martedì 31 agosto 2010

viva annamaria

mi chiama annamaria, l'autrice di tv talk che ha lasciato il programa. Vuole dirmi che ha saputo chi sarà a sostituirla, vuole rassicurarmi, sa che sono preoccupata, mi dice che è uno bravo, competente, capace, uno con cui si lavora bene. E' una telefonata che poche persone avrebbero fatto, che rivela tanto di lei. Annamaria è una bellissima persona, in televisione sono rare persone così.

Il buio oltre la siepe


il libro di Harper Lee è nella lista dei 25 libri “inattuali” che Antonio Faeti suggerisce di proporre agli adolescenti di oggi. L’ho comprato per mia figlia, lei lo ha ignorato, io ne avevo un vaghissimo ricordo e l’ho riletto con piacere. A differenza dei romanzi di Mark Twain, cui somiglia qua e là, Il buio oltre la siepe è un po’ datato, risente della mentalità degli anni sessanta, pur interpretandone lo spirito migliore, il più avanzato. Il suo fascino sta nel racconto dell’infanzia spericolata di Scout e suo fratello Jem, delle loro vacanze estive in compagnia dello stravagante Dill (Truman Capote da ragazzino). Scout è un’emula di Pippi Calzelunghe: odia i vestitini rosa a punto smock, le noiose lezioni scolastiche, i tè delle signore, non esita a usare i pugni, fa un sacco di domande. Un altro bel personaggio, ricco di mistero, è Boo, il recluso, l’uomo nero che i ragazzi evocano con timore nei giochi, e che alla fine sarà il loro salvatore. Poi naturalmente c’è il razzismo, c’è il nero innocente accusato di stupro dall’instabile Mayella e dal suo orrido padre, c’è la condanna da parte della giuria, c’è il dolore dei ragazzi di fronte alla scoperta dell’ingiustizia istituzionalizzata. Peccato che la "medaglia presidenziale per la libertà", la più alta onorificenza americana, la vecchia Lee l'abbia dovuta ricevere dalle mani di George W. Bush.

gheddafine

mi riesce difficile immaginare duecento ragazze inglesi o spagnole o tedesche o francesi assoldate per allietare la visita di un leader straniero in visita nel loro paese, ricevendo predicozzi di costume, politica e religione (oltre che l'invito a emigrare da lui). E’ tragico che in Italia questo avvenga sotto gli occhi di tutti, ma è tragico anche che le ragazze italiane facciano a gara a partecipare all’evento. Nell’Italia di Berlusconi tutto è in vendita, soprattutto le femmine giovani.

lunedì 30 agosto 2010

blah

oggi è tutto un po' blah, come il sagace commento al mio ultimo post fatto da un anonimo lettore. E' blah essere in dear a inseguire un tizio con il cellulare staccato, è blah scendere a mensa da sola e risalire dopo dieci minuti, è blah leggere le stastiche del mio blog e scoprire che a leggermi sono quasi solo le mie sorelle (farei prima a comunicare con loro via mail), e soprattutto è blah questo blog di fattacci personali e recensioncine stiracchiate. Blah.

domenica 29 agosto 2010

a casa

ora sì che le vacanze sono proprio finite. I ragazzi sono voluti tornare a casa con noi, ne avevano abbastanza di sole e di spiaggia anche se non si aspettavano la Roma calda e deserta che hanno trovato ad accoglierli. Abbiamo festeggiato il ritorno mangiando una pizza dal Trentino, uno dei posti più squallidi che conosciamo ma proprio qui sotto. Il marito è già in tensione all'idea di tornare al lavoro. La figlia è al telefono, il figlio davanti alle partite, io in Alabama con l'Harper Lee del Buio oltre la siepe.

alternanze

tornata dalla gita a Procida ho avuto una bella sopresa: addirittura un bacio da parte della figlia. Doveva chiedermi se poteva andare a dormire da un’amica (è l’ultima sera, poi non vedo più Picci) e quando sono andata a parlamentare con lei per poter scambiare due parole con la madre di Picci, l’ho trovata in pinetina su un lettino appoggiata alle gambe di un ragazzo. Appena ci ha visto è schizzata in piedi, e quando gli ho chiesto, chi era quello, ha detto, quello chi, te lo sei sognata, ma sorrideva meno ostile del solito. Sull’altro versante invece, quello del figlio, nubi in agguato. In barca con il suo amico ha cominciato a rispondere male al padre, a dirgli, preparateli tu i parabordi, prenditela tu la cima. Appena un atteggiamento, subito contraddetto dai fatti, ma abbastanza da far intuire che i suoi teen incombenti non saranno una passeggiata, soprattutto per il padre, che odia il conflitto. Quanto dura l’adolescenza? Da tredici a diciannove? Dove posso cercare asilo?

sabato 28 agosto 2010

compromessi coniugali

lui ama dormire in barca, sentirsi in un bozzolo caldo, cullato dalle onde, io mi sento oppressa dallo spazio ridotto, dall’impossibilità di alzarmi. A me piace chiacchierare in barca e avere compagni di nuotate, per lui il massimo è starci solo con me (o, in alternativa, solo del tutto). Io dormo a bordo e lui vi accoglie chiunque io gli porti: lui mi dice, però un po’ di pace… io gli ribadisco, un letto vero è un’altra cosa.

venerdì 27 agosto 2010

sera a Procida

nell’aria si diffonde odore di sugo, il cielo si sta tingendo di rosso. Siamo ormeggiati a Marina Grande a Procida. Al posto della figlia, rimasta con il nonno, ci siamo portati Simone, e i due ragazzini pigramente distesi a poppa chiacchierano di suonerie, di calciatori, si raccontano fatti, canticchiano, ridono. Il marito è sceso a registrarsi. Dopo l’immersione nell’atmosfera plumbea della Dear, risalire sulla barca, ritrovarsi in mare aperto, è stato bellissimo. Mi aspettano due settimane micidiali, prima che gli altri siano in contratto dovrò saltare da una conferenza stampa all’altra per sentirmi dire le stesse cose dell’anno scorso, di due anni fa. Stasera andiamo a Chiaiolella da Pino e Daniela che affittano tutto l’anno la casa e ci hanno invitato a cena. Sarà questo odore intenso di sugo, sarà l’aria di mare, ho una gran fame.

giovedì 26 agosto 2010

ritorno al mare

per vedere i figli, il marito, e per fare una lunga nuotata al tramonto ho preso il treno alle cinque. Domani sarei dovuta andare alla conferenza stampa di Mentana sulla sua conduzione al tg. Non ce l’ho fatta a buttar via un ultimo giorno di ferie, un prezioso brandello d’estate. Mentana lo intervisterò la settimana prossima se il tipo dell’ufficio stampa mi aiuterà, se non mi avranno licenziato. Ho trovato la casa in condizioni pietose, i ragazzi sovraeccitati da una settimana con il padre, all’inizio aggressivi con me, poi affettuosi. Simone, il saggio amico del figlio, ci guarda stupito e divertito, una famiglia di matti.

