venerdì 30 luglio 2010

dieci comandamenti per lo scrittore felice

quando finisco di leggere un libro per mondadori, prima di scrivere la scheda, di solito cerco notizie sul suo autore. Così oggi mi sono imbattuta nel sito di Nathan Bransford, che si definisce agente letterario e scrittore e ha un'aria da ragazzone sportivo. Il suo libro Jacob Wonderbar and the Cosmic Space Kapow è un po’ sconclusionato ma divertente: tre dodicenni vivono un’avventura spaziale incontrando scienziati pazzi, principi che si fingono bucanieri, supplenti in attesa di scendere sulla Terra, navicelle parlanti e altre amenità. Ma a colpirmi sono stati i dieci comandamenti per lo scrittore felice che ho trovato sul suo sito e qui vi riporto. Niente di straordinario ma molto buon senso.
1. Godetevi il presente
2. Conservate la vostra dignità
3. Prendete coscienza di ciò che è fuori dal vostro controllo
4. Non trascurate i vostri amici e la famiglia
5. Non lasciate il vostro lavoro quotidiano (hai capito Vittorio? L’aspettativa va bene, ma poi si torna)
6. Tenetevi informati sui cambiamenti dell’industria editoriale
7. State in contatto con altri scrittori
8. Evitate di essere gelosi degli altri
9. Siate grati di ciò che avete
10. Continuate a scrivere

raffreddore estivo

dall'altra sera sono preda di un mega raffreddore: naso che cola, occhi impastati, tosse, un piacevole senso d'intontimento. Stamattina ho preso pure la pioggia aspettando a lungo l'autobus per venire fin qui. Abbandono (ancora provvisoriamente ma da mercoledì per due settimane)la mia confortevole cella di isolamento, prendo il treno alle quattro e al mare mi aspetta un assembramento familiare che un po’ mi sgomenta. Domani si festeggia l'ottantunesimo compleanno di papà, saremo una quindicina, tutti da me. Ce la posso fare ad affrontare questo bagno di folla? Sono così raffreddata...

giovedì 29 luglio 2010

Spiaggia libera tutti


raccontare la propria terra, il litorale basso pontino, e insieme raccontare di sé, delle sorelle, dei genitori, dei nonni, dei cugini, degli amici e dei conoscenti che in provincia sono tanti: questa l’impresa che si assume Chiara Valerio in Spiaggia libera tutti. Un libro che un po’ mi è piaciuto (descrive molti luoghi che conosco, rievoca con emozione momenti di infanzia e adolescenza), un po’ mi ha deluso: sembra scritto di corsa, a stento riletto, la lingua è un amalgama di espressioni auliche (“le feste dell’Unità a Scauri erano ancipiti” “il gusto lisergico di pollo e peperoni”) parole alla moda (come l’aggettivo “ficcante” che io trovo bruttissimo) similitudini mal riuscite ("capelli lunghi e lisci come gambe"); ogni argomento è appena accennato (a Fabrizia Ramondino, sono dedicati ben tre capitoletti ma in fondo non si dice altro di lei che viveva a Itri ed è morta a mare). Integrare la propria memoria e quella familiare con dati storici, episodi di cronaca nera, aneddoti vari, interferenze letterarie per restituire il sapore della vita in provincia è un bell’intento, ma si poteva fare di meglio.

Il solista


Steve Lopez, un giornalista del Los Angeles Times in crisi d’ispirazione, incontra sotto la statua di Beethoven un barbone che suona un violino con due corde. Scopre che era un promettente musicista iscritto alla Julliard, poi è impazzito ed è andato a vivere per strada: raccontando la storia sul giornale fa dell'uomo un personaggio e insieme rilancia la sua rubrica. Il film di Joe Wright, ispirato al libro di Lopez, descrive in modo prevedibile e retorico l’amicizia tra i due, il tentativo del giornalista di salvare il suonatore, l'accettazione della diversità. Una recitazione tutta smorfie e gesti enfatici, dialoghi di una banalità sconcertante, la Los Angeles degli homeless già stravista al cinema, scontatissime inquadrature di uccelli in volo a tempo di musica, intermezzi comici di dubbio gusto (il protagonista che lotta contro i procioni nel suo giardino, innaffiandosi con l’urina di coyote: eppure qualcuno al cinema rideva). Da evitare.

mercoledì 28 luglio 2010

Easter Parade


“Né l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori”: in Easter Parade Richard Yates racconta la storia di due sorelle, che come tutte le sorelle del mondo non smettono mai di confrontarsi tra loro, di paragonare le proprie scelte. Sarah, la prima, si tuffa in un matrimonio precoce e finge per anni che il suo Toby, bello come Laurence Olivier, non sia un ubriacone manesco; Emily, dopo aver perso la verginità con un soldato in un parco, ha una serie di amori infelici vissuti con piena consapevolezza (dal filosofo impotente al bisessuale, dal poeta in crisi d’ispirazione a un uomo innamorato dell’ex moglie). Sarah perde appresso ai tre figli e alle fatiche domestiche la forza di perseguire le sue ambizioni letterarie; Emily si laurea con una borsa di studio, lavora in pubblicità e a cinquant’anni resta disoccupata. Sulle due donne aleggia fino alla fine il fantasma dell’incorreggibile madre: sciocca, vanesia, alcolizzata, incapace di amare. Yates ha un incredibile talento nel raccontare la fine delle illusioni: Emily che impreca contro l’ipocrisia del figlio prete di Sarah è un gran finale.

in ufficio

alla dear le pareti sono molto sottili. Nella mia stanza regna il silenzio, in quella accanto invece ci sono quattro persone che ogni mattina intavolano argomenti di nessun interesse. Discutono, discutono, per il gusto di darsi addosso. Oggi l’argomento è il medico della mutua, un altro le vacanze, un altro ancora i politici. Sul lato opposto confinavo con un donnino ringrinzito che si era meritato il soprannome di nonna di Barbie. Aveva un’aria spettrale, magrissima, lunghi capelli biondi spezzati, vestitini attillati e tacchi alti. Dalla sua stanza veniva il rumore del televisore sempre acceso; quando la porta era aperta di intravedevano buste di plastica ovunque. Quando è morta, l’anno scorso, ci hanno messo un sacco di tempo a svuotare l'ambiente. Magari si dimenticano di me e divento io la nuova barbona della dear.

