i suoi begli occhi impersonando sant’agostino anche fuori dallo schermo. Teso nello sforzo di essere incisivo, significativo, evocativo ogni tanto doveva nascondere uno sbadiglio provocatogli dalle sue stesse parole. E’ andata un po’ meglio con Franco Nero-Sant’Agostino-da-vecchio che si era preparato un repertorio di aneddoti, tra cui l’imitazione del papa che alla proiezione del film gli aveva detto di non aspettarselo così “giofane”.

mercoledì 27 gennaio 2010

montaggi e insulti

Mi presento al montaggio spiegando, abbiamo un servizio semplice, ma ultra delicato. Si trattava di ridurre la puntata di Lucia Annunziata dedicata ad Haiti con Bertolaso ospite. Non una gran puntata: entrambi, giornalista e ospite, erano da poco ad Haiti e hanno attribuito agli americani le colpe della disorganizzazione, lasciando sottintendere che noi siamo molto più bravi a gestire le emergenze. Da quella puntata è nato un caso politico, la Clinton voleva le dimissioni di Bertolaso, Berlusconi in persona si è dovuto scusare. Ho lavorato con il conduttore sul collo, poi sono dovuta andare a far vedere il pezzo al direttore, che a stento sa chi sono. E’ andata bene, contrariamente alle mie fosche previsioni. Un po’ meno esaltante il seguito del pomeriggio: corro a prendere il figlio a scuola e lui sale in macchina con due amici senza darmi retta; mi precipito fuori atletica a prendere la figlia, lei mi racconta del sette in italiano e della sua bravura nei salti (io non ho mai saputo saltare né in lungo, né in alto, e tanto meno gli ostacoli e sono molto fiera di questa sua abilità), poi si ricorda che sono la sua odiata madre e comincia a urlarmi contro. Perché non mi compri la macchinetta? La voglio! Mi serve! Dallo stadio dei marmi fino a casa è tutto un crescendo d’insulti (lei insulta me e io insulto lei). E ora devo studiare sant’Agostino.

martedì 26 gennaio 2010

Vecchi coniugi

Quando passi vent’anni con una persona, sai a memoria le sue abitudini e per alcune di queste sviluppi un’ideosincrasia selvaggia. Quando il marito torna a casa la sera, non importa se sono le nove, le sette, le sei, entra in cucina e cerca qualcosa da mangiare. Non si toglie le scarpe, la giacca. Se c’è del prosciutto (a casa sua c’era sempre) ne prende una fetta e se la cala in bocca dall’alto. Detesto quel gesto. Lui detesta il maglione grigio e la tuta in cui mi avvolgo appena entro in casa. Il maglione era suo e risale a tempi preistorici, non sono disposta a cambiarlo con nessun altro. Quando lui si sveglia la mattina è incapace di sgusciare dal letto silenziosamente come faccio io. Respira rumorosamente finché non mi sveglio e solo allora si alza, scostando con gesto plateale tutte le coperte. Mi urta. A lui urta il mio modo di scendere le scale. Dice che vado tutta storta come un cane, me lo dice da più di vent’anni. C’è qualcosa di consolante in questi “sfastidi”, come li avrebbe definiti mia madre nel suo napoletano un po’ reinventato. Sono la prova che ci si conosce da sempre. Puoi immaginarti un nuovo amore, ma non un nuovo convivente, non vuoi imparare il modo in cui un altro uomo si fa la barba, si veste, si stravacca sul divano. Peccato che mentre io sto qui a idealizzare i vecchi coniugi, il marito prepara la valigia per il Brasile. Ha ottenuto un nuovo incarico, tra una settimana parte. Non starà via molto, ma magari è la volta buona che si sbarazza della vecchia coniuge per una giovane brasiliana e addio vecchie abitudini.

Passata la paura

Passata la paura, subentra uno stato di rabbia appena trattenuta. Perché a me? Perché proprio ora, ora che stavo così bene, che mi sentivo in forze, che davo una pista ai miei coetanei? E quanto durerà questa tregua? Quale altro subdolo male mi aspetta al varco o sta già scavando il suo percorso dentro me? Oggi papà è passato a salutarci prima di andare all’auditorium per il concerto. Aveva una bella faccia, ma una brutta espressione. Ma lui non è il tipo da farsi deprimere. Gli passerà. Basta che le sue amiche si facciano vive. E’ un appello.

lunedì 25 gennaio 2010

il potere dei libri

Giornata erta. Esco presto, accompagno il figlio a scuola, arrivo in redazione, piazzo il cellulare sulla scrivania e comincio a svolgere i miei compiti, mentre lo sguardo si sposta in continuazione verso quel rettangolo inanimato. Papà ha appuntamento per la tac alle nove. Alle nove e mezza mi manda un messaggio, sta per entrare. Poi l’attesa si prolunga, faccio un sacco di cose, senza mai muovermi dalla mia postazione. Virginia e mia sorella mi aggiornano con altri messaggi, papà è uscito dalla tac, ma la dottoressa tarda a dare la risposta. Cerco di scacciare i brutti pensieri che mi affollano la testa, sono come tramortita. Prima dell’una sento in rapida successione tutti e tre, e tiro un sospiro di sollievo. Ci sono dei linfonodi un po’ gonfi, ma forse è effetto dell’operazione al braccio e comunque non ci sono organi intaccati. A mensa con le amiche riprendo a respirare. Poi c’è la riunione, l’assegnazione dei servizi, la ricerca del materiale. Si sono fatte le cinque e scappo dalla mia dermatologa a cui voglio far vedere i miei nei e da cui voglio essere rassicurata sul caso di mio padre. Lì si aspetta sempre e mi sono portata il romanzo che ho cominciato ieri, I cani e i lupi di Irene Némirorovsky. Aprendo il libro sono un fascio di nervi, in quell’ambulatorio sette anni fa mi hanno scoperto il melanoma e ogni volta che ci entro mi sento in attesa di un terribile verdetto. Succede però che la scrittura della Némirovsky mi strattona dalle mie paure e dalle mie tensioni. Leggo la descrizione del gioco che due bambini ebrei, nascosti in una soffitta durante un pogrom, s’inventano per allontanare i terribili rumori che li circondano. L’autrice racconta così bene la scoperta di un baule polveroso, lo scatenamento dell’immaginazione che deforma la realtà, che non sono più nell’ambulatorio troppo illuminato e funestato dalla musica di Ramazzotti, ma lì rintanata con loro a giocare alla barca in tempesta. Arriva il mio turno, chiudo il libro, la dottoressa mi rincuora rapidamente e altrettanto rapidamente mi scuce centocinquanta euro. Il ritorno è in discesa. A casa mi accologono le urla dei ragazzi che si contendono il telecomando, ma io mi rifugio nella scrittura e tra breve in una lettura che so ricca di incanto.

