domenica 31 ottobre 2010

Mammuth


l’inquadratura iniziale ci porta in un mattatoio: enormi teste di maiale vengono aperte e ridotte in pezzi più piccoli. Poi si passa in una stanzetta dove un capo arrivato da poco legge un discorsetto al lavoratore che va in pensione, mentre i colleghi si strafocano rumorosamente di patatine fritte. Il protagonista Serge, un enorme Gerard Depardieu, è di spalle, come spesso nel film, con i lunghi capelli ricci che gli arrivano alla cintola. La chiave dominante è il grottesco, le immagini sono sgranate, i dialoghi al limite dell’assurdo; la prima parte è molto divertente, poi il divertimento si perde un po' per strada. E’ un film on the road basato sugli incontri che Serge fa alla ricerca di contributi versati da ex datori di lavoro e in fuga dalla sua compagna stizzosa, che teme di vederlo ciondolare per casa. Il contrasto tra il corpaccione sgraziato di Serge e il suo sguardo innocente è il cuore della storia; dopo molte peripezie l’ulisse sovrappeso torna dalla sua grossa penelope, la trova che si sta depilando un’ascella, l’abbraccia così com’è. Si sono ritrovati, nient'altro conta.

dal sud est asiatico

lui le ha scritto dalle Filippine, una cosa la so fare, dei figli belli. Lei gli ha risposto, basta che ti fermi, di figli ne hai già tre, due qui e uno lì, e non basta farli, bisogna crescerli. Oggi dopo pranzo con mia suocera abbiamo analizzato i pro e i contro del suo viaggio nelle Filippine a febbraio. Lei ha una gran voglia di conoscere il neonato e di vedere il paese che ha stregato suo figlio. E' anche curiosissima riguardo alla futura nuora, da una parte vorrebbe fidarsi, credere che sia l'angelo paziente che accompagnerà la vecchiaia del suo difficile pargolo, dall'altra ritiene molto improbabile che una filippina ventottenne rimorchi un cinquantenne italiano via internet e ci faccia subito un figlio folgorata dall'amore per lui. In un soprassalto di lucidità mia suocera ha detto, ho fatto un figlio con la testa vuota, mio marito diceva maturerà a quarant'anni e invece non maturerà mai, non è un cattivo, non è un delinquente, non è un truffatore, è un truffato, lo è sempre stato. Sa di essere il suo unico punto di riferimento, sa pure di averlo troppo viziato, lo confronta con l'altro figlio che è è tutto diverso e non può darsi pace.

il lavoro che non c'è

cena a casa di Paolo con Stefano. Paolo e Stefano sono i miei amici da sempre, ci siamo conosciuti in quarta ginnasio e da allora non ci siamo mai persi. Eravamo quattordicenni spauriti di fronte al futuro, ora quasi cinquantenni e forse più spauriti di allora. Paolo fa l'architetto e aspetta con ansia il gran premio di Roma, che gli garantirebbe lavoro sicuro per i prossimi anni; Stefano si è inventato il Cts ambiente di cui è direttore, ma ora il settore viaggi è in crisi, i ministeri non finanziano più progetti e lui sta cercando una via di fuga, tanto più che la moglie lavora con lui e due figli da crescere non sono uno scherzo. Questa è l'Italia in cui si vive senza una certezza riguardo al domani, in cui l'esperienza conta poco o niente, tieniti stretto il lavoro che fai, se lo perdi a proteggerti ci sono solo i tuoi familiari.

sabato 30 ottobre 2010

Un bacio


sono entrata in libreria, ho cercato Un bacio di Ivan Cotroneo, di cui avevo letto sul Venerdì di Repubblica e di cui avevo sentito parlare a Radiotre e non l’ho trovato. Ho chiesto alla signora alla cassa, lei è andato a pescarlo nello scatolone appena arrivato. Quando mi sono trovata tra le mani un libro piccolo, ma così piccolo che più piccolo non si può, glielo stavo restituendo. Ho pensato, un libro così lo posso leggere in piedi in libreria, Ivan Ivan, tu hai scritto un racconto e te l’hanno confezionato come un romanzo. Ero di corsa, mi dispiaceva restituirlo, l’ho comprato e ora l’ho letto tutto d’un fiato. E’ bellissimo. Parla di un ragazzo che viene affidato a una coppia. Ha sedici anni, è mite, intelligente, è omosessuale, lo sa e non lo nasconde. La città in cui è arrivato è brutta e pettegola: “quattro strade che si incrociavano davanti a una chiesa moderna, e appena fuori la tangenziale che arrivava direttamente dai campi, e sembrava salisse sopra le case per guardare dentro le finestre della gente, e per dire a tutti gli abitanti So che tu fai questo e tu fai quest’altro.” A scuola Lorenzo fa amicizia con le ragazze, che un po’ lo coccolano, un po’ lo prendono in giro. Si innamora perdutamente di Antonio. Il libro è diviso in tre: finita la prima parte si resta tramortiti, con il desiderio di saperne di più. Arrivano allora i racconti della professoressa, anche lei ferita dalla vita di provincia, e di Antonio, stretto tra un padre macho, una madre gelida e un fratello inarrivabile morto in un incidente. Cotroneo racconta l’Italia spietata che ci circonda, ma anche l’amore, la comprensione, la dolcezza che ancora albergano in tante persone in questo paese. Un bacio è un grande libro, con una meravigliosa economia di parole.

dove sei

venerdì 29 ottobre 2010

Caterina sulla soglia


sono racconti brevi, ognuno preceduto da una data. Si parte dal 1970: Caterina ha cinque anni e fa un gioco con il padre: deve frenare la macchina nel garage di casa. Un giorno non frena. Lo fa come esperimento, vuole vedere cosa succede. Ognuno dei tasselli che compongono Caterina sulla soglia è la storia di una scoperta: scoperte dolorose, scoperte minime, belle scoperte. Si va avanti e indietro nel tempo per fissare un'immagine, una sensazione: c'è Caterina che si rompe una gamba e sta nel lettone con la madre mentre il resto della famiglia è in montagna, Caterina in viaggio per le Marche con il padre, Caterina ragazza con uno sconosciuto che la porta a casa sua e poi la lascia andar via, Caterina con un fidanzato greco e sua madre, Caterina con un'amica femminista, Caterina con una vicina che le ricorda sua madre. Pochi aggettivi, dialoghi concisi, tutto molto vero, molto intenso. Un libro prezioso questo Caterina sulla soglia, proprio un bell'esordio.