Glee


ho scoperto questa serie americana al fiction festival di Roma. Forse a tv talk ne abbiamo parlato, ma ero distratta. Ora nei miei pigri pomeriggi tutta sola qui in dear mi divoro gli episodi in videostreaming. C’è Will, che è un insegnante di spagnolo, giovane, carino, idealista: ha deciso di risollevare le sorti del Glee Club, il gruppo di canto e di ballo del suo liceo. Ad esso aderiscono un ragazzo in sedia a rotelle; una tipa che assomiglia a Laura Pausini ed è figlia di due gay che hanno scelto i migliori ovuli a loro disposizione per farne una persona di talento; una nera sovrappeso; un ragazzino fissato con la moda; un giocatore di football sempre sul punto di mollare per non essere preso in giro dagli amici. Will deve combattere contro la perfida allenatrice delle cheerleaders, che ha infiltrato sue allieve nel gruppo per boicottarne le attività e contro la moglie lamentosa che si sente trascurata e s’inventa una gravidanza per attirarlo a sé. C’è poi Emma, la counselor con la fobia per la sporco, che ama Will e si costringe a stare con un collega tarchiato e buzzurro per distrarsi da lui. Si balla e si canta tanto in questa serie, le coreografie sono una più divertente dell’altra, le sceneggiature, per nulla politically correct, sono strepitose. Per fortuna c’è Glee.

martedì 27 luglio 2010

tensioni

stamattina in palestra eravamo in tre. Al posto della solita insegnante c’era una ragazza piccola e flessuosa, scura di pelle con lunghi capelli neri. Ha esordito dicendo, sono una ballerina, non faccio ginnastica, faccio stretching. Dopodiché è partita a razzo, con la musica di Michael Jackson a tutto volume e lo stretching più dinamico che io abbia mai sperimentato. Mentre noi cercavamo di imitare i suoi movimenti, ci arrivava a sorpresa alle spalle, ci tirava con forza, abbassandoci le spalle, spianandoci le schiene, allungandoci le braccia. Sotto la pressione delle sue mani, mi sono sentita contratta, rattrappita, un fascio di nervi ingarbugliati. E’ stata una bellissima lezione, alla fine ero tutta pesta ma alleggerita. Poi ho accompagnato il figlio a fare l’ennesima risonanza magnetica (a cui hanno aggiunto quella con il contrasto, per vederci meglio) e tutto ciò che si era disteso si è di nuovo aggrovigliato. La situazione della gamba non è cambiata, l’ipotesi è quella di un osteoma più una microfrattura: loro dicono di non far nulla prima del controllo di settembre e io non farò nulla, qualsiasi cosa mi dica il terzo medico domani.

lunedì 26 luglio 2010

I terribili segreti di Maxwell Sim


è un uomo solo Max. Ha pressappoco la mia età, la moglie l’ha lasciato, la figlia non lo chiama mai, con il padre che vive in Australia non ha niente da dirsi, su facebook nessuno lo cerca, ha la posta elettronica intasata da pubblicità di viagra che promette di rimetterlo in pista. E’ depresso e la sua ditta gli ha concesso sei mesi di aspettativa. In aereo racconta tutto al vicino, poi scopre che l’uomo ha avuto un infarto e ha sentito ben poco di quanto lui andava dicendo. Per spiare la moglie, si crea una falsa identità su un sito per mamme, diventa sua amica, ne raccoglie le confidenze molto più di quando erano insieme. Nei Terribili segreti di Maxwell Sim, Jonathan Coe sceglie un uomo qualunque, un po’ più autoironico della media, lo manda in giro per la Gran Bretagna con un carico di spazzolini da denti ecologici e la suadente compagnia della voce di Emma, la navigatrice elettronica che non perde mai la pazienza. Ogni tappa del viaggio è un ritorno al passato, un confronto tra chi era e chi è diventato, la costatazione di un fallimento che riguarda più la collettività globalizzata e cresciuta nel mito del consumo che non il singolo individuo. E’ un libro che ho letto d’un fiato, soffrendo e divertendomi molto. Il primo finale, in cui una cinese ascolta tutto il racconto e svela al protagonista la sua vera nattura, non mi è piaciuto per niente e il secondo, in cui entra in scena uno scrittore che parla al suo personaggio, è quanto meno superfluo.

i cugini svizzeri

il terzo, Tommaso, ha solo sei mesi più di mio figlio e i due sono legatissimi, chiacchierano fitto fitto tra loro, fanno bagni interminabili in mare, giocano a biliardino a calcio a ping pong, si azzuffano, si aiutano in tutto. Oggi Tommi è qui a Roma per far compagnia al cugino (domani l’ennesima risonanza: quando una cosa non si sa cos’è, si cerca di tenerla sotto controllo, di misurarla). Tommaso pensa in tedesco e poi traduce in italiano (con l’accento bolognese del padre, più che con quello romano della madre), ma siccome pensa complicato, fa fatica ad esprimersi, non sempre trova la parola giusta, fa dei calchi o dice parole inventate. Non demorde: quando vuole raccontare un fatto, entra in ogni dettaglio, fa mille parentesi. E’ un ragazzino sveglio e gentile, un po’ troppo inquadrato per i gusti del mio più anarchico figlio che lo prende in giro quando lo sente lodare le “belle esperienze” che gli offrono i suoi genitori (tipo il piano di trasferirsi tutti insieme cinque mesi a Singapore il prossimo anno). Il secondo, Matteo, è un ragazzo problematico: l’ho visto ieri, tornava da una settimana di calcio in Svezia, mi hanno colpito lo sguardo deciso da adulto (e ha sedici anni), il disprezzo per i ragazzi marocchini incontrati sui campi da gioco. La prima, Giulia, dopo l’esame di maturità è in giro per l’Africa su un camion con una ventina di sconosciuti: piantano ogni sera le tende, visitano i parchi. Dopo tre settimane così, visiterà Zanzibar da sola o con dei compagni di viaggio incontrati sul posto. I cugini svizzeri sono per i miei provincialissimi figli una finestra sul mondo. Matteo, arrabbiato sì, razzista no, per piacere.

sabato 24 luglio 2010

Altre voci altre stanze


l’inizio del romanzo di Truman Capote è molto bello: un tredicenne parte da New Orleans per andare in Alabama dal padre che non ha mai conosciuto. La madre è morta, una zia affettuosa si prendeva cura di lui, ma il ragazzo moriva dal desiderio di muoversi, di cambiare vita ed è felice di esser stato convocato. Lo attendono uno scenario desolato, un posto polveroso e dimenticato da Dio, una casa in rovina, una matrigna bizzarra e distante, il logorroico cugino di lei, una serva nera che sogna la neve. Il padre, si scoprirà, più o meno a metà libro, è paralizzato, vuole solo qualcuno che gli legga qualcosa ad alta voce, qualsiasi cosa. Accanto alla casa c’è la villa in cui abitano due gemelle, una smorfiosa e una selvaggia; lui si lega alla seconda in un impossibile sogno di fuga. La narrazione parte su un registro realistico, poi svolta verso l’onorico e il lettore fa una gran fatica a discernere il vero dal falso, la visione dalla descrizione. E’ il primo romanzo scritto da Capote a ventitrè anni, è pieno di difetti, ma la sua lingua complessa divagante ha un grosso fascino.

