mercoledì 31 marzo 2010

viaggio di nozze

Si è fatta tutte le vaccinazioni consigliate: epatite, tifo, antitetanica e chi più ne ha più ne metta. E dire che la mia vicina di scrivania va in viaggio di nozze in Giappone, mica in Papuasia. Ha studiato ogni dettaglio del viaggio, ha prenotato persino la visita guidata al palazzo imperiale nella sola mattina lasciata libera dal fitto programma dell’organizzazione. Sa che le strade a Tokio non hanno un nome, ma una sigla che ne descrive la collocazione; sa cosa si mangia, dove e a che ora; sa quale temperatura troverà; sa dove trovare una farmacia internazionale. Che parte a fare?

abbasso le vacanze scolastiche

Quando la scuola è chiusa, tutto si complica. In teoria i figli potrebbero stare a casa con degli amici, fare i compiti, guardare la tv, stare sul computer. In pratica la figlia mi stordisce con la sua intraprendenza, il figlio con la sua ignavia. Oggi la prima è andata al mare in pulman con una comitiva di quindici fantomatici amici, il secondo è rimasto in pigiama. Ho dovuto fare due telefonate: alla madre di una della suddetta comitiva che mi ha detto in tono smorto, sì è il compleanno di mia figlia, sì vanno al mare in pulman, sì sono senza adulti, sì stanno sulla spiaggia libera e alla madre di un compagno di classe del figlio per far sì che lui passasse almeno il pomeriggio in compagnia. Lei tornerà con gli occhi rossi dal vento e dal sole, lui ce li avrà per troppa play station. Abbasso le vacanze scolastiche.

martedì 30 marzo 2010

Elezioni

Stamattina un ascoltatore ha telefonato a Prima pagina proponendo la seguente analisi del voto: le grandi città hanno scelto la sinistra perché sono un covo di giornalisti, magistrati, registi, tutta gente legata alla vecchia politica e alle sue prebende, gente che dà retta a Rai Tre, mentre dalla provincia ruspante e incorrotta è venuta la vittoria schiacciante della destra degli uomini nuovi e delle loro azioni di governo. Secondo me il discrimine è tra le metropoli dove si leggono i giornali e la provincia dove arriva solo la televisione, ma non è questo il punto: il punto è che la propaganda alla Brunetta ha attecchito che, grazie a lui e a quelli come lui, la qualifica di intellettuale in Italia (come quella di regista, giornalista, magistrato) è diventata un insulto.

lunedì 29 marzo 2010

Shutter Island

Un agente dell’Fbi (Leonardo Di Caprio) e il suo vice (Mark Ruffalo) si conoscono sul traghetto che li porta a un’isola dove sono reclusi pazienti psichiatrici colpevoli di omicidio. Il tempo è orribile, l’atmosfera super inquietante. Devono indagare sul caso di una donna che sembra scomparsa nel nulla. Siamo negli anni cinquanta e le prime inquadrature rimandano al migliore Scorsese: perfette in ogni dettaglio. Finalmente un thriller avvincente, penso e mi raggomitolo sulla poltrona pronta a godere di un grande spettacolo. Ma ben presto la trama che sembrava svilupparsi intorno al mistero del manicomio criminale e dei trattamenti riservati ai malati, prende anche altre vie: l’agente è tormentato da visioni del campo di concentramento di Dachau, dove ha partecipato a un massacro di guardie naziste, e da visioni di sua moglie, morta nell’incendio della loro casa. Il tempo peggiora ulteriormente e le piste si confondono: c’è chi parla di esseri umani lobotomizzati, chi di comunisti internati con pretesti (siamo all’epoca del maccartismo); l’agente è sempre più isolato, non si fida più del suo collega, incontra pazzi vari, soffre di allucinazioni devastanti, si arrampica su e giù per le scogliere, si tuffa in mare, scala un faro, sfida gli psichiatri. Il finale ribalta tutto. Un film che sfinisce lo spettatore senza che ne valga la pena.

il profeta

Quando il diciannovenne arabo Malik entra in carcere ha una condanna a sei anni e nient’altro: non ha famiglia, non ha amici, non ha un mestiere, non sa quasi leggere né scrivere. Il suo corpo è segnato da percosse, il suo sguardo vigile e spaventato. Il regista Audiard ci introduce nella cella del protagonista, ci fa sentire i rumori che la scuotono, ci mostra il suo sporco grigiore, ci spinge nel cortile con i detenuti liberi da ogni controllo. Malik viene scelto dal boss corso Luciani come esecutore di un omicidio: il ragazzo prova a rivolgersi al direttore del carcere, viene intercettato e picchiato da uno dei secondini al soldo dei corsi, si rassegna a sgozzare uno sconosciuto con una lametta da barba. Il carcere diventa presto per Malik la scuola che non ha mai frequentato: impara a uccidere, a mentire, a fingere, a strisciare, a ingoiare ogni offesa, ma anche a parlare più lingue, a infiltrarsi, ad avviare un commercio criminale in proprio, a farsi dei veri amici, a sganciarsi dal boss, a trattare con le diverse mafie. Il profeta è un film che tiene con il fiato sospeso fino alla fine: non denuncia, non predica, non enfatizza, racconta e basta, con grande potenza.

domenica 28 marzo 2010

Il fratello di mio marito

Il fratello di mio marito è il suo opposto. Da ragazzi quanto il mio futuro marito era serio e studioso, l’altro era millantatore e scansafatiche. Quando ho cominciato a frequentare la loro casa, la presenza del fratello m’inquietava parecchio. Non ci piacevamo fisicamente e ci trovavamo reciprocamente antipatici. Ha cambiato mille mestieri, creando un sacco di problemi ai suoi genitori, poi si è sposato e ha avuto due figlie. Ora che il suo matrimonio è finito, ha conosciuto una ragazza filippina su internet, è andato a trovarla, sogna un futuro lì. Ha compiuto cinquant’anni, dice di essere ringiovanito. Non lo vedevamo da settembre, dal compleanno della suocera. Oggi l’abbiamo invitato a pranzo insieme a sua madre, mio padre, mia sorella e la sua bambina. Mi è parso contento e meno sbruffone del solito: non ha un soldo, non ha un lavoro, deve mantenere le figlie, ma si consola pensando che in un altro paese e con un’altra donna potrebbe essere felice.

