mercoledì 30 giugno 2010

a scuola

a scuola si è sempre copiato, l'importante era farlo bene, con la testa, evitando di farsi scoprire e riuscendo a introdurre qualche variazione sensata al testo che si riceveva da un altro. Ora però a copiare non sono più solo gli alunni tra di loro, ma gli stessi prof. forniscono i testi agli esaminandi e i presidi impongono promozioni fasulle. E' il marito della mia amica a raccontarlo, lui che da anni insegna latino e greco, che è ancora precario, che ancora crede al suo lavoro e soffre a vederlo svenduto. Siamo pervasi dalla corruzione e non ci stupiamo più di niente. Se ci teniamo un imputato che si improvvisa ministro, un senatore condannato per mafia, che sarà mai un risultato scolastico truccato? I ragazzi ci guardano e traggono le loro conclusioni sul mondo che li aspetta.

martedì 29 giugno 2010

di ritorno

sono stati quattro giorni proprio come li desideravo: pieni di sole, mare e libri. Ho nuotato e letto quasi tutto quello che mi ero portata, causando un po’ di malumore in mio padre che sotto l’ombrellone vuole chiacchierare e considera un gesto di scortesia aprire un libro o un giornale. Si rifarà la settimana prossima con la figlia che torna dall’America con un bagaglio di racconti arretrati. La mia di figlia al telefono sembra cambiata: serena, disinvolta, autonoma. Io la tempesto di domande per capire come sta, lei risponde asciutta, ma non infastidita dalla mia curiosità. Ora che torno al lavoro dovrei darmi da fare per capire che cosa sarà di me a settembre. Dovrei, ma non ne ho proprio voglia.

David Golder


primo libro scritto da Irène Némirovski, quando aveva ventisei anni, David Golder colpisce per la sua ferocia: comincia con un colloquio tra due soci in affari, prosegue con il suicidio di quello che era andato a chiedere aiuto all’altro, culmina nel ritratto di una famigli in cui la madre, ricoperta di gioielli e trucco annega nella vita mondana la disperazione per la gioventù smarrita, la figlia tutte moine sa solo spendere e godere, il padre non è che una macchina per fare soldi. Come spesso accade nei romanzi di Némirovsky c’è una scena da antologia, da scuola di scrittura. Golder, il vecchio ebreo, è in treno di notte e sente un dolore al petto. Gli manca l’aria, ripensa al funerale a cui ha assistito la mattina, prova il desiderio di vedere oggetti familiari, è sicuro di essere sul punto di morire, riconsidera tutto, vorrebbe chiedere aiuto, vorrebbe che il treno si fermasse, riesce a fatica a raggiungere la bottiglia d’acqua, torna in sé, allontana ogni rimorso. Grande.

lunedì 28 giugno 2010

Prove di felicità a Roma Est


questo libro me l’ha consigliato Francesco in uno dei nostri pranzi alla Dear. Francesco viene come me dalla radio, come me l’ascolta e la commenta. I nostri pranzi sono un vortice di consigli: che hai visto, che hai letto; se non siamo soli le persone che ci circondano si isolano, si distraggono, le nostre non sono chiacchiere da mensa aziendale ma da vecchio cineforum. Mi è piaciuto molto Prove di felicità a Roma Est. Racconta di un ragazzo che approda a Roma con la sua Vespa Primavera da un paesino toscano. Ha già ventun anni e non ha ancora preso la maturità, la madre lo iscrive in un istituto specializzato nel recupero degli anni scolastici e insieme, per eccesso di zelo, lo manda da un vecchio professore a prendere ripetizioni. Un compagno di corsi lo avvia al lavoro della consegna a domicilio di pizze. La Roma che il protagonista scopre a bordo del suo motorino è quella della periferia anonima, del precariato spinto, degli affitti impossibili, della solidarietà tra derelitti, ma il tono dell’autore è tutt’altro che tragico e lamentoso: spira un’aria lieve, autoironica, uno spirito di avventura, di possibilità nonostante tutto. E’ bello il personaggio di Samia, la ragazza marocchina che si è sottratta al padre oppressivo per vivere nella grande città una serie di amori promiscui, soffrendo per la sua mancanza di fedeltà al ragazzo di turno, ma non potendo fare altrimenti. Breve, incisivo, un romanzo capace di descrivere l’oggi come pochi, di restituire l’amarezza e la confusione di chi annaspa per andare avanti e continua a sperare.

domenica 27 giugno 2010

il cugino paolo

finiremo come Paolo e Maria Teresa, dico al figlio quando mi sembra che siamo troppo legati. E’ vero che quei due forse non hanno mai nuotato fino alla boa, fatto insieme un giro in bicicletta o scalato un monumento a Edimburgo, ma sempre mamma e figlio sono e sicuramente si vogliono molto bene perché vivono sotto lo stesso tetto quasi da sempre. C’è stato un periodo in cui mio cugino Paolo ha lasciato Napoli e la mamma. Paolo è mio coetaneo e dopo una maturità scientifica presa con molti sforzi non aveva voluto proseguire negli studi. Per un po’ era rimasto senza fare niente, poi mio padre, suo zio, si era adoperato per trovargli un impiego, riuscendo a trovargli un posto di usciere a Milano. Paolo aveva fatto la valigia e si era trasferito. A quell’epoca io ero lì e lavoravo in casa editrice; ogni tanto lo invitavo a cena. Veniva, mangiava di gusto, parlava poco, non si lamentava mai. Quando io e il marito siamo tornati a vivere a Roma, gli abbiamo lasciato il nostro monolocale di Porta Romana (prima credo abitasse in una stanzetta tristissima che divideva con altri). A un certo punto lo hanno mandato via da quella casa che stava per essere venduta e lui non ci ha pensato due volte: si è licenziato ed è tornato a Napoli dalla madre. Dopo una così lunga convivenza, l'ex insegnante in pensione vedova e il figlio che non fa nulla sono diventati come due vecchi coniugi, discutono sul cibo, si preoccupano reciprocamente se uno arriva in ritardo. Un week end su due li raggiunge l’altro figlio che si è laureato, ha trovato un lavoro, si è sposato, ha fatto un figlio, è stato lasciato dalla moglie, vive a Ostia, ma appena può torna dalla mamma a farsi coccolare come il fratello. A volte penso che una storia come quella del cugino Paolo sia possibile solo in una città come Napoli, ma forse non è così, di cugini paoli affezionati alla mamma e disinteressati al lavoro c’è n’è dappertutto, sono solo poco visibili. Una vita senza ambizioni, senza miraggi, senza complicazioni sentimentali, con un'unica costante: forse di questi tempi Paolo è un modello da imitare, non uno spauracchio da agitare di fronte a un figlio affettuoso