madre dopo i cinquanta

Lidia Ravera a Radiotre ha detto che nella gravidanza a cinquantaquattro anni di Gianna Nannini vede il raggiungimento di una profonda eguaglianza tra l’uomo e la donna: perché si è sempre ammirato il cinquanta-sessantenne, addirittura il settantenne, padre (più attento ai bisogni dei figli, più disponibile a donar loro tempo) e non si deve ammirare una donna che riesce nella stessa impresa grazie all’uso delle moderne tecniche di riproduzione assistita? Un ascoltatore giovane ha obiettato che per un bambino è umiliante sentirsi dire dai suoi compagni di scuola che la mamma sembra sua nonna. L’obiezione è pessima, i bambini vogliono qualcuno che voglia loro bene e se ne fregano del suo aspetto, o devono imparare a fregarsene, ma non mi convince neppure la tesi della Ravera. Io sono convinta che la maternità sia molto di più che portare un figlio nella pancia, che una donna, così come un uomo, se se la sente di allevare una giovane vita, lo debba fare a ogni età (quanti bambini sono stati cresciuti dalla nonna, perché la mamma era morta, se n’era andata o chissà che altro, e sono stati bambini felici?). Mi fa rabbrividire invece un corpo piegato a un desiderio che va contro il suo ciclo biologico: non è su questo piano che voglio l’uguaglianza con gli uomini, anche perché che uguaglianza è? Loro a cinquant’anni mica si massacrano di ormoni, mica si ritrovano con la pancia smagliata, le gambe grosse, il mal di schiena, senza capelli, anemiche, mica rischiano di brutto di avere un figlio down. L'uguaglianza la voglio a scuola, sul lavoro, per strada, non in un'improbabile e irrealizzabile rincorsa alla parità fisica. Insomma per me madri e padri a ogni età, ma per amare un bambino non c’è bisogno di farlo.

le freak

la trappola me la tende chi meno me l'aspetto e cioè il mio canale radiofonico preferito, sul quale dalle sei in poi va in onda musica di tutti i tipi. L'ascolto distratto diventa attentissimo quando parte a sorpresa Le Freak. Mentre la macchina viene invasa dal grido "aaahh freak out! Le freak, c'est chic, freak out!" mi rimpicciolisco e compio un viaggio nel tempo, ridiventando un'adolescente insicura e bruttina, trascinata contro la sua volontà in discoteca. E' il 1978, sono a Bournemouth, cittadona balneare inglese, per imparare la lingua. Non ricordo come sono finita in quell'ambiente buio e rumoroso che mi mette a disagio, ricordo solo uno stordimento dovuto alla musica e il desiderio spasmodico che Manfred, un tedesco biondissimo con un accenno di baffi, dia retta a me e non alla mia amica Cecilia a cui tra l'altro non piace per niente. Ho una pessima memoria, ma il nome di quel tipo, che bello non era e simpatico neppure, riaffiora in un istante. La canzone finisce e così il viaggio indesiderato, che sollievo essere grande.

mercoledì 25 agosto 2010

Departures


una nebbia fitta che comunica un senso di irrealtà: nella nebbia una macchina con a bordo due uomini. Si dirigono verso la casa in cui è morto qualcuno, devono pulire e truccare il cadavere prima della sepoltura. Il più giovane dei due, accingendosi al lavoro, si accorge che la ragazza, bellissima, è un ragazzo. Lo dice sottovoce all’anziano e lui, imperturbabile, chiede ai vecchi genitori se vogliono un trucco maschile o femminile. Sin dall’inizio si capisce che Departures non è un film ordinario, che Yojiro Takita, il regista, ha uno sguardo molto ampio sulla realtà, capace di sottolinearne gli aspetti paradossali. Daigo, il protagonista, suonava in un’orchestra; quando questa viene sciolta decide che non è abbastanza bravo da mantenersi con la musica. Si trasferisce con la smorfiosa mogliettina nel suo paese natale e qui, senza volerlo, trova lavoro come truccatore di cadaveri insieme a un principale saggio e di poche parole e a una segretaria dall’aria sofferta ed ironica. Un film molto giapponese (la cerimonia della preparazione dei cadaveri, ripetuta varie volte, è un rito estetizzante estraneo alla nostra cultura) eppure molto universale perché parla del trauma della separazione dai morti, del faticoso inizio del nostro rapporto con chi non c’è più. In ogni casa il rito è accompagnato da scene diverse: ogni vita si riassume nell’atteggiamento ora pacato, ora rabbioso, ora ilare dei congiunti. Daigo ama il momento in cui il cadavere riprende colore sotto le sue cure e può essere salutato per l’ultima volta. Lo ama a tal punto che non cede alla pressioni della moglie, scandalizzata da un mestiere così impresentabile, e alla fine è lei che deve capire e adeguarsi. E’ anche un film sugli affetti familiari, su quello che ci aspettiamo dagli altri, sull’amore, le sue trappole, le sue delusioni. Ogni tanto piangevo, ogni tanto sorridevo; un po’ troppo lungo, un po’ mal doppiato, ma bello, importante.

martedì 24 agosto 2010

paranoie

mi dico, sto bene da sola, è un piacere amministrarmi in questo vuoto pneumatico che è la dear d’agosto: curo il sito, rispondo ai docenti e poi leggo scrivo ascolto la radio. Succede però che ogni contatto umano mi inquieta: mi chiama l’amica appena tornata e colgo nella sua voce un fastidio che non so spiegarmi, mi sembra che ce l’abbia con me anche se non saprei dire il motivo; telefono a un’altra amica ed è frettolosa (sta lavorando, è chiaro, ma di nuovo si affaccia l’antipatica sensazione che non sia contenta di sentirmi). Questo dopo solo due giorni di isolamento, se durasse mesi sarei pronta per essere internata.

una bella pubblicità

Ikea la conoscono tutti. Anche quando a Roma non c’era, si sapeva che i mobili più economici, più funzionali e meno brutti si trovavano in quei grandi magazzini gialli e blu alla periferia di Milano e di altre fortunate città. A colpirmi sono sempre state le campagne pubblicitarie della ditta svedese: innovative, divertenti, niente a che vedere con le donne seminude e ammiccanti che dominano un po’ ovunque e soprattutto nelle reclame di mobilifici. Prendete l’ultima campagna che mi ha accolto con i suoi cartelloni al mio ritorno a Roma, una cosa semplicissima e molto efficace: testimonial sconosciuti, ma belli, luminosi, sorridenti, tali da catturare lo sguardo. Una mamma con una figlia che le sussurra qualcosa all’orecchio; un ragazzo e una ragazza; un anziano e un’anziana. Accanto a loro una frase che suggerisce un progetto imminente, un cambiamento, una svolta da attuare a settembre. Questa pubblicità usa due elementi strategici che funzionano sempre: la bellezza e la voglia di nuovo. E’ chiaro che non basta una libreria bianca, una cucina di finto legno, un grande letto a castello per cambiarti la vita, ma vendere un sogno non è banale per niente.

lunedì 23 agosto 2010

Cat Chaser


da quando ho tradotto il pregevolissimo e sottovalutatissimo Un coyote a Hollywood (chi si è accorto che nell'unico libro che ha scritto per bambini c’è tutto Elmore Leonard in una splendida chiave autoironica?), la mia ammirazione per questo scrittore non è mai venuta meno. Cat Chaser ho appena finito di leggerlo e mi sono molto divertita. Moran è l’uomo delle svolte: ogni sette anni cambia vita. E’ stato marine a Porto Domingo; è stato ricco e sposato con la donna sbagliata; ora gestisce un motel a Miami, ma sente di essere pronto a cambiare. Torna in viaggio a Porto Domingo: cerca la ragazza che gli ha sparato, troverà un imbroglione molesto e una donna pericolosa che conosce da tempo. C’è sempre una storia d’amore nei libri di Leonard: in genere è tra il protagonista, un macho vero, non un bullo qualunque, e una tipa bellissima, raffinatissima e ambigua. Stavolta tifavo contro il lieto fine perché Moran si meritava di più dell'avida moglie di un ex generale, torturatore e mafioso, ma è andata così e Leonard può permettersi questo e altro.

che bella tinta

tornata dalle vacanze guardo il colore dorato e uniforme della mia pelle, un colore che dura pochissimo, e sento acutamente la mancanza del commento che faceva mia madre quando mi vedeva alla fine dell’estate, che bella tinta, diceva. Mi piaceva molto sentirmelo dire, mi piaceva questo complimento così formulato. Me lo dico da sola, che bella tinta.