Toy Story 3


i primi due Toy Story li ho visti al cinema con i figli piccoli e poi molte altre volte in dvd, “verso l’infinito e oltre”, il grido ispiratore dell’astronauta Buzz Lightyear è entrato nel nostro linguaggio familiare. Ieri al cinema di Sperlonga, disseminati per la sala, c’eravamo tutti: il figlio con il cugino, la figlia con le amiche e in fondo io e il marito. Verso la fine del film ho cominciato a piangere e non mi fermavo più. Toy Story 3 è bellissimo, c’è dentro l’amicizia, l’amore, il coraggio, il tempo che passa e ti porta via gli affetti più cari, c’è la violenza, il desiderio di dominio, la sopraffazione, la crudeltà, c’è la fuga liberatoria, la speranza, il gioco, la fantasia creatrice. Le scene più divertenti: il fatuo Ken che si esibisce di fronte a Barbie sfilando con i suoi capi migliori; Buzz che si mette a parlare in spagnolo e corteggia Jessie a ritmo di tango; la più commovente: i giocattoli che stanno per precipitare nell’inceneritore e si stringono tutti per mano in un’ideale catena di solidarietà di leopardiana memoria (chissà se lo sceneggiatore ha letto la Ginestra, sicuramente gli piacerebbe).

venerdì 23 luglio 2010

incendi

alle tre di notte il mio sonno agitato è interrotto da un crepitio come di mortaretti. Mi alzo, apro le imposte, vedo un fuoco nell'uliveto. Intorno a me tutto tace, chiamo il 115 e una voce distratta e assonnata registra la segnalazione. Torno a stendermi; il crepitio riprende. Sveglio il figlio, arriva la figlia con gli occhi neri per il trucco non tolto: si mette a strepitare eccitata, scappiamo, svegliamo tutti. Richiamo, le fiamme si esauriscono, non so se per l'intervento di qualcuno o da sé. Torniamo a dormire. La giornata di ieri è stata così: un falso allarme con un lieto fine. La scintigrafia non ha evidenziato niente che gli altri esami non avessero visto: c'è qualcosa alla tibia, ma le altre ossa stanno bene, lui sta bene. Il mio bambino forte che si fa venire i lacrimoni quando capisce che gli verrà iniettato il liquido di contrasto, ma mi stringe forte la mano e non dice, ahi. Mio padre che non volevo venisse e invece ci intrattiene al bar mentre il liquido entra in circolo e poi aspetta due ore per ritirare il referto. Il marito che ci porta in macchina alla stazione e ci fa prendere il treno in corsa. Un lungo bagno in mare che chiude una giorrnata bollente. Ora basta angosce.

giovedì 22 luglio 2010

a cena

mi sveglio presto e vado in palestra: dieci minuti di corsa, tre quarti d’ora di esercizi. Siamo in poche, si sta bene. Appena entro nella mia stanza al lavoro però mi scoppia un gran mal di testa. Sono in tensione per la scintigrafia del figlio, non riesco a pensare ad altro, da una parte immagino quelle tre interminabili ore, dall’altra soppeso l’oscura espressione del medico contrario a questo esame non “quod vitam” (ci mancava solo il latinorum), dall’altra ancora mi figuro i passi successivi, un prelievo osseo o chissà che altro e mi sento morire. Mi immergo nella lettura e questo un po’ mi aiuta. Alle sei esco, ho avuto solo un breve scontro con il capo che mi aggiorna su tvtalk e vorrebbe essere detto com’è bravo da me. Vado dalla dottoressa a ritirare la prescrizione, compro una bottiglia di prosecco, torno a casa, mi faccio una doccia e corro alla cena. Con Vittorio ci arrampichiamo sulla terrazza all’ultimo piano: tra piante secche, la luna, le polpette, il formaggio di capra c’è una bella atmosfera. Lui e Claudia mi fanno sentire a casa, abbiamo tanto da dirci, solo che io parlo troppo, tutta la tensione accumulata si scioglie, non li faccio quasi aprir bocca, sono un torrente inarrestabile, sciorino davanti a loro gli ultimi dieci anni scegliendo l’ottica che mi è più congeniale, quella dei fallimenti. E’ mezzanotte: ho parlato, parlato. Loro appaiono un po’ provati. La giornata si chiude. Oggi sono così tramortita che non ho neppure la forza di preoccuparmi.

mercoledì 21 luglio 2010

Il ladro di suoni


“Era un mezzo artista, un anfibio, un prototipo poco perfezionato. Come un romanziere che non inventa niente o un pittore che vive di copie”: nel Ladro di suoni Vittorio Giacopini costruisce a modo suo un ritratto di Dean Benedetti, l’uomo che si dice possedesse le registrazioni dei concerti di Charlie Parker. Una figura minore, un musicista fallito, un senza patria (in America lo chiamavano "l’italiano", in Italia, dove viene a passare gli ultimi anni, “l’americano”). Ciò che interessa a Giacopini è il confronto serrato che il suo personaggio si impone con l'artista che adora, come se seguendo Bird, ascoltandone ogni concerto, tentando di raccoglierne la musica, potesse venire a capo del mistero della creazione musicale. Parallela all’autodistruzione di Parker, dilazionata solo di qualche anno, c’è la fine di Dean; sullo sfondo l’epoca del jazz, ricostruita con una fantasia che restituisce suoni, odori, colori, persino sapori alla scene evocate. Un’altra citazione da questo romanzo: “ognuno di noi ha la sua fottuta, dannata, vincolante favola totemica e l’unica salvezza è capirlo il più tardi possibile, magari arrivarci fuori tempo massimo, o un po’ in ritardo. Il segreto nella vita è far finta di niente. Non puoi uscire dalle pagine della favola e scappare, e allora puoi e devi incaponirti a conservare l’illusione che l’esistenza sia creazione, improvvisazione e scoperta, esplorazione.” E non venitemi a parlare, come fa il risvolto di copertina, della "limpida voce" di Giacopini; la sua di voce è roca, amara, sarcastica, rivelatrice ma limpida no.

diciannove

non siamo tipi da anniversario, non lo siamo mai stati. Se ieri sera tornando a casa lo avessi trovato con i fiori, un pacchetto regalo, un ristorante prenotato avrebbe voluto dire che aveva una coda di paglia infinita. Non avendola, mi ha aspettato a casa con pazienza (ero al bar con Giulia, ci teniamo molto a questa nuova consuetudine estiva) e mi ha chiesto che volevo fare per festeggiare i nostri diciannove anni di matrimonio. Siamo saliti sul motorino che non usa mai, diretti verso il centro. L’idea era quella di mangiare la pizza al Leoncino e il gelato da Giolitti, due cose che facevamo prima di essere sposati, a vent’anni, senza soldi, alla fine di una giornata passata sui libri. Il Leoncino è ancora lì: si è solo allargato con una fila di tavolini fuori, ma noi abbiamo mangiato nella vecchia sala interna che non è cambiata per niente. I camerieri e i pizzaioli si sono ingobbiti, la pizza è sempre sottilissima e buona. Il pistacchio di Giolitti invece sapeva di sapone. Roma era quieta e deserta, tirava un venticello fresco. Alle dieci e mezza eravamo a casa, come quando eravamo studenti.

