domenica 28 febbraio 2010

compleanni

La cucina è un campo di battaglia: non contento del risotto con i funghi che ha inserito ieri di straforo nel mio menù di mare per inaugurare il suo nuovo robot domestico, oggi il marito ha preparato un purè, un budino al cioccolato, la pasta per la pizza. E’ un assaggio di quello che mi aspetta se l’accenture decide di fare piazza pulita dei cinquantenni? Farina dappertutto, pentole e piatti sporchi, un frigo che straborda di cibo a cui nessuno è interessato? Domani il marito compie quarantasei anni. Lo terranno occupato ancora un po’ o ci dobbiamo rassegnare alla sua conversione da super manager a casalingo disperato?

Miracoli

Questo week end il mio libro in inglese si intitolava The Miracle Stealer. Una minuscola cittadina della Pennsylvania, un bambino di tre anni che cade in un pozzo e viene salvato dopo tre giorni. La gente che grida al miracolo, la fama di guaritore che gli si appiccica addosso. La madre felice di essere al centro dell’attenzione, il padre che non ce la fa più e va via di casa. Il tutto raccontato dalla sorella maggiore che trema per il piccolo Daniel, per la pressione che la gente esercita su di lui, costringendolo ad assistere a parti, a benedire morenti ecc. Interessante. Peccato che alla fine Neil Connelly, lo scrittore, faccia un doppio salto mortale e trasformi la protagonista in una mezza convertita. La ragazza, che ha cercato in tutti i modi di salvare il fratello dalla sua fama, è in una grotta con lui. Vengono attaccati da un orso, il fratello sta per morire, lei si rivolge a Dio, chiedendogli di risparmiare il bambino e offrendosi al suo posto. Si risveglia in ospedale con una gamba amputata, il fratello, il cui cuore aveva smesso di battere, è vivo. Lei ripensa a tutto quello che è successo e dice “forse”, forse Dio c’è, forse suo fratello ha il dono. Forse dovrei smettere di leggere libri che non scelgo.

sabato 27 febbraio 2010

Pranzi familiari

Quando c’era mamma, il pranzo familiare lo cucinava lei. Faceva quasi sempre il girello con cipolle e carote nella pentola a pressione. La domenica ci svegliamo con l’odore del soffritto. I primi da festa erano la crostata di tagliolini e il sartù di riso; in alternativa c’era la pasta al forno. A tavola eravamo sempre gli stessi. Ora tocca a me organizzare i pranzi e sicuramente si mangia peggio: sono sempre di corsa, non rinuncio alla palestra, non sperimento granché, qualche volta ci azzecco, qualche volta no. L’ospite centrale è sempre papà e appresso a lui si raduna un gruppo vario. Oggi eravamo in dieci: la sorella svizzera con il figlio minore, mia zia, mia suocera, un’amica in fuga dalla famiglia. Gli spaghetti con le vongole non avevano tanto sapore, le alici al forno con le patate erano un po’ crude. L’atmosfera però era calda e allegra, almeno quello.

venerdì 26 febbraio 2010

Vorreiesserecotroneo

Vorrei essere Ivan Cotroneo perché ha l’aria di divertirsi un sacco a fare quello che fa. Sceneggia di tutto e riesce quasi sempre a trovare la chiave giusta per arrivare al pubblico. Ieri mentre intervistavo lui e Monica Rametta a proposito di Sissi che hanno scritto per Rai Uno, ma anche di Tutti pazzi per amore che sta per tornare in onda, mi hanno dato l’idea di due persone realizzate, due amici che si ritrovano per studiare scherzare e raccontarsi storie e che poi sono lautamente pagate per quello che fanno. Che c’è di meglio nella vita?

tamaro e gli scandali sessuali

Susanna Tamaro sul Corriere della sera di oggi critica “il coro di educande puritane che si alza da ogni parte”. Cita la sua esperienza in Rai negli anni ottanta durante la quale ne ha viste di “tutti i colori” e nota: “sebbene io, nel mio modo di pormi, sia più simile a un’atleta di una squadra cecoslovacca di slittino che a una escort, ho sempre dovuto difendermi dagli assalti, dalle proposte oscene, dall’invito a condividere la camera durante le trasferte.” A parte l’esagerazione (anche io ho conosciuto la rai della fine degli anni ottanta e non mi pareva la succursale di un bordello) quella che trovo abominevole è la conclusione del suo articolo in cui “chi è senza peccato scagli la prima pietra” diventa l’antidoto alla demonizzazione dei politici. Riesce così a trasformare il precetto evengelico nel molto più banale “tutti colpevoli nessuno colpevole”. Articolone d’apertura delle pagine cultura del Corriere?

giovedì 25 febbraio 2010

Il fine settimana


Schlink è l’autore del bel libro A voce alta, da cui è stato tratto il film così e così The Reader. Mi erano piaciuti molto anche i racconti della sua raccolta Fughe d’amore. Ora è uscito da Garzanti Il fine settimana. Il romanzo racconta di Christine, che organizza un incontro in campagna tra vecchi amici per festeggiare l’uscita dal carcere di Jorg, suo fratello, terrorista della Raf. Il fine settimana è un libro senza sorprese: ognuno dei personaggi fa esattamente ciò che ci si aspetta da lui. L’amico diventato dentista vuole sapere che si prova ad aver ucciso degli innocenti; la figlia del dentista vorrebbe andare a letto con lui per consolarlo; il giovane aspirante terrorista vorrebbe appoggio per il suo movimento; il giornalista si difende dall’accusa di averlo tradito; l’insegnante, un tempo innamorata di lui, progetta un romanzo ispirato alla sua storia; sua sorella vorrebbe vederlo finalmente pacificato e alla fine arriva anche il figlio trascurato, che lo attacca, accusandolo di aver portato sua madre al suicidio. Persino il finale che vede tutti i partecipanti al fine settimana svuotare l’acqua dalla cantina passandosi i secchi, in un raro momento di condivisione, sa di già visto, di già sentito. Schlink, bravissimo nel raccontare l’intollerabile peso di un passato da nazista, inciampa sull’oggi. Non è facile raccontare in forma narrativa il terrorismo, forse serve più distanza.

mercoledì 24 febbraio 2010

inondazioni

Fuori continua a piovere, il Tevere è sempre più alto e oscuro, limaccioso. Io mi sto dissanguando. Non è una brutta sensazione, se non fosse per la testa che gira e per la fuga dalla palestra dove rischiavo di trasformare la mia postazione in una pozza. Sarà la menopausa in arrivo, ma invece di un discreto gocciolio sto sperimentando una vera e propria inondazione. Forse è il caso che mi stenda un po'.