Non dire notte


in un’edicola di Portoferraio ho preso in mano l’edizione tascabile di Non dire notte, ho letto la quarta di copertina e deciso di comprarla. Man mano che avanzavo nella lettura mi accorgevo che la storia la conoscevo già e che mi ero scordata di aver già comprato e letto questo libro. Passato il momento di rammarico e di preoccupazione per il precoce deperimento della mia memoria, mi sono lasciata prendere dalla narrazione. Dell’amore tra Theo, urbanista sessantenne che fa sempre più fatica a interessarsi a qualcosa e Noa, professoressa di lettere impegnata nel progetto di un istituto per il recupero dei tossicodipendenti, mi ricordavo l’enorme tenerezza e gli slanci frenati di lui, i dubbi di lei e certi particolari (lui che osserva le mani di Noa, l’unica parte che ne rivela l’età; il lungo e ponderato acquisto comune di un vestito vezzoso; lei che fa amicizia con un’allieva e recupera una gaiezza che da giovane non aveva sperimentato). Non ricordavo invece quanto fosse presente nel romanzo la presenza del deserto, i suoi silenzi e le inquietudini che vi serpeggiano. Tel Kedar, la cittadina in cui si svolge l'azione, è un avamposto sperduto in mezzo alla sabbia; Theo e Noa hanno scelto di stabilircisi perché entrambi privi di legami ed entrambi desiderosi di una vita nuova in un contesto noto. Né ricordavo quanto peso avesse la morte di Immanuel nel mandare in crisi Noa, facendole scoprire quanta poca attenzione avesse riservato al ragazzo e in generale a chi la circondava. La cosa più bella di Non dire notte è la creazione di un’atmosfera dolente eppure piena di affetto; la tragedia è avvenuta, è nell'aria, chi resta ha il compito di andare avanti, di trovare una ragione per farlo.

domenica 22 agosto 2010

finale con delfini

il viaggio è finito tra momenti belli (noi quattro in gommoncino sotto la luna per far vedere al figlio la partita della Roma a Giannutri; il tuffo in mare stamattina alle sette dopo il caffè; i delfini che ci hanno accompagnato per un tratto davanti al Circeo saltando davanti e sotto la barca) e momenti meno belli (una spia elettronica che segnalava guasti al timone e bloccava i motori, la sosta forzata a Cala Galera, la paura di restare bloccati a Civitavecchia). Domani Roma da sola e la sera cena con papà che non vedo dalla fine di luglio.

sabato 21 agosto 2010

voglia di ammutinamento

ne abbiamo abbastanza: se dipendesse da noi, stasera invece di roteare pericolosamente attaccati all’ancora nella piccola e inospitale rada di Giannutri, affollata di romani in barcozzi, saremmo nei nostri confortevoli letti sulla terraferma. Il capitano non sente ragioni e nessuno di noi tre è in grado di prendere i comandi al suo posto. Ci tocca piegarci ai suoi desideri e per una sera vivere il brivido del campeggio nautico vero e proprio, senza la protezione di un molo. Non avrei mai creduto di poter sviluppare una così grande voglia di asciutto.

il conte max

uno dei motivi per cui siamo tornati a ormeggiare ai cantieri Esaom di Portoferrario, dove eravamo stati l’anno scorso, è il conte Max. E’ il cuoco del ristorante della marina, nessuna insegna, una tenda a strisce bianche e blu, una decina di tavoli sospesi sull’acqua. Dentro il locale è inquietante: al soffitto pende una sterminata collezione di berretti a visiera e sulla parete dietro la macchina del caffè appaiono in bella mostra una serie di detti maschilistici e goliardici presi dalla peggiore tradizione toscana. Lui, il conte, è un uomo tozzo, rossiccio, ha sempre un bicchiere di vino bianco in mano e, a dispetto delle amate sentenze, modi gentili. Per prima cosa conduce il cliente in cucina: è un atto puramente formale, lui già sa cosa gli darà da mangiare, ma non sa resistere alla tentazione di sfoggiare le sue creazioni in divenire. Nelle tre sere in cui abbiamo mangiato al suo ristorante il conte Max ci ha preparato tagliolini all’astice, tagliolini allo sconciglio (delle conchiglie tipo paguro, che se me li avesse preparati chiunque altro avrei detto, no grazie) e tagliolini ai totani. Un suo assistente arricchiva i pasti con alice fritte al momento, insalata di polipo, orzo e cozze e altri meravigliosi antipasti; una sera abbiamo preso anche una splendida orata al forno. I cantieri Esaom sono una delle marine meno chic d’Italia: banchine di cemento, capannoni giganti per riparare le barche, la gru per metterle in mare, un’acqua scura e maleodorante che fa venire i brividi, ma solo se ormeggi lì puoi mangiare da quel genio della cucina che è il conte Max.

venerdì 20 agosto 2010

gita a Capraia

il tempo è parecchio incerto, ma o oggi o tra un anno o più; quindi si va e non si fa caso alle sporadiche gocce di pioggia. La prima tappa è Marciana Marina dove raccattiamo la figlia, con la sua amica Caterina, il fratellino e i genitori, poi proseguiamo per Capraia. C'ero stata a sedici anni, di passaggio per la Corsica, non me la ricordavo per niente. Ancoriamo sotto il paese e facciamo lì il primo bagno. E' un'isola pietrosa con forti contrasti di colore: un'impressionante parete rossa, dei viola, il verde della vegetazione. Da sotto si vedono le rovine del carcere. D'inverno ci abitano in tutto un centinaio di persone, per lo più ex secondini finiti lì da ogni parte d'Italia. Mi piacerebbe fermarmi, star lì qualche giorno; ci arriva solo il traghetto da Livorno, non sbarcano macchine, c'è solo una strada, ci si sente lontani da tutto. La figlia e l'amica si fotografano in posa, chiacchierano, ridono, si insultano scherzando, ci insultano: si somigliano, sembrano fatte in serie. In un attimo sono le cinque: il padre di Caterina ha una partita di pallone, freme, non vuole arrivare in ritardo. La gita è finita ma a Capraia voglio tornare.