martedì 20 luglio 2010

Brotherhood


un giovane gay viene adescato da un uomo, si spoglia: dal buio esce un gruppo di neonazisti che si accanisce su di lui con rabbia e dileggio. Comincia così Brotherhood del regista italo danese Nicolo Donato. Si chiuderà con altrettanta violenza, ma il cuore del film è un’intensa e devastante passione amorosa. Le scene in cui i due giovani, che condividono per caso una casetta isolata in riva al mare, scoprono di desiderarsi e tentano di reprimere questa attrazione trasmettono erotismo allo stato puro. Donato descrive un gruppo di sfigati che inneggia a Hitler, picchia gay e immigrati, distribuisce volantini deliranti, balla e beve ai concerti, organizza feste in spiaggia bruciando pupazzi a forma di donna. Il grande capo è un tipo inquietante con i capelli bianchi che compare in occasioni ufficiali; il capetto, un ciccione con la barba, gioca a fare il moderato; Jimmy, la testa calda, è inizialmente il più ostile a Lars, il nuovo arrivato, un ex sergente che non sopporta più i genitori e non sa che fare della sua vita. L’amore tra Jimmy e Lars non solo è inaccettabile in quel contesto di machismo ostentato e di omosessualità latente, ma ha il potere di scardinare ogni certezza in chi lo prova. Siamo andate a vedere Brotherhood per caso, perché il cinema Eden aveva chiuso due sale: ne siamo uscite piene di emozioni come si esce solo dai film belli e sinceri.

lunedì 19 luglio 2010

Il tempo di Daisy


un uomo tradisce la moglie e una volta esaurita la storia glielo dice. Lei lo caccia di casa, sebbene lo ami appassionatamente e lui sia un padre affettuoso per le due figlie. Passa il tempo, lei si risposa con un tipo gentile e affidabile, ha un bambino, c’è un incidente e il secondo marito muore. Il tempo di Daisy si apre subito dopo l’incidente. Sue Miller ci racconta la reazione di tutta la famiglia, compreso l’ex marito, a questo evento, ma si sofferma soprattutto su Daisy, la seconda figlia. Lei ha quindici anni, litiga con la madre, invidia la sorella maggiore e ha perso con la morte del patrigno il suo unico punto di riferimento. Daisy è bella ma si sente brutta: un adulto, un vecchio amico di famiglia, la coinvolge in incontri sessuali clandestini che la turbano e insieme rafforzano la sua stima di sé. C’è una tensione crescente dentro il romanzo, il lettore si chiede chi scoprirà cosa sta succedendo a Daisy e cosa potrà succedere dopo. Sue Miller penetra negli abissi dell’adolescenza, esplora le contraddizioni dell’amore tra coniugi, rivela i limiti della paternità e della maternità: ogni suo libro mi sembra scritto apposta per me, ma questo in modo particolare.

la barca nuova

sabato l’ha finalmente messa in mare. Era da qualche mese che ogni fine settimana andava a vedere come procedeva la costruzione della barca, portandosi dietro il figlio che, con il suo entusiasmo di dodicenne, lo riempiva di soddisfazione. Domenica abbiamo deciso di andare in gita a Ventotene, con mia sorella, suo figlio e un'amica. Ci siamo svegliati presto, ci siamo vestiti e abbiamo aspettato l’ultimo momento prima di sottrarre la figlia al suo abituale sonno catatonico. Non era di cattivo umore, ma è parsa subito molto decisa. Io a Ventotene non ci vengo. Perché no? Perché a me la barca non mi piace. Dai, è la barca nuova, è una bellissima giornata. Ci sono già venuta ieri, mi si appiccano i capelli, l’acqua della doccia puzza di prosciutto. Io ho continuato a insistere, cercando il modo giusto per attirarla. Fai i tuffi, vai a prendere i ricci con la maschera. Le maschere sono a Roma, i tuffi li ho già fatti ieri. Il marito era distratto dai preparativi; quando ha capito che la figlia non voleva venire sul serio, si è inalberato, l’ha presa come un affronto personale. La tessera Sky la prendo io, non avrai mai l’i-pod, e io che ti ho portato all’ospedale di Formia solo perché dicevi che ti faceva male la mano… Così tra strepiti vari, lei è tornata di corsa nel suo letto, e noi siamo andati a imbarcarci a Gaeta. La barca nuova è un inutile lusso, uno schiaffo alla miseria, come si diceva un tempo, ma è bella e comoda, ci si sta benissimo. Il marito alla guida sembra un bambino alle prese con un giocattolo nuovo, io già penso a tutti i libri che consumerò stesa a prua. L’acqua di Ventotene era limpida e calda, è stata una gran bella gita, peccato per la figlia che, per il gusto di opporsi, si priva anche di ciò che le piace.

Chronic City


ci sono due cose per me respingenti nello stile di Jonathan Lethem: il labirinto di citazioni musicali, cinematografiche, letterarie in cui mi perdo e il ricorso, sia pur misurato, alla fantascienza (genere rispettabilissimo, ma non tra i miei favoriti). Una volta inoltratami nei sui libri però non posso fare a meno di andare avanti, allontano i timori iniziali, e mi godo il suo talento nel costruire mondi e personaggi. Al centro di Chronic City, l’ultimo romanzo che ha scritto, c’è una Manhattan in cui niente è come appare. Il protagonista, Chase, un attore famoso solo per una serie televisiva che ha interpretato da ragazzo e che gode di infinite repliche, passa le sue oziose giornale intorno a Perkus, un vecchio e stravagante critico musicale che lo affascina con la sua multiforme cultura. Intanto lo stesso Chase è su tutti i giornali per le lettere che gli manda la sua fidanzata Janice, un’astronauta rimasta intrappolata nello spazio per via delle mine cinesi. Adottando il punto di vista di Chase, Lethem ci introduce in salotti straricchi e in abitazioni per cani, mentre un tempo pazzo devasta la metropoli e una fantomatica tigre in fuga ne terrorizza gli abitanti. Oona, l’ambigua ghost writer che va a letto con Chase ma non vuole sostituire la Janice ufficiale; Richard l’ex squatter divenuto consulente del sindaco, la sua compagna Georgina, ricca ereditiera sono interpreti-testimoni insieme a Chase di qualcosa di più grande di loro, di un grande complotto mediatico che forse ha smarrito il suo intento. E poi c’è un cane che entra a pieno titolo nella classifica dei migliori cani letterari di tutti i tempi: Ava, con le sue tre zampe e la sua formidabile sensibilità. Queste sono solo considerazioni a caldo, se volete una bella recensione andate qui: http://www.globalproject.info/it/produzioni/Chronic-City-Zona-Lethem/5392

venerdì 16 luglio 2010

a prima vista

Giulia P. l'ho conosciuta un anno fa piu' o meno in questo periodo. Era stata assunta per coprire l'estate, quando ancora si lavorava al Divertinglese. Me l'hanno presentata sulle scale, una biondina carina, con un'aria sicura di se'. Mi è sembrata antipaticissima, ho subito pensato: con questa non ci prenderò mai neppure un caffé. Ieri ha terminato il suo secondo contratto a educational. In questi mesi non solo abbiamo bevuto innumerevoli caffè e condiviso i miseri pasti aziendali, ci siamo telefonate da un piano all'altro e mandate messaggi, ci siamo raccontate di tutto; lei super riservata, io per niente; lei sposata con un intellettuale camminatore, io con un tecnofilo pigro; ci siamo confortate nei momenti di sconforto lavorativo e privato; abbiamo riso di noi. Io sono proprio una che le persone le capisce a prima vista.