domenica 24 gennaio 2010

avatar

Sono andata a vedere Avatar un po’ perché ci andavano il marito e il figlio e un po’ per curiosità. Eravamo in seconda fila e con gli occhialetti sembrava tutto il tempo che ci cascasse addosso della verdura. Il film mi è parso un polpettone indigesto di cose già viste e riviste. Dialoghi imbarazzanti, personaggi inesistenti, trama iperprevedibile, svolazzate e combattimenti interminabili: un lungo videogioco non interattivo con l'alibi ecologista.

tra le nuvole

Dopo una serie di sconsigli di libri era giunto il momento di consigliare un film. Up in the Air (in italiano è Tra le nuvole, ma io l'ho visto in lingua originale e si segue benissimo) sorprende, turba, diverte, fa pensare, fa sognare (Clooney innamorato è sempre un bello spettacolo), fa passare un’ora e mezza di grande intensità, senza una caduta d’attenzione. Jerry fa il lavoro più sporco del mondo: quello di annunciare agli altri che hanno perso il lavoro. Lo deve fare con suadente abilità in modo che non facciano causa alla loro ditta e non diano in escandenze gettando nel panico anche gli altri. Jerry è così bravo in quello che fa perché crede in quello che dice, crede che nella vita si viaggi meglio con un bagaglio ridotto, senza mettere radici e senza la zavorra degli affetti. A mettere in crisi le sue certezze è l’incontro con due donne: una giovane psicologa che sta per far fuori lui (ma che poi si rivela molto meno granitica di quanto apparisse all’inizio) e una tipa affascinante che sembra la sua copia al femminile e invece… Up in the air parla di lavoro, di perdita di lavoro, di famiglia, del peso dei legami e del vuoto senza legami, del potere della parola, dello slogan giusto al momento giusto; ha una sceneggiatura strepitosa e più di una scena memorabile: Clooney e la sua amica che interrogano la giovane in crisi sulle sue aspettative sugli uomini; Clooney riluttante che deve convincere il futuro cognato a sposare la sorella, dopo che questo ha avuto un ripensamento la notte prima delle nozze. Un film che non dà soluzioni, ma che solleva domande sul modo in cui viviamo stretti tra tanti imperativi contrastanti, in cui comunichiamo o non comunichiamo con gli altri, in cui ci aggrappiamo a qualunque cosa, anche a una tessera di frequent flyer pur di porci un obiettivo che sia uno.

sabato 23 gennaio 2010

Sul comodino

Sul mio comodino accanto al letto c’è una pila di libri che ho cominciato a leggere e poi ho abbandonato. Non è una pila molto alta, perché sono ancora ligia al vecchio principio, una volta iniziato si finisce, molto antipennacchiano, ma molto sentito da quelli della mia generazione. Lasciandoli sul comodino mi fornisco l’alibi di una pausa momentanea, mi dico che prima o poi li riprenderò in considerazione. I cinque libri che stazionano lì da qualche annetto sono: Javier Marias, Il tuo volto domani (ho adorato Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me, questo l’ho trovato proprio indigesto); Jonathan Franzen, La ventisettesima città (stesso discorso di Marias, tanto Le correzioni è un bellissimo libro, quanto questo è un mattone); Jung Chang-Jon Halliday, Mao (un caso di sopravvalutazione, pensavo di farcela a leggere una biografia di Mao di 960 pagine in vista di un viaggio a Pechino ma il segnalibro si è fermato a pag.102) e infine Catherine Dunne, Una vita diversa (già La metà di niente mi era parso un libro mediocre, qui mi sono persa presto). Forse dovrei fare pulizia e trovare un modo per sbarazzarmi dei libri che accumulano polvere sul comodino e dei tanti che affollano immeritatamente la mia libreria.

venerdì 22 gennaio 2010

Riportando tutto a casa


Da più di una settimana mi sono impantanata in Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia. Lui lo sento alla radio con piacere, la sua rassegna stampa della terze pagine dei giornali è acuta e intelligente e in più ha un bell’accento pugliese. Il libro, che ho quasi finito, invece è un saggio di sociologia travestito da romanzo: dopo tante pagine, dei tre amici al centro della narrazione, dei loro familiari, delle loro fidanzate, della droga che consumano non m’importa nulla. Tutte quelle osservazioni sugli anni Ottanta (musica, tv, ecc) appesantiscono il racconto, distolgono l’attenzione dai protagonisti.

in viale Mazzini

La settimana scorsa ho incontrato Lando Buzzanca a viale Mazzini e gli ho chiesto se potevo intervistarlo. Mi ha fatto il baciamano, ha spalancato i suoi occhi rapaci, mi ha chiesto come mi chiamavo e poi mi ha chiesto se il diminutivo del mio nome era Chicca. Oggi l’ho rivisto per la registrazione, ha spalancato i suoi occhi rapaci, mi ha chiesto come mi chiamavo e poi mi ha chiesto se il diminutivo del mio nome era Chicca (niente baciamano).