io e luisella

Vittorio dice che devo piantarla di autocommiserarmi e ha ragione. Succede però che uno sventurato venerdì pomeriggio, il pomeriggio appena trascorso, io sia incaricata di aspettare all'ingresso di Teulada i due ospiti in collegamento da Roma. Succede inoltre che una dei due ospiti sia la conduttrice di In onda, una che in televisione sembra carina ma dal vivo è bella in modo devastante: altissima, biondissima, tutta tette e naso all'insù. Succede che la tipa in questione mi ignori così totalmente da provocarmi una crisi di identità (mi vede, non mi vede? Però mi segue in studio e in assenza di altri è me che dice, si può avere dell'acqua?). Il suo compare, Luca Telese, nel frattempo sbraita al telefono e s'interrompe solo per partecipare alla trasmissione. Non è stato un gran pomeriggio.

giovedì 28 ottobre 2010

una persona di cuore

rispondendo alla domanda sul suo presunto interessamento alla scarcerazione della ragazza marocchina arrestata per furto, Berlusconi ha detto, sono una persona di cuore. E' il suo stile: parli di una cosa grave, dell'ennesima dimostrazione che per lui non siamo tutti uguali davanti alla legge, che una ragazza bella e compiacente ha più diritti di una brutta, di un uomo, di chiunque altro, e lui se la cava con una battuta che fa ridere solo lui. Non nega il fatto, lo ammette e se ne dichiara fiero. Agli italiani va bene così? L'ha detto in conferenza stampa, davanti alle telecamere, mica di nascosto agli amici. Ma lui può dire qualunque cosa? Quanto in basso ci può trascinare? E' il nostro capo di governo e si comporta come un irresponsabile buffone.

mercoledì 27 ottobre 2010

a Catania

riunione scolastica

riunione di classe al liceo della figlia. Lei mi manda un messaggio: non andare, non ci va nessuno. Le rispondo: cosa nascondi? Lei: niente, vacci pure. Alle quattro ci sono solo io, e dire che ho fatto una corsa micidiale e non sono neanche riuscita a concordare con gli autori i contenuti del servizio su Terra ribelle. Arriva la prof. d'inglese che è la coordinatrice e ha scritto in faccia che vorrebbe essere altrove, che è stata incastrata e che ogni minuto che passa a scuola è un minuto rubato alla sua vita. Mi dice che chi dei ragazzi prende una nota avrà sei in condotta, chi prende due note, avrà cinque e sarà bocciato. L'ascolto distratta, penso alle madri e ai padri che hanno di meglio da fare che sentire cosa succede ai loro figli. Arrivano tre mamme. Quella che conosco, mi dice, ho saputo della nota di tua figlia. Impietrisco. Ecco cosa voleva dirmi la prof d'inglese. La riunione dura un quarto d'ora e ne esco rappresentante di classe, l'ultima cosa al mondo che avrei voluto fare. Nessun altro si candidava e mandare le riunioni scoperte mi sembrava brutto, in più è il caso che stia addosso alla figlia. Torno a casa inferocita, lei si difende come può, la nota me l'ha messa quella di italiano solo perché stavo chiedendo una cosa a Lucrezia, non si dà il sei in condotta per una nota, l'anno scorso ne ho prese tre. Se avesse problemi in matematica, in latino, potrei aiutarla, farla aiutare. I problemi in condotta sono problemi miei, problemi di una madre che si fa mettere le mani intorno al collo, che non sa farsi rispettare. Non mi può succedere qualcosa di bello, tanto per cambiare?

martedì 26 ottobre 2010

Le ho mai raccontato del vento del Nord


tempo fa Natalia Aspesi, nella sua rubrica sulla posta del cuore, aveva accennato a un romanzo fatto delle mail tra un uomo e una donna che non si conoscono, best seller in Germania. Così Le ho mai raccontato del vento del Nord è finito in uno dei miei ordini sulle librerie on line. Amo le mail, ne faccio un grande uso: anni fa per mesi ho vissuto emozioni analoghe a quelle raccontate in questo libro, l’attesa del messaggio, la felicità per una parola, il dispiacere per un’altra, il progressivo svelarsi di una personalità. Non si finge via mail, o uno sa scrivere o non lo sa fare e il come si scrive conta almeno quanto quello che si scrive. Detto questo il romanzo di Glattauer, che si legge d’un fiato, non è niente di che. Lui, Leo, è uno psicolinguista (?): è ironico, sincero, rilassato, ha una sorella che fa la modella, un’ex fidanzata che ogni tanto rispunta, ama il vino. Lei, Emmi, è supernevrotica, si definisce subito “felicemente sposata”, si urta se lui usa quest'espressione con le virgolette. Per disdire l’abbonamento a una rivista, lei usa l’indirizzo sbagliato, lui le fa presente l’errore, prendono a scriversi e a fantasticare l’uno sull’altra. Dei due quella che ha una gran voglia di evasione è Emmi, ma non l’ammette e annaspa tra la gelosia per la libertà di cui gode Leo e il desiderio di accasarlo per riportare il loro rapporto entro confini socialmente accettabili. Arriva a farlo incontrare con la sua migliore amica, si dispera quando i due vanno a letto insieme, si rassicura quando capisce che tra loro non c’è, come si augurava, niente di serio. Il libro scade nel mélo quando a sorpresa Leo riceve una mail dal marito di lei. Confortato dal successo riscosso, Glattauer ha scritto anche il seguito della vicenda che immagino Feltrinelli si affretterà a far tradurre. Io mi fermo qui, l’idea era carina, si poteva fare di meglio.

il mio radiodramma

tra le varie iniziative per festeggiare i sessant'anni di radiotre verranno trasmessi quattro radiodrammi nuovi di zecca, commissionati ad altrettanti scrittori. La parola radiodramma evoca in me un ricordo molto nitido. Avevo ventisette anni, lavoravo da poco a radiodue, mi chiamò la mitica signora Motta, per commissionarmi uno o più radiodrammi. Mi disse, lei è brava, colta, sa scrivere, s'inventi una storia. Era sempre a caccia di nuovi talenti, le piaceva sperimentare, aveva un debole per il teatro, si fidava di me. Io mi entusiasmai alla proposta. Non sapevo dove mettere le mani, ma tentai di metter giù qualche idea. Fu allora che scoprii che non sarei mai diventata Jo March, che non avrei mai scritto né pubblicato nulla per un semplice motivo: non sapevo creare. Scrivere mi era sempre piaciuto, ma non appena passavo dal racconto di cose mie, di cose realmente vissute a quello di cose immaginate, la mia lingua diventava sterile, piatta, monocorde, lamentosa. Scrissi un radiodramma penoso di cui ricordo due cose: il titolo, Le vite degli altri, e la fissazione della protagonista per i telefoni, che le sembravano squillare sempre per lei (era prima che inventassero i cellullari). La Motta rimase delusa, mi chiese di rimetterci le mani, di vivacizzare un po' il testo. Ricorsi all'aiuto del fratello del mio amico Paolo, che stava muovendo i primi passi come sceneggiatore e riuscì a infondere un po' di vita ai miei smorti dialoghi. Il radiodramma andò in onda e fu replicato varie volte come succede a tutto ciò che è rai. Non ricordo di averlo sentito, non provavo nessun attaccamento per il testo che portava il mio nome e aveva stroncato le mie ambizioni letterarie. Tra specchi e radiodrammi stasera potrei far fuori un chilo di prozac.