Lourdes

La regista, Jessica Hausner, è austriaca e si vede: il suo è un film raggelante e più delle parole contano gli sguardi, le espressioni, le movenze dei corpi. Il miracolo che fa alzare la giovane Christine dalla carrozzella è un fatto marginale, non sappiamo neppure se si tratta di un miglioramento che durerà. Quello che conta è la spietata messa a nudo della fragilità umana, che in un luogo come Lourdes appare in tutta la sua evidenza. Fragili nel corpo i malati che vanno lì nella speranza di guarire o più semplicemente, come dicono alcuni di loro nel film, per non stare soli, per essere spupazzati da solerti volontari, ma fragili mentalmente anche gli altri, quelli che camminano sulle loro gambe e vanno lì per “sentirsi utili” (salvo poi cercare distrazioni), per spettegolare, per assillare i preti. Dicevo, le facce: la faccia della protagonista, spettatrice curiosa e rassegnata insieme della macchina religiosa che si muove intorno a lei; la faccia prodigiosa della sua vicina di letto, un’anziana con una strana smorfia, che non parla quasi mai, ma tratta la giovane come se fosse la sua bambola preferita; la faccia tirata della capo-infermiera che fa precedere i suoi annunci da lunghi fischi ritmati; la faccia sorniona del dongiovanni che si dà da fare con volontarie e pazienti, salvo poi defilarsi in fretta; la faccia recriminante delle due beghine invidiose; la faccia vuota del prete, sempre pronto a invocare l’imperscrutabilità del volere divino. Un film che, dietro la sua apparente semplicità, affronta il tema dei temi: l’atroce inutilità della sofferenza che la religione cattolica spaccia per mezzo per giungere a Dio.

martedì 23 febbraio 2010

presa diretta

Oggi per tv talk ho fatto una full immersion in due puntate di Presa diretta, quella sulla scuola e quella sulla ricostruzione in Abruzzo. Il racconto costruito da Iacona e i suoi a tratti è un po’ dispersivo, a tratti ripetitivo, ma nonostante questi difetti è sempre molto efficace. In queste due puntate poi mi è parso più misurato del solito, meno piagnone. Mi sono rimasti impressi in particolare tre ritratti: quello del prof. di sostegno siciliano trasferitosi a Torino per una supplenza annuale che faceva un bilancio esistenziale e non vedeva futuro per sé, per la moglie laureata e per i due bambini; quello della preside della scuola privata di Milano che con un sorrisetto affermava che lì non c’erano extracomunitari, anche perché si sarebbero trovati a disagio in un ambiente che non era il loro; quello della signora dell’Aquila che si aggirava nella sua casa nuova di zecca nella “new town” con il magone e la paura di impazzire lontana dalle sue cose e dai suoi affetti. Una tv d’inchiesta che, oltre alle magagne, riesce anche a farti scoprire le persone, è un'ottima tv.

gattara

Mi continua a tornare in mente un’immagine colta il sabato sera della sventurata festa di carnevale. Era mezzanotte passata e scrutavo con ansia dalla finestra il piazzale sotto casa mia. A un tratto ho visto una macchinetta rossa accostarsi al marciapiede e ho sperato che fosse la madre dell’amica di mia figlia che la riaccompagnava. La cosa strana è stata l’improvviso convergere di una ventina di gatti da ogni angolo della strada. Sembravano attirati da una calamita, erano tanti razzi sfreccianti. Dalla macchina è scesa una donna bionda, tarchiata, con dei contenitori di cibo: una gattara notturna. I gatti la aspettavano, si vede che lo fa ogni sera. E di giorno? Dove vive, che fa la gattara quando non sfama i gatti del Flaminio?

lunedì 22 febbraio 2010

Io e il mio capo

Il mio capo, come tutti i capi, non sopporta le donne che dicono verità non richieste: gli piace ascoltarsi ed essere ascoltato, gli piace sentirsi diverso e migliore, gli piace sentirsi apprezzato. Nel suo piccolo è “un uomo del fare” e ora soffre molto perché non è il momento di prendere alcuna iniziativa e il futuro della nostra struttura è quanto mai incerto. Amava venire nella nostra stanza e illustrarci i suoi piani, le sue strategie. A volte usava anche la lavagna, che riempiva di schemi. Ora la stanza è diventata un magazzino e il nostro numero si è drasticamente ridotto. Stamattina è entrato da noi e, non so come, a parlare mi sono ritrovata io. Gli ho fatto una testa così. Non ero alterata, ero molto calma, avevo dei rospi da sputare e ho deciso all’impronta che o li sputavo allora o mai più. Se nei prossimi giorni verrò nuovamente distaccata al cciss viaggiare informati, potrò prendermela solo con me stessa.

sabato 20 febbraio 2010

sabato sera

Sabato di relax: doppia lezione di ginnastica, spesa per il pranzo di domani con papà e annessi, sonnellino dopo pranzo, la torta caprese fatta con la nipote Margherita, una pizza serale con Stefano e i suoi qui a casa. Tra una cosa e l’altra l’inquietante lettura di Prisoner of the Inquisition, un bel libro per ragazzi di Theresa Breslin ambientato in Spagna alla fine del Quattrocento, quando la Santa Inquisizione era a caccia di eretici e, se non li trovava, se li inventava, pur di avere qualcuno da torturare e da bruciare vivo. Peccato che la Mondadori continui a mandarmi libri angosciosi che angosciano solo me perché poi loro non li pubblicano.