sabato 26 giugno 2010

al mare

ieri sono uscita di corsa dal lavoro con un senso di liberazione, pensando ai quattro giorni di vacanza che mi si spalancavano davanti e nella fretta ho lasciato il telefonino sulla scrivania. In realtà ne ho bisogno solo per chiamare la figlia e posso usare quello del marito. Sperlonga ha già perso il suo fascino inzeppata com'è di ombrelloni, l'acqua non è tanto pulita, il sole oscurato dalle nuvole e nell'aria echeggia una musicaccia a tutto volume che solo un acquazzone potrebbe mettere a tacere. Ma stasera viene papà a cena e mangiamo i due chili di cozze comprate a Gaeta, il figlio ha giocato a calcio sulla spiaggia, io ho fatto una bella nuotata, ho chiacchierato con un'amica che non vedevo da tempo e passato la giornata a leggere. Il libro che ho consumato sul lettino è Chocolate Cake with Hitler, la storia romanzata di Helga, la maggiore dei sei figli di Goebbels, uccisa dai genitori nel bunker di Berlino il giorno dopo il suicidio del dittatore. Perché raccontare la storia della fine di Hitler dal punto di vista di quella dodicenne? Lo stile è accurato così come la ricostruzione storica, non ci sono sbavature, ma a chi giova sapere cosa pensava la figlia del capo della propaganda hitleriana? L'unica cosa che veramente colpisce di lei è la fine sua e quella dei suoi fratelli, ma per il resto che senso ha fantasticare sulla sua repulsione per la stretta di mano molliccia dello "zio Adi"? Il mio programma di letture per questa vacanza è un libro al giorno per lavoro al mare e libri a piacere per le quattro sere.

venerdì 25 giugno 2010

Making It Up


chissà perché Guanda che pubblica i libri di Penelope Lively (l’ultimo Un posto perfetto l’ho appena comprato) non ha ancora tradotto Making It Up, uscito nel 2005. L’ho trovato in una libreria di Edimburgo e anche se di solito affronto testi in inglese solo per lavoro (una sciocca forma di pigrizia che mi priva di un sacco di scoperte, nonché del piacere di assaporare senza filtri lo stile degli scrittori) non ho saputo resistere alla tentazione di tuffarmici dentro già in aeroporto. Si tratta di otto racconti di grande bellezza, ma ad essere interessante è soprattutto la struttura del libro: ognuno di loro parte dal ricordo di un momento cruciale della vita dell’autrice, per poi vivere una vita narrativa autonoma, attraverso personaggi di fantasia e accadimenti che, pur essendo possibili, non si sono verificati. Scrive Lively a pag.136: “scrivere narrativa è fare una serie di scelte, indirizzare la trama e i personaggi in una certa direzione piuttosto che in un’altra. Ogni storia è una navigazione; una storia ben riuscita progredisce trionfalmente lungo i sentieri giusti, evitando le strade senza uscita, le svolte inconcludenti. La vita, naturalmente, non è affatto così. Non c’è navigatore esperto, si procede a tentoni di tentativo in tentativo. E’ per questo che spesso alla vita spesso sembra mancare l’autenticità della narrativa”. Una babysitter inglese si imbarca sulla nave sbagliata durante la seconda guerra mondiale; una donna ossessionata dalla mania di controllo diventa nonna prima del tempo; una coppia in visita in Inghilterra dall’America affronta una cena con i parenti reazionari; un giovane accademico viene mandato a morire sul fiume Imjin; in uno scavo archeologico si intrecciano i destini privati di studenti e professori: Lively si affaccia sulla soglia di momenti da lei vissuti per creane altri, per farci toccare con mano la ricchezza straordinaria del mondo raccontato rispetto al mondo che possiamo conoscere e sperimentare.

non è la BBC

in quale altro paese al mondo un direttore generale si presenta tutto pimpante alla serata promozionale della nuova stagione televisiva accanto ai vari direttori di rete (tra cui il direttore di Rai Tre da lui mandato via su indicazione politica e reintegrato grazie a una sentenza) per poi lamentare pochi giorni dopo in un’intervista che il ricambio a cui lui puntava non gli è stato consentito? E in quale altro paese al mondo il direttore che deve lasciare il posto al suo predecessore va in una trasmissione radiofonica della stessa azienda a dedicare al direttore reintegrato una canzoncina da lui composta? Questo il testo della canzone, complimenti al direttore per l’ironia, ma per il resto c'è molto poco da ridere: "Ciao caro direttore reintegrato, non son triste io, che son trombato, per quello che sarà. Ciao caro direttore reinsediato tu sei allegro, ma un po' preoccupato per quello che accadrà. Ti lascio questo ufficio bellissimo rimpiango tutti i colleghi qua. Prendo il tuo ufficio bruttissimo la tua tranquillità. Da te certo l'atmosfera è più eccitante In coda c'è già un sacco di gente, quanta elettricità. Quaggiù ormai il mio telefono sai tace. Sono solo ma l'animo è più in pace. Quanta serenità.”

giovedì 24 giugno 2010

un uomo intraprendente

dalle Filippine dove si è trasferito per tre mesi, per stare vicino alla fidanzata conosciuta su internet, mio cognato ha scritto un messaggio di saluto in cui faceva riferimento all’inizio dei lavori. I contatti tra mio marito e suo fratello sono sporadici e superficiali. Alla parola “lavori” però è seguita una richiesta di spiegazioni e lui ha risposto che sta facendo scavare un pozzo per portare l’acqua potabile nell’isola. Mio cognato non è un filantropo, il pozzo è un investimento, fatto, immagino, con i soldi di mia suocera. Prima del pozzo c’è stato il negozio di blockbuster, poi convertito in bisca, e indietro nel tempo ci sono state la vendita di servizi finanziari e tutta una serie di iniziative affrontate con grandissimo entusiasmo iniziale e liquidate con sdegno altrettanto grande a distanza di mesi. Magari questa è la volta buona, magari lui diventa ricco come ha sempre sognato e io divento zia di un sacco di bambini filippini.

dialogo a distanza

Livio mi chiama per dirmi che ha letto il blog e ha pensato che attraverso questo non faccio che continuare a dialogare con mia madre, a tenerla aggiornata su me. Mi coglie di sorpresa, mi commuove, per fortuna sono sola in redazione e lascio che gli occhi mi si riempiano di lacrime. Anche Livio, che è il fratello di mia madre, si commuove; mi dice, è una cosa bella, si sente che per te c’è. Più ci penso e più mi convinco che ha ragione: con mamma di questo parlavo, dei libri che ci passavamo, dei film da vedere o non vedere, delle cose quotidiane, degli incontri fatti, di politica, di tutto. Era la mia fan più accanita e, quando occorreva, la mia detrattrice più spietata, c’è stata sempre per me e dialoghi così non si chiudono mai.