Stamattina presentavano a viale Mazzini la fiction di domenica e lunedì. Mancava Ghini, il protagonista perché è in America. A un certo punto durante la conferenza stampa Francesco Salvi ha preso il microfono per dire che Ghini poteva scomodarsi a venire dall’America, perché lui era venuto a spese sue dall’Ungheria. Ha aggiunto che Ghini non gli è piaciuto affatto nel film su Mattei. Mentre gli spegnevano il microfono e lo mettevano a tacere ha aggiunto che Ghini è un suo amico, anche se non uno dei suoi migliori amici.

giovedì 21 gennaio 2010

vendersi e comprare

Ieri sera a un certo punto abbiamo acceso la tv e ci è capitato davanti il video del colloquio tra un ragazzo e una baby prostituta (lui aveva ripreso il dialogo senza che lei lo sapesse e l’aveva mandato alle Iene). Lei ha diciassette anni e, da quando ne aveva quindici, si prostituisce con i suoi amici e con amici di amici, in cambio di ricariche telefoniche o regali, come una cintura di Gucci, una felpa, un maglione. Ha solo tre regole: niente soldi, se no sua madre potrebbe accorgersene; il cliente deve avere massimo venticinque anni; il preservativo va usato in ogni caso. Il punto più terribile del suo racconto è stato quando ha parlato del rapporto con la madre, che era peggiorato nel periodo in cui lei si era fidanzata, aveva smesso di prostituirsi e aveva ricominciato a chiederle dei soldi. In pratica, le cose vanno meglio in famiglia quando lei si procura da sé ciò che desidera e non fa pesare alla madre di non potergliele fornire. La ragazza usava la parola “benestanti” con un tono di malinconia, “noi non siamo benestanti”, “le ragazze benestanti” hanno delle cose che io non posso permettermi. Mia figlia non si prostituisce (lo spero) ma ha nei confronti delle cose lo stesso atteggiamento di quella ragazza: ritiene suo diritto avere ciò che vuole, e pensa che sia stupido da parte nostra non venire incontro ai suoi desideri visto che abbiamo i mezzi per farlo; d’altra parte chi non si può permettere le cose le sembra un “poraccio”, un essere da disprezzare. Sono uscita molto provata dalla visione di quel programma. Trovo atroce l’idea di ragazze così ossessionate dalle merci da inserire in questa categoria anche il loro corpo, così come trovo atroce che i loro coetanei paghino per ottenere quello che con un minimo di sforzo e molta più soddisfazione avrebbero comunque. Immaginare il futuro di questa generazione fa venire i brividi, se ci si vende a quindici anni per così poco, da adulte come non vedersi per un lavoro e se si compra a quindici anni, quando si smetterà di comprare il corpo altrui?

mercoledì 20 gennaio 2010

la mia intervista a Philip Ridley

Philip Ridley, nato nel 1964, è l’autore di sorprendenti romanzi per ragazzi, tutti ambientati nella periferia orientale di Londra (tra i suoi titoli, Dakota delle Bianche Dimore, Krindlekrax, Kasper nella città splendente, Il favoloso Scribbolo, Magia a Vinegar Street).

Fenicotteri in orbita, la sua racconta di racconti del 1990 edita da Mondadori è stata appena ripubblicata in italiano da Salani. È un libro realistico e crudele, che racconta vite familiari complicate, ragazzi in crisi, tradimenti perpetrati nei confronti di chi si ama, sesso come scoperta di sé. In occasione di quest’uscita editoriale abbiamo chiesto allo scrittore di ripercorrere alcune delle tematiche affrontate nella sua narrativa per ragazzi.

La sua descrizione del mondo degli adolescenti è molto realistica e di grande impatto. Lei sembra suggerire che tra i tredici e i diciotto anni alla gente capiti di sperimentare il meglio e il peggio della natura umana. È così?

Io ricordo la mia adolescenza come un periodo di continua scoperta. Di me stesso e del mondo che mi circondava. Mi sembrava di essere Aladino nella caverna magica. C’era così tanto da scoprire, non vedevo l’ora che fosse mattina per affrontare un nuovo giorno. Dormire mi sembrava un’inutile perdita di tempo. In quel periodo ho scoperto artisti, musicisti, e scrittori che mi avrebbero influenzato per il resto della mia vita. Tutte le emozioni erano più grandi e più intense. Credo che durante l’adolescenza dovremmo liberare la nostra immaginazione. Sì, sperimentare come ci sentiamo e chi siamo. Può essere semplice come provare abiti diversi o come conoscere persone che non avremmo mai pensato di incontrare. È così facile cominciare a sentirsi in trappola. Più liberamente sperimentiamo quando siamo giovani, più frutti daremo crescendo.

Nel primo racconto di Flamingoes in Orbit, due ragazzi si divertono a guardare foto di soldati morti o orribilmente feriti. Una volta lei ha raccontato che da piccolo quando era malato passava il tempo a letto a divorare racconti dell’orrore. Come spiega la fascinazione che l’horror esercita sui ragazzini?

Io amo le immagini delI’orrore, come del resto la maggior parte dei pittori. Quando studiavo pittura al St Martin's School of Art era sorprendente vedere quanti miei compagni amassero i film di David Cronenberg o i romanzi di Stephen King. L’horror produce immagini così viscerali e surreali. Pensi al petto scoppiato in Alien o alla ragazza posseduta nell’Esorcista. Inoltre c’è il legame tra l’horror e i disadattati, le persone tagliate fuori dalla società per il loro aspetto (Quasimodo in Notre-Dame de Paris) o per i loro più profondi istinti (Dracula, L’uomo-lupo). Questo naturalmente mi colpiva perché stavo molto male ed ero tagliato fuori dal mondo che mi circondava.

Un tema di grande interesse nella sua narrativa è la relazione tra adolescenti e bugie. Molti dei suoi personaggi sono bugiardi compulsivi. Mentire può essere per i ragazzi un modo per difendersi dagli adulti?

Io userei la parola “fantasia” piuttosto che “bugia”. Quello che secondo me fanno le mie opere è chiedersi cosa ci sia di reale nella nostra vita, e cosa di immaginario. E qualche volta la parte immaginaria delle nostre vite, le nostre fantasie possono apparire più vere della realtà. Noi tutti ci creiamo un’‘immagine’ di noi stessi. Tutti noi recitiamo una parte. Tutti abbelliamo ciò che ci è capitato quando lo raccontiamo. Penso che questo sia vero soprattutto quando siamo adolescenti. Ci piace moltissimo inventarci e reinventarci. Ogni reinvenzione è diversa dalle altre, ma ognuna è vera a modo suo.

L’idea che l’orientamento sessuale non sia definito una volta per tutte e che un ragazzo possa essere eterosessuale o gay a secondo degli incontri che fa è semplice, ma non molto condivisa. Ci può spiegare la sua posizione al riguardo?