venerdì 19 febbraio 2010

le figlie di Bertolaso

La prima cosa che salta agli occhi leggendo la lettera delle figlie di Bertolaso al direttore di Panorama è la muffita retorica patriottica di cui gronda la loro prosa. Non sembrano due donne di 27 e 25 anni quelle che si autodefiniscono "studentesse che amano l’Italia e credono nelle istituzioni”. Il padre per loro è "colui che ha dedicato parte della sua carriera a curare i miseri della Terra in luoghi dimenticati da Dio e dall'uomo, che ..ha sacrificato la maggior parte delle sua vita privata per adempiere i suoi doveri civili, ma è riuscito nonostante tutto a insegnare alle sue figlie, che lo reclamavano a casa, il rispetto e la dedizione per un bene superiore, l'Italia." Siamo dalle parti della canzone di Emanuele Filiberto e di Pupo. A parte la forma, quello che colpisce sono i contenuti. Il vertice le due scriventi lo raggiungono quando, dopo aver elencato le innumerevoli onorificenze ricevute da Bertolaso, entrano in merito all’“unica vicenda su cui speculare per continuare a trascinare nel fango il capo della Protezione civile”: “la storia della escort brasiliana, con la quale è stato organizzato un incontro a sua insaputa e dal quale si è allontanato indignato dopo il massaggio”. E’ bella la scena del capo della protezione civile che scappa dalla escort nelle cui grinfie è capitato inconsapevolmente (ma solo dopo il massaggio). Ma che ha fatto alle figlie per farle diventare così?

giovedì 18 febbraio 2010

squilibri

C’è qualcosa in me che non funziona. Volevo stare vicina a papà questi due giorni. Non potevo dirlo in rai, sparire, dedicarmi a lui? Il mio mestiere salva la vita a qualcuno? Sono una carrierista sfrenata? Temo che se non dò il mio contributo a una puntata ci si dimentichi di me? Il mio mestiere non salva nessuno, non sono carrierista, il mio contributo manco si nota. Eppure ieri e oggi ho fatto i salti mortali per assistere papà e insieme fare il mio lavoro. Ieri sono stata con lui fino al ricovero, poi sono corsa a scalettare la puntata su Ornella Vanoni, e alle quattro sono tornata al Gemelli per fargli compagnia fino alla cena. Stamattina alle otto e mezzo ero con lui; alle dodici, quando l’hanno portato via per l’intervento, mi sono precipitata al montaggio e alle tre e mezza ero di ritorno, appena dieci minuti dopo che era stato riportato in stanza. Mentre mi affannavo da piazzale Clodio al Gemelli venivo attraversata da orribili pensieri: e se morisse sotto i ferri? Se i medici non trovassero nessuno a cui comunicare la notizia? Come ci sentiremmo, io, mia sorella, Virginia, Anna, tutte lì in serata e nessuna nel momento del reale bisogno? Il punto è che una può fare mille cose insieme, passare dall’ospedale alla rai e ritorno, ma deve essere tranquilla, razionale, non squilibrata e catastrofista come me. Comunque: la sintesi della Vanone farà pena, ma dopo l’operazione papà mi ha accolto con un sorriso felice che mi ha ripagata di tutte le corse. Ho potuto anche parlare con il chirurgo che mi ha rassicurata. Insomma è stata una giornata a lieto fine, come preannunciava l’arcobaleno sul Gemelli stamattina. E se sono oppressa da uno sconsiderato senso del dovere non è colpa mia.

mercoledì 17 febbraio 2010

super bertolaso

Quando ieri sera ho acceso la tv e ho visto Bertolaso da Floris non credevo ai miei occhi: con tutte le polemiche in corso, accettare la gogna televisiva non è da tutti. Più lo sentivo parlare più mi meravigliavo. L’uomo prova una sconfinata ammirazione per se stesso: ha citato il sondaggio che lo dà tra i più amati degli italiani, ha elencato i successi della protezione civile studiati e imitati da tutti gli altri paesi, ha ricordato il suo coraggio nello sfidare gli americani, criticandoli ad Haiti, e infine ha concluso dicendo che non può dimettersi perché è l’unico capace di gestire le emergenze. E aveva l’aria di credere a tutto ciò che diceva. Aiuto, Berlusconi, oltre a tutto il resto, è anche altamente contagioso.

In ospedale con papà

Esco di casa alle sette, assonnata e infreddolita. Papà scende con una grossa valigia, il cappotto, la sciarpa, sembra più un turista in partenza per Mosca che un paziente in attesa d’intervento chirurgico. Lasciamo la macchina molto lontano dall’ingresso dell’ospedale e poi camminiamo una mezz’oretta, tanto per sgranchirci le gambe in vista delle attese che ci aspettano. Il Gemelli è una città nella città, ci sono persone di tutti i tipi che si aggirano di piano in piano, camici bianchi, camici verdi, chi ti dà informazioni e quasi ti guida per mano, chi ti urla dietro senza motivo. Prendiamo il numeretto per il ricovero e ci sediamo nella sala d’aspetto. Sullo sfondo c’è il TG5 in cui passa svariate volte il servizio sulla frana in Calabria, la montagna che crolla, la gente che scappa. Quando arriva il suo turno, papà fa un complimento alla vistosa collana della tizia all’accettazione. Lei alza la testa stupita: in genere chi è lì protesta per i ritardi o avanza richieste, gentilezze e complimenti non sono moneta corrente. Da quel momento in poi, liberatosi dalla tensione, papà si scatena: augura buon viaggio ai vecchietti che devono fare un altro piano in ascensore, fa amicizia con la bionda ossigenata che gli fa il prelievo, scherza con tutti sulla sua età. L’anestesista gli fa le domande di rito su malattie e operazioni pregresse e lui parte con la storia della sua vita: le tre figlie, la moglie morta di tumore al cervello, ci manca solo che gli racconti dell’Enel e dell’università di Bari. La mattina è estenuante, ma la sua vitalità, la sua carica umana sono tali che esco dal Gemelli quasi saltellando. Papà sa rivolgere una speciale attenzione a chiunque incontri, stupisce per la sua cordiale spontaneità; in poche parole ha un dono raro, il dono di farsi amare a prima vista.