mercoledì 23 giugno 2010

non ho l'età

non ho l’eta che mi compete, non riesco a sentirmela addosso: allo specchio mi guardo di corsa la mattina e l’occhio miope contribuisce a una visione confusa di me, continuo a vestirmi come mi sono sempre vestita, le forze sono le stesse, al lavoro sono sempre al punto di partenza (dovrei ringraziare la rai, che non riconoscendomi alcuno status, mi fa sentire un’eterna apprendista, la Mondadori che da quasi dieci anni mi fa leggere e basta). Il problema nasce quando incontro gli Altri, gli Arrivati. Ieri per esempio mi ha fatto un effetto strano vedere l’amico di mia sorella, il suo compagno di scuola, con i capelli grigi e il camice. Io insistevo per pagarlo e lui, imbarazzato, ha detto, magari sarai tu a farmi un favore un’altra volta. Ma io non solo non ho l’età, non ho neppure un mestiere di qualche utilità.

martedì 22 giugno 2010

una paura tremenda

ieri alle cinque ho portato il figlio a fare la radiografia richiesta dall’ortopedico. Da qualche mese aveva un bozzo sotto il ginocchio che ogni tanto gli faceva male. Non ero del tutta tranquilla (quando mai lo sono?), ma neppure mi aspettavo che il dottore esaminasse con aria preoccupata le lastre e chiedesse una tac. Sono sbiancata; il figlio, che mi conosce meglio di chiunque altro, se n’è subito accorto e ho dovuto farmi forza per dissimulare l’angoscia che provavo. Ho deciso di chiedere aiuto a un caro amico di mia sorella che è un bravissimo ortopedico. Da Indianapolis mia sorella si è subito attivata e sono andata a dormire con il pensiero fisso alla telefonata da fare appena sveglia. Stamattina il marito è uscito presto per lavoro e mi ha chiesto di avvertirlo non appena fissavo l’appuntamento. L’ho odiato, ho pensato che se mi lasciava ancora una volta da sola tra noi non ci sarebbe più stato niente. Invece è subito corso dall’eur al Quisisana e non ci ha lasciati un momento. Abbiamo passato in clinica cinque sei ore: prima la visita, poi la tac, poi la risonanza magnetica. E’ arrivato anche papà e quando il figlio si allontanava con il tecnico per un esame, noi due ci ritrovavamo a piangere come due fontane, per poi asciugarci gli occhi e scherzare quando lui ritornava. Non hanno capito esattamente di cosa si tratta, vogliono rivederlo tra un mese con un’altra risonanza magnetica, ma hanno escluso le ipotesi peggiori, quelle che mi facevano impazzire di paura. Lui, un angelo: partecipe di tutto, preciso nel rispondere alle domande dei dottori, nessun lamento né proteste. Ora è al cinema a vedere Robin Hood con due amici, mentre io raccolgo i cocci di me. Sul cellullare ho trovato un messaggio della figlia: voglio tornare! odio questo posto. Mi è parsa quasi una nota umoristica.

domenica 20 giugno 2010

a Newbattle


un sole caldo e luminoso accompagna la nostra giornata. La figlia si sveglia sorridendo ed è insolitamente affettuosa, si vede che la prospettiva della vacanza senza genitori comincia a piacerle. La mattina passa tra una passeggiata in centro e l'attesa dell'autobus per Newbattle, entro in una libreria e mi incanto per una mezz'ora, mentre loro mangiano hamburger e patatine. Il college si trova in un parco immenso e molto curato, quando ci arriviamo è ancora deserto. Ci accolgono due ragazzi, uno dall'aria un po' più tonta che si occupa dell'animazione, uno molto carino che ci spiega tutto sulle attività e gli orari. Entriamo con la figlia nel dormitorio: ha una stanza e un bagno tutte per lei. Mettiamo in ordine le sue cose, un'ordine che non durerà. Arriva un altro ragazzo, anche lui solo; più tardi è atteso un gruppo di siciliani, alle cinque e mezza c'è la cena, poi giochi e alle undici a letto. Spero che si diverta, che parli inglese, che si depuri da facebook e che tra quindici giorni sia capace di trovare gli aerei giusti con cui tornare.

sabato 19 giugno 2010

secondo giorno in Scozia


pausa al bed and breakfast alle tre e mezza, dopo una mattina passata a visitare il castello e la National Gallery (piccola ma con bellissimi quadri da Raffaello a Van Gogh, da Botticelli a Cezanne, e gratuita!). I ragazzi si misurano le felpe di gap e H&M che si sono comprati, il marito casca addormentato all'istante. Io stanotte ho dormito a intervalli, ma più tranquilla che a Roma, mi sto convincendo che è una buona idea lasciare qui la figlia a incrementare il suo inglese e a sperimentare il suo senso di indipendenza che finora funziona solo ogni tanto e mai quando vorremmo noi. Il figlio si fa prendere da sporadici attacchi di gelosia perché ci sente protesi verso di lei, poi gli passa al pensiero che lui lunedì torna a Roma e non deve affrontare un college pieno di sconosciuti. Edimburgo è anche più bella di quanto mi aspettassi, insieme ordinata e sfrontata, con prati verdi, casette tutte uguali, donne dai capelli di tutti i colori, uomini grassi con la gonna, tanti e veloci autobus a due piani e taxi neri, poche macchine private, mille pedoni. Il tempo cambia in continuazione, esce il sole e fa caldo, vedi carni bianche scoperte; si annuvola, l'aria diventa gelida e compaiono giacche a vento e maglioni. Tra un po' ci lanciamo alla scoperta del porto.

Storie di una città


con questo promettente titolo Guanda ha pubblicato tre racconti degli scrittori scozzesi Alexander McCall Smith, Ian Rankin e Irvin Welsh. In realtà in queste storie di Edimburgo si parla poco e niente: vi sono semplicemente ambientate. Però sia il primo racconto, in cui si descrive l'amicizia che diventa amore tra un ragazzo indiano e la sua vicina di casa scozzese e l'ultimo, sulla fuga della tigre di un boss malavitoso, non sono niente male. Per vedere Edimburgo dovrò contare solo sul mio di sguardo.

venerdì 18 giugno 2010

Arrivo in Scozia

In un pub di Edimburgo tra canti di ubriachi davanti alla partita: è stata una bella giornata fresca e soleggiata, abbiamo camminato come matti. La città è piena di vita, noi siamo stanchi morti e ci sognamo la stanzetta sotto tetto che ci accoglie tutti e quattro in un bed and breakfast appena fuori il centro.