Il Dottor Thorne


come Renzo e Lucia, Frank e Mary si conoscono da sempre e da sempre sono attratti l’uno dall’altra. Nel Dottor Thorne non c’è un Don Rodrigo che si opponga alla promessa dei due fidanzati, c’è solo un grosso ostacolo economico: la proprietà che Frank erediterà è pesantemente ipotecata e il giovane non fa in tempo a compiere ventun anni che tutti cominciano a ripetergli che deve sposare una donna ricca. Mary non è ricca ed è pure di oscuri natali (ma questo secondo particolare non interesserebbe nessuno in presenza di un consistente patrimonio). Più che alla storia d’amore Trollope è interessato a porre i suoi personaggi di fronte a questioni d’interesse: c’è chi in nome dei soldi costruisce castelli d’ipocrisia, chi non riesce a non inchinarsi al loro potere e chi invece va dritto per la sua strada, non assoggettandosi a niente. La satira di un’intera classe sociale che di nobile ha solo il titolo non potrebbe essere più riuscita.

giovedì 19 agosto 2010

silvia se ne va

la settimana prossima Silvia lascia la casa editrice, partendo per Vienna con il suo fidanzato che fa il matematico (glielo fanno fare ovunque meno che in Italia). Io e Silvia ci siamo incontrate solo una volta, parlate al telefono due o tre; attraverso i libri che lei mi ha mandato e le schede che le sono arrivate da me, si è stabilita tra noi una vera amicizia, consolidata via mail e via blog (senza di lei volevoesserejomarch non esisterebbe). Silvia ha più o meno la metà dei miei anni, ma da lei mi sono sempre sentita accolta e protetta: non solo ha sempre cercato di intercettare letture che mi potessero piacere, ma mi ha spesso stupita e commossa inserendo nei pacchi pensieri per me. Silvia mi mancherà un sacco, ma sono convinta che Vienna sarà per lei un ottimo nuovo inizio.

mamma, mi annoio!

come sempre succede, in assenza della sorella il ruolo di molesto, se l’è preso lui, il figlio. Oggi è riuscito a non farsi il bagno, criticando il posto in cui l’avevamo portato; ha finito tutti i Diabolik che aveva a bordo; ha fatto un giro in gommoncino e appena arrivato sulla spiaggia è voluto tornare indietro; ha cercato persino di simulare sonno al momento di rientrare in porto, ma poi la sua coscienziosità ha preso il sopravvento e si è alzato ad aiutare. Ora siamo in balia del meccanico che traffica con il motore e insieme insulta qualcuno al telefono: dipende dal suo intervento se domani andremo a Capraia e dopodomani a Giannutri, per poi tornare a Sperlonga. Se si sbriga riusciamo pure a fare una passeggiata a Portoferraio. Ieri non me la sono goduta per niente, attanagliata da un mal di testa feroce, neanche gli gnocchetti alla cernia e il pesce fritto dell’osteria libertaria sono riusciti a tirarmi su; oggi sono di nuovo me.

istantanea da Porto Ferraio

nel porto mediceo spicca una barca enorme, nuovissima, una specie di astronave bianca e d'acciaio. La gente comune le gira intorno incuriosita. Sul ponte marinai dall'aria molto professionale puliscono sul pulito. Dagli oblò laterali si vede una stanza sontuosa e tetra: c'è un letto matrimoniale gigante con una coperta dorata, un maxi schermo acceso e una cyclette. Sulla cyclette arranca un omino peloso. Più che un milionario sembra un criceto.

mercoledì 18 agosto 2010

in panne

prima o poi un guasto doveva capitare (secondo la mia esperienza le barche passano più tempo ferme ad essere riparate che in navigazione) e la fortuna ci ha aiutato perché Porto Ferraio è uno dei posti migliori per ricevere assistenza nautica. Un motore perdeva olio, probabilmente dall’inizio del viaggio, solo che la segnalazione non è partita finché la perdita non è stata molto consistente. Stamattina all’alba è venuto un meccanico, ha trafficato a lungo e poi è corso a ordinare la guarnizione a Viareggio. Siamo comunque riusciti a fare un bagno in una caletta e soprattutto a spedire la figlia a Marciana, dove doveva incontrare l’amica. L’ho sentita al telefono poco fa, era in una spiaggia affollata con Caterina, suo padre, il fratello, gli zii: chiunque pur di allontanarsi da noi. L’interno della barca è il caos più completo: libri, magliette, asciugamani, cuscini; mi affanno a riporre la roba, ma quello che tolgo da un parte rispunta dall’altra. Sono un po’ stanca di questa vita da nomade mentre il marito, entusiasta, prolungherebbe a dismisura la vacanza marina. Le 730 pagine del Dottor Thorne di Trollope accompagnano degnamente questo ultimo scorcio di viaggio.

martedì 17 agosto 2010

l'arrivo a Solenzara

partiamo all’alba dalla Maddalena con tempo incerto. Niente sosta a Lavezzi, quest’anno puntiamo più a nord. Il bagno in una bella baia corsa è funestata dal vento: la barca gira su stessa e, quando con il figlio mi butto a nuoto per raggiungere la spiaggia circondata da rocce rosse, ci troviamo a combattere contro una forte corrente. Non la serata ideale da passare in rada, ma sia Porto Vecchio sia Bastia rispondono di non aver posto. Chiamiamo tutti e alla fine da Solenzara ci dicono che possiamo metterci sulla banchina del benzinaio alle sette e mezza quando chiude. Ci avviamo con grande anticipo e arriviamo stonati dopo due ore di onde. Non siamo i soli ad aver pattuito questa soluzione d’emergenza: fuori dalle banchine c’è una fila di barche e due ragazze con la maglietta rossa in gommone regolano dal mare il traffico degli ingressi. In poco tempo le ragazze compongono un difficilissimo puzzle: incastrano barche di tutte le dimensioni sfruttando ogni angolo libero. Noi finiamo nel vano di cemento in cui le barche vengono calate in mare ed entrare in quello spazio ristretto non è cosa da poco (io aiuto come posso, il figlio si fa in quattro, la figlia ogni volta che c’è un’emergenza, o anche una semplice manovra, cade in letargo; si sveglia solo a manovra conclusa). Un barcozzo bianco con sopra dei romani vocianti ci blocca l’uscita. La sera passeggiata breve fino al ristorante e una pentola piena di gustose cozze con la cipolla ci fa sentire l’Italia lontana per una sera almeno. Ora già siamo all’Elba.

Ritorno a Baraule


“La prima cosa che Carmine Pullana vide quando arrivò a Baraule fu una vecchia che salutava tutti quelli che passavano toccandosi i genitali imbrattati di argilla rossa.” Così comincia Ritorno a Baraule di Salvatore Niffoi: l’ho trovato nella libreria della Maddalena e ho pensato che il viaggio in Sardegna fosse una buona occasione per cominciare a leggere questo scrittore della provincia di Nuoro. C’è un uomo malato di cancro che torna nel paesino in cui è nato. E’ stato un famoso cardiochirurgo e da quando era piccolo ha una ferita aperta: non ha mai saputo chi fosse suo padre e sua madre è morta con la pancia squarciata. Carmine incontra una galleria di personaggi e il mistero della sua nascita si ingarbuglia sempre di più. La lingua di Niffoi è un impasto di italiano e di sardo con una propensione netta per le similitudini d’ordine genitale (“a metà strada il cielo si aprì come una vagina prima del parto” “la sfoglia della pasta croccante si era lasciata andare sotto il coltello come l’imene di una vecchia vergine”): una scrittura elaborata che invece di essere al servizio del contenuto distrae il lettore dalla trama che resta esilissima. Chissà se gli altri libri di Niffoi sono meglio di questo.

domenica 15 agosto 2010

ferragosto sfigato

riesce a trasformare la cabina in cui dorme in un tugurio come la stanza da letto di Roma: sparge le sue cose ovunque. La mattina la figlia non si alza e non fa colazione; nonostante il vento e le onde si lascia trasportare stesa a Caprera. Quando all’una tiriamo fuori pane carasau e formaggio, dichiara sdegnosa che non le piace né l’uno né l’altro e torna di nuovo in cabina. Alle due vengo colta da un lancinante istinto materno e le preparo un piatto di pasta al tonno. Lei affamata e felice la addenta, ma sta attenta a non darmi troppa soddisfazione e ne lascia un po’. Di recente ha scoperto il gommoncino: per rianimarla le chiedo di accompagnarmi a riva, con l’idea di godermi il ritorno a nuoto. Il piano funziona a metà: mi lascia alle boe, riparte, ma c’è un sacco di vento, non governa il barchino, ha paura di accelerare, pesa troppo poco. La vedo sbandare paurosamente nel dedalo di barche, ora è sotto la catena di un’ancora, ora pericolosamente vicina a un gommone. La gente sulle barche si gode lo spettacolo di una bella ragazza su un mezzo che si comporta come un cavallo imbizzarrito. Nuoto più veloce che posso ma lei non si accorge di me, nonostante gesticoli. Finalmente la intravedo vicina alla nostra di barca: non riuscendo ad avvicinarcisi, spegne il motore e si tuffa. Quando arrivo a bordo trovo una scena da panico: il marito urla perché non è stata in grado di guidare, lei urla per il dolore della medusa contro cui ha sbattuto in acqua e per lo spavento provato. Quasi quindici anni e un ferragosto da passare nel posto più sbagliato e soprattutto con le persone più sbagliate del mondo.