martedì 16 febbraio 2010

insegnare oggi

Il marito della mia amica Giulia è professore di latino e greco. E’ l’insegnante che tutti vorrebbero: è giovane e appassionato delle sue materie, fa esattamente il lavoro che voleva fare. Ama stare tra i ragazzi, loro gli si affezionano, vanno a cercarlo quando sono già all’università. Anche il suo aspetto fa simpatia: ha una bella barba, tanti capelli e si veste come capita. Grazie ai tagli alla scuola è ancora precario e quest’anno insegna in due istituti romani. In uno di questi è alle prese con un ragazzo che deve affrontare la maturità con tutte insufficienze e con suo padre che lo minaccia dicendogli che è uno degli avvocati più importanti di Roma. Da buon avvocato il padre ha una risposta per ogni obiezione: quando il professore dice che non può promuovere chi non sa neppure la seconda declinazione, lui risponde che la colpa è della scuola che non avrebbe dovuto promuoverlo fin lì. E’ sbagliato augurarsi che l’avvocato sia colpito da un fulmine? Magari solo una scossa, tanto per impedirgli di fare danni.

biografie

Uno dei miei incarichi a tvtalk è quello di preparare le biografie degli ospiti. Vado su Google, digito il nome e attingo un po’ a Wikipedia, un po’ ai siti personali di attori, registi e altro. Oggi dovevo compilare il curriculum di Lucio Dalla. Apro il suo sito e resto favorevolmente colpita dalla bella grafica. Mi accingo a leggere la biografia e resto agghiacciata dal linguaggio. Dal sito www.luciodalla.it: “irresistibile ascesa”; “immenso repertorio”; “trionfo incondizionato”; “immensi tributi di stima”;
“canzone-capolavoro”, “una delle più belle mai scritte nella storia della musica contemporanea”; “infinita grandezza”; “autore e interprete di canzoni di assoluto valore”; “una delle più grandi rappresentazioni teatrali mai realizzate”; “straordinaria creatività”; “lavori mitici”. Ti prego Lucio, di’ che non sai neppure accendere un computer, che il sito è opera di un fan impazzito.

martedì sera

Continua a piovere e a fare un freddo terribile, quest’anno l’inverno è di una cupezza mai vista. Papà domani entra al Gemelli per l’intervento ai linfonodi ed è più mogio che mai. Io sono stanca e nervosa. Per tirarmi su all’uscita dal lavoro sono passata da Giulia a conoscere Giorgio. E’ stata un’impresa, abitano in una traversa di Largo Somalia, vicino sia alla Rai che a casa mia, ma io con le strade sono un disastro. Ne valeva la pena, Giorgio è minuscolo, con un bellissimo naso a patata, tenerlo in braccio mi ha risollevato il morale. Giulia e Jose sprizzano felicità, respirano entrambi in simbiosi con lui. A casa mi aspettavano i miei mostri: uno alle prese con il pelide Achille da imparare a memoria, l’altra a recriminare contro l’esame Pet, entrambi aggressivi e affamati. Avrei bisogno di una vacanza, possibilmente da sola.

lunedì 15 febbraio 2010

post trauma

la mattina dopo l'infausta festa di carnevale, mia figlia si è svegliata prestissimo. Ha passato la giornata a ciondolare con aria assonnata e afflitta. La perdita del suo i-phone l'aveva colpita al cuore, continuava a ripetere, c'avevo dentro tutto, tutte le mie foto, tutto su di me. Non si è vestita, non si è truccata, non ha studiato, non ha neppure guardato la tv. Oggi l'ho accompagnata a scuola e non voleva scendere dalla macchina, era insolitamente priva di energie. Dopo un po' mi ha scritto un messaggio disperato, sto male, puoi venire a prendermi? Ero ancora in zona e ci sono andata. Il bidello insisteva sul fatto che a scuola hanno la dottoressa e in effetti questa le aveva dato una misteriosa pasticca, ma non si sentiva bene lo stesso. Riportandola a casa le ho chiesto se per caso alla festa le avessero dato da bere o da mangiare qualcosa di strano, ma lei mi ha detto di non aver bevuto neppure una coca cola. Ha dormito quasi tutto il giorno. Io alle cinque sono schizzata a casa, pronta ad assisterla. L'ho trovata che rideva spaparanzata sul divano accanto a un'amica tra biscotti, patatine e un film in tv. Mi sa che la traumatizzata sono io.

berlusconi e le donne albanesi

Ormai quando parla Berlusconi cerco di non sentire, cerco di non soffrire. Ho cercato di farlo quando è andato a Israele e ha minimizzato lo sterminio compiuto nella Striscia di Gaza e ho cercato di farlo quando parlando con il premier albanese ha chiesto più vigilanza contro gli scafisti, aggiungendo che si sarebbe potuta fare eccezione per chi portava belle ragazze. A proposito di quest’orrida uscita la scrittrice albanese Elvira Dones, gli ha scritto, in una lettera aperta a Repubblica: “Io quelle ‘belle ragazze’ le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.”