Be’, credo che alcune persone siano definite dal punto di vista sessuale una volta per tutte e altre no. Secondo me non c’è una regola universale. Non mi piace pensare in termini di gay, eterosessuali, bisessuali. Penso che siano termini datati e inutili. Penso in termini di amore. Quello che conta è chi ci sentiamo vicino in un determinato momento, in una determinata fase della nostra vita. E certo, qualche volta un uomo che ha sempre pensato a sé in termini di eterosessualità può incontrare un altro uomo che suscita in lui desideri che non ha mai avuto prima. Io so che questo succede, l’ho sperimentato. Ha a che fare con la persona. Con la magia che due persone generano tra di loro. Questa per me è pura magia. Non precludersi nessuna esperienza. Chiunque è capace di provare qualsiasi cosa per chiunque altro in qualsiasi momento. È una cosa meravigliosa che non va temuta, né guardata con sospetto.

Cambiando argomento, ma non del tutto, si può dire che l’East End di Londra, lo sfondo di tutta la sua narrativa, sia diventato, attraverso i suoi libri, un posto mitico dove tutto può accadere?

Sì, penso di sì. È un luogo dell’anima oltre che un luogo reale. È il paesaggio in cui le mie storie nascono e crescono. Per me è importante come l’America del profondo Sud lo era per Tennessee Williams o New York lo è per Woody Allen.

Tornando a Fenicotteri in orbita, gli animali hanno un ruolo centrale in questi racconti. Il fagiano morente, il delfino arpionato, il granchio schiacciato, il gatto buttato già dalla finestra. In altri suoi libri c’è una forma di ossessione per i coccodrilli. Può dirci qualcosa sugli animali nella sua narrativa e in particolare in questo libro?

Ho sempre messo animali nelle mie opere, fin da quando ero bambino. La mia prima ossessione sono stati gli uccelli. Li disegnavo in continuazione. I miei genitori mi avevano comprato un binocolo per osservarli. Amavo molto (e amo tuttora) i libri con illustrazioni di uccelli, li colleziono, soprattutto le vecchie edizioni con le tavole a colori. Sono così belli. A parte gli uccelli, ho dipinto un intero serraglio: delfini, coccodrilli, lucertole, balene, serpenti, farfalle. Di tutto ciò c’è un’eco nel mio lavoro. L’animale che ritorna di più è il coccodrillo. È difficile che io scriva qualcosa senza nominare un coccodrillo. E non a caso il mio primo romanzo s’intitola Crocodilia. E uno dei più popolari tra i miei libri per bambini, Krindlekrax, è tutto su un coccodrillo gigante. Non mi piace autoanalizzare le mie opere. Ma non posso negare che tutti questi animali negli anni sono diventati una sorta di mitologia personale. Non so esattamente di che tipo di mitologia si tratti. Penso che sia una materia su cui possono riflettere altri.
Ha iniziato come pittore, ha diretto dei film, ha scritto per la radio e per il teatro, ma ha dichiarato che i suoi libri per ragazzi sono la “spina dorsale” di tutto quel che fa. Ci può brevemente illustrare la sua attitudine verso questo tipo di narrativa?

Scrivere per bambini e ragazzi è molto importante per me. Raccontare storie che riguardano i giovani, aiutarli a trovare una loro via attraverso un mondo che può spesso apparire caotico: questo è un compito molto speciale. Sono orgoglioso che molti ragazzi mi scelgano come loro scrittore preferito. Ne sono onorato, è un grande privilegio. I racconti che facciamo entrare nelle nostre vite diventano parte di noi. Entrano nel nostro sangue, diventano noi. È talmente importante far entrare le storie giuste. Storie che incoraggino a esplorare il mondo e ciò che c’è dentro di noi con coraggio, verità e compassione. Spero che i miei racconti lo facciano. Anche se a volte possono trattare il lato buio dell’esistenza. Penso che questo sia il motivo, o uno dei motivi, per cui i giovani reagiscono così bene ad essi. Io so, come sanno loro, che il mondo non è tutto luci e niente ombre. Non sono un sentimentale, non rifuggo da ciò che può turbare, ma sono onesto riguardo alla realtà. Ed essere onesti è sempre un modo per affermare la vita. I giovani rispettano l’onestà più di ogni altra cosa, riconoscono un impostore o un bugiardo a grandissima distanza. Questa è una delle cose che rende la scrittura per ragazzi una sfida così grande. Non si può fingere, non si può mentire: tutto deve essere chiaro e onesto come il cristallo. Amo questa sfida. È così che provo a vivere la mia vita ogni giorno.

(da LiBeR 85)