allo specchio

bella non sono stata mai, e invecchiando questa dovrebbe essere una fortuna perché si ha meno da perdere, ma brutta come sono brutta ora, mi sono vista raramente. Quando incrocio il mio sguardo nello specchio vedo una faccia stanca, occhi ridotti a due fessure, bocca tesa, capelli informi. E' dura uscire di casa sentendosi brutte così, è un pensiero fugace, ma riappare nel corso della giornata quando, senza volerlo mi vedo nello specchio del bar, in una qualsiasi superficie riflettente. Un valido antidoto è la palestra: lì, alla giusta distanza dalle pareti specchiate, oltre alla mia, vedo le facce sbattute delle mie compagne di sudate e un po' mi rassereno. La mattina presto, struccate, sotto sforzo, sembriamo tanti bulldog. La mamma di Paola Vigoroso, la ragazza con cui studiavo all'università e che poi ho sbattuto giù per le scale (vedi effetto paolavigoroso) ci diceva sempre che avevamo la bellezza dell'asino, cioè della giovinezza e non ce ne rendevamo conto. A vent'anni la giudicavo patetica, ora sono qui che mi rammarico per un bene mai conosciuto.

lunedì 25 ottobre 2010

le gioie di una madre

il problema non è tanto e non è solo quello che chiede (nel caso specifico di andare a dormire sabato da una compagna di scuola e prima in una discoteca fino a tardi) ma come lo chiede (a ma', stavolta non mi puoi dire di no, da Gloria ci vado, già mi hai fregato sabato scorso, mica mi puoi rovinare la vita, è halloween). Non contenta di pretendere urlando, invece che di chiedere ragionando, passa ai fatti, mi agguanta per il collo approfittando che ormai è più alta di me, vuoi parlare con la madre di Gloria, e parlaci, ma guarda che io ho quindici anni, quindici, cosa credi che mi drogo? Quando mi vede allo stremo delle forze, con gli occhi fuori dalle orbite, senza più voce, scoppia a ridere, soddisfatta di sé e dell'atto di bullismo compiuto nei confronti di sua madre. L'uscita, il pernottamento sono un pretesto per l'ennesima prova di forza. Non so se lei sabato andrà da Gloria, io stasera faccio fatica a trovare la via del letto.

domenica 24 ottobre 2010

The Town


non capita spesso di passare due ore al cinema senza pensare a nient'altro che a quello che succede sullo schermo. Mi è capitato con il film di Ben Affleck The Town, che mi ha anche riconciliato con gli inseguimenti in macchina, che in genere mi annoiano a morte e qui mi lasciavano con il cuore in gola. Affleck si è costruito un personaggio su misura, capace di far palpitare le spettatrici (e credo appassionare gli spettatori), un rapinatore gentile e dall'infanzia difficile, che si innamora della direttrice di banca traumatizzata dalla rapina fatta dalla sua banda. Doug-Affleck vuole cambiare vita, scappare con la sua bella, ma da una parte è incalzato dal suo violentissimo amico fraterno, dalla drogatissima sorella di lui con cui ha avuto una lunga relazione, dall'orrido fioraio che gestisce tutti i traffici del quartiere e dall'altra da un agente dell'Fbi, disposto a tutto pur di incastrarlo. Grande ritmo, grande suspence, un protagonista che fa sognare: quale modo migliore per movimentare un sonnolento pomeriggio domenicale?

papà in congedo

ascoltare radiotre non mi fa solo arrabbiare con Gianni Riotta versione confindustriale, mi suggerisce un sacco di spunti. Sentendo Elena Loewenthal a colloquio con Loredana Lipperini ho comprato il bel libro di Shalev e sempre sentendo la Lipperini sono approdata al blog Diario di un papà in congedo parentale che ho preso a seguire con grande interesse. Mi piace quello che scrive il padre che, vivendo in Svezia, ha scelto di occuparsi delle due bambine, mentre la madre è tornata al lavoro, e mi piace come lo scrive. Solo due perplessità: quando finirà il congedo, finirà anche il blog? E poi: il padre racconta le sue scoperte quotidiane a contatto con le figlie. Predomina l'entusiasmo. E lo sconforto? La stanchezza? Le paure? Io ho un ricordo molto vivo delle sensazioni provate con la figlia appena nata e poi con il figlio, delle lunghe giornate e a volte nottate passate in loro compagnia, dei momenti belli e di quelli brutti. Questo papà qui mi pare dominato dall'ottimismo, dalla voglia di dimostrare che è bello farlo, che si può fare. E gli aspetti negativi? Non ci sono anche quelli?

orfanelli internazionali

in viaggio verso sperlonga con padre e marito per chiudere casa sono stata assalita da uno dei miei pensieri neri. In questo pensiero noi tre venivamo travolti da un camion e miei due figli si trovavano improvvisamente orfani e senza il nonno di riferimento. Potevano scegliere tra la Svizzera, l'America e le Filippine, cioè tra i luoghi dove si trovano le due zie e lo zio. Se non altro avrebbero acquistato una prospettiva internazionale.

E' andata così


un lessico familiare israeliano che ruota intorno alla figura di una nonna despota e del suo aspirapolvere americano: attraverso i propri ricordi, Shalev ricostruisce il clima eroico e faticoso della fondazione di un villaggio agricolo negli anni venti. Lo fa con ironia, con tenerezza, mescolando la fantasia di Marc Chagall al realismo di Natalia Ginzuburg. "E' andata così" è una delle tante espressioni attraverso cui i familiari di Shalev, tutti accomunati dalla passione del raccontare, si ritrovano e si riconoscono, insieme con il "non mi erediterete da viva" della nonna Tonia, il suo "ti faccio a pezzi", il "trogolo", "la doccia degna di tale nome". Un mega aspirapolvere mandato dagli Stati Uniti in Israele dal cognato di Tonia, il capitalista rinnegato, resta per anni chiuso in un bagno. Tonia, che è maniaca della pulizia, in realtà ne è conquistata, ma da una parte la agita il fatto che l'elettrodomestico nasconda in sé lo sporco che assorbe e dall'altra teme che una valvola difettosa lo faccia impazzire e possa disperdere in casa la temuta polvere. Quello che colpisce nel libro è la capacità di Shalev di animare anche gli oggetti, di riaccendere con la scrittura, non solo gli eventi passati, ma anche le cose. Si veda la bellissima pagina sulla sedia conservata nel soggiorno chiuso a chiave e liberata solo in occasione della festività: "si guardò intorno, imbarazzata dalla propria repentina nudità, dalla libertà e dalla luce forte, esposta e vicina come si trovava ora alle ben più banali sedie giunte dalla terrazza e dalla cucina. Quelle sì che erano abituate alla luce e alla compagnia, a essere guardate e toccate: infatti - così sosteneva mia madre - si scambiavano ameni pettegolezzi sui sederi che avevano incontrato. Mentre lei, l'altra, era felice e beata di quella boccata di libertà, ma sapeva che si trattava di una breve licenza, per una sera soltanto, e di un unico incontro con un unico sedere, perché dopo la Pasqua sarebbe stata strigliata con una spazzola, lavata con il sapone, asciugata e riavvolta nel vecchio lenzuolo, prima di tornare alla sua prigione in attesa della prossima festa della libertà". La traduzione, che si sforza come può di rendere in italiano una lingua che è soprattutto fatta di invenzioni e storpiature domestiche, è di Elena Loewenthal.