Mine vaganti

Una giovane sposa corre stravolta tra gli ulivi. Non un grande inizio, almeno per me. La storia della nonna innamorata del cognato mi è parsa artificiosa, come quella della zia svampita e quella della ragazza snob. Non mi è piaciuto l’ultimo film di Ozpetek, non mi è piaciuto il suo tono farsesco, non mi sono piaciuti i suoi personaggi caricaturali. Le scene più brutte: la finta lotta in una piazza alla De Chirico tra Scamarcio e Preziosi, i due fratelli omosessuali che si contendono il diritto alla fuga dalla famiglia bigotta; la nonna diabetica che si trucca con cura prima di uccidersi ingozzandosi di pasticcini. Nelle Fate ignoranti mi aveva incantato il modo del regista di raccontare l’incontro tra una lieta brigata di amici omosessuali e una donna estranea a quel mondo; qui l’incontro non c’è, al suo posto c’è lo sghignazzo, sia da parte della famiglia tradizionale nei confronti dei gay, sia da parte dei gay nei confronti della famiglia tradizionale. E poi non si può vedere il film al Politecnico dove i sottotitoli per non udenti sono diversi dalle battute pronunciate dagli attori: il tutto è già poco credibile, così diventa fasullo.

venerdì 26 marzo 2010

giornata mista

Giornata mista di buono e meno buono. Il buono: il messaggio di papà mentre sono in taxi verso la stazione. Esame negativo, urrah! La sfogliatella mangiata calda nel negozio vicino alla stazione, grazie ai gentili operatori napoletani che mi hanno accompagnato al treno coinvolgendomi in discorsi sul calcio (!). Il meno buono: arrivare fino a Napoli per fare quattro domande scontate ad Antonella Clerici sul suo programma di bambini canterini (e la straziante intervista che ha preceduto la mia sull'argomento "sei felice?", "quanto sei felice?"). Napoli l'ho vista solo dalla macchina e qualche brivido me l'ha dato, città di ricordi infantili poco lieti se pur non angosciosi.

Carofiglio dal vivo

La mia amica Cinzia mi ha fatto una sopresa: ha preso i biglietti per l’incontro con Gianrico Carofiglio. In questi giorni l’Auditorium dietro casa mia pullula di scrittori per la bella manifestazione Libri come ideata da Marino Sinibaldi. E proprio Marino abbiamo incontrato io e Cinzia avviandoci verso la sala Petrassi. Mi è parso un po’ stanco e un po’ teso per l’organizzazione della prima giornata dell’evento. Carofiglio ha un sacco di fan e la sala era piena. Pensavo che ci sarebbe stato spazio per le domande del pubblico mentre era prevista solo una conversazione tra lo scrittore e Concita De Gregorio. Ogni volta che mi capita di vedere Concita in pubblico provo due sentimenti contrastanti: invidia per la sua intelligenza, disinvoltura e capacità affabulatoria e fastidio per la sua attitudine spiccatamente seduttiva. Se non avesse fatto la giornalista, sarebbe stata un’attrice: è studiatissima in quello che dice, in quello che scrive, ma soprattutto in come lo dice e come lo scrive. Carofiglio ha l’aria di uno che ha vinto la lotteria. Voleva fare lo scrittore e ora c’è riuscito. Sentirlo parlare è quasi divertente come leggere i suoi libri: è brillante, autoironico, ha sempre in serbo la citazione giusta, l’aneddoto azzeccato. Due cadute. La prima irrilevante: il gesto delle virgolette con le mani, gesto che non sopporto (quasi come l’espressione “a 360 gradi” o “il sottoscritto”, ma qui non c’entrano, lui non le ha usate). La seconda più sostanziale: lui e Concita hanno accennato agli scrittori che confezionano i loro prodotti per piacere al pubblico, come se fossero degli impostori. Io non solo non li ritengo tali, ma penso che Carofiglio sia uno di quelli che ha capito cosa funziona sulla pagina scritta, che sa come attirare la simpatia sul suo personaggio, facendolo parlare e pensare in certo modo. Che c’è di male in questo? E perché darsi, e farsi dare dalla sua interlocutrice, la patente di scrittore impegnato? A che cosa gli serve?

giovedì 25 marzo 2010

Incentivo alla lettura

Ieri sera durante l’ennesimo scontro con la figlia, questa volta sul fatto che ha smesso di leggere (fino alle medie leggeva un po’ di tutto, ora prende in mano un libro solo se costretta dai professori), mi è balenato un pensiero: e se la/li pagassi per leggere (il fratello che è in prima media è stato colpito prima di lei dal blocco del lettore)? Da un po’ mi chiedono la paghetta ma l’unico lavoro che pretendo da loro, l’aiuto in cucina, lo fanno talmente male, che il più delle volte apparecchio e sparecchio da sola. L’idea sarebbe quella di dar loro dieci-quindici euro al mese in cambio di una lettura (anche questa al mese). La figlia, sempre in preda a mille desideri, ha fiutato l’affare ma con lei si è aperto un contenzioso circa gli oggetti del patto: libri scelti da me o da lei, classici dalla mia biblioteca o acquisti in libreria? Il figlio risparmiatore, di soldi ne ha a palate e per lui leggere è davvero una fatica. Vedremo come andrà a finire.

Papa dimettiti

I fatti: l’arcivescovo di Milwaukee nel 1996 scrive due lettere al cardinale Ratzinger per denunciare gli abusi compiuti da un tale padre Murphy su circa duecento bambini sordi di una scuola del Wisconsin. Il cardinale non risponde, lascia che l’uomo venga trasferito altrove e muoia in pace nel 1998. Non è la sola storiaccia a emergere in questi giorni ma è la più emblematica: Ratzinger sa e ritiene che “il buon nome della chiesa” venga prima di tutto, prima delle vittime accertate e di quelle possono ancora diventarlo. Ora che è papa e che questi e altri scheletri stanno uscendo dai suoi armadi non gli resta che dare le dimissioni e dire pubblicamente, io non sono degno.

mercoledì 24 marzo 2010

In biblioteca

La prima volta che ho messo piede nella biblioteca di viale Mazzini avevo ventisei anni, esattamente venti anni fa. Allora la passeggiata da via Asiago a lì, oltre che a garantirmi un’oasi di silenzio dall’affollata redazione, mi serviva a raccogliere materiali per il 3131: ci veniva assegnato un tema settimanale e dovevamo scrivere quattro-cinque cartelle di spunti per il conduttore. Ci sono tornata molte altre volte, per trasmissioni diverse, prima che internet rendesse superflua la ricerca su dizionari e volumi. A parte la presenza di computer sui tavoli, la biblioteca di viale Mazzini non è cambiata per niente. Il direttore è lo stesso, aitante, composto, un po’ assente, solo i capelli gli si sono ingrigiti; nella stanza a destra c’è sempre Enrico che sfoglia i giornali. C’è odore di vecchi libri e di polvere, so dove sono i romanzi in ordine alfabetico, dove i saggi letterari, dove i testi sulla televisione. E’ un luogo amico e quando sono in anticipo per le interviste vi trovo rifugio. Forse è il posto più mio di tutta la rai.