Interview to Philip Ridley
by Federica Velonà
Philip Ridley, Flamingoes in Orbit, a collection of stories of 1990, is now being republished in Italian. Your description of teenagers world is very realistic and has a tremendous impact on readers. You seem to suggest that between 13 and 18 people experiment on themselves the best and the worst of human nature, don’t you?
"I remember my own teenaged years as a period of endless discovery. Both about myself and the world around me. I felt like I was Aladdin in the magic cave. There was just so much to discover. I couldn't wait to wake up in the morning. Sleep felt like such a hindrance. I discovered artists and composers and writers that were going to influence me for the rest of my life at this time. All emotions felt magnified and more intense. I think we should be free with our imaginations at this time. Yes, experiment with what we feel and who we are. This can be as simple as trying on different clothes or getting to know people we never thought we would. It's so easy for us to start to feel trapped. The deeper we dig the roots of freedom and experimentation when we're young the more fruitful will we grow."
In the first story of Flamingoes in Orbit two boys spend their spare time watching photos of dead or horribly wounded soldiers. You said once that when you were young and sick you spent your time in bed, devouring horror novels. How do you explain teenager fascination for horror?
"I love the images in horror. You know, most painters do. When I was studying painting at St Martin's School of Art it was surprising how many of my fellow students were in love with the films of David Cronenburg od the novels of Stephen King etc. Horror producers such visceral and surreal images. Think of the chest burster in Alien or possessed girl The Exorcist. Also, I think, horror tends to deal with the outsiders. People who have been cut off from society because of what they look like (The Hunchback of Notre Dame) or because of their inner desires (Dracula, Wolf Man). This, naturally, touched a nerve with me as I was very ill and cut off from the world around me."
A theme of great interest in your fiction is the relationship between teenagers and lies. Many of your main characters are compulsive liers. Lying can be for teenagers a way of defending themselves against adults?
"I would use the word 'fantasy' rather than 'lies'. What a lot of my work does, I think, is question what is real in our life and what it imagined. And, sometimes, how the imagined parts of our lives, our fantasies, can seem more real than the truth. We all create an 'image' of ourselves. We are all playing a part. We all embellish stories about things that have happened to us. I think this is particularly true when we are teenagers. We like to invent and re-invent ourselves so much. Each re-invention is different from the other, but each one is still true."
The idea that sexual orientation is not defined once for ever and that a boy can be either heterosexual o gay, depending on whom he meets is very simple but is still against the mainstream. Can you explain us your opinion about this subject?
"Well, I think that some people can be defined forever and some can't. There's no universal rule for everyone. That's what I'm saying, I think. I don't like to think in terms of gay and straight and bi-sexual. I think all those terms are out of date and no longer useful. I think in terms of love. Who do we feel close to at that moment, at that stage, in our lives. And, yes, sometimes a male who has thought of himself as straight for all of his life can meet another man that opens desires in him that he's never had before. I know that happens. I've had experience of that. It's to do with the person. With what magic two people generate between each other. This, for me, is pure magic. Do not prejudge any experience. Anyone is capable of feeling anything with anyone at any time. That is a wonderful thing. It is not to be feared and mistrusted."
Is it possible to say that the East End of London, the set of all your fiction, has become through your novels a mythical place where everything can happen?
"Yes, I think that is true. It is a place of the mind as well as a real place. It is the landscape where my stories take root and grow. It's as important to me as America's Deep South was to Tennessee Williams, or New York is to Woody Allen.
Coming back to Flamingos in Orbit, animals have a central role in these stories. The dying pheasant, the slaughtering dolphin, the squashed crab, the cat thrown from the window … In other books of yours there is an obsession for crocodiles. Can you tell us something about animals in your fiction and in this book in particular?"
"I've always used animals in my work, going right back to when I was a child. My first obsession was birds. I used to draw them endlessly. My parents bought me some binoculars so I could watch them. I used to love (and still love) books with bird illustrations. I collect them now. Especially old editions with coloured plates. They are so beautiful. Apart from birds, i started to paint a whole menagerie: dolphins, crocodiles, lizards, whales, snails, butterflies. All of these still echo through my work. The most frequent one is the crocodile. There is hardly a thing I've done where a crocodile is not mentioned somewhere. And, of course, my first novel was called Crocodilia. And one of my most popular children's books, Krindlekrax, is all about a giant crocodile. I don't like to analyse my own work. But there's no denying all these animals have, over the years, achieved a sort of personal mythology for me. I don't know exactly what that mythology is. It's up to others to ponder that, I suppose."
You started as a painter, you made films, you wrote for radio and theathre, but you said that your children’s books are the “backbone” of everything you do. Can you describe us your attitude toward writing for children?
"My writing for children and young people is so important to me. To tell stories that the young connect to. To help them negotiate their way through a world that can often seem chaotic - this is a very special task. I am proud of the fact that so many young people embrace me as their storyteller. I am so honoured. It is such a privilege. The stories we let into out lives become part of us. They merge with our blood. They become part of who we are. It is so important we let in the correct stories. Stories that encourage to explore the world and explore ourselves with bravery and truth and compassion. I hope my stories do that. Even though, sometimes, they might deal with dark things. I think this is what young people react so positively too. Or, at least, one of the things. I know, like they do, that the world is not all sweetness and light. I am not sentimental. I do not shy away from disturbing things. But I am honest about the world. And honesty is always life-affirming. And the young respect honesty more than anything. They can detect a fake or a liar at a million paces. That's one of the things that makes writing for children such a challenge. You can't fake anything. You can't lie. Everything has to be as clear and as honest as crystal. I love that challenge. It's the way I try to live my life every day"

ancora papà

Sono esausta, ma molto più tranquilla di stamattina. Mi sono svegliata prestissimo, dopo una notte pressoché insonne, e mi sono presentata sotto casa di papà con dieci minuti di anticipo. Pensavo di trovarlo già per strada, perché lui è più puntuale di me, ma non c’era. Ho dovuto suonare due volte al citofono e questo ha aumentato la mia agitazione. Lui era abbastanza sereno, niente lacrime e niente commozione. Lasciandolo all’ingresso del Gemelli, mi sono sentita un verme. Andare al montaggio invece di accompagnarlo all’intervento era un’azionaccia, eppure la stavo compiendo in piena coscienza. Non avevo neppure chiesto di spostarmi il turno, di rimandarlo. Ho lavorato su Fiorello e Buzzanca in una specie di trance, risentivo le mie interviste e intanto immaginavo papà che si aggirava sperduto tra la burocrazia del Gemelli, vedevo il chirurgo che gli chiedeva, è da solo, e storceva la faccia in una smorfia di compatimento. Per fortuna mi ha chiamata presto, e dall’autobus! Era tutto contento di essersela cavata in fretta e di sentirsi bene. L’ho visto alle quattro quando gli ho portato la spesa (aveva un frigo e una dispensa vuoti da far paura). Mentre ero lì ha telefonato un professore siciliano per invitarlo a far parte di una commissione per la costruzione di una centrale a carbone. Rispondendo alla domanda di rito, come stai, ha avuto un attimo di esitazione, e poi ha detto, benissimo. Si è dichiarato pronto a far parte del comitato e sembrava stesse già pensando alla partenza. Grande papà.

martedì 19 gennaio 2010

papà

Stamattina sono entrata in redazione con l’idea che dovevo chiamare papà. Lui era pronto accanto al telefono, un po’ troppo pronto. Mi ha detto che venerdì l’aveva cercato il dermatologo per avvisarlo che l’esame istologico del suo neo non andava bene e doveva togliersi un altro pezzo. A me è successo lo stesso qualche anno fa. Ho sentito nella sua voce la paura e insieme la voglia di minimizzare, il desiderio di gridare e il tentativo di restare calmo e di non spaventarci. Il tempo di mandare una mail alle sorelle per condividere la notizia, poi è cominciata la giornata lavorativa con mille cose che s’incrociavano confondendomi. Ora sono a casa e gli ho chiesto di venire a cena qui perché ho bisogno di vederlo e di stargli vicino. Deve andare bene, deve passare, al momento non riesco a pensare altro.