Le avventure di Oliver Twist


Dickens da bambina l’ho letto in versioni ridotte che semplificavano la trama, saltavano certi passaggi. L’estate scorsa alla Maddalena mi ero portata David Copperfield, quest’anno è stata la volta di Oliver Twist. Dal bel film di Polanski emergeva soprattutto il ritratto della Londra miserabile e spaventosa di Fagin l’ebreo e la sua teppa; a colpirmi nel libro stavolta è stato il ritratto dei personaggi minori come il mazziere Bumble e la signora Corney, che non hanno la grandezza della perfidia ma la bassezza della vigliaccheria e dell’avidità: capaci di rubare a una moribonda, di affamare e picchiare i bambini e insieme di ammantarsi di un’aura di rispettabilità. E ancora giudici frettolosi e incompetenti; becchine irascibili: un’umanità deteriore che non conosce pietà, rispetto per l’altro. Oliver, con il suo ostinato candore, è una figurina un po’ scialba, utile a far risaltare la varia empietà dei suoi persecutori. Una gran bella lettura.

carnevale d'estate

suona bene un invito a cena in barca: in realtà Giulia, Enrico e il piccolo Davide sono venuti da noi sin da Palau per un pasto in cui era più quello che non c’era che quello che c’era. Per sfuggire al vento sferzante e gelato, siamo poi andati alla Maddalena. Qui imperversava uno strano carnevale estivo: disco music ovunque e isolani vestiti da diavoli, hawaiani, conigliette, gatti, leopardi; persino due bambine in abito da suore con ai piedi infradito luccicanti. Oggi è ferragosto, l’aria fresca e la quiete del molo non lo ricordano affatto.

sabato 14 agosto 2010

casa Garibaldi a Caprera

è un luogo incantato, la villa di Giuseppe Garibaldi sull’isola di Caprera. Dalla Marina del Ponte ci siamo avviati a piedi, ma poi siamo saliti sull’autobus che ci ha lasciati proprio lì davanti. La casa è bianca e nel cortile cresce un enorme pino contorto piantato da Garibaldi alla nascita della figlia Clelia, più di cento anni fa. La guida ci ha mostrato la stalla con la vasca da bagno (era il luogo più caldo per via del fiato degli animali); la lapide per la gloriosa cavalla Marsala vissuta trent’anni, la macchina per fare il formaggio, la giara per l’olio. Anche la cucina è piena di aggeggi avanzati per l’epoca e mostra un cura maniacale per i dettagli. Se penso al generale che viaggiava, navigava, combatteva e insieme seminava, macinava il grano, allevava animali mi viene in mente mio cognato Domenico con il suo incredibile attivismo: esistono uomini fatti per stare in movimento, per darsi da fare. Non sono le persone più facili con cui passare la vita. Tornando alla casa, la stanza più bella è quella dov’è conservato il letto di morte di Garibaldi. E’ piccolo, bianco ed è posto di fronte a una meravigliosa finestra sul mare. Bel privilegio scegliere il luogo dove posare gli occhi prima di morire. Clelia, la figlia di Garibaldi, è morta nella casa a novantadue anni; ora ci vive un guardiano. Vorreiessereilguardianodicasagaribaldiacaprera.

nuvole

è arrivata la pioggia. Ieri solo un veloce acquazzone mattutino, quasi un avvertimento, poi il resto del giorno è stato luminoso e più caldo degli altri. Abbiamo fatto un bel bagno a Caprera, vicino a una spiaggia che chiamano Tahiti perché ha l’acqua di un azzurro chiarissimo. Stanotte ogni tanto sentivo raffiche di gocce: la barca è tutta bagnata e il cielo grigio. Tra un po’ arrivano i ragazzi (mia sorella sta partendo per Zurigo) e la convivenza a due ridiventa una schiamazzante convivenza a quattro. Siamo stati così premurosamente accuditi, nutriti, guidati in questi giorni che facciamo fatica a riprendere in mano l’organizzazione di noi stessi; ha i suoi pregi il dirigismo svizzero. Appena il tempo ce lo consentirà lasceremo la Sardegna per la Corsica. Sarebbe bello andare un po’ a zonzo fermandoci dove ci piace, ma l’isola d'Elba è una tappa obbligata perché la figlia punta a qualche giorno dalla sua amica; in pratica punta a sbarazzarsi al più presto di noi. Che faremo qui con la pioggia? Intanto oggi finisco Oliver Twist e il grigiore della giornata ben si adatta all'atmosfera in cui mi calo leggendo.

giovedì 12 agosto 2010

incontri e partenze

Nicola e Bianca sono ripartiti a bordo del motorino: Nicola sempre sorridente e entusiasta, anche dopo che una medusa gli aveva sfregiato un braccio e la caduta in porto nelle manovre, Bianca sempre serena e capace di starci appresso nelle nostre nuotate. Oggi abbiamo puntato su Santa Maria, un’isola con una bella spiaggia e poche case, infestata dai barconi che ci scaricano gente dalle dieci alle quattro. Sapevo che lì c’era Jane con Fabrizio e il nipote Sky: l’ho chiamata al telefono, le sono andata incontro a nuoto. Sono venuti in barca con il fratello di Fabrizio e i suoi due figli: erano in sei ragazzi a tuffarsi come indemoniati mentre il più piccolo li guardava affascinato. Con Jane abbiamo parlato del prossimo tv talk, in cui lavoreremo insieme da settembre: per lei è tutto nuovo, per me c’è la solita ansia, più il dispiacere per Anna Maria e Gianluigi che non ci saranno e che erano quelli di cui più mi fidavo nel programma. Per fortuna siamo state presto distratte da questi discorsi. Altro bagno vicino alla spiaggia rosa, e rientro di corsa alle sette per consentire al marito di fare la call di lavoro in cui è tutt’ora immerso. Domani mattina sarà Matteo a partire, spedito dai suoi a un corso di wind surf in Francia. Il Matteo che ho visto in queste vacanze è tutt’altro dal ragazzo apatico e difficile descritto da mia sorella: è gentile, sopporta gli isterismi della cugina, aiuta in barca, coglie al volo le situazioni, le sue rispostacce ai genitori si contano sulle dita di una mano e sono spesso anche ben motivate. Stasera Domenico mette in tavola spaghetti alla bottarga e dentice all’acqua pazza: quale uomo si prenderebbe così amorevole cura della sorella di sua moglie che è un’insopportabile criticona e per di più scrive un blog?