a viale Mazzini

Max Giusti in conferenza stampa: "oserò attribuirmi l'aggettivo di artista" . Poi promette: "daremo la parola a gente che fa del bene ma non in modo speculativo o speculare".

martedì 23 marzo 2010

Malumori incrociati

Non se sia una teoria dimostrabile scientificamente, ma sta di fatto che quando due o più donne passano molto tempo insieme, finiscono per avere le mestruazioni nello stesso periodo. Succede al lavoro e succede a casa. Il problema non sono le mestruazioni, ma quello che le precede: quella tetraggine che ti opprime nei giorni precedenti il ciclo, quella rabbia che aspetta solo di esplodere, quella sensazione che tutto nella tua vita vada a rotoli e che tu sia circondata da persone che non ti capiscono e che cospirano contro di te. Sommate queste paranoie e avrete una casa invivibile, quella in cui io e mia figlia una volta al mese incrociamo i nostri malumori cosmici.

ancora su tutti pazzi per amore

Dopo aver sparato a zero, mi sono dovuta ricredere. Le due puntate andate in onda lunedì erano molto più belle di quelle di domenica, mi sono divertita alla storia dei genitori delle gemelle con i tappi alle orecchie e a quella della nonna in fuga e ho pianto insieme a Solfrizzi per la morte di Michele e il tema della figlia. Critica frettolosa fa i gattini ciechi.

lunedì 22 marzo 2010

tutti pazzi per amore 2

Che cosa è successo a Tutti pazzi per amore? L’anno scorso c’erano puntate divertenti e puntate così così, personaggi azzeccati e altri più prevedibili, ma nel complesso era una bella serie, sostenuta da un’esigenza di racconto fuori dagli schemi, capace di rispecchiare il nostro tempo confuso, la voglia di romanticismo ma anche i problemi della convivenza, il sogno e la realtà. Il suo punto di forza era l’ironia che a tratti sfociava nella cattiveria: finalmente una donna sull'orlo di una crisi di nervi, un uomo pieno di fragilità, una ragazzina ignorante, un ragazzo con i tic, un dongiovanni da strapazzo, una single isterica, un fidanzato zerbino, una hostess senza cuore, un padre gay, una nonna spietata… Quando partiva la musica poi era una festa, un’esplosione di divertimento: coreografie spiazzanti e testo della canzone che faceva da contrappunto ai sentimenti dei personaggi. Quello che si è visto ieri sera non era Tutti pazzi per amore al quadrato come mi ha detto Ivan Cotroneo nell’intervista; sembrava la brutta copia di Tutti pazzi per amore. Era come se se tutti i personaggi fossero annegati nel miele, sorridevano troppo, si agitavano troppo e per cause non degne di loro come l’organizzazione di un matrimonio perfetto. E il finale in chiesa con l’ascesa al cielo del coprotagonista tra ragazze pon pon vestite da angeli? Magari è stata tutta una svista, magari stasera vedremo la serie che ci aspettavamo.

domenica 21 marzo 2010

Io sono l'amore

A vedere Io sono l’amore ci sono finita insieme a Peppe e Antonella. Io non ne sapevo molto, né il poster del film in stile viscontiano mi ispirava in modo particolare. Il film si apre con una Milano coperta di neve e prosegue all'interno di una casa sontuosa e tetra, tutta sui toni del marrone. Un compleanno del patriarca festeggiato a tavola, una ricchissima famiglia d’industriali tessili. Il nonno designa come eredi del proprio impero il figlio e il nipote preferito. Si capisce che in tutto quel lusso serpeggiano grosse inquietudini: la mamma russa (Tilda Swinton), la figlia lesbica (Alba Rohrwacher), lo stesso erede non sono fatti della stessa stoffa del padre. Va a finire che la mamma s’innamora dell’amico cuoco del figlio: prima viene folgorata dai suoi piatti, poi dai suoi abbracci vigorosi (la scena dell’amplesso sulle colline sanremesi tra calabroni e altri insetti è tra le più estetizzanti e meno sensuali mai viste al cinema). Più o meno il tema dell’Amante inglese: anche qui una donna proveniente da un altro paese con il matrimonio conquista ogni agio ma sacrifica la passione. Solo che mentre nel film francese il tema era uno e uno solo, qui c’è un po’ di tutto: la crisi dell’industria italiana, l’attrazione del figlio per l’amico proletario e insieme il suo fidanzamento con una ragazza della sua stessa classe sociale e un'ossessiva ricerca stilistica che più che Visconti ricorda le pubblicità dei profumi. Per fortuna che c'era Peppe, se no, con Antonella a cui è piaciuto moltissimo, finiva a litigio.

sabato 20 marzo 2010

L'epoca tremenda


L'epoca tremenda, Voci dal gulag delle Solovki è il racconto, carico di emozione, del Male visto dalla parte delle vittime, ma anche da quella dei carnefici. Al centro del libro le isole Solovki, sede di un antico monastero, trasformate dal regime sovietico in uno spaventoso campo di deportazione. Maurizio Ciampa compie il viaggio verso le Solovki insieme ai singoli deportati, dà loro un nome, un’identità, dove può, offre una fotografia. Riassume una vita in un gesto: l’attaccamento a una valigia con gli ultimi residui del passato; lo sconforto per la lettera trovata al posto del pane tanto agognato; un paio di scarpe che, accarezzate, evocano altri mondi. Ognuna delle storie che s’intrecciano nel libro s’imprime con forza nella mente del lettore: da una parte individui annientati senza un perché, dall’altra esseri umani che offrono al Terrore i propri servigi come macchine sterminatrici. Documentazione e narrazione si fondono in pagine di grande intensità e bellezza. Verso la fine uno dei personaggi dice che il gulag è solo un’estensione della vita che c’è fuori. Un libro che non parla di un’epoca conclusa, ma che parla di quello che siamo, di quello che possiamo essere, di quello che non vorremmo essere mai.

Sabato sera

Chi me l’ha fatto fare? Il figlio voleva restare a vedere la partita dal suo amico, la figlia voleva andare a una fantomatica cena di compleanno vicino Campo de’ Fiori. Ho chiesto a entrambi di tornare a casa perché il primo non si stancasse troppo e per non stare in ansia per la seconda (che avanzava la richiesta più per sfidarmi che per reale convinzione). Ora invece di leggere il mio libro in pace e di vedere in pace Fazio in tv affronto un muro di mugugni. Bello il sabato sera in famiglia.

la sorte e la veglia secondo Szymborska

A Sperlonga ho ritrovato un libro di versi di Wislawa Szymborska con dentro dei segni.

Dalla poesia Nella moltitudine:

"La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta
l'inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa - ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso."

Dalla poesia La veglia:

"Non i sogni sono folli,
folle è la veglia,
non fosse che per l'ostinazione
con cui si aggrappa al corso degli eventi.