giovedì 15 luglio 2010

parlare di sesso

sedute davanti a un gelato, io e Giulia ci lanciamo in chiacchiere pomeridiane. Le dico che dovrei parlare di sesso con mia figlia, non far finta di niente ora che è cresciuta, ma che lei è molto vigile e non appena tento di affrontare l'argomento mi blocca con un, ma che voi?, e se ne va. Giulia candida e ironica mi risponde, ti conosco da quindici anni o giù di lì e non mi hai mai parlato di sesso, questo vorrà pur dire qualcosa. Altro che Jane Austen post atomica, mi sa che con la grande Jane ho in comune solo la pruderie.

figli

esco all’alba con il figlio, andiamo a fare il prelievo di sangue, lo lascio a casa e vengo in redazione. Mi chiama la figlia che da ieri lamenta un dolore alla mano: giocando a pallavolo ha preso una botta, dice che le si è gonfiata tanto, che la farmacista le ha detto di farsi visitare. E’ rimasta al mare con il nonno e si sente trascurata, l’idea del fratello al centro dell’attenzione qui a Roma con noi la inquieta molto. Alle sei prendo il treno con il figlio. Chissà se stasera toccherà portare la figlia all’ospedale di Gaeta. Magari hanno un lettino per me.

luglio inclemente

luglio inclemente, sole e poi sole, esami radiologici a singhiozzo, tensioni politiche di nessun interesse, voci e smentite sul direttore in arrivo, tutto che langue, stanchezza crescente. Quando ti placherai stupido mese?

mercoledì 14 luglio 2010

la terza visita

tre medici tre diagnosi: per uno è osteoma, per un altro microfrattura da stress, per il terzo infezione ossea. Domani porto il figlio a fare le analisi del sangue e giovedì prossimo gli tocca una scintigrafia. Tutti concordano sul fatto che qualunque cosa sia non è molto aggressiva, non richiede un intervento d'urgenza. A questo mi aggrappo con tutte le forze.

femminicidi

donne uccise da ex mariti, da fidanzati lasciati, da semplici conoscenti: fa caldo e i freni inibitori degli uomini sembrano non funzionare più. Tra i casi letti sui giornali in questi giorni quelli che mi hanno colpito di più sono stati l’omicidio della giornalista di Roma che aveva chiesto un passaggio all’Ikea a un operaio che le aveva fatto dei lavori in casa ed è stata da lui strangolata e quello di un’operaia che aveva conosciuto su facebook un tizio, si era stufata di chattarci e se lo è trovato davanti con la spranga con cui le ha spaccato la testa. Mi sembra che ad accomunare questi ultimi due casi sia il ragionamento maschile: mi hai cercato, mi volevi, non puoi tirarti indietro proprio adesso. Ossessionati dal bombardamento pubblicitario che si basa quasi esclusivamente sull’immagine di donne lascive e compiacenti, gli uomini capiscono una sola cosa: la donna deve starci. E avere un “playold” come presidente del consiglio non aiuta questo paese malato.

Jane Austen post atomica

valeva la pena di aprire un blog, di continuare a scrivere, solo per guadagnarmi questa bellissima definizione da parte del vittorio ritrovato. Gli ho mandato una mail a un vecchio indirizzo con il link a jomarch: ogni tanto lo faccio, mi viene in mente un potenziale lettore, una persona che stimo o a cui voglio bene e mi autosegnalo. A volte funziona e la cosa non finisce di stupirmi ed emozionarmi. Vittorio lo rivedrò la settimana prossima: questo un po’ mi ha spiazzato, il mio forte sono i contatti virtuali non quelli reali. Però sono contenta di andare a cena da loro.

martedì 13 luglio 2010

elogio della paura

dovrei essere contenta di avere una figlia che non ha paura di niente: di viaggiare su un aereo da sola, di tornare di notte per una strada buia, di salire su un autobus affollato in pantaloncini corti e canottiera. Dovrei e invece mi sorprendo a chiedermi dove ho sbagliato, chi è stato a istillare nella sua testa tante false sicurezze. A parte l’aereo, che ha preso così spesso con noi che sarebbe stato strano se ne avesse timore, vorrei sapere chi le ha detto che non corre alcun rischio, che non esistono malintenzionati se non nei libri che io leggo. E’ chiaro che fa la spavalda per contrastarmi, che oppone alle preoccupazioni materne un fortissimo desiderio di autonomia. Devo solo sperare che quando non deve dimostrarmi qualcosa, ragioni, tenga gli occhi bene aperti e provi una sana paura.

lunedì 12 luglio 2010

La sicurezza degli oggetti


caratteristica ricorrente dei racconti di A.M. Homes, scrittrice americana nata nel 1961, è quella di destabilizzare il lettore, di provocarlo, di comunicargli fastidio, inquietudine. I suoi protagonisti cercano spesso nel sesso una conferma di esserci, di provare qualcosa: è così per la grassa Cheryl che si concede al giovane vicino di casa godendosi il tremolio della sua stessa carne; è così per Sally e Ben, mandati a dormire insieme nello scantinato dalla madre di lei e quasi spinti a una reciproca esplorazione; è così per il ragazzino che si masturba prima con la Barbie della sorella e poi con Ken, immaginando alternativamente piaceri etero e omossessuali. Ma il racconto più terribile della raccolta, In cerca di Johnny, non parla di sesso, parla di Erol che viene rapito da un maniaco e restituito dopo tre giorni come una merce avariata, perché non è stato all’altezza della situazione. Invece di provare sollievo per la libertà ritrovata, il ragazzo è affranto all’idea di tornare a casa dove lo aspettano la madre e la sorella “ritardata”. Spostando lo sguardo da linde villette con giardino a centri commerciali, a uffici tecnologici Homes monitorizza il grado di solitudine dei suoi personaggi, ce ne restituisce l’infinita disperazione.

il giudizio degli adulti

tardo pomeriggio, gruppo di famiglia sotto ombrellone. Si parla di figli con mia sorella e il marito e i diretti interessati ci ascoltano. Si scherza sul fatto che i miei, non avendo frequentato il catechismo, non sanno cosa sia il comandamento onora il padre e la madre (più che onorarci passano il tempo a denigrarci, ce la siamo voluta) e si preoccupano solo di accumulare beni superflui (in particolare la figlia, ostentando disinteresse per chi è meno fortunato di lei). Margherita invece, fresca di comunione, è una bambina sensibile, animata dal desiderio di vedere felici le persone intorno a sé. La mamma racconta di lei che non può vedere un povero senza chiedere i soldi per fargli l’elemosina, calca la mano perché la descrizione risulti più efficace e Margherita, sentendosi presa in giro e non capendoci più niente, scoppia in un pianto dirotto. E’ un attimo: rivedo me stessa a otto anni, la spiacevole sensazione di essere esposta al giudizio degli adulti, alle loro incomprensibili risate. E' lunga Margherita la strada per affrancarsi da ciò che dicono di te le persone a cui sei più legata.