sabato 23 ottobre 2010

incubi notturni

alle due di notte è suonato il telefono. Dormivo profondamente e non ho risposto. E’ suonato di nuovo, sono arrivata faticosamente all’apparecchio e una voce di ragazzo mi ha riso nell’orecchio. Ho faticato a riaddormentarmi. Pensavo a quello che mi aveva detto Remo nel pomeriggio, mentre aspettavamo che uscissero i nostri figli da scuola. Il suo primogenito, Daniele, sta incontrando parecchie difficoltà al Mamiani, un cinque in inglese, un tre in matematica, un cinque e mezzo in latino. E’ sempre stato il primo della classe ed è molto infelice. Il problema è che sono stata io a insistere perché lo mandassero al classico. Loro lo avevano già iscritto allo psicopedagogico con indirizzo linguistico. Perché non so farmi i fatti miei? Non mi basta incombere sui miei figli, devo dire la mia pure sugli amici dei figli e sui fratelli degli amici dei figli? Daniele resisti e se non resisti cambia scuola in fretta, non mi far sentire più in colpa di così.

venerdì 22 ottobre 2010

dalle otto alle otto e mezza

Francesco sa che come lui la mattina in macchina ascolto Prima pagina, la rassegna stampa di Radiotre. Quando sono arrivata in Dear l'ho trovato che mi aspettava al varco per commentare la conduzione di Gianni Riotta. Gianni Riotta ultima versione, sbrigativo con gli ascoltatori, incline a incensarsi, equilibrista in politica, filoamericano all'eccesso non ci è piaciuto per niente. Hai sentito quando ha detto che a scuola bisogna essere forti in inglese e matematica per essere in grado di affrontare la competizione globale? E come ha liquidato la signora che parlava della cancellazione del debito di Antigua (ma non di quello di Haiti) da parte del presidente? E il giudizio sulla Rai, l'apertura alla privatizzazione? Dal Manifesto alla direzione del Sole ne ha fatta di strada, ma certo non in simpatia.

La pecora nera


il ritmo avvolgente delle parole; la desolata nudità degli ambienti (le celle del manicomio, i corridoi del supermercato, il cancello, uno squarcio di mare e uno di campagna); la bravura dei protagonisti, Celestini, Sansa (e i due magnifici bambini che li raccontano da piccoli), Tirabassi; tutto ciò rende La pecora nera un film emozionante, che ti stringe in una morsa per non lasciarti fino alla fine. I momenti più belli: il dialogo tra il bambino e la prostituta con l'impermeabile d'argento, tutto uno scivolare dalla realtà all'immaginazione da parte di due esseri feriti dalla vita; il bambino e la bambina in sacrestia tra ragni e dichiarazioni d'amore; loro due da grandi al supermercato, quando lui cerca di riguadagnare il tempo perduto. Non è solo un film sulla malattia mentale La pecora nera, c'è molto altro: c'è la vita con le sue ingiustizie, c'è la solitudine, c'è la vergogna, c'è la speranza, c'è la necessità di rituali consolatori, c'è la sconfitta e soprattutto c'è la banalità del male in tutta la sua evidenza, che a incarnarla sia una maestra stupida, una suora ottusa, un padre spietato, due trucidi fratelli.

giovedì 21 ottobre 2010

lunedì sera il Sorteggio

qualche buon motivo per non perdersi Il sorteggio su raiuno lunedì sera:
1) un film rai che racconti il processo alle Brigate rosse non si è mai visto e forse non si rivedrà mai
2) la sceneggiatura di Giovanni Fasanella è stata opzionata dieci volte per il cinema, ma poi il cinema l'ha rifiutata e invece è molto bella e assolutamente non banale
3) Giacomo Campiotti, che a volte fa regie andanti (vedi il film su Filippo Neri con Proietti), qui rende benissimo l'atmosfera cupa concitata e impaurita della Torino della fine degli anni settanta
4) Giuseppe Fiorello ha voluto questo film e ha messo nel suo personaggio l'energia di una persona semplice alle prese con qualcosa che la sovrasta e intimorisce e insieme ha creato un prototipo maschile spavaldo ma fragile nei confronti della sua donna
5) Giorgio Faletti è un efficace sindacalista; Gioia Spaziani un'intensa protagonista femminile
6) la passione della coppia per il tango non è appiccicata lì per alleggerire il tutto, ma diventa l'unico canale di comunicazione tra due persone che non riescono a parlarsi
7) il lunedì sera su canale5 c'è il Grande Fratello e bisognerà pure dimostrare che a non tutti interessa quello che succede nella casa.
In conclusione ammetto che di questo film ho visto solo i primi venti minuti. Sono uscita a malincuore a fare le interviste e lunedì sarò davanti al televisore per vedere come va a finire. Io quel brutto periodo lo ricordo bene e penso sia importante ripensarci e parlarne.

mercoledì 20 ottobre 2010

strani blog

i blog sono oggetti difficilmente classificabili. Da un post sui personaggi letterari con cui si vorrebbe avere una relazione di amicizia sono arrivata al blog MWF Seeking BFF di tale Rachel Bertsche. L'intestazione di questo blog, che sembra misteriosa, in realtà è una dichiarazione di intenti: Married White Female Seeking Best Friend Forever. Praticamente Rachel, che nella foto ha lunghi capelli ricci e sembra uscita da un telefilm americano con tanto di grattacieli sullo sfondo, si è inventata un blog per cercare la migliore amica. Nella presentazione dice che aveva due amiche del cuore, ma loro sono rimaste a New York, mentre lei si è trasferita a Chicago con il marito. Fa la giornalista e la web producer, conosce tanta gente, ma le manca un'amica con cui passare la domenica mattina in palestra o andarsi a fare una manicure al volo. Su MWF Seeking BFF il tema dell'amicizia tra giovani donne è esplorato in tutte le sue sfaccettature, dal bullismo nei licei ai siti su cui cercare amiche. E il suo blog è pronto per diventare un libro: ha già un contratto con l'editore Ballantine e una data, il 2012. Strani blog crescono.