Nei sogni vive ancora
chi ci è morto da poco
vi gode perfino di buona salute
e ritrovata giovinezza.
La veglia depone davanti a noi
il suo corpo senza vita.
la veglia non arretra d'un passo.
...
Non le si può sfuggire
perché ci accompagna in ogni fuga
e non c'è stazione
lungo il nostro viaggio
dove non ci aspetti."

al mare

Gita a tre a Sperlonga: io, il marito e papà. Io avevo voglia di vedere il mare, il marito aveva dei traffici di barca, papà aveva fatto aprire due finestrelle abusive e doveva vedere l’esito dei lavori. E’ andato tutto liscio: viaggio rapido, un solicello piacevole, la passeggiata sulla spiaggia, gli spaghetti da Rocco. Una bella sorpresa: i due alberelli di limoni che crescono nel nostro micro-giardino erano pieni di frutti. Papà però era affaticato e dolorante: gli faceva male il braccio, gli sembrava di avere la mano gonfia e arrancava un po’ sulla sabbia, non è arrivato fino alla grotta. Non sono abituata a vederlo così, per me lui è quello che sta sempre bene, che fa il bagno in mare ad aprile, una specie di superman. Vedere superman acciaccato è triste. Si riprenderà, so che ce la farà.

venerdì 19 marzo 2010

effetto pollaio

Ci sono molte occasioni in cui è più divertente trovarsi tra donne, che tra uomini e donne. Per esempio a cena: le cene tra coppie possono essere di una noia mortale, mentre quelle tra donne raramente lo sono. Ma ci sono anche occasioni in cui detesto il genere a cui appartengo ed è quando si scatena l’effetto pollaio. In palestra succede spesso con un certo insegnante: lui si atteggia a duro, rimprovera chi chiacchiera, chi perde tempo e le tipe prorompono in risatine, finte proteste, ammicchi vari. Ieri l’effetto pollaio si è scatenato alla presentazione di Tutti pazzi per amore: le attrici su di giri sembravano altrettante galline. Un gallo isolato lo eviti, un intero pollaio può metterti di cattivo umore.

giovedì 18 marzo 2010

trucco e parrucco

Quando torni dalla montagna c’è sempre qualcuno che ti guarda e dice, ma non sei abbronzata per niente. Allora finché sei in montagna ti sforzi di prenderlo il sole: niente cappello nonostante sulle seggiovie ti si gelino i timpani, niente occhiali anche se la sera hai due spilli al posto degli occhi. Da ragazza funzionava: al secondo-terzo giorno la mia faccia prendeva un colorito di cui potevo andar fiera. Ora invece il sole mi rimbalza (anche perché non esco senza una protezione cinquanta) e sulla neve i miei capelli sembrano degli spaghetti smorti. Insomma in questi giorni guardarmi nello specchio non mi metteva di buon umore. Oggi dovevo andare a fare le interviste per Tutti pazzi per amore 2: prima di tutto mi sono truccata meglio che potevo, poi sono passata dalle mie fide parrucchiere. Non si può credere quanta baldanza mi abbiano donato questi due semplici gesti.

mercoledì 17 marzo 2010

le gioie del rientro

Già proiettato verso le sue imprescindibili scadenze di lavoro, il marito ci ha svegliati alle sette meno un quarto, alle otto e mezza eravamo davanti al residence di Stefano a chiedere notizie e poi subito in macchina fino a Roma, per poter continuare le telefonate. Parlano, parlano, non si capisce niente di quello che dicono, ma la tensione è palpabile. La figlia, che in montagna è stata di buon umore, non appena ha sentito l’aria di casa, ha smesso i panni della ragazzina serena e ha ripreso quelli dell’adolescente bistrattata. Dalla camera di albergo che ci teneva tutti insieme tra bisticci e risate, a casa nostra ognuno per i fatti suoi. Domani mi aspetta una mattina di interviste e un pomeriggio di montaggio: sono totalmente deconcentrata, non ce la posso fare.

martedì 16 marzo 2010

All’ospedale di Brunico

Oggi avevamo organizzato con Stefano, Cinzia e i loro amici una gita a Lagazuoi. Prima faceva caldo, poi si è alzato un vento sferzante. Sulla cima non si riusciva a stare, ci siamo buttati tutti giù per pista senza vedere granché. Arrivati al rifugio a metà strada, eravamo euforici per essercela cavata. Siamo entrati con l’idea di bere qualcosa e poi tutti si sono lasciati tentare dalla cucina: nonostante fosse solo mezzogiorno sul tavolo sono comparsi piatti di salsiccia e polenta, bistecche di maiale e patata, strudel di mele, sacher torte, frittate ai mirtilli… Ci siamo poi dovuti dividere tra chi andava di corsa a prendere i bambini che finivano la lezione all’una e chi poteva prendersela comoda. Noi quattro siamo rimasti indietro con Stefano. Ci pregustavamo il tratto con le stalattiti, la lunga passeggiata e il traino dei cavalli. All’imbocco della strada in piano, in cui bisogna spingersi con le racchette, Stefano è caduto praticamente da fermo. Io ero appena dietro di lui e mi sono stupita molto quando l’ho sentito lamentarsi. Mi ha detto subito, mi sono rotto una gamba. Non riusciva a muoversi e la gamba destra stava girata con un angolo strano. Il marito è corso a chiamare il 118, eravamo a un passo dal bar e dal punto in cui partivano gli autobus. Abbiamo aspettato l’ambulanza più di mezz’ora e lui era steso sulla neve con sopra una coperta che gli aveva portato un vecchietto del bar. Prima è arrivato un poliziotto gentile, di quelli che vengono a recuperare i feriti con il gatto delle nevi. Quando è arrivata l’ambulanza, il paramedico ha tolto a Stefano lo scarpone, facendogli un male tremendo. Il poliziotto era contrario, e si è allontanato per non vedere, aumentando la nostra angoscia. Io sono salita in ambulanza, mentre il marito e i figli tornavano alla Villa in taxi. Quaranta minuti di tensione, con Stefano che cercava di scherzare e di rassicurare moglie e figli al telefono, ma ogni tanto urlava di dolore. L’ospedale di Brunico ha un’aria efficiente e pulita. Mentre lui faceva la radiografia, io sono rimasta a guardare donne e uomini doloranti sulle barelle: le facce ancora abbronzate e un’espressione desolata tale da far passare la voglia di sciare per un bel pezzo. Ci hanno raggiunto il marito e Cinzia con il piccolo Valerio, che era un po’ frastornato. Abbiamo lasciato Stefano e Cinzia in una stanza del deserto reparto di ginecologia: devono operarlo stasera o domani, si è rotto tibia e perone, ne avrà per una settimana qui e poi per altri tre mesi prima di un pieno recupero. Stasera i ragazzi mangiano con noi, poi Cinzia verrà a recuperarli. Una triste fine per la nostra vacanza e ancora più triste per la loro.