domenica 14 febbraio 2010

in the kitchen


Monica Ali ha scritto un libro bellissimo, Brick Lane, che è stato tradotto in italiano con il titolo Sette mari e dodici fiumi. Raccontava la Londra dei bengalesi (lei stessa è nata a Decca). Poi ha scritto un libro decisamente non memorabile, Alentejo Blu. In the kitchen, il suo terzo romanzo, è di nuovo ambientato a Londra e ruota intorno a Gabe, un giovane chef che ha al suo servizio in cucina lavoranti dai più svariati paesi. Ad appassionarmi è la vicenda amorosa. Gabe ha una fidanzata bella, intelligente e sofisticata, Charlie. Le ha chiesto di sposarlo, è sicuro che con lei, e con il nuovo ristorante che sta per aprire, la sua vita prenderà la svolta desiderata. Ma incontra Lena, una bielorussa ferita dentro, che si nasconde nei sotterranei della cucina per sfuggire a un magnaccia. Gabe ospita in casa Lena che non sa dove andare e accoglie la sua offerta di sesso, convinto che si tratti di una cosa senza importanza. Ma poi pensa a lei con sempre maggiore insistenza e Charlie ci mette un attimo a capire cosa è successo. Ora sono a pag. 300, Charlie ha appena lasciato Gabe e Gabe ha il sospetto che l'uomo che Lena vorrebbe che lui trovasse non sia suo fratello, ma colui che ama. Come andrà a finire? Per fortuna ho ancora molte pagine prima di poterlo scoprire.

la madre di mio marito

quando a luglio è morto il generale, la sorte di Tamara, sua moglie, sembrava molto a rischio. Avevano vissuto in simbiosi per anni, tagliandosi progressivamente i ponti con il mondo esterno. In realtà i ponti li aveva tagliati lui, lei aveva subito la sua volontà, in questo come in tutto il resto. Tornando dal mare, l'abbiamo portata fuori a cena e ci aveva fatto una gran tristezza: appariva confusa, rinsecchita, smorta. Con il passare dei mesi però si è ripresa. Oggi ho suggerito al marito di portarla a pranzo fuori con noi per convincerla ad andare in crociera ad aprile. Non c'è stato alcun bisogno di convincerla. L'unica cosa che la preoccupava erano i dettagli pratici, cosa mi metto, ci saranno gite organizzate alle città in cui sbarchiamo, riuscirò a non ingrassare con tutto quel cibo. Sarebbe bello se su quella grossa nave trovasse un signore simpatico con cui accompagnarsi per un po'.

carnevale a scuola

Era da un mese che lei e le sue amiche si stavano preparando per il grande evento: la festa di carnevale nel loro liceo. Il travestimento da Audrey Hepburn non richiedeva particolari trasformazioni, ma cura dei dettagli: un giorno erano i lunghi guanti neri, un giorno le perle prestate da un'amica, un giorno il bocchino. Poi qualcosa di inutile come la bomboletta spray nera che, provata sui capelli, faceva un effetto strega non raccomandabile. Ieri sera si sono avviate in quattro da qui, allegre come pasque, traballanti sui tacchi. Io sono crollata prestissimo a dormire. Avevo passato la giornata in casa a leggere sul computer 274 pagine in inglese su una ragazzina lituana deportata in Siberia con madre e fratello. Verso mezzanotte ho aperto gli occhi per vedere che ora era e se era tornata. Ero d'accordo con la madre di un'amica che le avrebbe riprese lei e per una volta ero tranquilla, che può succedere a scuola? Mentre aprivo gli occhi, è suonato il telefono di casa. Mi sono fiondata a rispondere improvvisamente sveglissima e in preda all'ansia più nera. Piangeva. Mamma, è successo un casino, hanno rubato tutto. Dove sei? Perché non torni? Vieni subito a casa! Posato il telefono mi sono messa a scrutare la finestra, la scuola è così vicina che si vedevano dei ragazzi tornare a piedi e della macchinette. Passa un quarto d'ora e della figlia non c'è ombra. Ho svegliato il marito che ronfava, mi sono vestita, abbiamo chiamato il numero da cui era arrivata la chiamata. L'ho recuperata davanti al commissariato di piazza Euclide dove era andata a denunciare con un'amica il furto dell'i-phone. E' successo che una banda di pariolini ha invaso la scuola dal retro facendo razzia di giacche, borse e telefoni. Il preside è accorso, è arrivata anche la polizia, qualcuno ha ritrovato i suoi beni, qualcun altro ha perso tutto. Io, che non abbia più l'i-phone che non le avrei mai comprato, sono contenta. Mi dispiace per la festa rovinata, per questi ragazzi fuori controllo, così inutilmente devoti alla devastazione.

giovedì 11 febbraio 2010

porta a porta

“Servitore dello stato nel mirino dei giudici”: bel titolo la puntata di Porta a Porta sulle accuse a Bertolaso, un titolo che mostra appieno l'equilibrio del conduttore. In un'intervista Vespa mi ha detto che la sua non è una trasmissione a tesi: si vede.

Il concerto

Un lavoro nella nuova Russia dei ricconi sfacciati e cafoni? Quello di comparse ai matrimoni. La moglie del direttore d’orchestra degradato al ruolo di pulitore del teatro ne deve trovare a centinaia per far sì che le cerimonie si celebrino con lo sfarzo adeguato. Ci sono delle cose molto divertenti nel Concerto di Radu Mihaileanu: la ricerca degli ex orchestrali dispersi (chi suona colonne sonore per film porno, chi è tornato alla vita nomade, chi guida l’ambulanza); il sogno dell’ex impresario stalinista di andare a Parigi per rianimare il partito comunista; l’euforia dell’arrivo in Francia vissuta da chi da trent’anni non esce dal proprio paese. E poi c’è un momento di grande commozione: l’orchestra raffazzonata riesce a suonare magnificamente ma sullo sfondo c’è la violinista ebrea morta nel gulag e il dolore per il suo lento omicidio risuona nella musica insieme alla gioia del momento. Peccato il doppiaggio italiano insensatamente appesantito da un accento russo.