domenica 17 gennaio 2010

via asiago/2

Ci sono andata. E’ stato soprattutto un test su me stessa e direi che non l’ho superato. Sono stata solo capace di scivolare nella sala buia, di ascoltare con attenzione la presentazione della lettura commentata della Bibbia, di salutare Gabriella e uscire da lì, riaffrontando il gelo che mi separava dalla macchina. Ho visto tante facce conosciute ma non mi sono fermata con nessuno. Strisciare il cartellino, attraversare l’ingresso, sentire quell’odore familiare un po’ muffito, percorrere le scale è stato un tuffo nel passato, in quello remoto del mio primo lavoro. Mi sono sentita come allora, piccola e fuori luogo. Perché non sono capace di affrontare il mondo con un minimo di disinvoltura, perché non so coltivare relazioni di pura forma? Se non lavoro più a via Asiago lo devo solo a me. Avrei voluto essere una di quelle vecchine venute lì ad ascoltare la loro conduttrice preferita, senza un pensiero che non fosse la Bibbia e la sua interpretazione.

A Single Man

Colin Firth mi è sempre piaciuto; qui è grandissimo. La sua faccia incarna il dolore, un dolore smisurato, ma lo fa con educato riserbo, faticosissimo pudore. Amava il suo compagno, era felice con lui e lui da un momento all’altro gli è stato sottratto da un incidente d’auto. Da allora tutto ha perso significato, tutto (alzarsi la mattina, vestirsi, rispondere al telefono, andare all’università, fare lezione, parlare con gli studenti, con i vicini di casa, con l’amica di una vita) gli costa uno sforzo immenso, inconcepibile. Vuole uccidersi e pianifica i dettagli, il vestito che gli metteranno, i soldi da lasciare alla domestica. Nella giornata che deve essere l’ultima però accadono delle cose, c’è uno studente biondo che ha intuito qualcosa e lo segue e c’è l’amica che lo invita a cena, balla con lui, ci discute, lo investe con la sua carica di amore e rimpianto. Tutto straordinariamente intenso e calibrato, peccato che non sia finito prima di quel dolore al braccio che dà il via all’unica sequenza inutile del film.

sabato 16 gennaio 2010

cronache di vita familiare

Al citofono la figlia dice, sono qui con Giorgia e un altro, possiamo venire a pranzo? Salgono. L'altro si chiama Giacomo, ha la faccia tonda e una voce ancora da bambino. Mentre mangiano parlano di facebook, di viaggi e di sport (lui fa canottaggio). E' il primo ragazzo che la figlia porta a pranzo e come al solito l'ha fatto con gran disinvoltura, senza alcun preavviso e senza presentazione. Quando mio padre incrociava in casa nostra un amico mio o delle sorelle, partiva un interrogatorio a raffica, come ti chiami, a che scuola vai, voti? Noi ci imbarazzavamo un sacco, loro in genere no, era un modo per sentirsi considerati. Il marito si è subito volatilizzato.

Per la Befana ho regalato al marito dieci ingressi in palestra, più un castigo che un dono. E' il secondo sabato che si mette la tuta e mi segue alle nove. Non fa ginnastica, ma pesi, si aggira con aria sofferente da una macchina all'altra, immerso in un dialogo con la chiavetta elettronica nel tentativo di ridursi il carico di lavoro. Accanto a lui tizi nerboruti e donne assatanate passano da un attrezzo all'altro ansimando soddisfatti. Lui guarda l'orologio per capire se è giunta l'ora di una fuga discreta e sospira, meno due.

viva pippo baudo

Ho visto pippo baudo in tv rivolgersi agli abitanti di Rosarno e per una volta avrei sottoscritto parola per parola quello che lui ha detto. Rosarno è stata una pagina orribile della nostra storia recente. L'altra sera da Santoro si è visto tutto: il palazzone con dentro le tende in cui i neri dormivano accampati, i bastoni, i raid, la rabbia di chi è stato cacciato per il colore della pelle, la deportazione. Scene da Ku Kux Klan. E c'è l'ipotesi che sia stato tutto un fenomeno orchestrato, che il posto lasciato libero nei campi possa venir preso da manodopera straniera ancora più a basso costo, ancora più ricattabile. Che paese sta diventando il nostro. Lasciamo ancora che questa destra ci governi e usciremo di casa armati di pistola.

venerdì 15 gennaio 2010

soddisfazioni

Mentre sono in macchina con i figli, mi chiama il capo da Milano per dirmi che gli è piaciuto il mio pezzo sulle giornaliste. Lo racconto con entusiasmo ai due e loro, per tutta risposta, dicono quasi in coro, sì vabbé, mica ti aumenta lo stipendio. Ho creato due mostri.

giovedì 14 gennaio 2010

Oggi sono stata operosa come una formichina, nonostante fossi un po’ assonnata per la convulsa giornata di ieri a saxa rubra, culminata nel cinema e nel ristorante cinese. Ho montato le interviste che ho fatto a tre giornaliste rai sull’esclusione dallo schermo della BBC delle ultracinquantenni; il servizio dovrebbe andare in onda sabato, ma mi soddisfa per metà, ci sono troppo io, ho fatto domande troppo lunghe e comincia molto lento. Nel pomeriggio ho studiato lo scandalo della Banca Romana perché domani vado a Mazzini a vedere il film che andrà in onda domenica e lunedì, poi ho fatto i cannelloni con ricotta e spinaci. Non ho telefonato all’avvocato (che dovrebbe aiutarmi a recuperare qualche soldo e un po’ di anzianità ma non ha nessuna intenzione di farlo) e non ho chiamato la dermatologa anche se ho un neo non tanto bello sulla coscia: queste due cose le ho rimandate alla settimana prossima, operosa sì, ma non esageriamo. Sono stata mandata al diavolo dalla figlia, che ha passato l’esame per il patentino, ma ha avuto da me la notizia che non le compreremo motorino o macchinetta fino ai suoi diciotto anni. Ora devo finire di leggere il finto blog di una ragazza irachena e poi buonanotte formichina.