Resta con me


al centro di Resta con me, il romanzo del 2006 di Elizabeth Strout appena pubblicato da Fazi, c'è la figura del reverendo Tyler, un uomo a cui è crollato il mondo addosso. La giovane e amatissima moglie si è ammalata di cancro ed è morta, la figlia Katherine è diventata asociale, sua madre si è presa il compito di allevare la figlia più piccola. Elizabeth Strout ci fa sentire l'atroce stanchezza di Tyler, i dubbi che lo assalgono riguardo alla sua fede (il modello inarrivabile a cui si ispira è Bonhoeffer, di cui conosce a memoria gli scritti), ma anche riguardo al suo matrimonio su cui gravava la perenne insoddisfazione della moglie. La piccola comunità che, solo qualche anno prima, aveva accolto con entusiasmo il giovane e appassionato predicatore, gli si rivolta contro, usando l'arma del sospetto e della maldicenza. La storia è ambientata nel New England alla fine degli anni cinquanta. È insieme la ricostruzione precisa di un'epoca e l'evocazione di una vicenda senza tempo: l'espulsione da parte del gruppo dei pari di chi è diverso, di chi non è omologato. I libri di Elizabeth Strout sono uno più bello dell'altro.

giovedì 17 giugno 2010

Il padre dei miei figli


Un uomo affascinante, simpatico, colto, adorato dalla moglie e dalle tre figlie, si spara. Fa il produttore cinematografico e lo fa con immensa passione, crede in film difficili, accumula debiti su debiti. Quando si accorge che è sull'orlo del fallimento, non vuole chiedere soldi ai parenti ricchi, non vuole ammettere di aver sbagliato tutto. E' uno che agisce di impulso: questa è la sua maggiore forza e la sua maggior debolezza. Lo spettatore lo vede incupirsi: è un attimo, tira fuori una pistola dal cruscotto della macchina e si spara per strada. La regista Mia Hansen-Løve racconta poi con estrema parsimonia di parole e di lacrime il dolore delle sue donne, il tentativo della moglie di portare a termine i film iniziati, la volontà della primogenita di capire chi sia stato veramente suo padre, lo smarrimento delle due piccole che hanno perso il loro compagno preferito di giochi. Il suicidio non interrompe la corrente di amore che circola in quella famiglia e che si estende al mondo del cinema e a chi vi lavora: Il padre dei miei figli è un film originale che convince e commuove.

su un'isola

se come secondo lavoro non facessi la lettrice di libri per ragazzi, non mi capiterebbe di imbattermi in romanzi come Thirteen Pearls. Che non è un capolavoro, è un librino per adolescenti che tocca le corde giuste. In questi giorni di scarso impegno, tra una scartoffia e l'altra, potermi tuffare nel computer per approdare su un’isoletta australiana insieme alla protagonista è stato un sollievo. A Thursday Island, Edie, che ha accettato un lavoro estivo di babysitter, trova un bambino pieno di problemi, un posto sporco e bruttarello, ma anche due splendidi ragazzi che sono lì per pescare perle e guadagnare qualcosa come lei. Così per un’oretta almeno non sono più stata una redattrice stanca dalle scarse prospettive, ma una ragazzetta a cui è capitata la più grande fortuna al mondo, quella di trovarsi a passare le serate con due tipi fichissimi e anche intelligenti, entrambi attratti da lei, se non altro per mancanza di concorrenza. Non so chi sia Melaina Faranda, ma le sue pagine mi hanno distratto e fatto sognare. (Se poi sia normale a quarantasei anni quasi quarantasette immedesimarsi in una diciassettenne di carta questo è un altro discorso.)

mercoledì 16 giugno 2010

storie aziendali

per il secondo anno la rai bandisce un premio letterario riservato ai dipendenti: uno scrive un romanzo, lo manda a NarreRai e partecipa a un concorso. Io so cosa vorrei mandare a NarreRai, ma non per vincere un premio, solo per avere la soddisfazione di essere letta dalla commissione giudicante. Se io avessi il talento di Saviano scriverei un Gomorra radiotelevisivo, una storia per capitoli dei mal trattamenti che l’azienda infligge a chi lavora per lei. Non so se ci sia un altro posto dove le persone invece di progredire nella stima dei capi, nel tipo di mansioni, nella retribuzione, fanno continui passi indietro. Prendi la storia di Jane, per esempio. Lavora per anni come consulente al progetto bello e importante dell’inglese per i bambini attraverso la tv; poi subisce una decurtazione dei compensi e diventa programmista; poi il progetto si arena e lei deve accettare un contratto per un canale fatto di materiali d’archivio; poi lì le si fa capire che non essendo protetta dall’anzianità del bacino e soprattutto dalle logiche di clan nessuno le garantisce nulla. Sono certa che troverei centinaia, migliaia di racconti analoghi e peggiori in ogni settore della rai. Altro che NarreRai: meglio TradiRai, OffendeRai, StremeRai.

martedì 15 giugno 2010

a Edimburgo

lei è serena come una pasqua, io comincio ad avere gli incubi di notte. Faccio finta di essere una madre moderna, di sapere il fatto mio, dentro sono agitata da terrori di ogni tipo. Non so nulla del college scozzese in cui mando la figlia, ho solo preso per buona la segnalazione da parte del cts e mi sono lasciata influenzare dalle foto di una biblioteca antica e di una scala che sembra uscita da un film di Harry Potter. Come sia frequentato questo posto, chi siano professori, quanto sia il tempo libero a disposizione dei ragazzi sono tutte domande che potrò porre domenica direttamente alla direttrice, ma a quel punto sarà troppo tardi per un ripensamento. Anche io sono andata a quattordici anni in Inghilterra la prima volta, ma sono partita da Roma con due amiche e un gruppo organizzato. E poi io ero abituata a non lamentarmi mai con i miei, a fare la voce allegra al telefono, ostentando sempre e comunque tranquillità. Lei, se poco poco si annoia, mi darà il tormento e se si diverte troppo mi farà tremare. Per consolarmi penso a mia nipote che a sedici anni ha affrontato sei mesi di college a Singapore, e alla diciassettenne protagonista del libro australiano che mi ha mandato la Mondadori che va su un'isola a fare la babysitter per costruirsi una barca con cui partire da sola... Edimburgo dovrebbe essere la prima tappa del suo cammino per diventare cittadina del mondo; al momento è al massimo cittadina di Roma nord, aspirante pariolina, prospettiva che più stretta non si può.