l'amico non ritrovato

Nella rinnovata radiotre di marino sinibaldi ogni tanto rispuntano voci dal mio passato. Stavo facendo retromarcia di fronte alla palestra quando ne ho sentita una che mi ha fatto sobbalzare e per poco non sbattevo contro la macchina che mi veniva dietro. Era la voce dell’amico con cui ho condiviso il periodo più esaltante della mia vita lavorativa. In quel momento mi sembrava di avere tutto quello che avevo sempre desiderato: il mio uomo, una bambina appena nata che adoravo, la radio, i libri, delle belle persone con cui passare la giornata. In particolare con lui non smettevo di scherzare e polemizzare, mi piacevano la sua intelligenza corrosiva, la sua capacità di mettere tutto in discussione, il suo feroce sarcasmo. La dottoressa di via Asiago da cui l’avevo accompagnato una volta perché era in preda a fitte misteriose (era magro, ipocondriaco e fumatore accanito) ci aveva scambiato per Fabio e Fiamma, i due litigiosi conduttori dell’omonima trasmissione di radio due. Per me invece eravamo Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, avrei voluto che la nostra amicizia rispecchiasse la loro. Sto parlando al passato, come se questo fosse un necrologio, mentre Vittorio per fortuna è vivo, vivissimo e, a quanto so, molto produttivo. Ad essersi spento è il nostro rapporto, ci siamo semplicemente persi di vista e quando ci è capitato di risentirci per e-mail non ci siamo ritrovati. Per me è più facile farmi una ragione di un amore finito che di un’amicizia svanita.

mercoledì 10 febbraio 2010

fratelli molesti

Appena una si placa, attacca l’altro. Il figlio ha preso dieci in matematica. Bello. Peccato che questo dieci l’abbia preso un mese fa e da allora non abbia smesso di chiedere un regalo. Qualcuno, un amico, un parente, invece di farsi i fatti suoi, gli ha detto, che bravo, e ora che ti regala mamma? In più, il figlio ha visto la figlia, sempre a corto di soldi, a differenza di lui che ha nei cassetti riserve auree a non finire, ricevere qualcosa il giorno in cui ha recuperato l’insufficienza in storia. Perché a lei sì e a me no? Anch’io da piccola ero gelosa delle feste che venivano fatte alle sufficienze della sorella minore, mentre i miei otto erano scherniti con un “perché non nove?”, però erano altri tempi, ingoiavo il rospo. Ora i rospi li ingoiano solo le mamme. Una vuole i soldi perché li spende, l’altro li vuole per “giustizia”, una apparecchia male perché è sciatta, l’altro non apparecchia perché non vuole fare tutto lui. A volte il marito torna a sorpresa prima che siano calate le tenebre e si stupisce di quanto siano molesti i suoi figli. L'ho già detto e lo ribadisco, la prossima volta voglio nascere padre.

martedì 9 febbraio 2010

coniugi

“Chiedevano così tanto l’uno all’altra che ogni giorno era come farsi divorare vivi. I suoi genitori e i loro amici, la loro generazione, lui li aveva visti, non si aspettavano niente del genere: non si aspettavano di sfinire il proprio coniuge. A loro dopo la luna di miele bastava andare d’accordo, saldarsi lentamente come un osso fratturato e vivere così tra le faccende domestiche e i figli, o nell’orto strappando le erbacce. E se scoprivano di odiarsi, be’, era una cosa che avevano in comune, il ritrovarsi imprigionati in una vita che non volevano.” Monica Ali, In the Kitchen, il Saggiatore 2009, p.137
Questa dell’osso fratturato è la metafora coniugale più sinistra e per certi versi più realistica che abbia mai incontrato. Brrrrrrr

lunedì 8 febbraio 2010

tema in classe

Undici di mattina: mi chiama la figlia. Di solito da scuola si limita a mandarmi dei messaggi. Mi dice con tono eccitato che ha fatto il tema. A ma’, c’erano due temi. Uno impossibile: bisognava raccontare la morte di uno, Ettore credo, o Patroclo, dal punto di vista dei genitori. Ho fatto l’altro, come tutti, quello sulla sessualità. Sulla sessualità, le dico. Mi piacerebbe leggerlo. Ma no, ma’, che credi, ho scritto quello che ci ha detto il professore, quando ci ha spiegato il tema. Cosa darei per leggere quel tema.

A cena con le amiche

Domenica sera: finalmente riusciamo a concordare di vederci tutt’e quattro. In macchina Viviana mi dice, strano, ho il presentimento che stasera succederà qualcosa, che Giulia avrà il bambino. Ci sediamo, ordiniamo da bere e da mangiare. Ci rubiamo la parola l’un l’altra, abbiamo un sacco di cose da dirci, c’era un tempo felice in cui ci vedevamo ogni giorno lavorando insieme. Io Giulia non la vedo da quando è entrata in maternità e a stento la riconosco, è tutta pancia, lei che è una ragazza alta e sottile. Scherziamo sulla mia passione per Gifuni, sulle disavventure di Viviana che, in cerca di contratto, trova solo ingaggi estivi, su Jane che si sta sperimentando al montaggio e poi si torna sempre lì, al bambino che sta per nascere. D’un tratto Giulia diventa tutta rossa e dice: credo che mi si siano rotte le acque. Non sappiamo che fare, ridiamo incredule, lei tentenna, dice, ho fame, prima mangiamo, si fa convincere ad andare in bagno per vedere cosa è successo. Nel frattempo sul tavolo sono arrivati un piatto di verdure crude da intingere nel pinzimonio, una crema alle melanzane, delle pere con il formaggio. Nell’indecisione si mangia qualcosa, Viviana suggerisce di andare tutte insieme al Fatebenefratelli, io penso a José, alla sua preoccupazione se dovesse raggiungerci lì senza prima vedere Giulia. A me le acque non si sono rotte, non so nulla di parti naturali. Viviana, che ha avuto la seconda bambina un anno fa, pronuncia la sentenza definitiva: da quando si rompono le acque ci sono ventiquattro ore per partorire. Abbastanza per tornare a casa, cambiarsi, prepararsi per l’ospedale, non abbastanza per consumare una cena tranquilla. Paghiamo il conto del nostro antipasto e usciamo di corsa. Jane porta Giulia a casa, io vado via con Viviana. Forza Giulia, ora tocca a te.