con i figli

chiacchiere del dopo cena (si è mangiato un intero porceddu, più le patate, più una zuppa del posto fatta con formaggio e brodo di pecora, più l’anguria, più i dolci). L’argomento sono i figli: i nostri sono andati a fare due passi in paese, quella di Bianca e Nicola è a casa a studiare per l’esame di ammissione alla Normale di Pisa. Siamo tutti d’accordo sul fatto che si fanno errori su errori, sia che li si sproni a raggiungere i risultati più alti, sia che li si lasci fare come vogliono loro. Bianca dice a Domenico che dovrebbe ogni tanto far vedere a Matteo una sua debolezza, un’incapacità, che misurarsi con un padre che eccelle in tutto e ha ogni brevetto, è una fatica e spinge a fare il contrario. Racconta che la sua di figlia, è organizzata e precisa fino all’eccesso per contrastare il disordine suo e del marito. Penso alla mia che fa la smorfiosa, la petulante, che provoca, si mette in mostra; ha davanti una mamma barbosa che non fuma non beve va a letto alle dieci. Non potrei essere diversa da quella che sono, ma forse qualche volta dovrei riuscire a stupirla.

mercoledì 11 agosto 2010

martedì 10 agosto 2010

Il segreto di Lady Audley


è la storia di un formidabile scontro a distanza: da una parte un giovane avvocato, ricco e indolente, dall'altra una donna senza mezzi di sostentamento ma capace di soggiogare chiunque con la sua bellezza e il suo ostentato candore. A scatenare lo scontro è la scomparsa dell'amico dell'avvocato: cercandone le tracce, il protagonista scopre che la moglie di suo zio si è sbarazzata non solo della sua vecchia identità, ma anche che del primo marito e di un figlio. Non vuole arrecare dolore allo zio a cui è molto legato, ma non può tollerare che un'assassina viva al fianco di lui trionfante e impunita. Grazie a sapienti colpi di scena, Mary Elizabeth Braddon crea una trama dal ritmo incalzante: la leggi e precipiti in un vortice da cui stenti a liberarti, non vedi l'ora di vedere come va a finire tra i due. Il libro è uscito nel 1862. La scrittrice ha pubblicato in tutto un'ottantina di libri; ha avuto sei figli e ha sposato un uomo che ne aveva già cinque. Sicuramente non perdeva tempo in vacanza.

dieci agosto

la giornata è volata, c’era il sole e il mare era calmo, Domenico ha pianificato la cena in barca comprando tre chili di arselle e preparando il sugo prima di salire a bordo. Alle cinque del pomeriggio eravamo davanti a Budelli. Sono partita a nuoto con Maddalena e Bianca per vedere la spiaggia rosa (che è rimasta bellissima) e abbiamo nuotato e nuotato perché eravamo più distanti del previsto. Quando siamo tornate, i ragazzi avevano tirato fuori le patatine dell’antipasto, in un attimo abbiamo scolato la pasta e poi è sceso il tramonto. Prima di partire ero contraria all’idea di rifare l’esperienza dell’anno scorso in Sardegna: pensavo che con mia sorella e i suoi non si sarebbe ricreata la stessa armonia, che al massimo questa sarebbe stata una pallida fotocopia della vacanza precedente. Invece stiamo bene con loro: i quattro cugini ridono e litigano senza sosta e Bianca e Nicola vivacizzano i nostri discorsi. Al marito la barca sembra sempre troppo affollata, ma in fondo in fondo è contento che sia così intensamente vissuta.

lunedì 9 agosto 2010

la maddalena

a riportare la quiete sulla barca ci hanno pensato le nuvole. Stamattina, dopo giri di spesa, siamo partiti in dieci: noi, mia sorella, il marito, i due figli e Nicola e Bianca, due loro amici che li hanno raggiunti in vespa da Firenze. Abbiamo fatto tappa in due baie tranquille dall’acqua trasparente: la prima era infestata da medusine tra il rosa e il marrone, nella seconda ce n’erano meno e si poteva nuotare. Lontana da Sperlonga e papà, mia sorella è rinata: allegra, disponibile, molto meno dispotica. E’ bello ora godere di un po’ silenzio, ma era anche bello sentire la barca echeggiare di scherzi e risate, tuffi e racconti incrociati. Speriamo non piova e se piove c’è casa loro ad accoglierci.

domenica 8 agosto 2010

da Nettuno alla Maddalena con Mary Elizabeth Braddon

la barca dondola attaccata alla Marina del Ponte, più o meno nello stesso punto dove eravamo l’anno scorso. Siamo arrivati in Sardegna verso l’una e mezza, dopo una traversata che più liscia non poteva essere. Ci siamo ancorati a Caprera e Matteo, mio nipote, è stato il primo a venirci incontro spingendosi con le braccia sulla tavola da surf. Poi è arrivato anche il resto della famiglia e la nuotata con mia sorella nel bel mare sardo si è portata via la fatica del viaggio. Ieri sera la passeggiata a Nettuno ci aveva offerto uno squarcio inquietante sull’italiano medio in ferie: sembrava di essere in mezzo a un pubblico di figuranti televisivi, maschi e femmine con capelli troppo biondi e troppo pieni di gel, facce troppo abbronzate, tacchi, tette, catenoni. Nella piazza principale avevano allestito una passerella come per una sfilata, intorno si accalcava la gente, facendoci sentire ancora più fuoriluogo. Stamattina quando è suonata la sveglia alle sei e mezza ero stanca, intontita, per nulla desiderosa di riaffrontare il mare. La lunga mattina di navigazione è passata in compagnia dell’avvincente inizio del Segreto di Lady Audley. Non c’è niente di meglio di un romanzone vittoriano sotto il sole di agosto: non vedo l’ora di scoprire come se la caverà quella santerellina di Lucy che ha sposato Sir Audley ed è diventata ricchissima ora che George, che sospetto essere il suo primo marito, è tornato dall’Australia, dove era andato in cerca di fortuna. Ma Domenico sta già venendo a prenderci con la macchina: ci hanno preparato la pasta con le cozze, i ragazzi stasera dormono da loro. Mary Elizabeth può attendere, ho un sacco di giorni per lei, Trollope e Dickens, la mia piccola scorta estiva di emozioni ottocentesche.

sabato 7 agosto 2010

da Gaeta a Nettuno con un cupo Simenon

ci siamo svegliati verso le otto, non tirava vento, il mare era quasi calmo, abbiamo deciso di partire. Appena lasciata alle spalle Gaeta, si è cominciato a ballare su forti onde di prua. Così, senza neppure avere il tempo per chiedermi se accamparmi per quindici giorni in dieci metri quadri in balia delle intemperie era il modo in cui desideravo passare le vacanze e che cosa mi aveva fatto l’uomo alla guida perché salissi sul suo mezzo con la mia valigia, mi sono ritrovata sul mare agitato con tutta la famiglia. La figlia ha resistito a lungo stesa in cabina con la musica nelle orecchie, ma poi sembrava che la barca dovesse spezzarsi in due ed è salita da noi. Il figlio si è raggomitolato vicino a me come quando era piccolo, il marito guidava con una smorfia tesa. Abbiamo gettato l’ancora al largo del Circeo, protetti dal promontorio, e mangiato il nostro panino. Ho tirato fuori Corte d’assise di Simenon e le tristi vicende di Petit Louis, parassita e spaccone di provincia, hanno contribuito a incupire la mia prima travagliata giornata di viaggio. Ora siamo al sicuro nel porto: il momento in cui il marinaio a terra riceve le cime e completa l’ormeggio è così bello che si dimenticano le botte e gli spruzzi. Stasera finisco Simenon, domani mi auguro lettura e giornata più amene.