Soul Kitchen

Zinos è di origine greca, è tarchiato, ha i capelli lunghi e un grosso naso. Ha un ristorante alla periferia di Amburgo, in cui dorme un vecchio insolente e in cui lavorano un musicista e una bella cameriera che dipinge. Vedere Zinos ai fornelli fa venire i brividi: tutta roba congelata, maionese e olio strafritto. La fidanzata di Zinos, bionda e lamentosa, va a Shangai per lavoro; il fratello, un tipo molto fico, nonostante il crocifisso gigante che porta al collo, si fa assumere per poter uscire di giorno di prigione; un vecchio amico perfido vuole a tutti i costi impossessarsi del locale. Zinos si incricca la schiena; conosce un cuoco ubriacone, permaloso e geniale, una fisioterapista carina; sfiora la catastrofe. Un film che passa in un lampo e si vorrebbe continuare a vedere. E’ divertente e romantico, e per una volta vincono i buoni e i pasticcioni, mentre i cattivi finiscono in prigione.

martedì 12 gennaio 2010

mamma ansiosa

Mia sorella ha invitato i miei figli ad andare a sciare da lei. Io non amo particolarmente lo sci e neppure il marito, non sarebbe una cattiva idea per noi saltare la settimana bianca. Mia sorella è molto autoritaria, si farebbe rispettare, mia figlia dovrebbe svegliarsi presto, tenere in ordine le sue cose e aiutare in casa, tutte cose che le farebbero un gran bene. Ma c’è un ma. Loro sciano benissimo, i miei no. Ho troppa paura, passerei una settimana da incubo, immaginandoli ogni giorno in fondo a un burrone. Lo so che non potrò sempre seguirli d’inverno sui campi da sci, sugli scogli d’estate. Il momento in cui partiranno per vacanze spericolate in compagnia di chissà chi è dietro l’angolo, come farò io ad affrontarlo?

L’amante immaginario

Il mio amico Pietro, che non ama essere qui citato, ieri mi ha detto scherzando, e se hai un amante, che fai, lo racconti sul blog? Così mi è tornata in mente la figura dell’amante immaginario che mi ha accompagnato per un lungo tratto di strada. Certi bambini hanno l’amico immaginario, io ho avuto per anni l’amante immaginario. Non era sempre lo stesso, ogni tanto gli cambiavo i connotati, appendevo di volta in volta a nuove conoscenze maschili il mio bisogno di trasgressione, sogno, tenerezza, follia. La parola amante ha un bel suono, mentre le parole correlate, tradimento e peggio ancora adulterio (che fa pensare ad adulterato, andato a male e quindi a roba adatta ad adulti marci) sono brutte parole, che non si vorrebbe incontrare e tanto meno incarnare. Insomma, sta di fatto che l’amante immaginario me lo sono persa per strada, insieme alle mie fallaci teorie sul tradimento preventivo (meglio avere una storia, così quando il marito mi confesserà la sua soffrirò di meno) e ai miei proclami di infedeltà (non credo nell’amore eterno, non ho giurato fedeltà a nessuno, non ho un marito geloso, posso fare quello che voglio). Però ogni tanto sento una strana mancanza, una vaga nostalgia: è lui, l’amante immaginario che da lontano reclama i suoi diritti su di me e mi rimprovera per avergli sottratto lo spazio vitale.

lunedì 11 gennaio 2010

via asiago

domenica vado a via Asiago per una lettura della Bibbia. Mi ha invitato Gabriella, mi fa piacere vederla e vedere come viene presentata l’iniziativa. Ma andare a via Asiago non è affatto semplice per me. In quel vecchio palazzo si mescolano i ricordi più belli e quelli più brutti della mia vita lavorativa: i giorni del sospirato approdo a radiotre e i giorni del limbo, quelli della mancata collocazione. Il limbo è durato poco più di un mese, la collaborazione con radiotre diversi anni, ma il disagio ha tinte più forti della felicità. Via Asiago è stata per me una seconda casa, il luogo delle grandi speranze e di amicizie importanti, ora è solo un posto dove conosco troppe persone che non vedo da troppo tempo.

sabato 9 gennaio 2010

due film a confronto

Ho visto due film che affrontano un tema analogo e hanno anche molti punti di contatto dal punto di vista della trama: Welcome di Philippe Lioret e Good morning Aman di Claudio Noce. Il film francese mi ha fatto piangere, il film italiano mi ha fatto sbadigliare. Entrambi raccontano l’incontro tra un uomo di mezza età, un ex sportivo, ora alla deriva dal punto di vista professionale e sentimentale, e un ragazzo straniero che sogna di andare in Inghilterra. I punti di contatto finiscono qui: lo scenario del primo film è la livida Calais della zona portuale, quello del secondo è l’Esquilino di Roma. Mentre Simon, il protagonista di Welcome, con il suo sguardo ferito, il suo passato di mancato campione di nuoto, il suo tentativo di aggrapparsi alla moglie che l’ha lasciato, gli errori fatali che commette nel rapporto con Bilal, colpisce al cuore lo spettatore, il Teodoro di Good morning Aman è un tipo improbabile che staziona davanti alla tv, ha degli amici lerci, una moglie e dei figli che non lo vogliono vedere e nei confronti del giovane Aman è ambiguo fino alla fine. Noce parte con buone intenzioni, ma pasticcia molto, i suoi personaggi parlano troppo e spesso a vuoto, le sue inquadrature ravvicinatissime risultano fastidiose, la butta sul sogno e spreca un attore come Mastandrea, che se ben diretto, è capace di altro. Lioret al contrario sfrutta appieno la bravura di Vincent Lindon, intrecciando al racconto della nostra crudeltà nei confronti degli immigrati, l’esplorazione del sentimento amoroso nei rapporti di coppia e in quelli tra padre e figlio (a prescindere dai legami di sangue). Welcome è un bellissimo film.

venerdì 8 gennaio 2010

L’intervistatrice riluttante

Oggi ancora interviste, nella straniante cornice dell’auditorium del foro italico addobbata a teatrino per ballando con le stelle. Con me c’era E., venuta apposta da Milano per costruire un ritratto a più voci su Emanuele Filiberto e la sua carriera televisiva. Confrontarmi con lei, con il suo entusiasmo mi ha dato la misura della mia inadeguatezza. Non si può fare un lavoro come questo senza crederci, non si è mai vista un’intervistatrice che fa quello che le viene chiesto e niente più, che non si esalta a contatto con stelle del firmamento televisivo, che non socializza con gli altri giornalisti, che non scambia baci e pacche sulle spalle con gli uffici stampa. Ci mancava solo che partisse un annuncio: attenzione, segnalata un'aliena al foro italico.