domenica 11 luglio 2010

La solitudine del maratoneta


“Allora pensai: no, non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro, perché non è questo il modo di tirare avanti, anche se loro giurano e spergiurano che lo è.” Smith, il protagonista del primo racconto della raccolta La solitudine del maratoneta di Alan Sillitoe, è recluso in un riformatorio. La sua grande occasione è una maratona che il direttore vuole vincere a ogni costo. Il ragazzo si allena con costanza, corre e mentre corre pensa alla sua vita, alle scelte che ha fatto, alla mancanza di scelte che ha davanti. E il giorno della corsa Smith decide di perdere. In questo libro, uscito nel ’59 e ora riedito da Minimum Fax, Sillitoe mette in scena una memorabile galleria di perdenti: il vecchio alcolizzato che smette di bere per dar da mangiare a due bambine affamate ma ricade nel vizio non appena la polizia lo allontana da loro; il postino lasciato dalla moglie che le presta soldi ogni volta che lei va a trovarlo; l’insegnante frustrato che si distrae spiando oltre la finestra dell’aula le commesse di un negozio; il giovane viziato dalla madre che torna da lei dopo la fine del matrimonio. Bella la prefazione di Paolo Giordano, quello della Solitudine dei numeri primi: che sia più bravo come critico che come narratore?

sabato 10 luglio 2010

in acqua

oggi ho nuotato, nuotato, nuotato. L’acqua era insolitamente calda e trasparente e più nuotavo, più i brutti pensieri cresciuti nel corso della settimana perdevano consistenza e rilievo. Quando non nuotavo ascoltavo mia sorella magnificare le bellezze di Indianapolis (dove si sono insediati da qualche mese, calorosamente accolti dalla comunità italiana locale) e lamentarsi delle pulci che li hanno assaliti nel monolocale di Sperlonga, infestato da un gatto. Il marito è crollato sotto i colpi dell’aria condizionata e ha passato la giornata steso sul letto a trangugiare tachipirina e a lamentarsi perché nessuno prendeva sul serio le sue condizioni. Ora vado a preparare una pasta con i calamari e i gamberi che ho comprato stamattina, chissà se il malato riuscirà a unirsi a noi (viene a cena Isabella, altri particolari sulle pulci e su Indianapolis).

venerdì 9 luglio 2010

voglio un treno

voglio andare al mare dai miei figli: uno non ha dormito per il mal di testa e stamattina al telefono era flebile, l'altra ieri sera è tornata a casa a mezzanotte e mezza e devo farla nera. Ma i treni sono in sciopero e sono costretta ad aspettare il marito che parte chissà quando. Stamattina mi sarebbe piaciuto andare a sentire Andy Garcia al fiction festival, sono venuta qui per scrupolo e sono finita alla stazione tiburtina ad accompagnare il mio capo che non trovava un taxi. Lui non è proprio Andy Garcia. Voglio un treno.

La pivellina (Non è ancora domani)


estrema periferia di Roma, palazzoni, giardinetti sporchi, un contadino che coltiva ortaggi sulla riva del Tevere, gente che viene da fuori e vive in roulotte. Patti, che ha i capelli tinti di rosso e l’aria stanca, cerca il suo cane e su un’altalena trova una bambina, tutta sola e vestita di rosa. Asia è incredibile: ha solo due anni, ma comunica perfettamente il suo pensiero. All’inizio tiene Patti a distanza, cerca sua madre, poi decide di affidarsi alla strana donna che ha di fronte e che vuole prendersi cura di lei. Patti porta la bambina nella sua roulotte, le trova addosso un biglietto in cui la madre promette che tornerà a prenderla. Il compagno di Patti, il vecchio clown tedesco Walter, teme che la polizia possa accusarli di rapimento, ma anche lui è conquistato dalla naturalezza con cui Asia si è annidata tra loro e non riesce ad entrare nel commissariato per sollevarsi da ogni responsabilità. Patti cerca l’aiuto di Tairo, un quattordicenne figlio di un domatore di leoni e il ragazzino, ferito da un’infanzia burrascosa, si rivela per la bambina un meraviglioso compagno di giochi. Sembra un documentario; racconta una storia inventata, ma lo fa con un’autenticità che colpisce e commuove. C’è un’estrema economia di parole, a riempire lo schermo ci pensano i sorrisoni di Aia alle prese con la sua famiglia improvvisata. I titoli di coda arrivano alla fine di una festa organizzata per celebrare il ritorno della madre: è sera e la donna non si è ancora palesata, chissà se tornerà, chissà se la bambina potrà restare con chi le vuole bene. Non è facile raccontare l'amore per una creatura, Tizza Covi e Rainer Frimmel, i due registi, qui ci sono riusciti benissimo.

unità d'Italia

fiction festival di Roma: il conduttore milanese, presentando l’ospite dell’incontro dice: una prima cosa mi colpisce positivamente della tua biografia ed è che sei napoletano. L’ospite si limita a sorridere. Radiotre: un ascoltatore da Varese in vena di complimenti dice al giornalista che conduce Prima Pagina, se tutti i calabresi fossero come lei... Il giornalista si inalbera e ribatte: e se tutti i varesotti fossero come lei.. Altro che centocinquant’anni dall’unità di Italia: siamo ancora realtà diverse e incompatibili, quando va bene quelli del nord cercano di blandire quelli del sud, rivelando subito come li considerino altri da loro.

giovedì 8 luglio 2010

questione di status

ci sono persone che hanno bisogno di confermare a se stesse il loro status. Sono quelle che ti dicono al telefono, scusa se non mi dilungo ma ho moltissimo da fare, mentre tu stavi già mettendo giù la cornetta; quelle che ti dicono su questa cosa ho scritto un articolo e lo dicono come se l’articolo fosse uscito su la Repubblica e non su una pidocchiosa rivista on line. Sono quelle che se hanno bisogno di un favore, sono gentilissime e se tu gliene chiedi uno ti depistano invece di darti indicazioni. Sono quelle che vorresti solo non incontrare e invece in tv spuntano come funghi.