44 Scotland Street


Pat ha vent’anni, è all’inizio del suo secondo anno sabbatico. Cerca casa e la trova in Scotland Street. Il suo coinquilino è Bruce: bellissimo, muscolosissimo, pieno di sé (lei lo detesta ma ne è molto attirata). Nel palazzo vive Domenica, un’antropologa chiacchierona e acuta e Bertie, un bambino di cinque anni, ossessionato dai genitori che vogliono farne un genio e gli impongono lo studio del sassofono e della lingua italiana dicendo che è lui a volerlo. Poi c’è Mattie, il trentenne che gestisce la galleria d’arte dove trova lavoro Pat: un tipo gentile ma inerme; c’è Angus, il ritrattista su cui incombe una fatwa e soprattutto c’è la città di Edimburgo, con i suoi panorami mozzafiato, il suo whisky, le sue birre, la sua gente un po’ snob con chi viene da fuori. Leggere Alexander McCall Smith è quasi meglio che visitare la Scozia. Ha un humour sottile che incanta, di ogni personaggio coglie in un attimo i tic e la sostanza. Finito un suo libro si può solo cercarne un altro. Può essere definita letteratura di evasione: che bello evadere con lui.

venerdì 6 agosto 2010

vacanza

complici il vento e le onde, mi godo qualche giorno di ozio assoluto prima della grande avventura. Sono partiti tutti, non solo i miei familiari, ma anche i villeggianti di luglio, e non sono stati rimpiazzati che in esigua misura. Si sta bene in spiaggia con un libro (stamattina ridevo da sola con 44 Scotland Street) e in acqua a nuotare tra le boe con il figlio appiccicato a mo’ di cozza. Non sono ancora del tutto distesa, quando a mezzanotte torna la figlia mi sveglio e per un po’ fatico a riprendere sonno in preda a cupi pensieri, ma è bello per un po’ stare accampati nel disordine di casa propria senza pianificare niente, né una cena, né una gita, niente che non sia una nuotata o una lettura.

giovedì 5 agosto 2010

L'ultima riga delle fiabe


non dovevo leggerlo. Ma me l’hanno regalato. Sì, ma prenderlo in mano con curiosità e rabbrividire davanti allo schema iniziale della stella a cinque punte (ogni punta una vasca: la Vasca dell’Io , la Vasca della Luna, ecc) con sopra il titolo Le Terme dell’Anima è stato tutt’uno. Non dovevo leggerlo perché Gramellini mi piace molto in tv da Fazio quando parla di temi di attualità e ora ogni volta che lo vedrò non potrò non pensare al suo libro. Perché una persona seria, ma anche ironica, acuta come Massimo Gramellini, scrive un insopportabile trattatello amoroso in veste di romanzo? Perché utilizza la sua stessa biografia e le storie di quelli che hanno scritto alla sua rubrica di posta del cuore per sfornare un lungo, saccente apologo sulla difficoltà di amare e accettare se stessi? Non sono domande retoriche, davvero non me lo spiego.

La sottile linea scura


“A voler sommare tutte le esperienze che avevo fatto quell’estate, mi mancavano solo i dischi volanti e il mostro di Loch Ness”. E’ il 1958, Stanley ha tredici anni e ha appena scoperto con enorme sconcerto che Babbo Natale non esiste. L’estate in cui Stanley si trasferisce con i suoi a Dewmont, nel Texas Orientale, dove il padre meccanico si converte in gestore di drive-in, per il ragazzo cambia tutto. Con un linguaggio nitido, che fa vedere le cose, Lansdale costruisce un grande romanzo di formazione. Sullo sfondo c’è un duplice delitto; in primo piano l’amicizia del protagonista con Rosy Mae, la cuoca e Buster, l’adetto alla proiezione, entrambi neri, entrambi molto consapevoli del razzismo dei bianchi e della difficoltà di convivere con loro. Poi ci sono i fumetti, i libri, i film, il cagnolino Nub, sempre pronto a togliere dai guai il suo padrone, fin troppo incline a ficcarcisi. Il libro è anche un intenso ritratto familiare: il padre impulsivo e più generoso di quanto non voglia ammettere; la made che impone la sua volontà senza farsi notare; la sorella civetta che ha un legame vero con il fratello e non esita a spiegargli tutto quello che sa sulla vita. Che bella scoperta Lansdale.

mercoledì 4 agosto 2010

metro A, stazione Termini

era tanto che non prendevo la metropolitana a Roma, le altre volte ero andata alla stazione in autobus dalla Dear. Zia Giovanna l'aveva presa la settimana scorsa e ne era uscita distrutta. Avevo pensato che fosse un problema di età; oggi ho sperimentato di persona che incubo sia. A Flaminio scendi le scale e sei investita da una folata di caldo. Sali sul vagone strapieno e a ogni fermata assisti alla rissa tra chi vuole scendere e chi pretende di salire senza aspettare. A Termini stanno facendo dei lavori e trovi una massa compatta di persone che si sposta con te per un labirinto di corridoi dove non c'è un filo d'aria. Senti una sinfonia di odori, non distingui più nulla in quella puzza polifonica e tu stessa non sei che un sudore ambulante. A ogni svolta speri che appaia la stazione, ma c'è ogni volta un'altra scala, un altro muro di gente. Quando arrivi ai treni ti sembra di essere uscita dagli Inferi e dici a te stessa, mai più. Un bel modo di accogliere i turisti che vengono a Roma d'estate.

sepolta viva

mia suocera e le vacanze temo sia una storia finita. Mesi fa aveva prenotato dieci giorni a Chianciano, in un albero dove andava con il marito. E' partita domenica. Ieri sera era già a Roma: senza consultarsi con il figlio, spinta da un malore notturno, ha pensato che stava meglio a casa sua. Ha pagato l'albergo e ha ripreso il treno, dopo soli due giorni. Ora è tornata alla sua routine domestica, settimana enigmistica, libro, spesa, televisione. Non la chiama nessuno. La sua è un'impresa rara: si abitua a non esserci.

cambiare vita

Roma comincia a svuotarsi ma chi rimane la sera esce e affolla i locali. Ieri sera ci siamo ritrovati con Paolo e Stefano in un posto sotto gli ulivi dove si faticava a trovare un tavolo libero. I due erano desiderosi di coinvolgerci in un loro piano per cambiar vita; più ne parlavano più si capiva quanto fosse vago. I punti fermi di Paolo erano la campagna e l’alimentazione (fa l’architetto in uno studio e si è un po’ stufato) ma lasciava il campo libero a diversi “accessori”, come li chiamava lui, cioè attività parallele; Stefano che è il vicedirettore di un’associazione che si occupa di viaggi, appariva ancora più animato dal desiderio di cambiamento e ancora più a corto di idee. Cinzia, la moglie di Stefano, ha citato prima l’esempio di certi amici riusciti a trasformare la passione per i pesci tropicali in un business fiorente, poi quello di un’amica che ha messo su un sexy shop di successo. A questo punto la discussione è degenerata: si è proposto a Paolo di aprire un ristorante biologico-campagnolo con annesso sexy shop gestito da Cinzia. I miei amici sono stanchi del lavoro che hanno fatto fin qui: a me sembra di non aver ancora cominciato a lavorare sul serio. Vantaggi del precariato?

martedì 3 agosto 2010

dopo Berlusconi

cercando un approfondimento politico ieri sera ho visto su la 7 In Onda. I tre ospiti erano Bocchino, Tosi e Serracchiani: un finiano, un leghista e una pd. I primi due si scambiavano battute al vetriolo, la terza sfoderava un gran sorriso, ripetendo, noi vogliamo liberarci di Berlusconi. Non le ho sentito dire nient’altro. E ci si meraviglia che il pd non cresce nei sondaggi. Vogliamo farci venire qualche idea?