giovedì 7 gennaio 2010

padri

Mazzini: conferenza stampa della nuova edizione dei Raccomandati. Mi mandano a intervistare Pupo. L'anno scorso l'intervista con lui era stata lunga e anche divertente. Questa volta mi gela esprimendo tutto il suo entusiasmo per Emanuele Filiberto di Savoia, la sua ultima scoperta. Mi dice: e pensare che io, figlio del postino di Ponticino, sono diventato amico del figlio del Re d'Italia. Non mi ricordo cos'altro ha detto.

mercoledì 6 gennaio 2010

La strada


forse questa è la conferma definitiva che di libri non ci capisco niente. Oggi ho affrontato un romanzo di cui tutti parlano bene e che è stato citato come il capolavoro del decennio appena trascorso, La strada di Cormac McCarthy. Un padre e un figlio si aggirano in un paesaggio disastrato, il mondo è un insieme di rovine fumanti, l’unico cibo disponibile sono le scatolette residue, i pochi sopravvissuti si fanno la guerra tra loro, molti sono diventati cannibali. Il padre pensa solo a proteggere il figlio, il figlio è perfetto: tenero, sensibile, coraggioso, tenace. E quindi cosa racconta McCarthy? Che l’amore sopravvive all’orrore? Che i buoni trionfano nonostante tutto? Non c’è scarto in questo libro, non c’è (forse non ci potrebbe essere) nessuna traccia di umorismo, c’è solo cupezza, affanno mortale. E i dialoghi tra padre e figlio, che dovrebbero essere un distillato di saggezza, sembrano quelli del Piccolo principe (altro libro che piace a tutti e io detesto). In questi giorni si parla del film tratto dalla Strada che non trova distributore in Italia. Non farei la fila per vedere questo film. Se qualcuno può spiegarmi cosa fa della Strada un capolavoro, per piacere si faccia avanti.

Preoccupazioni

Devo preoccuparmi più per la figlia, che alle tre ha preso la giacca ed è uscita, dicendo, mi vedo con Ari (una sua amica un po’ losca) e torno alle sette, o più per il figlio, che da quando siamo tornati non si è mai vestito e vaga in pigiama tra playstation e i-pod?

martedì 5 gennaio 2010

Ma che fa il pd?

Non riesco più a nemmeno a leggere il giornale. Le cronache sulle candidature per le elezioni regionali sono quanto di più sconfortante si possa immaginare. L’impressione è quella di un partito sotto scacco, che tenta disperatamente di barcamenarsi tra Casini e Di Pietro, senza un’iniziativa propria, una linea, un pensiero. Così si va al massacro. Povera regione Lazio, povera Italia tutta, consegnata nelle mani del nemico, senza nemmeno tentare uno straccio di difesa.

lunedì 4 gennaio 2010

la Befana

Esco di corsa dal lavoro e mi tuffo nella strada di negozi più vicina. Ho in mano la lista della spesa, la serie di cose da infilare nelle calze del figlio e della figlia: un pigiama, due libri, un reggiseno nero, una felpa. I dolci (cioccolatini, caramelle e carbone) li ho presi sabato al supermercato. Stasera dovrò paragonare le due calze, capire se mi sono troppo sbilanciata verso l’uno o verso l’altra; domani uscendo dal montaggio potrò fare dei ritocchi, la sera avvolgerò ogni pacchetto in carta di giornale e poi infilerò tutto in due vecchi collant che compariranno ai piedi dei letti la mattina del 6 gennaio. Mentre m’immedesimo nel ruolo della befana sento che sto compiendo un rito. La Befana a casa mia era la festa dell’amore materno, una festa tutta nostra, che non aveva nulla del consumismo anonimo del natale; la Befana era la risposta a desideri anche marginali che solo chi ti conosceva da vicino poteva individuare, era fatta di sorprese, ma aveva soprattutto il valore di conferma e di rassicurazione. Credo di aver ricevuto la calza fino a quando sono andata via di casa e da grande continuava a piacermi come quando ero piccola. Pochi riti ma buoni.

domenica 3 gennaio 2010

Il gergo di mia figlia

Chi parla male, pensa male, diceva Nanni Moretti e ascoltando mia figlia nella settimana d’intensa convivenza che è appena trascorsa, questa frase continuava a echeggiarmi dentro. Non mi ero resa conto che avesse sviluppato un vero e proprio gergo, un misto di espressioni romanesche e di modi di dire presi da facebook. “L’ho pisciato”, per dire gli ho dato buca, l’ho evitato; “fa cagare” e non c’è bisogno di tradurre; “daveeero!!!” come manifestazione di stupore; “se la sente matta” per una che si dà delle arie e ancora l’abominevole uso di “rom” per malvestito. Un gergo serve a sentirsi parte del branco, ma che branco è quello che frequenta mia figlia?

sabato 2 gennaio 2010

la fatica del ritorno

la fatica del ritorno si gioca tutta nel passaggio dal pronome noi al pronome io. Devo riprendere il controllo, abbandonare la piacevolissima condizione di viaggiatrice al seguito, senza orologio, senza soldi, senza biglietti, senza documenti... E poi è vero che i miei compagni di viaggio me li ritrova anche in casa, ma qui è diverso, ci incrociamo molto meno. Come mi è parsa cupa oggi Roma, nonostante il sole.

venerdì 1 gennaio 2010

Solitudine

E così, l'ultimo giorno sono riuscita a sganciarmi. Loro tre sono andati via in macchina e io sono rimasta in spiaggia sotto le palme. Mare piatto, unico rumore l'incrociarsi di cinguettii degli uccelli. Una decina di persone stese sotto gli alberi, tutte con i libri in mano. Il mio era La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem. Ogni tanto qualcuno posava il libro e entrava in acqua a rinfrescarsi con poche bracciate, come per non interrompere la quiete. Le scimmie sono accorse incuriosite, ma la carta maneggiata dagli umani è parsa loro poco interessante e se ne sono andate. Non ho bisogno di morire e rinascere, il mio pezzo di paradiso me lo sono già preso ed è stato tale perché è durato meno di una giornata, se fosse durato per sempre sai che noia.