lunedì 15 marzo 2010

una lettura

Leggo tanti libri per ragazzi di argomenti vari e ambientati in tempi diversi e si somigliano tutti un po’; si parte da un’idea e si cerca di fare del proprio meglio per offrirla al pubblico giovane in modo che ne sia attratto o almeno non respinto. Di rado questa letteratura presenta l’urgenza, la forza di arrivare al lettore che ha la Letteratura. Oggi mi sono imbattuta in un libro così. Parla di un ragazzino la cui famiglia è andata in pezzi in seguito alla morte della sorella per una bomba lasciata in un cestino a Londra. L’autrice entra nello stato d’animo del protagonista, registra il suo smarrimento, ma anche il suo desiderio di normalità e riesce a compiere un’impresa a dir poco ardua: trattare con humour una materia così delicata e dolorosa. Non so chi sia Annabel Pitcher, ma il suo è un romanzo che lascia traccia.

domenica 14 marzo 2010

la villa 2


Oggi anche meglio di ieri. Ancora sole e piste piene di bella neve senza file agli impianti. Abbiamo sciato tanto: il figlio più sciolto, la figlia canterina con l’amico matteo, quattordicenne come lei, ma assennato e gentile, il marito insolitamente atletico, io leggera di testa come non mi capitava da un po’. Poi il momento più bello: quello in cui si liberano i piedi dagli scarponi. A seguire, in perfetta solitudine, bagno turco, sauna e infine materasso caldo ad acqua con tra le mani un romanzone vittoriano che mantiene quello che promette: appassionanti intrighi amorosi e (un po’ meno appassionanti per me) intrighi ecclesiastici, dettagliata descrizione di tipi umani. Il libro è Le torri di Barchester, lo ha scritto Anthony Trollope e benemerita la Sellerio che l’ha pubblicato.

sabato 13 marzo 2010

la villa

Giornata piena quella della partenza, la figlia va a scuola, il marito al lavoro, io a intervistare Frizzi, il figlio staziona davanti alla playstation per lo sciopero. Davanti al cavallo di viale Mazzini c’è una manifestazione: poche persone e tanta polizia in assetto di guerra. Entro dall’altro ingresso e poi inizia la lunga e nervosa attesa dell’inizio della conferenza stampa. Temevo di fare tardi, di farmi aspettare dalla famiglia, ma un certo punto lui arriva e tutto si svolge rapidamente. La mattina il tempo era bello, ora si è tutto oscurato. Saliamo in macchina, carichi di bagagli. Il marito mi annuncia che viaggerà con l’auricolare perché ha delle chiamate di lavoro: è un incubo, fino alle sette di sera non smette di ricevere telefonate, settecento chilometri di camion e strategie. Io dormicchio, e quando i figli escono dalla musica delle loro cuffiette, parlo con loro. Mi chiedo chi me l’abbia fatto fare a organizzare questa montagna, sono così stanca, stiamo solo quattro giorni… Stamattina ci siamo svegliati con il sole, le cime delle alpi innevate spuntavano tra gli alberi: uno spettacolo. Poca gente sulle piste, nessuna fila agli impianti. Un maestro dall’accento tedesco per due ore ci rinfresca la memoria su curve, piegamenti, distensioni. La figlia si butta a capofitto per le discese e sbuffa convinta di essere un asso; il figlio si sente molto impacciato; il marito si concentra sulle nozioni teoriche; io non scio, scendo. E’ stata la nostra prima volta soli sulle piste: (domani ci raggiungono gli amici); ci siamo divertiti.

giovedì 11 marzo 2010

le donne di Hopper


Le donne di Hopper sono quasi sempre una, sua moglie, ritratta più volte in scenari spogli, silenziosi ma dai colori accesi, nuda, di spalle, di fronte a una finestra, intenta a scrutare non si sa cosa. Poi ci sono le donne nei bar, le donne con il cappello, quelle che parlano tra loro, le donne sulla veranda della casa. Ci si chiede cosa stiano aspettando, cosa stiano pensando in quel preciso momento le donne di Hopper. La sua pittura, oltre che ispirare il cinema, ha una qualità fortemente narrativa, contiene incipit, finali, intermezzi di storie. Il suo stile asciutto sintetizza una vita in un gesto, un’espressione, una posa.

Pupo e il principe

Collodi non poteva immaginarlo ma le sue intramontabili creature, il gatto e la volpe, sono diventate delle richiestissime star televisive. Lasciamo stare Pupo-volpe, lui si gode il rinnovato bagno di celebrità, la bravura nell’aver puntato sul socio e soprattutto i soldi che ne conseguono, quello che più inquieta è il principe-gatto, con le sue moine, le dichiarazioni di “umiltà”, “sincerità”, “amore per la famiglia e per l’Italia” di cui si riempie la bocca. Stamattina mentre intervistavo Emanuele Filiberto e osservavo il suo gesticolare all’albertoangela (fa un po’ fatica a trovare le parole, a un certo punto in conferenza stampa ha detto che sono stati contattati per cantare al Columbus Day dal “quasi sindaco” di New York) ho pensato che quell’uomo vacuo e azzimato che spopola in tv è un perfetto simbolo dell’Italia di oggi, del nulla che ci assedia e dirige.

mercoledì 10 marzo 2010

The Hurt Locker

Premi come gli Oscar servono ancora a qualcosa. A me è servito a vedere su Sky The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (quando era uscito al cinema non me n'ero neppure accorta). Il film è tutto nel suo ritmo incalzante, nell’ansia, ma anche nell’adrenalina, che comunica seguire le giornate in Iraq del sergente James. Armato di un paio di pinze e accompagnato da due colleghi disgustati dal suo sprezzo del pericolo, James disinnesca bombe nascoste in posti vari: tra la spazzatura, in una macchina, addosso al cadavere di un bambino, sotto la giacca di un uomo che non vuole morire. Ogni tanto il sergente allergico al protocollo si piega a indossare la pesante tuta che dovrebbe proteggerlo e la regista ci porta sotto il suo casco da astronauta, ci fa sentire il suo respiro pesante, l’impaccio nel camminare, ma anche l’eccitazione che lo pervade al pensiero che sta giocandosi la vita sua e di quelli che lo circondano. Lo scenario in cui si muovono i soldati della Bigelow è fatto di strade polverose e assolate, di palazzi fatiscenti, di arabi indecifrabili dai sorrisi smarriti, un paesaggio devastato e ostile, un incubo totale al quale tutti desiderano sottrarsi, contando i giorni che mancano alla prima licenza. Tutti, ma non il sergente drogato di guerra. Tornato a casa James sente un’infinta distanza dalla sua donna e dal suo bambino; ormai si riconosce solo nei trofei che tiene sotto la branda: pezzi di bombe disinnescate, testimonianze di sfide vinte, in un’assoluta mancanza di senso. Premi ampiamente meritati quelli a Kathryn Bigelow e al suo film.