lunedì 14 giugno 2010

voci immigrate

che oggi fosse la giornata mondiale del rifugiato l'ho scoperto ascoltando radiotre: ogni programma era condotto da una persona di origine diversa da quella italiana. Non ho sentito molto, una mezz'oretta per andare al lavoro (una signora uruguaiana parlava di musica), una mezz'ora per tornare (un immigrato di Sri Lanka raccontava di essere stato dieci anni in fabbrica a montare motociclette prima di perdere il lavoro, arrivando a temere per il permesso di soggiorno; a seguire ho sentito l'inizio dell'intervista di uno scrittore argentino a una Valeria Parrella particolarmente ilare). Tutti stranieri mi è parsa un'iniziativa bella e generosa, utile anche a scompaginare lo schema un po' rigido delle rubriche radiofoniche. Sarebbe bello rifare l'esperimento, magari senza la tutela dei "conduttori ufficiali" e senza bisogno di una ricorrenza speciale.

voglia di fuga

da venerdì pomeriggio il pensiero di una fuga dalla rai non mi ha mai abbandonato. Non una fuga definitiva, giusto una pausa d’estate lontana dall’atmosfera decadente della dear. A scatenare questo desiderio è stata la telefonata delle cinque di venerdì di Chiara, anzi di MariaTeresa che mi ha passato Chiara (lei ama le gerarchie e ama darsi un tono). Il messaggio era che oggi, lunedì, dovevo andare al Salario (la sede più orribile della Rai, in un luogo desolato e trafficato) dalle sedici a mezzanotte con diciassette beta da riversare per togliere in testa e in coda la sigla con il nome di Minoli. L’ho fatto (me la sono cavata in due ore, scrivendo le etichette e lasciando il montatore libero di guardarsi le partite) ma prima di farlo sono andata dal mio capo e gli ho annunciato il proposito di prendermi luglio di aspettativa (ricevendone in cambio un’implorazione a restare). E’ strano, al cciss viaggiare informati ho passato dieci tostissimi mesi tra un lavoro che non capivo e persone che non capivano me, però ho resistito a tutto. Ora non ho voglia di resistere a piccoli soprusi quotidiani e non vedo di fronte a me grandi obiettivi. Forse dovrei proprio prenderla questa mini aspettativa e cercare di ricaricami.

domenica 13 giugno 2010

A Dio spiacendo


sull’onda dell’entusiamo per Il lamento del prepuzio sono corsa a comprarmi i racconti di Shalom Auslander dal titolo A Dio spiacendo. Qui tornano i temi di quel romanzo geniale: ebrei in lotta con Dio e i suoi precetti, incerti tra la paura della punizione e il gusto della sfida. La capacità di Auslander di trattare in modo scherzoso anche gli argomenti più seri raggiunge un vertice in 'Dritte sull’Olocausto per ragazzi': film e conferenze sullo sterminio nazista inducono il giovane io narrante a elaborare fantasiose strategie di resistenza mutuate dai film d’azione americani, nel caso in cui la persecuzione dovesse ripetersi. Due criceti in gabbia attribuiscono poteri divini al loro padrone; un ragazzino che ha appena scoperto la masturbazione si sente osservato da Dio attraverso il suo cane; un uomo viene perseguitato per aver trovato antichissimi testi sacri con su la scritta “quanto segue è un’opera di fantasia”: Auslander si sbizzarrisce a esaminare i rivolti più grotteschi del fenomeno più inviolabile della civiltà umana, quello della fede in un essere supremo.

compensi e titoli di coda

da quando si è cominciato a parlare di questa scemenza dei titoli di coda dei programmi rai con i compensi dei conduttori, la gente non fa che dire, hai visto quanto guadagna quello, quanto è pagata quella, di questi tempi, con i nostri soldi... Quindi l’effetto di screditare personaggi noti e indurli, se possono, a fuggire dalla rai è stato raggiunto. C’è un’azienda in grado di tutelare la loro riservatezza e di pagarli quanto vuole. Peccato che sia del presidente del consiglio, come quasi tutto ora in Italia.

sabato 12 giugno 2010

Fratelli d'Italia


Fratelli d’Italia è un documentario-documentario, non una docu-fiction, né una serie di storie raccontate sotto la forma di documentario. Alin, Masha e Nader sono tre ragazzi presi dalla realtà: le loro giornate sono spesso inconcludenti, i loro discorsi ripetivi, i loro incontri scarsamente significativi. Vanno alla stessa scuola, un istituto commerciale di Ostia: il primo è romeno, pensa più al motorino che allo studio, ha una fidanzata del suo stesso paese, in classe nessuno capisce cosa ha in testa; la seconda è bielorussa, è stata adottata, ha ritrovato il fratello, vorrebbe ricontrarlo tornando nel suo paese; il terzo è egiziano e si atteggia a naziskin, frequenta una ragazza italiana, fa disperare la madre ultrareligiosa. Illustrando con estrema naturalezza queste tre vite, Claudio Giovannesi illustra un pezzo d’Italia. I nuovi italiani sono come i loro coetanei, con solo qualche problema in più. Più incisivo dell’artificioso La classe di Cantet. Da far vedere e commentare nelle scuole.

Il segreto dei suoi occhi


non ci si annoia a vedere il fim argentino Il segreto dei suoi occhi. Inizia con un delitto efferato, racconta la lunga e avventurosa indagine che ne segue, mette in scena un ufficio giudiziario in cui i buoni, amici fraterni tra loro, fronteggiano superiori cinici e corrotti, sullo sfondo c’è un amore impossibile fatto di sguardi e mezze parole che dura negli anni. Non manca neppure l’intento di denuncia, l’accenno all’uso di detenuti per uccidere gli oppositori al regime. Tutti gli ingredienti giusti al posto giusto: un po’ di orrore, un po’ di humour, un po’ di suspence, un po’ di passione, un po’ di rimpianto, un po’ di filosofia, un po’ di politica. Come il best seller spagnolo L’ombra del vento, con cui questo film ha più di un punto di contatto, Il segreto dei suoi occhi lascia dentro qualche scena riuscita (l'interrogatorio del colpevole incastrato dal suo stesso machismo, l'inseguimento nello stadio, il treno che separa i due innamorati), qualche battuta felice e nulla più.

venerdì 11 giugno 2010

la prof di matematica

l’altra sera alla cena in pizzeria per la fine dell’anno scolastico la prof. di matematica del figlio raccontava che è vicina ai 35 anni di servizio e che guadagna 1.600 euro al mese. Le mancava uno scatto che le avrebbe dato duecento euro in più, ma non lo farà mai per via della manovra economica, dei tagli che riguardano solo i dipendenti dello stato. Mentre si rammaricava pensando alla pensione decurtata, ha cominciato a esporci i suoi prossimi progetti: portare i ragazzi a Amsterdam per il progetto Comenius, partecipare con le classi a non so che gare, e poi l’orientiring, l’astronomia… Gente così andrebbe premiata, non mortificata.