mercoledì 7 luglio 2010

un mercoledì bollente

esco alle otto di casa, rintronata dal caldo e dall’insonnia. Metto la chiave nella macchina, si sente un brutto rumore e poi tutto tace. Per fortuna il marito è sceso insieme a me e subito si attiva per farmi ripartire. Corre su a casa, torna giù con i cavetti, apre il cofano della sua macchina, rompe il tappo della batteria, si infila dei guantoni di gomma (l’attrezzatura non gli manca mai), collega i cavetti, la mia macchina si accende, toglie tutto e mentre faccio marcia indietro si spegne. Sudato dalla testa ai piedi con la camicia appena messa, la cravatta che gli stringe il collo, ripete l’operazione, bestemmiando contro di me, ma stavolta la macchina si spegne mentre è lui a fare retromarcia. La terza volta riusciamo nel nostro intento, poi sgasando come non mai raggiungo il meccanico che mi dice che la batteria va cambiata. Affronto una delle giornate più calde del millennio con l’autobus e le mestruazioni del primo giorno che scorrono inarrestabili. Al lavoro trovo il capo agitatissimo per lo scontro di ieri con l’ex direttore: c’è in gioco la prossima edizione di tv talk, ma chissà perché ho smesso di preoccuparmi, se ci sono bene, se non ci sono, farò qualcos’altro. Nel pomeriggio però volo (si fa per dire, prendo di nuovo l’autobus, recupero la macchina, posteggio a fatica) all’Adriano dove c’è la masterclass con Ivan Cotroneo. Bernardini si è fatto preparare una serie di pezzi ben scelti di Tutti pazzi per amore 1 e 2 e insieme analizzano punti di forza e di debolezza della serie. Cotroneo autore a volte mi lascia un po’ perplessa, è troppo buonista, spinge troppo sul pedale dei sentimenti, Cotroneo persona invece mi piace un sacco: è brillante e insieme modesto, acuto e autoironico. E’ sempre un piacere starlo a sentire. La giornata si va chiudendo meglio di com’era iniziata. Stasera benedico l'aria condizionata in casa che avevo contestato strenuamente come un inutile lusso.

About Elly


quando un film è mal doppiato (e anche mal tradotto, con battute sgraziate e a volte incomprensibili) si fa una gran fatica ad appassionarsi alla vicenda. Se si tratta di un film che viene dal lontano Iran la difficoltà dello spettatore cresce. About Elly comincia con un gruppo in gita, quattro coppie di cui due con bambini. C'è una grande allegria che si consuma soprattutto alle spalle di Ahamd, l’amico tornato dalla Germania, fresco di divorzio e di Elly, la ragazza con cui tutti vorrebbero farlo fidanzare. La parte ridanciana del film finisce presto, lasciando il posto alla tragedia. Viene affittata una casa in riva al mare, le due mamme vanno a fare la spesa, gli uomini giocano a pallavolo, a Elly viene detto di guardare i bambini, lei si distrae con un aquilone, un ragazzino sta per affogare. Il regista Ashar Farhadi racconta molto bene il concitato salvataggio del bambino e la scomparsa di Elly con l'inevitabile seguito di accuse incrociate e sensi di colpa. Il massimo della tensione si raggiunge quando nella villa sulla spiaggia arriva il fidanzato della ragazza che lei stava tentando di lasciare. Un film che nonostante qualche difetto (anche estrinseco, vedi doppiaggio) fa soffrire, scuote, solleva domande senza offrire risposte.

lunedì 5 luglio 2010

problemi di lingua

la figlia scuote la testa, certo che i siciliani (ne ha incontrati molti nella scuola di Edimburgo) parlano diverso da noi. Noi diciamo, ma che daveroooo. Loro dicono, ma dici vero? (con la e bella aperta).

consigli a un giovane in cerca di lavoro

Allegra si è laureata in lettere alla normale di Pisa. Al liceo partecipava a gare in versi in latino. Ha frequentato per un anno un college a Boston. Mi chiama indecisa se accettare il dottorato che le propongono all'università: studiosa è studiosa, ma non avrebbe tanta voglia di immergersi completamente in un argomento astruso per tre anni, posticipando il problema di che fare alla fine dei corsi. Se la rai fosse, come ama presentarsi, la maggiore industria culturale del paese, non chiuderebbe la porta in faccia ad Allegra e a quelli come lei. Quando sono stata a Milano per tv talk mi sono venuti i brividi a vedere il giovane stagista plurilaureato che faceva fotocopie, portava caffè e panini, e aveva persino dovuto prestare i soldi a un giornalista a cui non funzionava il bancomat. Scappa Allegra, scappa, anche se non saprei indicarti dove.

domenica 4 luglio 2010

è tornata!

è uscita dalle porte scorrevoli dell'aeroporto con un'espressione feroce. Stremata dalle notti insonni passate a far disperare gli organizzatori, dalla tensione del viaggio con cambio aereo a Heathrow, sembrava ci volesse mangiare vivi (e la fame non le mancava proprio). Aveva un'aria più grande la figlia con un cappelletto con la visiera stile pariolino, i capelli lunghi, la faccia carina senza trucco. In macchina si è un po' sciolta, mi ha fatto vedere un grosso anello con dentro della polvere azzurrina che le ha regalato un'amica spagnola e una selezione delle settecento foto che ha scattato a Edimburgo e dintorni (scogliere, castelli, musei, centri commerciali con dentro neve artificiale e poi un sacco di ragazze e ragazzi). Ora è già nella sua stanza intenta a condividere foto e commenti con i suoi 1000 e passa amici di facebook (quando è partita ne aveva solo novecento).

La prigione di neve


c'è un buono spunto iniziale e c’è la capacità di dar vita a microsituazioni realistiche, ma nel complesso il romanzo di Jan Elizabeth Watson non mi ha convinto neanche un po’. Una mamma matta ha chiuso da anni il figlio Orion e la figlia Asta in una villetta isolata, oscurando le finestre, raccontando che fuori c’è la peste, che loro sono malati e devono essere protetti. Lei esce ogni giorno per andare a fare le pulizie in un ufficio, loro passano il tempo a guardare la tv in bianco e nero, a giocare, a leggere e ad aspettarla (la donna è fissata con il cinema muto, nutre i figli di racconti avvincenti sui divi). Una sera non torna, i bambini aggirandosi per la casa, trovano un passaggio verso l’esterno, escono nella neve, salgono su uno scuola bus, vengono soccorsi da un conducente e aiutati dalla polizia. Si scopre che la madre ha avuto un incidente non grave con la macchina, la donna viene internata, la ragazzina affidata a una zia paterna con due figli odiosi, il ragazzino, caduto in un comprensibile mutismo, a un oftalmologo gentile. Non mi ha convinto la voce narrante (quella di Asta che aveva sette anni all’epoca dei fatti), non mi ha convinto il passaggio dalla reclusione alla libertà, affrontato dalla protagonista con incredibile maturità e disinvoltura. Se uno scrittore immagina una situazione limite come quella di due bambini cresciuti reclusi, deve riuscire a calarsi dentro le loro teste, quando escono deve farne dei freaks, non può limitarsi a far notare alla protagonista: questo è il primo cane che vedo, questo il primo bambino, ops, la gente non è malata come diceva mia madre, ops com’è difficile sapere cosa rispondere alle domande degli altri, devo stare attenta alle persone cattive, come è bella la maestra. Diego De Silva nella prefazione dice che il romanzo è centrato sulla maternità e sui suoi guasti, ma la madre, che doveva essere il fulcro del libro, è un fantasma evanescente, una figura senza spessore, altro che la mamma da amare nonostante tutto.