fratello e sorella

Non è facile avere una sorella come lei. E’ prepotente, egoista, sciatta, si impossessa di tutto ciò che desidera, è sprezzante, fa sempre il meno possibile, non si cura degli altri. Per lui è uno stress doverci convivere. Vorrebbe che fosse chiaro che lui è diverso, vorrebbe che noi la contenessimo, non le facessimo passare nulla. Ma con lei la linea dura non paga, bisogna smontarla, coinvolgerla, farla ridere, responsabilizzarla. Non ci sto a elevare barriere, a mettere lui sull’altare e a nascondere lei sotto il tappeto. Quando si accorge di piccole parzialità nei confronti della sorella, lui si offende, mette il broncio, smette di essere collaborativo, tira fuori una rivendicazione dopo l’altra. Per lui le cose o sono bianche o sono nere, come per me. Lei è molto più sfumata, quando pensi di averla persa te la scopri vicina, quando sei tranquilla ci mette un istante a mandarti in crisi. Sarà una buona idea quella di passare tutti insieme cinque giorni in montagna?

martedì 9 marzo 2010

izzo in tv

Ennesimo lavoro a vuoto. Oggi ho passato la giornata a scalettare la puntata di Un giorno in pretura sul processo a Luca Palaia, il complice di Angelo Izzo nell’omicidio di una donna e della figlia sedicenne; alle quattro mi hanno chiamato per dirmi che il direttore aveva cancellato il servizio. E’ una puntata televisivamente molto efficace, Izzo emerge in tutta la sua tremenda personalità. Se è mai esistita un’incarnazione del diavolo, questa è quell’uomo. E’ riuscito a ottenere la semilibertà, ha incantato giovani, anziani, persone in difficoltà e ha sempre perseguito un unico obiettivo: fare il male per il male. Le donne che ha ucciso erano “una rottura di scatole”; farsi aiutare nei suoi delitti serviva a stringere con il suo complice un legame più forte; mentre soffocava la ragazza beveva coca cola da una bottiglia aperta con un po’ di titubanza perché è schifiltoso; stava seduto sopra la donna mentre tirava la corda che le aveva legato al collo e insieme si preoccupava dell’aria turbata del suo amico. Il tutto raccontato in tono diabolicamente beffardo, con gli occhi a palla che roteavano compiaciuti. La telecamera inquadrava anche il marito della vittima, l’uomo che aveva conosciuto Izzo in carcere e gli aveva raccomandato moglie e figlia perché le aiutasse a uscire dalle difficoltà economiche: la sua espressione era un concentrato di orrore, incredulità, disperazione. L’autrice di tv talk, anche lei molto provata, mi ha detto che sostituiranno questo rvm con un terzo servizio sul Grande Fratello.

in palestra

In palestra c’è l’ex militare settantenne che tra un infarto e l’altro non riesce a star lontano dai pesi; c’è la ginecologa abbronzata che invita l’amica a una cena elettorale per un candidato che non sa se sia di destra o di sinistra; c’è l’avvocatessa fascistissima che racconta le avventure del figlio sciatore e picchiatore; c’è il dentista pelato che fa il simpatico con le signore mentre la moglie in incognito lo tiene d'occhio; c'è chi si scambia ricette di cucina, chi lamenta la scarsa pulizia, chi tormenta l’insegnante con la storia dei suoi acciacchi, chi protesta in segreteria, chi passeggia nuda per lo spogliatoio, chi s’increma per ore, chi si mette il costume per farsi la doccia. Io sguscio dentro di corsa, faccio gli esercizi distratta dai miei pensieri, mi guardo nei grandi specchi sognando di essere diversa da come sono, scambio qualche chiacchiera al volo, riparto affannata per affrontare il resto del giorno.

lunedì 8 marzo 2010

festa della donna

Alle sette quando suona la sveglia sono mezza intontita. Ho dormito poco e male. Alle otto e mezza, dopo aver accompagnato a scuola la figlia, che fa ancora l’offesa, arrivo in redazione. Chiamo papà e discuto a lungo con lui su come mettere una toppa al suo rapporto con l’amica direttrice di museo che si è detta stanca delle sue “panzane”. Poi inizio a lavorare, rispondo alla posta del D, abilito le richieste delle insegnanti, vedo la puntata di Fazio di sabato con uno Scamarcio molto spigliato. Alle dodici c’è la riunione di tvtalk in collegamento con Milano. Entra Maffucci con un ramoscello di mimose per l’autrice. Io mi imbarazzo per lui, non si aspettava di trovarmi lì e a me non ha pensato. Mi viene affidata la puntata di Un giorno in pretura con Izzo, e già so che sarà una sofferenza vedere quel mostro e sentirlo parlare. Dopo pranzo passo alle biografie degli ospiti. La figlia al telefono mi racconta di non essere entrata a scuola perché c’è stato un sit-out. Le faccio ripetere tre volte il termine: che c’è stato? A mamma, un s-i- t-o-u-t. Ma perché? E troppo lungo da spiegare, te lo dico dopo, pensa che oggi mi tocca la riunione del consiglio di classe, Romana non viene, e io sono sola con i prof. Esce da scuola il figlio e al telefono reclama una giacca da sci: venerdì partiamo e a lui manca quasi tutto. Alle cinque esco come una molla: passo sotto casa, raccatto i figli e partiamo per la spedizione acquisti. Nel secondo negozio troviamo quello che cercavamo: una giacca e delle calze per il figlio, un paio di pantaloni per la figlia. Lei va a casa con la scusa dei compiti, lui mi accompagna al supermercato. Comincio a vacillare dalla stanchezza, ma mi consolo osservando la signora davanti a me nella fila alle prese, oltre che con la spesa, con due figli piccoli e pestiferi. A casa metto su l’acqua e opto per una pasta e piselli. Appena finito di mangiare spunta Pericle: la figlia ha paura di essere interrogata in storia e non sa districarsi tra aristocratici e democratici, spartani, ateniesi e persiani. Finisco di leggere il testo con lei e si presenta il figlio che deve scrivere dieci righe in inglese per accogliere a Roma gli studenti del progetto Comenius. Se questa è una festa, gradirei declinare l’invito. Squilla il telefono, risponde il figlio e dice al marito, non trovo il portatile, mamma sta scrivendo il suo blog e non ha voglia di alzarsi per venire a rispondere. Posso strozzarlo?

domenica 7 marzo 2010

Partir (L'amante inglese)