domenica 7 febbraio 2010

Il libro di tutte le cose


Fino a ieri pomeriggio non conoscevo Guus Kuijer, scrittore olandese per ragazzi. I miei amici di Liber mi hanno chiesto di fargli un’intervista via mail, perché il suo romanzo Il libro di tutte le cose è stato selezionato da una giuria di esperti (tra cui immeritatamente figuro anch’io) come miglior libro dell’anno. Così ieri mi sono tuffata in questa lettura. Ho scoperto un autore sorprendente. Il suo Thomas è un bambino di nove anni, afflitto da un padre iper religioso. Così descrive la chiesa: “era frequentata da una ventina di vecchi decrepiti, tutti o ciechi, o sordi, o zoppi, e se i loro malanni si fermavano lì, avevano almeno due verruche sul mento.” Il padre coglie Thomas a storpiare i versetti in questo modo: “Oh Signore coi ragni nei cieli, abbi miseri ricordi di noi seccatori” e lo punisce picchiandolo sul sedere scoperto con un cucchiaio di legno. Thomas è innamorato di un’amica di sua sorella che ha una gamba di cuoio e una mano con solo il dito mignolo, e stringe amicizia con una vicina, chiamata strega, che gli presta libri e gli fa ascoltare buona musica. Sono solo 94 pagine, si leggono in mezz’ora, ma lasciano dentro un’eco profonda. Stamattina ho inviato a Kuijer le mie domande. Ci si sente sempre un po’ scemi a compilare una lista di domande che incontrerà il destinatario senza subire modifiche al momento dell’incontro. Che Kuijer fosse un osso duro mi era chiaro sin dall’introduzione del suo libro. Qui afferma che lui voleva scrivere Le avventure di un bambino felice ma poi un tale signor Klopper lo aveva pregato di scrivere la sua storia, una storia “irriverente” come lo sono le storie di chi ha avuto un’infanzia infelice. In altre parole Kuijer mette le mani avanti: non chiedetemi se il mio racconto è autobiografico, vi dico subito che non lo è, anzi fatemi il favore di non chiedermi niente. Alle mie sette domande ha risposto subito con sette frasi secche. Un esempio: gli chiedo quanto è importante l’humour nei suoi libri e nella sua vita. Lui risponde: non potrei farne a meno, e lei? Mi fa fare un po’ la figura della scema, ma non è una brutta intervista, si capisce che è un tipo tosto. Speriamo che lo traducano ancora.

sabato 6 febbraio 2010

An Education

La scena più forte di An Education non è la perdita della verginità della diciassettenne Jenny con il tipo che è finalmente riuscito ad attirarla nella sua tela, né il momento in cui la ragazza scopre l’inganno di lui, è quando lei affronta la preside della sua scuola e le chiede a che serve studiare per anni se ciò può portare al massimo a diventare un’insegnante o una preside, a vivere una vita molto più meschina di quella che sta sperimentando con il suo uomo. La preside, una buffa Emma Thompson rigida e bigotta, le risponde con serietà che dopo Oxford oltre a insegnare può aspirare a un posto nella pubblica amministrazione. La sceneggiatura di questo film l’ha scritta Nick Hornby e si vede: c’è una ricostruzione molto precisa dell’atmosfera dei primi anni sessanta, ma c’è anche un occhio alle ragazze di oggi, al loro desiderio di avere tutto e subito, di non sfinirsi sui libri per un futuro incerto, quando la felicità si conquista con un vestito sexy, un po’ di trucco e delle scarpe con il tacco. Perfetta Carey Mulligan nel ruolo della giovane intelligente e insofferente, molto bravo Peter Sarsgaard, seduttore che trasmette inquietudine in ogni gesto, in ogni parola. Un film educativo, potrebbe immunizzare molte adolescenti inquiete.

convocazione a scuola

Sono andata a parlare con il prof. di matematica. Mi ha detto che mia figlia è intelligente, intelligentissima, ma che fa chiasso, che parla tutto il tempo con le amiche. Ha sette in matematica, e alla fine dell’anno arriverà all’otto, ma ogni tanto non fa i compiti e si fa trovare impreparata. Era stupito che mi fossi presentata solo io, mentre aveva convocato sei genitori. Della classe di mia figlia è abbastanza soddisfatto, mentre quella che trova terribile è la II F e la cattiva notizia è che gli elementi peggiori, che verranno bocciati, arriveranno da noi. In generale mi è parso un uomo in trincea, molto simile al prof impersonato da Albanese che avanza a chiappe strette da Fazio il sabato sera. Ventotto adolescenti arroganti e maleducati spaventerebbero chiunque, se poi ci si aggiungono genitori latitanti o aggressivi il quadro è completo. Gli ho espresso tutta la mia solidarietà, l’ho ringraziato per la convocazione e per i suoi sforzi quotidiani. Sono uscita dalla scuola super abbattuta, niente di nuovo, ma davvero vorrei essere una madre più capace.