paure estate-autunno

è inutile coltivare più paure insieme, tanto vale concentrarsi sulla paura più imminente, quella del naufragio al largo del Tirreno (perché la gente normale va in Sardegna in traghetto e noi dobbiamo andarci sulla barca del marito rischiando di venir spazzati via da una balena infastidita, una nave da crociera distratta, uno scoglio imprevisto, un iceberg alla deriva, uno scoppio dei motori, un malore del guidatore e chi più ne ha più ne metta?). Se anche ci arriviamo in Sardegna, poi dobbiamo anche tornare e se torniamo sani e salvi mi tocca un'altra stagione di tv talk. E qui si apre il capitolo paure lavorative: sarò ancora in grado di intervistare la gente, di rivestire i panni dell'inviata senza far figuracce, senza diventare flebile e farmi intimidire da televisivi di ogni tipo? Dopo tanta inattività non sono solo arrugginita, peggio, sono pressoché inservibile. Insomma, ammettetelo, la mia collezione di paure estate autunno non si batte facilmente.

lunedì 2 agosto 2010

Le rondini di Montecassino


il monastero di Montecassino non l’ho mai visitato, ma la sua vista mi è familiare perché da bambina passavo le estati in Molise e per un lungo tratto la sua mole domina la strada. Sempre dalla macchina vedevo il prato con le righe di lapidi bianchi dei soldati morti. Quando ho cominciato a leggere Le rondini di Montecassino mi sono appassionata alle vicende del sergente texano che perde la vita nel fiume Rapido e del giovane maori che viene a Cassino nell’anniversario della battaglia in cui ha combattuto suo nonno. Non è così noto che nel tentativo di espugnare l’abbazia presidiata dai nazisti morirono inglesi, polacchi, americani, neozelandesi, marocchini, indiani, nepalesi e Helena Janeczek ha fatto un’enorme lavoro di documentazione prima e di fantasia poi, cercando di raccontare l’evento da più prospettive. Ma il libro nel complesso soffre di una sovrabbondanza di storie, di stili e d’intenti: c’è di tutto e si perde un po’ il filo passando da Montecassino alla Siberia, dalla Polonia a piazza Navona, dalla Palestina a Milano; se il tono con cui si racconta il passato tende all’epico, il presente, rappresentato da due giovanotti cresciuti a Roma e giunti a Cassino per una missione sociale, è espresso in un linguaggio finto realistico che fa pensare a quello della narrativa italiana per ragazzi (e non è un complimento, non c’è uno scrittore italiano vivente per ragazzi che non bamboleggi tentando di riprodurre il parlato e il pensiero giovanile); quanto agli intenti, appaiono troppi e troppo ambiziosi per arrivare al cuore del lettore. Ho comprato questo libro per la suggestione del titolo e per la recensione di Roberto Saviano che l’aveva definito potentissimo. Forse potentissimo no, ma abbastanza potente, con un bel po’ di editing poteva diventarlo.

direttive

ora devi solo prenderti la patente nautica, dice il cognato salendo sulla barca insieme al folto gruppo radunato da ieri per festeggiare mio padre. Non ci penso proprio, rispondo. Lui incalza, perché no? Perché odio guidare, al massimo posso fare il passeggero, dico io più fermamente possibile, chiedendomi perché mi giustifico. Lui torna all’attacco, al posto di un libro di narrativa leggi un manuale di navigazione ed è fatta. Qualche minuto dopo sulla barca ci siamo solo io e il marito: con calma, spingo tutti a nuoto verso la spiaggia da dove sono venuti. Non mi piace sentirmi dire cosa devo fare, non mi è mai piaciuto. La sera siamo seduti al bar in piazzetta. Mia sorella si rivolge a mio padre, gli chiede un confronto tra le diverse gestioni che ha subito da parte delle figlie. Lei è orgogliosa delle cene che gli prepara, del controllo a cui lo sottopone quando nuota, impedendogli di andare fino alla boa se lo vede affaticato. Io non gestisco nessuno, intervengo, neanche i miei figli. Di colpo ho una gran fretta di andare a letto. L’ansia dirigistica di mia sorella e mio cognato ha subito un incremento o sono io che invecchiando divento sempre meno disposta al confronto con i parenti svizzeri?

domenica 1 agosto 2010

31

giornata impegnativa. Alle otto mi avvio a piedi a fare la spesa, c’è una bel cielo pulito, ieri sera un acquazzone lontano pieno di lampi e fulmini ha rinfrescato l’aria. Sabato scorso al supermercato ho incontrato Francesco, il mio amico della Dear, che chiacchierando chiacchierando mi ha portato le due buste fino a casa, ma oggi non c’è nessun angelo sulla mia strada. Tornata a casa, ripongo a stento le cose e mi butto sulla spiaggia con Le rondini di Montecassino: siamo in dodici sotto tre ombrelloni se voglio godermi un po’ lettura sul lettino al sole devo farlo prima che calino gli altri. Mi riscuoto dalla mia beatitudine: devo andare a svegliare la figlia. Alle nove non ce l’ho fatta a tirarla giù dal letto per elencarle i suoi misfatti ma ora è venuto il momento. Il suo disordine ha superato ogni limite, fa il bagno in mare con shorts che lascia ovunque bagnati, pacchetti di assorbenti usati spuntano in bagno, e il figlio mi ha raccontato che con i soldi che lascio per la spesa si compra ogni mattina cappuccino e cornetto. Arrivo a casa dal mare carica di rabbia, ma la sua aria placida e assonnata mi fa passare la voglia di infierire, le faccio un cappuccino casalingo (che poi mi verrà criticato) e torno in spiaggia dove nel frattempo è giunta la famiglia di mia sorella. Ciao, sono il tuo nipote drogato che ora drogherà anche tua figlia, mi apostrofa Matteo. Questa frase la sentirò ogni volta che ci incrociamo, qualcuno gli ha spifferato le mie preoccupazioni e non ha intenzione di farmela passare liscia. Scende anche papà, è scocciato di questi ottantun anni che non si sente addosso e contento di ricevere tante telefonate di auguri. Si fa l’ora di pranzo; dopo mozzarella pomodori e albicocche sto facendo partire la lavastoviglie quando chiama mia sorella. E’ arrivata la cugina dal Circeo con la barca, bisogna portarle delle medicine che aveva chiesto a mia zia e soprattutto bisogna andarle incontro, farle una visita via mare. Sono le due, il sole incalza, il mio raffreddore c’è ancora, anche se faccio finta di niente. Mi butto per prima, sperando che gli altri seguano il mio esempio. Domenico, mio cognato, non crede nell’emulazione e costringe tutti i ragazzi a buttarsi con lui. Per un po’ affolliamo la barca chiacchierando. Il resto del pomeriggio vola, poi con Giovanna, mia zia, ci troviamo a tagliare melanzane e patate, a pulire cozze e ad apparecchiare. La cena è un successo: spaghetti, insalata di polipo, gamberetti, cianfotta, frigitelli, babà, profiteroles. Papà sorride finalmente disteso e soffia su un otto rosa e una candelina azzurra che ha visto tempi migliori. Parte una conversazione sui mala tempora e si sfiora la rissa quando il cognato azzarda, la costituzione è datata. Siamo tutti contro uno, non c’è gusto, meglio rompere le righe, in fondo sono quasi le undici e mezza.