ragionare per post

quando passi un anno, due, quasi tre a scrivere ogni giorno sul blog, cominci a ragionare per post. Appena ripensi a qualcosa, dall’elogio della donna filippina fatto a tua suocera da suo figlio alle barzelle di Berlusconi in Brasile, dalle facce che vedi sulla spiaggia all’insana passione di tuo marito per le barche, fai un rapido calcolo: ci scrivo sopra un post? Posso dire qualcosa sull’argomento che interessi qualcuno? Quando leggi un libro o vedi un film è più facile: lì hai un’emozione fresca da giocarti, non ti preoccupi di essere originale, devi solo essere te stessa, raccontare se e come sei cambiata dopo quello che hai letto, che hai visto. Resta il fatto che scrivere un diario in pubblico è un peregrinare accidentato, ci sono giorni in cui cammini spedita, sicura di te, senza pensare a chi ti segue, altri in cui ti fermi, vedi ostacoli insormontabili nell’impresa, ti sembra di essere piccola sola e velleitaria, lanci appelli, ti penti e infine prosegui, ma solo perché scrivere ti piace, ti è sempre piaciuto, i post sono brevi, leggeri, a uno brutto ne seguirà uno migliore e quando sarai stanca sul serio non dovrai fare altro che smettere.

sabato 3 luglio 2010

Un posto perfetto


com’è crescere in una famiglia numerosa? In Un posto perfetto Penelope Lively dà risposta a questa domanda raccontando la storia di Allersmead, una spendida ma decadente tenuta dell’epoca vittoriana dove sono cresciuti i sei figli di Alison, soprannonimata “madre terra” per l’entusiasmo con cui ha allevato e nutrito la sua prole e di Charles, un erudito e scrittore molto preso dai suoi studi e molto poco presente nella vita domestica. Quando a inizio libro entriamo per la prima volta ad Allersmead con Gina, una delle figlie che fa la giornalista televisiva e il suo fidanzato, non possiamo non chiederci chi sia Ingrid, l’enigmatica svedese che vive con i due coniugi. Scopriremo poco alla volta il ruolo dell’ex ragazza alla pari negli equilibri familiari, così come scopriremo i giochi in cantina, i dissidi, le alleanze, le fragilità, la scarsa o inesistente propensione a procreare e l’affettuoso disagio verso i genitori che sembrano le uniche caratteristiche comuni ai sei giovani che ora vivono dispersi per il mondo. Avevo un amico cresciuto in una famiglia piena di fratelli e sorelle. Mi raccontava del padre notaio sempre chiuso nella sua stanza, della madre più giovane, della strana sensazione di essere membro di una comunità a parte, autosufficiente e insieme un po’ soffocante. Mi piacerebbe sapere cosa pensa di Un posto perfetto. Io l’ho trovato parecchio bello, come in genere i libri di Penelope Lively.

venerdì 2 luglio 2010

racconti di viaggio

finalmente domenica torna la figlia. Ci siamo sentite ogni giorno al telefono, ma le sue risposte oscillavano tra il lapidario e il sarcastico: ti diverti? Sì, diciamo. Cosa fai oggi? Ci portano a vedere una cappella; dobbiamo arrampicarci su una collina. Hai imparato un po’ di inglese? Seee. Con chi hai fatto amicizia? Vuoi sapere i nomi? Appena un po’ più prodiga di informazioni è stata sui suoi acquisti: un cappello che a Roma costa molto, una scatola di biscotti e un barattolo di marmellata. Dubito che quando salirà in macchina a Fiumicino ci fornirà qualche altro dettaglio sulla sua vacanza. Che tipo. E io che raccontavo, raccontavo, che ancora racconto troppo. Forse è per questo che mi è venuta su così reticente?

City Island


entri al cinema stanca e tesa e ne esci leggera leggera. Una commedia americana ben scritta, che parte con il ritratto di una famiglia disfunzionale in cui tutti mentono su tutto, per culminare, grazie all’arrivo di un deus ex machina rappresentato dal figlio illegittimo del capofamiglia, in un disvelamento di ogni segreto e nel prevalere degli affetti. Il doppio finale fin troppo lieto è uno dei limiti di questo film, così come il personaggio del figliastro, che dovrebbe essere un teppista e invece è sensibile e perspicace, ma Andy Garcia è molto fico nel ruolo di secondino appesantito e aspirante attore, Julianna Margulies (l’infermiera che sposa George Clooney in ER) mette in scena efficacemente una moglie insoddisfatta e mi è piaciuta molto la dolcezza di Molly (Emily Mortimer)la donna in crisi che fa amicizia con il protagonista al corso di teatro e lo incoraggia a perseguire i suoi sogni. City Island, con la sua aria tersa, le barche a vela, la spiaggia sotto casa, sarà pure nel Bronx, ma fa venire voglia di trasferircisi domani.

giovedì 1 luglio 2010

primo luglio

nella sala pesi mentre corro sul tappeto prima che cominci la lezione, mi echeggia nella testa la musica dei video clip. Mi mette di cattivo umore riportandomi alla situazione di lunedì scorso, a tutte quelle ore in clinica ad aspettare gli esami del figlio di fronte a un mega schermo su cui scorrevano implacabili immagini e suoni di mtv (che c’è di più incogruo di imporre a un paziente in attesa della tac cantanti che si dimenano in situazioni varie?). Lunedì scorso mi ero tranquillizzata, ma ora l’ansia si riaffaccia. Non ci credo alla storia del bozzo osseo che si riassorbe, devo sentire qualche altro parere. Nel frattempo il figlio si sta immusonendo e non so più se è effetto della noia (alla fine l’ha spuntata lui, evitando ogni centro estivo), della preoccupazione che mi legge in faccia, dell’adolescenza che incombe, della mancanza della sorella (direi che questo è il motivo meno probabile, ma anche avere con chi litigare aiuta). Stasera andiamo al cinema, domani al mare, si tirerà su.

The Pacific


una serie televisiva che ti strappa dalla poltrona e ti fa precipitare nell’inferno della guerra, con i nemici che ti piombano addosso, con le marce, la sete, la fame, il sudore, lo sporco, la progressiva perdita di ogni senso di umanità: questo è The Pacific, la serie tv ideata e prodotta da Tom Hanks, Steven Spielberg e Gary Goetzman appena andata in onda su Sky. Con il figlio abbiamo registrato i dieci episodi e ieri sera abbiamo finito di vederli. Eugene, Robert e John, i tre protagonisti, ma anche i molti comprimari, sono stati scritti sulla base di memorie di marines che hanno combattuto nel Pacifico, fronteggiando la disperazione dei combattenti giapponesi e vedendo il proprio patriottismo infrangersi contro una realtà spaventosa e insensata. Si soffre guardando The Pacific e si riesce a tirare il fiato solo ogni tanto: quando i marines sbarcano a Melbourne, quando uno di loro torna in patria come eroe, quando la guerra finisce; dei combattimenti, delle esplosioni, delle agonie dei soldati allo spettatore non viene risparmiato nulla. Attori bravi, copioni perfetti, scene realistiche, un grandissimo dispiegamento di mezzi. Un bell’antidoto per il mio bambino che ama tanto i videogiochi dove più spari e più vinci.