venerdì 5 febbraio 2010

C’era una volta la città dei matti

Venezia, una festa in una casa privata. Ragazzi che ballano tutti un po’ sbronzi. Uno di loro chiede a una ragazza di portarlo a conoscere i suoi. Lei tentenna, gli dice che è presto, che si conoscono da poco tempo e poi lui è ubriaco. Lui si avvicina alla finestra e urla, se mi dici di no, mi butto. Lei dice di no. Lui salta in acqua. Lei accorre, salta nel canale appresso a lui, si baciano in acqua sotto lo sguardo sbalordito degli amici. E’ l’inizio a effetto di un film che, pur affrontando una tematica molto seria, lo fa con slancio, con la capacità di trasmettere emozioni. C’era una volta la città dei matti è dedicato a Franco Basaglia e alla sua rivoluzione che portò a liberare una gran quantità di esseri umani privati dei diritti più elementari. (Il ragazzo che saltava dalla finestra era il giovane Basaglia e la donna che lo seguiva, la sua futura moglie, presentati subito come due personaggi impulsivi e fuori dagli schemi). Oggi c’era l’anteprima a Mazzini: ancora un po’ scossa dalla visione della prima parte (che andrà in onda domenica sera su Rai Uno) in cui si vedono persone legate, torturate, sepolte vive, ho intervistato prima il regista, poi Claudia Mori che l’ha prodotto. L’intervista seguente, quella a Fabrizio Gifuni, che nel film è Basaglia, meriterebbe un post a parte. Da parte mia è stato amore a prima vista. Mi piaceva anche sul grande schermo, mi è piaciuto nella Meglio gioventù, mi è piaciuto in Galantuomini, ma averlo a portata di microfono è stata tutt’altra cosa. E’ carino, alto, magro, un po’ sbattuto, con un sorriso che non si accende spesso ma che, quando compare, gli illumina tutta la faccia. Abbiamo parlato circa dieci minuti, mi ha raccontato del suo approccio ai personaggi storici, del suo studio un po’ maniacale soprattutto della voce, e poi di Basaglia, dei matti veri che il regista ha portato sul set come comparse, della televisione che fa porcherie e poi fa un film così. Non c'era in lui ombra di affettazione, non posava, non si ascoltava: non sembrava neppure un attore. Michele e Andrea, gli operatori, pensavano che non l’avrei più lasciato andare. Quando è finita l’intervista continuavamo a ringraziarci a vicenda e a sorriderci. Che bei momenti. Mi è piaciuta molto anche la figlia di Basaglia che ha raccontato in conferenza stampa di aver detto subito no al film perché temeva che la lezione paterna venisse tradita o banalizzata, e alla fine di aver detto, fatelo pure, ma lo voglio vedere solo alla fine per non farmi influenzare nel giudizio. E il giudizio è stato positivo come dimostrava la sua presenza lì.

giovedì 4 febbraio 2010

giovedì sera

La vice del direttore mi ha ricevuto con gentilezza, mi ha detto che ci dovevamo dare del tu perché lì eravamo tutti un po’ artisti, mi ha confermato che il mio capo parla molto bene di me e che loro non chiederanno nessun passaggio di livello per me perché hanno un sacco di gente che lo vorrebbe. Mia figlia mi ha chiamato in lacrime da scuola: il prof di matematica mi ha convocato sabato mattina per dirmi che lei disturba, lei sostiene che si è sbagliato, che erano gli altri a fare chiasso. In compenso il marito mi ha portato da Rio un due pezzi che non mi sarei potuta mettere neppure a dodici anni.

un'altra Italia

Le cronache sui magheggi preelettorali del pd sono a dir poco sconfortanti. In Puglia c’è un buon candidato contro la volontà della dirigenza, nel Lazio si presenta un personaggio imprevedibile e cocciuto come la Bonino, in Campania c’è il ras di Salerno, a Venezia un ricco avvocato, a Bologna non sanno che pesci prendere, in Umbria si stanno scannando, in Calabria sono ancora in alto mare. Del vecchio pc non c’è quasi nessuno, i candidati sono per lo più ex democristiani. In poche parole, un’altra Italia, come dice il faccione sconfortato di Bersani dai muri di Roma, un’Italia che non ci piace per niente.

mercoledì 3 febbraio 2010

In bilico

La trasmissione in cui lavoro è in bilico, mezza sconfessata dal suo direttore, con un’autrice stremata e sul punto di mollare; il mio ruolo all’interno della trasmissione è da sempre in bilico, ci sono arrivata per caso e per caso ci sono rimasta; tutta rai educational è in bilico, non si sa se approderà sul digitale e in che forma; la mia famiglia è in bilico, tra un marito che viaggia troppo e compra troppe macchine (l’ultima, ancora impacchettata è un mostruoso chef non so che) e una figlia che scappa da tutte le parti; il mio paese è in bilico con un primo ministro che rimbambisce gli italiani e li spinge nel baratro. Lo so che a essere in bilico è ogni singola vita in ogni istante, ma di tanto in tanto non si potrebbe avere una certezza, una?

martedì 2 febbraio 2010

accendino

Oggi alle cinque il cielo su Roma era rosa e azzurro, con qualche striscia gialla. Una bellezza impressionante, un chiarore che abbagliava. Ho trovato nella tasca della giacca che avevo prestato alla figlia un accendino e mi è calato addosso un pessimo umore. Non sono pronta a fare la madre di un’adolescente che fa tutte, ma proprio tutte, le scemenze che fanno le adolescenti.

sicurezze

alla festa di carnevale nella palestra della sua scuola mia figlia ha intenzione di vestirsi da Audrey Hepburn. Si è comprata un vestitino nero senza maniche e cortissimo, un reggiseno a fascia e delle calze super trasparenti. Mi racconta che anche un'altra ragazza della scuola ha avuto la sua stessa idea, ma tanto è una "cessa". Mia figlia si guarda nello specchio e si vede bella. Beatallei.

lunedì 1 febbraio 2010

autopromozione

Sono finalmente andata dall’avvocato e abbiamo parlato delle prossime mosse. Lei presenterà alla rai la richiesta di darmi i soldi arretrati e di riconoscermi il passaggio di livello, ma vuole che io chieda alla mia direzione di muoversi per me, in modo da sollecitare la pratica e ottenere almeno l’anzianità. Quindi in teoria io domani dovrei presentarmi dalla vice di minoli e chiederle un colloquio. Primo ostacolo: tutti le danno del tu, io, che sono lì da quattro anni, non ci ho mai parlato e devo per forza esordire con il lei. E poi che le dico? Che sono una grande lavoratrice, non mi ammalo mai, non segno un’ora di straordinario, svolgo tutti i compiti che mi sono assegnati? Questa non è autopromozione è autoaffossamento, tanto vale dire, datemi il premio fantozzi. E allora che le dico? Non ce la posso fare...