una giornata così

avevo proprio bisogno di fermarmi e oggi ci sono riuscita. Uscendo stamattina non sapevo quanto tempo ci avrei messo a montare la sintesi della puntata di Report, né se ci sarebbe stato bisogno di rilavorare il pezzo. Ero stanca, mi sono trascinata in palestra per pura disciplina, poi sono andata al montaggio e, tra il solerte Gianfranco all'avid e l'efficiente Seba al telefono, me la sono cavata piuttosto rapidamente. Ho lasciato la cassetta a Teulada, ho fatto un po' di spesa e ho potuto consumare il pranzo con la figlia e una sua amica, come non mi capita quasi mai. Il pomeriggio ho preparato le biografie degli ospiti e le domande sulla fiction che vedrò domani, mi sono fatta un tè, sono andata avanti con la lettura dell'ultimo Shalev. Ieri sera ringhiavo, oggi sono tornata a essere una donna quasi normale.

il seguito del rolex d'oro

non contento di essere arrivato fino a Reggio Calabria e non aver trovato l'acquirente fantasma del rolex forse vero, forse finto, mio cognato è partito per Milano. Ha l'acqua alla gola, sabato raggiunge la sua nuova compagna nelle Filippine, c'è il bambino appena nato, ci sono tante spese. Voleva portare con sé più soldi possibile. Ha telefonato al fratello, mio marito, per dirgli, a Milano ho trovato compratori per gli altri orologi. Di fronte ai ragionamenti di chi cercava di fargli notare che non si vedono oggetti preziosi a sconosciuti scovati su internet, si è messo a urlare, tu venditi i tuoi, io i miei due me li vendo così. Oggi ha telefonato alla madre da Milano, sono stato rapinato, mi hanno preso gli orologi e sono scappati. Mio marito era una furia. Gli ho detto di calmarsi, è andata bene, non l'hanno malmenato. Il problema è che prima o poi del bambino filippino e dei debiti che il suo sventato padre accumulerà in quel paradiso tropicale dovremo occuparci noi.

martedì 19 ottobre 2010

il film che non ho visto

il film che stasera non siamo riuscite a vedere è Pecora nera di Ascanio Celestini. Alle otto ero sotto casa di Giulia, il film cominciava alle otto e quaranta. Abbiamo parcheggiato e fatto i biglietti, non c'era quasi nessuno. Giulia ha chiesto al signore alla cassa (il direttore del cinema, come poi abbiamo scoperto) di poter usare il montacarichi per scendere al piano di sotto. Lui ha risposto brusco e scortese, è per le sedie a rotelle. Gli abbiamo spiegato che Giulia ne aveva bisogno, lui ha alzato lo sguardo, ha visto il bastone, ci ha detto di sederci e ha mandato a chiamare l'addetto. Per una ventina di minuti abbiamo chiacchierato tranquille (tempo che avremmo potuto utilizzare per cercare un'altra sala), poi il tizio che controlla i biglietti si è avvicinato e ha detto, non funziona, il montacarichi non funziona, non c'è elettricità, potete vedere un altro film (due li avevamo già visti, il quarto era al piano di sotto come quello per cui eravamo uscite di casa). E' finita che abbiamo riavuto i soldi e siamo andate via. Giulia ha fatto un bel sorriso alla ragazza del bar che le ha regalato a mo' di risarcimento un tubetto di smarties. Io ci sono rimasta malissimo. Non è giusto che al cinema vada solo chi è ben saldo sulle gambe, non è giusto che non sentano neppure il bisogno di avvertire di un guasto che impedisce l'accesso a tanti potenziali clienti. Brutto paese incivile, ti meriti il noiosissimo Grande fratello.

lunedì 18 ottobre 2010

il segreto

una persona amica mi ha rivelato un segreto. E' stata una grande prova di fiducia, perché mi conosce e sa che io i segreti non li so mantenere. Mi è chiaro perché non vuole che si sappia in giro e non parlerò. Però il suo segreto mi ha stupito e turbato, mi torna in mente di continuo. Odio i segreti.

stasera mi tocca

il Grande Fratello è arrivato all'undicesima edizione italiana e finora non ne avevo visto che pochi frammenti. Stasera invece la mia tv sarà sintonizzata su Canale 5. E' probabile che tocchi a me la sintesi della prima puntata perché ho intervistato l'autore, ma se l'autore va in trasmissione la mia intervista non serve e qualcun altro può essere incaricato di confezionare il pezzo. Io lo vedo il Grande fratello ma faccio il tifo per l'autore in studio. It is not my cup of tea.

domenica 17 ottobre 2010

A Beautiful Lie

Irfan Master ha una bella faccia da giovane indiano e così si descrive: "Vivo a Londra. Sono laureato in letteratura inglese, sono stato tutor di inglese e sto studiando per diventare bibliotecario. Ho sentito il suono della poesia sin dalla nascita, quando mi fu sussurrato per la prima volta nelle orecchie. Scrivo con le migliori intenzioni, ma come Sisifo e il suo masso lotto per arrivare in cima solo per sentirmi abbandonare dalla fede. Sono il più feroce critico di me stesso". Il suo primo libro, che ho ricevuto in anteprima in lettura, si intitola A Beautiful Lie ed è ambientato in India nel 1947, l'anno dei massacri che precedettero la Partizione e la nascita del Pakistan. Bilal ha tredici anni, il suo amato padre sta morendo di cancro al polmone. Il ragazzo coinvolge i suoi due amici del cuore in un'impresa disperata: evitare che gli ultimi giorni del padre siano angosciati dalla percezione della fine dell'India che lui ha conosciuto. All'inizio è una specie di gioco: l'amico più svogliato viene messo sul tetto della casa del malato; quando qualcuno va in visita, lancia un sasso in classe e avverte Bilal che deve uscire e intercettare il possibile portatore di brutte notizie. Poi quando la situazione precipita e i musulmani vengono inseguiti e perseguitati per strada, per continuare a ingannare il padre Bilal deve chiedere aiuto agli adulti, all'insegnante, al dottore, allo stampatore di giornali. E' un libro emozionante che racconta la Storia e i suoi riflessi sulla vita della gente, con un linguaggio semplice e forte. Scrivi Irfan scrivi, non scoraggiarti di fronte alla salita, la tua prima cima l'hai conquistata.