Mi aspettavo una versione aggiornata della Signora della porta accanto, un film di cui non ricordo nulla, se non che mi aveva molto turbato. L’inizio di Partir non è male: un uomo dorme in una bella casa, la moglie sveglissima al suo fianco si alza, uno sparo. Poi il film torna indietro nel tempo e i primi dieci minuti sono promettenti: il marito ricco e taccagno risparmia sugli operai e la moglie si mette ad aiutare il grosso Ivan a svuotare la stanza che vuole utilizzare per farne il suo studio. Tra la bionda e esile Kristin Scott Thomas e il tarchiato Sergi Lopez è subito attrazione rovente. Ben presto tutto si riduce al fatto che l’operaio scopa molto meglio del marito: lei si autodenuncia, il marito sorvola, ma vorrebbe che lei smettesse di vedere l’altro, la moglie va via di casa, il marito le taglia i viveri. I figli adolescenti, maschio e femmina, stanno sullo sfondo: il primo è più comprensivo della seconda con la madre, la madre pensa solo a strapazzare il suo amante. I due sono ridotti alla fame, lui prova a dirle torna da tuo marito, ma lei non lo molla, se non quando deve salvarlo dal carcere in cui lei stessa l’ha fatto finire. Non vi dico chi spara chi, qualcuno potrebbe voler vedere questo film nonostante il modo in cui io l’ho raccontato.

una cena funestata

Poteva essere una serata piacevole. Siamo andati a trovare paolo che si è appena trasferito vicino san giovanni: la casa è molto carina, c'era una buona cena, eravamo solo in otto, compresi i due bambini, mio figlio e il figlio di stefano. Sarebbe dovuta venire anche mia figlia, ma all'ultimo momento ha fatto una scenata e ha detto che non si sarebbe mossa. Era tornata dal pomeriggio in discoteca, il padre l'ha aggredita perché non aveva chiuso a chiave la porta di camera sua che dà sull'esterno, lei ha cominciato a gridare, vi odio, si è buttata sul letto e ha detto, con voi non esco. Ho fatto un colpo di telefono a Julia, che dorme nella mansarda sul tetto, le ho chiesto se poteva scendere, mangiare con lei, farle un po' di compagnia e siamo usciti. Per spiegare come mi sono sentita io ieri sera, c'è un antefatto. Più o meno un anno fa, una sera in mezzo alla settimana sono andata al cinema di quartiere. Tornando a piedi verso le undici, non sono entrata dall'ingresso principale perché non avevo le chiavi, ma da quello sotto le nostre finestre, dove c'è un cancelletto laterale. Sin da lontano ho visto che qualcosa che non andava. C'erano un'ambulanza e una macchina della polizia. Mi è venuto incontro un poliziotto che mi ha chiesto cosa volevo, e poi mi ha fatto passare. A un metro dal cancelletto spiccava una coperta per terra. Ho attraversato la scena con il cuore che mi batteva forte. Vicino all'ascensore ho incontrato l'ex portiere che vive nel palazzo, mi ha detto, è la ragazza del sesto piano, si è buttata di sotto, aveva sedici anni, era sola in casa. Io questa ragazza e la sua famiglia non li avevo mai visti, o forse sì, ma senza identificarli, il nostro è un palazzo anonimo, fatto apposta per non fare incontrare la gente, non si fanno le scale e gli unici incontri avvengono in ascensore. Il pensiero di quell'orribile dramma, avvenuto sotto le nostre finestre, mi ha perseguitato a lungo. Non ho chiesto altri particolari, ho tenuto nascosta la cosa ai miei figli per proteggerli da una notizia così traumatica. Dopo qualche giorno c'è stato un trasloco e dei trasportatori hanno portato via scatoloni pieni di giocattoli, libri, vestiti che nessuno era riuscito a impacchettare con calma. Ogni tanto vicino al cancelletto compare una rosa per terra, la storia è finita così. Ieri avevo due alternative: rinunciare alla cena per stare con la figlia che era fuori di sé (ma c'era il rischio di esasperarla di più) o uscire, continuando a ripetermi che dovevo stare tranquilla, che non c'era alcuna relazione tra i due eventi, che non tutte le adolescenti infuriate si buttano dalla finestra. Il momento più bello della serata è stato quando siamo entrati dalla porta e l'abbiamo trovata stesa sul divano che guardava Ballando con le stelle insieme a una Julia in vestaglia rosa. E' stato bello anche essere insultata quando le ho fatto una carezza.

sabato 6 marzo 2010

corsi e ricorsi

In Ashes della scrittrice americana Kathryn Lasky si racconta l’ascesa del nazismo dal punto di vista di una ragazza dell’elite tedesca. Il padre è un astrofisico, amico di Einstein, la madre una pianista; tutta la famiglia disprezza Hitler, ma ci mettono un po’ a capire cosa stia realmente succedendo al loro paese. Il libro si conclude drammaticamente con la fuga in America di padre, madre e figlia: la sorella maggiore incinta del fidanzato nazista sceglie di restare a Berlino. E se l’Italia di oggi stesse precipitando verso la stessa china: una parvenza di democrazia, dei politicanti sempre più spregiudicati, un popolo ottuso che segue il proprio leader… Quand’è che ci rassegneremo ad andarcene?

alice in wonderland

Alice di Tim Burton è una festa per gli occhi: ci sono i suoi consueti scenari fatti di alberi contorti, di atmosfere cimiteriali, seguiti da esplosioni di colori e poi di nuovo da un bianco irreale, pastoso, zuccheroso. La vera Alice non mi ha mai fatto impazzire, mentre questa Alice cresciuta che si confronta con i suoi sogni, che trova il coraggio dove non sapeva di averlo, mi ha scosso dal sonno in cui stavo calando appena si sono spente le luci del cinema. La scena più terribile è quella della ragazza che attraversa un fossato saltando di pietra in pietra, solo che al posto di pietre ci sono enormi facce di cadaveri; la regina rossa dalla testa grossa non ci mette nulla a ordinare decapitazioni. Pesantemente truccato da cappellaio matto Johnny Deep è più bello che mai.