Tutto il giorno è sera


prima di partire per la Malesia, cercando narrativa ambientata in questo paese, mi ero imbattuta in Evening is the Whole Day, opera prima di Preeta Samarasan, in corso di traduzione presso Einaudi. Non c’era tempo di ordinare il libro in inglese e ho rimandato la lettura al dopo viaggio. Tutto il giorno è sera (che alla fine ho letto nella bella versione di Anna Nadotti e Federica Oddera) è un romanzo molto coinvolgente. Samasaran parte da un momento particolare nella vita di una famiglia malese di origine indiana: la figlia maggiore, avvolta in un cupo mutismo, sta per partire per un college americano; la serva che accudiva la vecchia nonna viene cacciata di casa, tra lo scherno della padrona e la perplessità dei due figli minori. Tutto il resto della narrazione ruota intorno a questi due eventi, sviluppandosi per cerchi concentrici, ora più stretti ora più larghi, in modo tale che il lettore solo alla fine riesce a farsi un’idea di quello che è successo davvero all'interno della Grande Casa. Il punto di vista prevalente è quello di Aasha che ha sei anni, fantasia e sensibilità scatenate. Aasha registra i turbamenti della sua famiglia funestata dalle correnti di odio tra madre e padre. Ognuno degli attori di questa tragedia è scandagliato in profondità: il padre, un avvocato colto e idealista che sposa la vicina, colpito dalla sua bellezza e dalla sua povertà, e si ritrova accanto una donna frigida, astiosa, murata nel lusso; la madre che impazzisce di solitudine in casa propria; lo zio buono a nulla, simpatico e brillante; la nonna, che si consuma nella guerra con la nuora; e infine il meraviglioso, angosciosissimo personaggio della serva, Chellam, vittima predestinata, afflitta da un padre ubriacone, dalla cattiva fama, dalla superstizione, da sogni impossibili, da una smisurata fame di amore. C’è tutta la Malesia in questo libro, la sua storia recente, il suo misto di popolazioni, la sua modernità e i suoi retaggi culturali, ma c’è anche l’eco dei grandi romanzi ottocenteschi. Qualche passaggio narrativo non convince del tutto, soprattutto verso la fine, qualche figura (come il padre di Amma) sparisce dalla scena senza un perché, ma nel complesso Tutto il giorno è sera si legge con avidità e si fatica a lasciare una volta finito.

giovedì 10 giugno 2010

nel traffico

mentre ero nel traffico dello svincolo sotto la tangenziale mi sono messa a pensare come sarebbe stato l’incontro tra mia madre e mia figlia. Apparentemente non ho conosciuto due persone più diverse. Mamma non conosceva vanità, odiava gli specchi, le fotografie, non si truccava, non le importava di come si vestiva; nella mia difficoltà a piacermi, nella mia insicurezza nel pormi c’è sicuramente un riflesso di questo modello femminile quasi monacale. Mia madre non ha fatto in tempo a conoscere l’evoluzione di mia figlia. Da piccola era un maschiaccio, mai giocato con una bambola, mai voluto un vestino o delle scarpette vezzose. E’ passata dalla salopette alle scarpe con il tacco, dalla maglietta scolorita allo scollo vertiginoso. Eppure qualcosa hanno in comune la mia piccola vamp e l’austera nonna scomparsa: un certo spirito ribelle, il senso dell’humour, l’imprevedibilità. Mi manca mamma, mi mancano le chiacchierate e le discussioni con lei, mi manca la sua capacità di capirmi al volo, di smontarmi, di ridarmi fiducia e forza di andare avanti.

mercoledì 9 giugno 2010

iononcapisco

io non capisco come possa il presidente del consiglio dire che questa costituzione è vecchia, è cattocomunista e gli impedisce di governare. Io non capisco come possa il direttore generale della rai agire in palese contrasto con gli interessi della sua azienda. Non capisco come tutto ciò succeda sotto i nostri occhi e noi facciamo finta di niente e andiamo avanti.

martedì 8 giugno 2010

nubi sulla cena

ieri sera ci siamo finalmente ritrovate intorno a un tavolo, io, Jane, Giulia e Viviana. Non eravamo a cena insieme dalla sera in cui si erano rotte le acque a Giulia, sembra facile vedersi ogni tanto e invece è difficilissimo ora che non lavoriamo più insieme. Giulia ci ha portate in un ristorantino semideserto dove però si mangiava bene. Il cameriere straniero che ci importunava con scherzetti scemi, tutto sommato era la nota più allegra, noi eravamo tutte un po' meste. Su tutte, in varia misura, incombe il problema del lavoro. Io, che sono la più vecchia del gruppo, sono l'unica assunta; a Viviana hanno ventilato la possibilità di entrare come amministrativa (la morte civile: prima studi lingue, diventi una maga del computer e poi finisci a fare le buste paga degli altri); Giulia teme contratti onerosi dal punto di vista dell'orario perché il bambino è piccolo; Jane è la più inguaiata (anni in rai come consulente non le valgono come anzianità). Mi hanno regalato un bellissimo lume a con una base di finto corallo e dei pesciolini appesi, il mio compleanno è a settembre, ma ci vediamo così poco....

il futuro della costituzione

oggi all’auditorium c’era una manifestazione dal titolo Noi… il futuro della Costituzione che abbiamo ripreso come rai educational. Partecipavano diciotto scuole di Roma e provincia, dalle elementari ai licei: lo scopo era quello di mostrare i lavori che avevano fatto ispirandosi agli articoli della Costituzione. Pensavo di trovare l’atmosfera sbrindellata dei saggi di fine anno e mi sembrava assurda la scelta di mescolare i bambini di sei anni con i ragazzi di diciotto. Mi sono ritrovata con gli occhi umidi a battere forte le mani. C’era un po’ di tutto: dal concerto di musica classica alla versione rock di Fratelli d’Italia, da diapositive sui bambini denutriti dell’Africa a monologhi teatrali, dai tamburi di pace alla danza del ventre. A commuovermi è stata l’atmosfera, l’entusiasmo con cui venivano accolte le esibizioni, i bambini impazziti per la rock band, i grandi che incoraggiavano i bambini. Dietro ogni messainscena, anche la più debole, si vedeva il lavoro degli insegnanti, la loro dedizione alla causa dell'incivilimento. Si parlava di diritti e doveri, politica, impegno, libertà, giustizia: avevo bisogno di sentire queste parole sulla bocca di ragazze e ragazzi. Come tutta rappresentanza il ministero della pubblica istruzione ha mandato un ispettore.