Inception


oggi ho visto un film che non mi ha coinvolto per niente e ho letto un libro che mi ha molto commosso. Cominciamo dal film, Inception di Christopher Nolan. I sogni non sono il mio forte, i miei li ricordo solo se bruscamente svegliata, quelli degli altri mi annoiano a morte. Qui c'è Leonardo Di Caprio che, capace di intercettare i sogni altrui, viene assoldato da un magnate giapponese per suggerire all'erede di un uomo ricchissimo di frazionare il patrimonio paterno. Si chiama persuasione occulta e per farlo in genere si ricorre a mezzi meno spettacolari di quelli messi in scena da Nolan, reclutamento internazionale, sparatorie infinte, grattacieli polverizzati, inseguimenti su montagne innevate, alberghi privi di forza di gravità, ascensori vertiginosi, crolli di ponti e tutto l'armamentario che vedo sullo schermo televisivo quando il figlio è alle prese con i suoi videogiochi preferiti. Da parte sua il buon Leonardo sogna solo di rivedere i suoi bambini e di liberarsi del fantasma dell'amatissima moglie che si è suicidata e insiste a istigare al suicidio anche lui. Antonella si è così immedesimata che si agitava sulla sedia e uscendo ha sentito subito il bisogno di sentire come stavano i figli, io non riuscivo a smettere di pensare al messaggio di Erika sull'incombente intervista alla vincitrice di Amici.

sabato 16 ottobre 2010

il rolex d'oro

mio suocero teneva dei gioielli in una cassetta di sicurezza. E' morto più di un anno fa, ma solo ora la moglie e i figli sono riusciti a prenderli (dando mille euro a un notaio solo per accompagnarli ad aprire la cassetta: così dice la legge). Il fratello di mio marito, che è sempre a corto di soldi, ha individuato nel mucchietto un rolex d'oro e ha detto, questo lo vendo io. Il giorno dopo ha messo un annuncio e trovato una persona interessata, disposta addirittura a venire da Reggio Calabria. Mio marito ha provato a dirgli che doveva far valutare l'orologio, ma lui non lo è stato a sentire. Mentre il compratore era in viaggio, mio cognato esaminando meglio l'oggetto si è accorto che era un falso. Ha chiamato il fratello indignato, dicendo, ti rendi conto, papà teneva nella cassetta un falso! Non so come se la sia cavata con il calabrese, so solo che non ne fa una giusta. Che danni farà nelle Filippine?

pregiudizi

Diana Athill (vedi post precedente) si gode la sua vecchiaia senza un televisore in casa. Io oggi sono dovuta andare alla conferenza stampa della trasmissione che è il concentrato della televisione di oggi, il Grande Fratello. Ci sono andata stortissima perché il Grande fratello non lo vedo e non mi piace fare domande su un prodotto che conosco per sentito dire e perché era sabato, ero stanca e sarei rimasta volentieri a casa. La sorpresa però è stata il capo degli autori della trasmissione, Andrea Palazzo. Non è che me lo aspettassi cattivo, viscido, con la bava alla bocca, assetato di lacrime e sangue, ma un po' mi ha spiazzato trovarmi di fronte un interlocutore simpatico e attento, competente e misurato. Palazzo è uno che la tv commerciale sa farla, che non si racconta balle su valori educativi e insieme che si pone dei limiti, cercando di evitare che i giovanotti e le giovanotte che si pongono in sua balia finiscano triturati dal meccanismo. La differenza tra il Grande fratello e i vari talk show mattutini e pomeridiani che imperversano su ogni rete è che lì i partecipanti vanno proprio per mettere in mostra se stessi, mentre altrove si dovrebbe andare per dire delle cose, per essere ascoltati. Se poi dappertutto ormai si va solo per esibirsi, che ci sia di mezzo un delitto, una tragedia, un problema intimo, non è colpa del grande fratello, è colpa del nostro imbarbarimento quotidiano. Anche Alessia Marcuzzi mi ha colpito positivamente, è una persona carina, non finge, non si è montata la testa, non sguazza nei dolori altrui, è contenta di fare il suo lavoro, sarebbe contenta questo Grande fratello di metterselo alle spalle.

venerdì 15 ottobre 2010

Da qualche parte verso la fine


le 183 le pagine di Da qualche parte verso la fine si leggono in un soffio. Diana Athill a ottantanove anni decide di raccontare “com’è vivere gli ultimi anni della propria esistenza”. Comincia da due piaceri che ormai le sono negati: quello di portare a spasso un cucciolo e quello di vedere crescere una pianta fino a grandi dimensioni. Ma il suo libro è tutto il contrario di una lista di recriminazioni. Athill, che ha lavorato fino a settantacinque anni come editor ed è una donna di straordinaria lucidità, passa in rassegna vari aspetti della sua vecchiaia, come la perdita dell’interesse per il sesso che lascia spazio ad altre passioni. Si descrive come una persona egoista: è stata capace di stare accanto alla madre inferma, di assistere l’ex compagno malato cercando “quante più forme di evasione e compensazione possibili”. Parla con entusiasmo di libri e giardini, e con sereno distacco del figlio non avuto, della propria scarsa intraprendenza, della rigida educazione ricevuta. La sua è una bellissima riflessione sulla vita passata e sul poco che resta davanti. Pietro, che leggendo il mio blog ha imparato a conoscermi, mi ha detto, Diana Athill ti piacerà. Mi ha letteralmente conquistato.

giovedì 14 ottobre 2010

i belli e i brutti

Auditorium dell'Ara Pacis, conferenza stampa della prossima fiction della domenica sera di Raiuno, Terra ribelle. Si commenta la passione della regista Cinzia Th Torrini per i "belli", attori giovani e di bella presenza: lei dice che stando a Firenze è abituata ad alti standard estetici. A questo proposito il produttore Iacchia racconta un aneddoto. La responsabile del cast in Argentina (dove è stato girato il film) si affanna a cercare attori bravi, ma non si trova il protagonista. Iacchia e la Torrini vedono la telenovela argentina Il mondo di Patti, con Rodrigo Guirao Diaz, un bello da capogiro (da vicino e con la camicia abbottonata è un piccoletto con la faccia troppo liscia) e decidono che è lui l'uomo giusto. Lo dicono alla tizia e lei cerca di sconsigliarli in tutti i modi sostenendo che non sa recitare. Commento finale della Torrini: non sapete come era brutta lei. Risate generali. Lo stile barzellettiere del presidente del consiglio dilaga anche tra le donne.

mercoledì 13 ottobre 2010

sotto osservazione

quando ho cominciato a lavorare a tv talk ci ho messo un po' a capire che dovevo fare pezzi brevi, brillanti, senza troppi contenuti, funzionali al programma. Il primo anno è stato un massacro, il mio amor proprio non sopportava continue rettifiche, aggiustamenti di tiro. Il secondo anno per me è stato tutto più semplice. Ora mi ritrovo al punto di partenza: nuovi autori, nuove direttive (sempre nel senso dell'alleggerimento spinto) e in più la sensazione di essere "guardata a vista" perché incline a fare di testa mia. E' un lavoro troppo comodo per buttarlo via, mia madre mi avrebbe detto "attacca il ciuccio dove vuole il padrone" (lei però, pur di non ubbidire a un padrone, appena ha potuto ha smesso di lavorare, e da allora non c'è stato chi potesse dirle cosa doveva fare).