Nel portafoglio

Ho un grosso portafoglio nero, zeppo di tessere e tesserine: bancomat, palestra, iscrizione al circolo rai, biblioteca, patente, biglietti dell’autobus… Solo una tessera è doppia, quella del cinema politecnico. Oltre a quella dell’anno in corso ne conservo una vecchia, non compilata da me e legata a un momento di grande emozione. E’ passato un bel po’ di tempo, ma è sempre lì, consumata e silente. Da ragazzina conservavo buste piene di cimeli vari; questo stavo per farlo in mille pezzi ma sono felice di averlo tenuto, mi riannoda a una parte di me da cui non mi voglio staccare.

venerdì 5 marzo 2010

la nuova radiotre

nella nuova Radiotre ci sono delle cose belle: mi piace molto l’idea di Tutta la città ne parla, quella di prendere spunto da una telefonata degli ascoltatori a Prima pagina per costruire una trasmissione sull’argomento del giorno. Non mi piace invece lo spazio che Fahrenheit riserva ogni settimana a un critico letterario. Alcuni di loro sono bravi, altri sono noiosi, ma è l’idea di far leggere una recensione al giorno che non sta in piedi. Bisognerebbe sperimentare nuovi modi per parlare dei libri alla radio. Fahrenheit non dovrebbe assomigliare alle pagine culturali dei quotidiani, affollate da giudizi casuali o pilotati sulle ultime uscite editoriali.

al semaforo

Al semaforo dell’incrocio tra via dei Prati Fiscali e largo Valtournanche c’è una ragazza bionda che chiede l’elemosina. E’ lì saltuariamente da almeno quattro anni, da quando percorro quel tratto di strada per andare al lavoro. Avrà meno di trent’anni, ha i capelli lisci e ben pettinati, è esile di corporatura. Si veste con cura: oggi aveva un giubbotto bianco, dei jeans con perline e delle scarpe da ginnastica bianche. Cosa fa una come lei al semaforo? Certe mattine mi sento e mi vedo molto più barbona di lei.

giovedì 4 marzo 2010

io e carofiglio

Leggere un libro di Carofiglio è come fare un lungo bagno in vasca con la luce spenta, come mangiare una cassata senza canditi sopra, come scambiare baci dietro un cespuglio in un parco. Non ha a che fare tanto con la letteratura, è un piacere, una festa a due. L’avvocato Guerrieri non ti deve stupire, non ti deve spalancare orizzonti, non ti deve turbare; sei felice che ci sia, che sia così come te lo ricordavi dall’ultimo libro: un coetaneo che ti fa sorridere, che ti conquista con i suoi modi impacciati, la sua ironia, la sua capacità di osservazione. La trama gialla è ininfluente, ciò che conta è abbandonarsi al Guerrieri-pensiero, al suo misto, non sempre molto elevato, di citazioni musicali, letterarie, cinematografiche, al suo muoversi a disagio tra i più, al suo riconoscersi ogni tanto in qualcuno di veramente particolare . Mi fa impressione veder apparire Le perfezioni provvisorie in cima alla lista dei libri più venduti: sono gelosa di Carofiglio, come condividere l’amore per lui con tutta quella gente?

mi piacerebbe un giorno

Mi piacerebbe un giorno aprire il computer e scoprire che i visitatori giornalieri del mio blog invece che dieci-venti al giorno sono mille-duemila. Sarebbe fantastico. Ma perché mille-duemila persone dovrebbero interessarsi a me? Questo blog è un condensato di me: non scrivo altro che di me, sia che parli di un libro o di un film, sia che critichi qualcuno, sia che apprezzi qualcun altro. Dovrei fare un monumento ai miei dieci fedelissimi lettori che si sorbiscono ogni mio sfogo, che tutti i giorni si collegano sperando che io abbia finalmente scritto qualche cosa che valga la pena di essere letto. Certo voi dieci siete delle belle mummie: mai un commento, mai un insulto, mai un elogio. Non concordate, non dissentite. Sono io che vi inibisco mettendomi sempre al centro di tutto?

mercoledì 3 marzo 2010

Invictus

Clint sta per compiere ottanta anni, ma dimostra una forza e una freschezza che i nostri registi quaranta-cinquantenni si sognano. Gli ultimi suoi film sono uno più bello dell’altro, riesce a spingere sul pedale delle emozioni senza mai esagerare, commuovendo profondamente lo spettatore senza mai cadere nella retorica. Con Invictus questo rischio era più che mai presente: non era facile legare visivamente il racconto della rivincita politica dei neri in Sud Africa a quello del rilancio della squadra di rugby. Sin dall’inizio in questo film si respira un’aria di riscatto, di speranza. Il Mandela di Freeman è un personaggio carismatico, un politico lungimirante, ma anche un uomo affettuoso, pieno di premure verso chi lo circonda e con un’ombra di tristezza dentro. E’ un Mandela che capisce che il futuro del suo paese sta nel superamento dell’odio; non lo può spazzare via, ma può agire per cementare un nuovo sentimento nazionale e a questo scopo è deciso a sfruttare le potenzialità di un evento sportivo. Il fatto che venga a sua volta conquistato dal tifo lo rende più umano, più simpatico e realistico. Non avrei mai pensato di poter apprezzare tanto rugby cinematografico.

martedì 2 marzo 2010

voti

Il figlio esulta per i suoi 9-9-9 presi nel tema a casa (uno per il contenuto, uno per la forma, uno non so perché). Doveva dilungarsi su sette parole a sua scelta, rappresentativi di lui e del suo mondo, e non aveva un’idea una su cosa scrivere. E’ venuto da me con fare insinuante, carta e penna in mano, mamma mi aiuti? E’ stato una specie di dettato. Io ero lì che suggerivo spunti e lui pronto li trasformava in frasi. Di suo ci ha messo qualche punta di retorica, qualche reminiscenza di quello che la prof. aveva detto in classe per illustrare il tema. Quando aiutavo la figlia alle medie (la prof. era la stessa) i suoi voti non superavano il sette. O sono migliorata io, o sul figlio grava un pregiudizio positivo. La figlia con la sua arietta strafottente è destinata a sbattere la faccia contro ostacoli che potrebbe tranquillamente evitare.

lunedì 1 marzo 2010

Sissi

Stasera mi tocca la seconda puntata di Sissi. La prima mi è parsa abbastanza insulsa. Non sono mai stata una fan della principessa; nonostante siano passati mille volte in tv non avevo mai visto i tre film con Romy Schneider a lei dedicati. La sera della presentazione tutti i giornalisti sembravano entusiasti del prodotto, ma a renderli euforici doveva essere soprattutto la prospettiva di cenare a Palazzo Taverna a spese del produttore. Gli sceneggiatori e l’attrice hanno sottolineato molto l’aspetto “politico” della fiction, l’accento posto sulla sensibilità liberale della giovane imperatrice. Quello che visto io è una storia simil Moccia in salsa austriaca: fanciulla affascinante e scanzonata conquista imperatore succube della madre, va con lui a far l’amore nel parco, lo porta in birreria sotto mentite spoglie, gli fa liberare gli oppositori politici e si gode l’ampio consenso popolare. Ieri sera l’hanno vista sette milioni di italiani, quattro gatti hanno seguito la trasmissione molto più conturbante che andava in onda su raitre; da una parte la pura evasione travestita da racconto storico, dall'altra nel degrado dei tribunali lo specchio dello sfascio italiano.