lunedì 7 giugno 2010

Santoro scatenato

stamattina ho seguito la conferenza stampa di Santoro. Per la prima volta mi sono trovata d’accordo con lui praticamente su tutto. Santoro ha chiesto una cosa molto semplice: la conferma che la Rai sia interessata al suo programma per l’anno prossimo. L’alternativa per lui è l’uscita dall’azienda e uscendo ha tutto il diritto di trattare strenuamente in termini economici. Accanto a lui c’era il direttore di Rai Due, lo stesso che a settembre per farsi bello agli occhi del padrone aveva preso le distanze da Anno Zero. Ora che viene dato per sostituito a breve ci teneva a presenziare la conferenza e a vantare i risultati della trasmissione in termini di ascolto. Quando gli hanno chiesto se lui la rifarebbe, si è appellato al volere della direzione generale. Chi gliel’ha fatto fare a Liofredi di rivelarsi in tutta la sua pochezza? Santoro ha detto sulla rai cose tristissime e verissime: che sta toccando il suo punto più basso in tanti anni, che non è più servizio pubblico, che somiglia sempre di più a mediaset, ma ha molti più vincoli, che al suo interno non si può valorizzare nessuno, che si ricorre a format esterni per poter addomesticare meglio i programmi. Si è scagliato soprattutto contro il PD, fermo, impantanato, incapace di far sentire la sua voce, di opporsi alla censura dilagante. Ha raccontato il clima di intimidazione nel quale ha lavorato in questo ultimo anno, tra mille ostacoli burocratici, la minaccia di dover rispondere da solo alla magistratura nel caso di querele, senza alcun tipo di gratificazione per i risultati ottenuti. Quanto al discorso sui suoi compensi, al solito non appena uno si oppone, parte la campagna per screditarlo, e giù con Sant'Oro e tutti quei begli argomenti che da Libero e dal Giornale arrivano fino a Repubblica e al Corriere. Infine ha rievocato la rai di Guglielmi e rivendicato il suo diritto a resistere dall’esterno se all’interno non lo può più fare. Un ragionamento ineccepibile.

domenica 6 giugno 2010

Fruttero e Fazio

Pensavo che Che tempo che fa fosse finito, come è finito quasi tutto in tv. Stasera invece ho avuto una bella sorpresa: una lunga chiacchierata di Fazio con Carlo Fruttero realizzata a casa di questo. Fruttero è un bellissima persona, un conversatore brillante, un uomo ironico, affettuoso e incapace di darsi arie. Ha rievocato il mutismo di suo padre, che amava passeggiare a lungo con lui bambino senza dirgli nulla; ha raccontato l’incontro con Lucentini, la scoperta che li facevano ridere le stesse cose durante le riunioni in casa editrice; ha descritto lo zapping notturno tra i libri più amati; ha espresso un po’ di rammarico perché le figlie non hanno ereditato il suo amore per la poesia. Poi è entrato nel salotto Pietro Citati, tutt’altro uomo, tutt’altro intellettuale, uno che ha un’altissima opinione di sé e ama ascoltarsi. Eppure, come contagiato dalla freschezza del suo vecchio amico, anche Citati è sembrato quasi umano. Mi mancherà questa televisione.

sabato 5 giugno 2010

all'indietro

oggi venendo in treno a Sperlonga con la figlia mi è capitata una cosa stranissima: il treno si è messo a viaggiare all'indietro. E' successo che chi guidava ha saltato la stazione di Priverno. Qualcuno deve averglielo fatto notare (moltissimi passeggeri erano lì diretti) ed è cominciata una lunga e penosa marcia indietro. La gente non sapeva se ridere o piangere, si temeva che qualche altro treno potesse speronarci, si scherzava sull'anomalia della situazione. Quanto mi piacerebbe sapere che cosa è passato per la testa del capotreno quando ha saltato la fermata. Era in un delirio di felicità perché la donna che amava aveva risposto al suo sms, in piena disperazione perché era stato appena lasciato, gli avevano comunicato che aveva una terribile malattia, aveva appena deciso di cambiare vita, sua moglie era incinta di cinque gemelli, gli era morto il cane? Che bello spunto per un racconto, il treno che comincia ad andare all'indietro.

Fare scene


Fare scene, l'ultimo libro di Domenico Starnone è diviso in due tempi. Il secondo è la storia di uno sceneggiatore alle prese con un regista insicuro, un produttore stressato, una giovane collega abilissima nel capire cosa piace alla gente. Un ritratto efficace che ricorda certe pagine del romanzo Spavento. Ma a piacermi molto è stato il primo racconto, che presenta uno Starnone bambino invaghito del cinema, dei suoi attori, delle sue trame, ma anche degli odori della sala, del buio ricco di concentrazione. E’ una storia familiare raccontata con una lingua che mi commuove perché è la lingua della mia infanzia, la lingua di mia madre, un italiano in cui affiorano termini napoletani non per vezzo ma per necessità. In 80 bellissime pagine Starnone riporta in vita il padre ferroviere e pittore, la madre sarta, la nonna che aveva un debole per lui e si sobbarcava il compito di accompagnare al cinema i ragazzi perché non dessero fastidio in casa. Domenico scopre presto che i film e i libri costituiscono una valida alternativa alla realtà confusa, contraddittoria e inconcludente. Chi fa questa scoperta contrae un morbo che non se ne va più, e che solo un uso smodato di storie in formato letterario o cinematografico può aiutare a tenere sotto controllo.

venerdì 4 giugno 2010

caratteri a confronto

mia sorella si è da poco trasferita a Indianapolis (mantenendo il suo lavoro di prima) e già si è fatta apprezzare. Oggi mi ha mandato il giudizio che ha scritto su di lei una tipa dell’ufficio: ‘Isabella is a joy to work with, she always has a smile on her face and a "how can I help" attitude’. Mi è tornata in mente la faccia stupita di mia madre quando andava a parlare con i suoi professori, che erano stati anche i miei. Mamma pensava che avrebbero fatto dei confronti tra la mia bravura e la sua attitudine spensierata, mentre i prof si limitavano a farle i complimenti per il buon carattere di Isabella. Io non avevo e non ho sempre il sorriso sulla faccia, né un atteggiamento “how can I help”. Diciamo che sono una gran rompipalle.

due padri

sul Venerdì di Repubblica di oggi c’è la foto di Tommaso, un mio compagno di università, con il suo amico e i loro due bambini. Che Tommaso fosse gay l’ho scoperto anni dopo averlo incontrato, leggendo di lui su un giornale; poi un giorno per caso ci siamo incontrati sulla spiaggia e mi ha presentato Franco e la loro figlia. Non ci vedevamo da anni, non mi ha chiesto quasi nulla di me; mi ha spiegato per filo e per segno come era nata la bambina. Sono andati in America (poi ci sono tornati per avere il secondo), hanno scelto su un catalogo la donatrice di ovuli e su un altro la portatrice. Con una delle due donne sono rimasti in contatto, spedendole le foto della bambina una volta cresciuta. Quello che mi aveva colpito era stato l’evidente desiderio di condividere con altri la propria scelta, di affermare il proprio diritto alla felicità familiare. Oggi vedendo sul giornale la foto di loro due con carrozzina e passeggino ho provato lo stesso disagio: non per come hanno fatto i figli (anche le coppie eterosessuali fanno i salti mortali per procreare); e non per il fatto che li alleva una coppia gay (sono sicuramente due padri affettuosi e attenti), ma perché sentono il bisogno di esibire la loro prole, di rivendicare un principio attraverso di essa. Io credo che un bambino sia un bambino, non un trofeo, qualunque battaglia ci sia dietro.