martedì 12 ottobre 2010

quindici anni

lo sapeva che non avrebbe avuto né l'iphone, né la macchinetta. Anzi aveva chiesto la seconda per accontentarsi del primo ma, da quando aveva visto il vecchio iphone del padre nella mia borsa, la figlia aveva perso le speranze di metterci sopra le mani. Però stamattina era decisa a farcela pagare. Ha buttato via il cartoncino con l'impegno a comprarle il telefono a natale a Hong Kong, è uscita presto sbattendo la porta, non ha chiamato la zia per ringraziarla del vestito nero ricevuto in regalo. Non mi ricordo come ho passato il mio quindicesimo compleanno, di sicuro non l'ho cominciato mandando al diavolo entrambi i genitori. Eravamo rimaste d'accordo che nel pomeriggio avrebbe invitato degli amici a casa e poi avrebbe portato le amiche a cena a Ponte Milvio. Uscita dal lavoro, sono corsa a comprare torta e pizzette. A casa c'era un bel via vai e un forte odore di fumo. Sorridente, mi ha spinto verso la mia stanza, lasciandomi uscire verso le otto, quando era pronta ad uscire. Allegra come una pasqua, strizzata in una minigonna nera e in una canottiera bianca, si è avviata a godersi il suo festeggiamento. Domani sera candeline con nonno e Graciela.

la libreria dei miei sogni

lunedì 11 ottobre 2010

Quella sera dorata (film)


è un riassunto fedele del libro (vedi post), i passaggi fondamentali ci sono tutti, gli attori sono bravi e somigliano ai personaggi di carta, i paesaggi sono belli, i costumi curati, la fotografia è raffinata; c'è solo una variazione sul finale, che vede tutti felici e contenti (nell'originale più verosimilmente il vecchio restava solo). Quello che manca a questa versione cinematografica di Quella sera dorata è l'emozione: la vicenda scorre rapida sotto gli occhi dello spettatore senza che lui riesca a palpitare per l'indecisione di Katherine, la rigidità di Deirdre, la fragilità di Arden, il filosofeggiare stanco di Adam. Ridotta all'osso la storia finisce per essere un po' banale e i magnifici dialoghi si perdono in una traduzione approssimativa che ne spegne il fulgore.

rapidità

se istituissero le olimpiadi del supermercato, delle gare a chi impiega meno tempo a riempire le buste con la spesa e a tirar fuori dalla borsa la carta di credito, io le vincerei di sicuro. Ma siccome queste gare non esistono, io sono soltanto una donnina nevrotica che si compiace di poco, cioè della sua rapidità.

Semiotica, pub e altri piaceri


le storie di Scotland Street sono nate a puntate nel 2004 per il giornale The Scotsman. Finora in lingua originale sono usciti cinque volumi di questa serie, mentre in italiano siamo fermi al secondo, tradotto in italiano per Guanda con il titolo Semiotica, pub e altri piaceri. I libri di Alexander McCall Smith hanno una qualità rara: sono distesivi. Arrivi a fine giornata stanca, tesa, pensi già alle cose che dovrai fare il giorno successivo, poi leggi due o tre capitoli e ti accorgi che ti sei dimenticata tutto, vuoi solo sapere se la giovane Pat andrà al picnic nudista in piena Edimburgo a cui l’ha invitata Peter, se Bertie riuscirà a far capire alla madre che odia le salopette color fragola, le lezioni di sassofono e di italiano e lo psichiatra che non capisce nulla di lui, se Bruce, cacciato dall’agenzia immobiliare sfonderà come venditore di vino, se la signora Dunbarton riuscirà a tenere gli occhi aperti mentre il marito le infligge la lettura delle sue memorie, se l’inquieta Domenica partirà davvero per la sua inchiesta antropologica sui nuovi pirati, se il padre di Matthew è incappato in una fioraia interessata al suo patrimonio o nell’amore della sua vita. Con il sorriso McCall Smith smonta vanità, ipocrisia, narcisimi; alcune pagine sono scritte benissimo, altre sono un po' tirate via, ma è bello sapere che scrive, che ha scritto tanto: con una scorta di suoi libri è come essere in vacanza.

domenica 10 ottobre 2010

gita amena sul filo della nostalgia

erano anni che non tornavo a Fregene. Con Maddalena e papà poi... Da bambine quando la casa al mare era solo quella che veniva di volta in volta affittata in luoghi esotici per una settimana o due, questa era la nostra spiaggia, questo il nostro mare fuori stagione. Prima di metterci in macchina, mamma faceva la frittata di maccheroni o gli arancini di riso, ci cambiavamo sulla sabbia (spesso restando in mutande, perché non ci eravamo messe i costumi sotto). Oggi ci siamo trascinati dietro il figlio e il nipote riluttanti, lì abbiamo lasciati con il loro ipod al tavolino del ristorante all'aperto e noi tre siamo partiti per una lunga passeggiata sul bagnasciuga. Papà si era dimenticato il cappello e per coprirgli la testa gli abbiamo fatto un turbante con un pareo. Arrivati a un fiumiciattolo, papà ha detto, attenti a non finire come Virginia a Mont Saint Michel (quest'estate davanti ai suoi occhi lei è quasi stata ingoiata dalle sabbie mobili dopo essere uscita dal tracciato dei turisti). Lo ha detto e l'attimo successivo è sprofondato fino al ginocchio: abbiamo dovuto tirarlo fuori in due. A quel punto si è tolto i pantaloni bagnati e siamo tornati indietro con lui che, oltre ad avere un pareo legato in testa, girava in camicia e mutande (ben coordinate, a righe bianche e celesti). Appena si sono asciugati i pantaloni, ci siamo seduti al ristorante. Maddalena criticava il figlio insubordinato (stando con mio figlio, Tommaso perde l'abitudine a ubbidire) e lui se n'è uscito con un, tra un po' mi costringerai a non avere la pubertà. Per questa gita ho trascurato il mio librone mondadori, mi è chiaro che la giovane Mclean sta finalmente per trovare un luogo in cui mettere le radici, ma mi mancano duecento pagine per averne la certezza e poter scrivere un riassunto che non sia di pura fantasia.