giovedì 3 giugno 2010

prima della fine

ore quindici, il capo ci convoca nella sua stanza. Sembriamo un gruppo di reduci. Ci intrattiene a lungo sulle carriere bloccate in rai, sul suo desiderio di mollare tutto, di tornare in Abruzzo anche a prezzo di rinunciare ai suoi sogni di gloria, ci pensate, andrei in palestra tutte le sere, mangerei quello che cucina mia moglie. Per ora però resisto, lo faccio per me e per voi. E' una chiamata alle armi, c'è un cadavere da tenere in vita ancora un po' e questo cadavere si chiama rai scuola. Daniela se ne esce con una propostona: impegnamoci al massimo, inventiamo un meraviglioso palinsesto con il meglio di rai educational delle passate stagioni, poi magari i nostri sforzi saranno premiati e rai scuola tornerà sul digitale e se ciò non avverrà almeno ci avremo provato. Tutti i reduci si lasciano contagiare dal suo entusiasmo, tutti meno uno.

bella ciao

uno dei motivi, se non il motivo principale, per cui ho iscritto i figli alla scuola media di Prati è che lì c’è una brava preside, una persona colta e dinamica. Mi ha molto stupito leggere sul giornale di ieri la storia che la vedeva protagonista. Gli alunnni del coro della scuola sono stati invitati a esibirsi di fronte a rappresentanti del ministero della pubblica istruzione. In chiusura i ragazzi hanno intonato fuori programma Bella ciao. Il giorno dopo la preside ha scritto una lettera ai genitori dei ragazzi per condannare questa iniziativa, giudicandola deplorevole, irrispettosa, scorretta e di cattivo gusto. Quando mia figlia era in quel coro, Bella ciao gliel’ho sentita cantare più di una volta. Io non credo che la preside sia contraria a quella canzone, credo che sia semplicemente terrorizzata all’idea di venire etichettata come una pericolosa sovversiva. Quando si è trattato di denunciare i limiti della “riforma” Gelmini, lei non si è tirata indietro, quando ha dovuto denunciare la mancanza di fondi che strozzava le attività extradidattiche, l’ha fatto pubblicamente. Probabilmente temeva che tutti i suoi sforzi avrebbero potuto vanificarsi per la bravata di un gruppo di coristi. Ma è una bravata intonare un canto partigiano? Ai tempi del berlusconismo dominante può diventarlo, così come buone presidi possono diventare presidi sotto smacco.

mercoledì 2 giugno 2010

in fila al museo

del Maxxi, il nuovo museo di arte contemporanea dell'architetta irachena Zaha Hadid, ho seguito la lunga gestazione, abitandoci a un isolato di distanza. Accanto alla brutta chiesa con mosaici e al glorioso cinema Tiziano, dove si vede male, si sente male, ma passano tutti i film della stagione, prima c'erano solo caserme. Abbiamo visto per anni il cantiere che nascondeva il museo, poi sono emerse le linee ardite della sua struttura di vetro e di cemento. Qualche giorno fa c'è stata l'inaugurazione e la strada, di solito molto tranquilla, era diventata impraticabile. Ieri ho prenotato on line quattro posti, poi via via ho esteso l'idea a Stefano, a Paolo, a mio padre e Virginia. Alle tre non c'era molta gente, ma verso le cinque era un delirio, un lunghissimo serpentone occupava il piazzale di fronte al museo: famiglie, giovani, anziani, un po' di tutto. Un'atmosfera allegra, da festa. Il museo mi è piaciuto moltissimo, il suo unico difetto è che è molto grande e a volerlo visitare tutto, passando da una mostra all'altra, ci si stanca e ci si confonde un po'. Ma la cosa più bella è stato vedere tutte quelle persone disposte a stare in fila per vedere un nuovo pezzo di Roma. Non esiste solo un'Italia inebetita e televisiva.

martedì 1 giugno 2010

Berlusconi a Ballarò

in quale altro paese al mondo il presidente del consiglio chiama una trasmissione per insultare un giornalista e un esperto di sondaggi, cita un suo sondaggio secondo cui la sua popolarità è al 60% e poi attacca il telefono, come un bambino che fa gli scherzi telefonici? Umberto Eco sull'Espresso sottolinea come il nuovo populismo mediatico di Berlusconi sta trasformando l'Italia passo dopo passo per dosi omeopatiche. Non ci stupiamo più di nulla. Quanto durerà ancora raitre? Per ora ha due direttori, il che significa che nessuno decide. A chi giova tutto ciò?

invidia

dopo essere stata cacciata dal giardino dell’Eden, Eva ha mai pensato di chiedere a Dio di esservi riammessa? E Lui che avrebbe fatto se lei gli avesse rivolto questo appello? Devo essere fuori di senno perché mentre rimuginavo su quanto mi ha detto oggi Giulia (una delle tre Giulie che mi sono molto care) ho visto il paradiso e lì fuori dai suoi cancelli c’ero io, che lanciavo occhiate meste verso l’interno. La premessa: stamattina alla radio ho sentito Anna Maria Giordano che dal Senegal parlava di infibulazione. Stretta in una morsa di pura invidia, mi sono detta, Anna Maria è in Africa per radiotre e tu stai andando alla dear a fare non si sa che cosa. Quando ho raccontato questo a Giulia, aggiungendo, darei mille ore di comparsate in tv per dieci minuti alla radio, lei mi ha detto, e chiediglielo! Mettiti l’orgoglio sotto le scarpe, chiamalo e chiediglielo. Che ci perdi? Allora: prima di tutto gliel’ho già chiesto due volte, tra una volta e l’altra sono passati dieci mesi e tutte e due le volte ero disperatissima, ma lui non si è smosso, né in nome dell’antica amicizia, né in considerazione della mia passione per i libri, né per evitarmi il triste destino a cui sarei andata incontro se lui mi avesse voltato le spalle. Certo, allora non era direttore… La verità, come sostiene Giulia, è che ho bisogno di pensare che da qualche parte c’è il posto perfetto per me e, aggiungerei io, che io sono perfetta per quel posto.