sabato 9 ottobre 2010

una sconfinata giovinezza

in attesa di vedere Quella sera dorata con Giulia, oggi Una sconfinata giovinezza con una compagnia insolita: mio padre e mia sorella maggiore in visita da Zurigo. Io e papà siamo emersi dal cinema devastati, come se avessimo passato un guaio: piangevamo ora insieme, ora in momenti diversi. Maddalena, che è la dura della famiglia, invece è uscita con gli occhi asciutti e qualche appunto critico (ma il film è piaciuto anche a lei). La trama: Lino, un Fabrizio Bentivoglio al suo massimo, fa il giornalista sportivo e ama teneramente sua moglie Chicca (Francesca Neri, brava e intensa). Lei si accorge che lui dimentica i nomi delle cose, che scrive a fatica. Lo fa visitare e la diagnosi è impietosa: Alzheimer. Il film racconta lo sforzo della moglie di stare accanto al marito malato, mentre la famiglia di lei, una famiglia ricca, colta e tradizionalista (terribile la serata di Natale con tanto di pacchetti, preghiere, discorsi, baci, travestimento da Babbo Natale) vorrebbe che Chicca lasciasse Lino alle cure di due badanti romene. Più Lino sprofonda nei meandri della malattia, più alla sua memoria affiorano i ricordi di quando a dodici anni era finito in campagna dagli zii dopo la morte dei genitori in un incidente d’auto. Lino e il suo inseparabile cane, Lino e i due ragazzini a cui si lega con tutta l'ingenuità di un bambino di città alle prese con campagnoli scafati, Lino e la ragazzina che gli fa assaporare i primi brividi sessuali diventano tutt’uno con il Lino adulto, che ormai riconosce solo la donna che ama. Tra gli ultimi film di Pupi Avati mi è piaciuto Il papà di Giovanna. ho detestato Gli amici del bar Margherita, non ho visto Il figlio più piccolo: questa Sconfinata giovinezza mi è parso molto molto bello.

venerdì 8 ottobre 2010

ingorgo

per colpa degli U2 invece di godermi Ivory al cinema, sono davanti alla tv a beccarmi Feltri dalla Bignardi (un capolavoro di antipatia). Uscita di casa alle sette e venti, sono arrivata da Giulia alle otto e un quarto. Roma era un groviglio di macchine immobili sul posto. Due chiacchiere con lei e poi ho ripreso la via del ritorno. Quando mi ha visto il figlio si è spaventato, già eri nervosa prima... A cena ero nervosa perché avevo un residuo di forze, ora le ho esaurite. E prima che il concerto finisca e il traffico si riannodi devo recuperare la figlia, dispersa in una festa in fondo alla Cassia. Lei al telefono ha urlato, non venite prima di mezzanotte, alle undici in punto saremo alla sua porta, se no torna a piedi.

giovedì 7 ottobre 2010

le motivazioni di un premio

Mario Vargas Llosa ha vinto il premio Nobel per la letteratura. Ho letto diversi suoi libri e quello che mi è rimasto più impresso è La zia Julia e lo scribacchino, romanzo in cui la divertente e spericolata storia della passione del protagonista per una zia più grande di lui si mescola con le soap raccontate da un genio della radio. Vargas Llosa l’ho intervistato nel 1997 o ‘98. Era a Roma di passaggio, ci siamo seduti nel bar dell’hotel, mi ha raccontato la trama del libro che stava scrivendo. Parlava un italiano inventato e forbito, pieno di accento, è stato molto galante. L’hanno premiato per la descrizione della “cartografia delle strutture del potere e per la sua immagine della resistenza, della rivolta e della sconfitta dell'individuo”. Io l’avrei premiato per lo strepitoso racconto costruito sulla sua biografia e per la cortesia da gentiluomo d’altri tempi.

e se invece

cammino per viale mazzini diretta al montaggio, mi guardo intorno e nella vetrina di un barbiere intravedo il direttore di radiotre che si fa tagliare i capelli. Mi pare quasi che mi abbia visto, è un attimo, proseguo. E se invece di passare in quel momento fossi passata dieci minuti dopo, se l'avessi incrociato sulla porta del negozio? Un tempo eravamo amici, ci saremmo abbracciati, mi avrebbe chiesto come va. Gli avrei buttato lì, faccio un lavoro divertente, ma a radiotre ci tornerei anche subito. Lui si sarebbe meravigliato, e allora perché non mi hai chiamato. Le cose non succedono e basta, uno può anche farle succedere. Magari mi potevo appostare fuori al negozio, di capelli non ne ha tanti, sarebbe uscito presto; magari non era lui, ma qualcuno che gli somigliava; magari invece di dire, perché non mi hai chiamato, se la sarebbe cavata con una battuta e io ci sarei rimasta male ancora una volta. In fondo questo post somiglia al precedente, il caso ha voluto che non restassi orba a causa di un frullatore e il caso vuole che invece di tornare alla radio resti in televisione.

mercoledì 6 ottobre 2010

infortunio domestico

torno a casa, apro il frigo, vedo un vecchio avocado e decido di preparare un rapido guacamole. Tiro fuori il frullatore e ci metto dentro l'avocado. Per spingere in fondo la polpa, prendo il cucchiaio di legno e lo infilo nel frullatore senza pensare a spegnerlo. E' un attimo: il frullatore risucchia il cucchiaio e me lo rimanda a mo' di proiettile dalla parte del manico vicinissimo all'occhio destro. Sento un dolore intenso e subito lo zigomo si gonfia a palloncino. Un centimetro più indietro e mi sarebbe partito l'occhio. Il guacamole però non è venuto male.

martedì 5 ottobre 2010

Le due facce dell'amore

in Colombia si intitola Sin tetas no hay Paraiso, ha avuto un successo incredibile e racconta di una ragazza che per piacere a dei narcotrafficanti si fa ingrandire il seno e si prostituisce (la serie è basata sul libro di Gustavo Bolivar Moreno, nato da un’inchiesta sul campo). In Italia la fiction su quel format è diventata Le due facce dell’amore: parla di una brava ragazza, che vuole portare sulla retta vita il malavitoso che conosce dall’infanzia e di cui è pazzamente innamorata. Praticamente il contrario, ma noi siamo italiani, non colombiani, da noi certe cose non succedono (non sono io a dirlo ironicamente, l’ho sentito sostenere in conferenza stampa). Però intervistare un attore bello simpatico intelligente come Daniele Liotti non capita tutti i giorni.

lunedì 4 ottobre 2010

l'iphone conteso

la cosa più semplice per evitare contrasti sarebbe dare a lei l'iphone e tornare al mio cellullare. E' successo che il marito malato di tecnologia è passato dall'iphone 3 al 4 e ha deciso che la destinataria del suo "vecchio" apparecchio dovevo essere io e non la figlia a cui era stato rubato a scuola. Io non lo volevo, faccio una gran fatica a districarmi nella selva di nuove istruzioni, ho paura di perderlo, di danneggiarlo; lei lo aspettava da mesi, sicura che lui non avrebbe resistito alla tentazione di avere l'ultimo modello sul mercato. A convincermi a prenderlo è stata la possibilità di scrivere il blog ovunque mi trovi: a volte mi è capitato di prendere appunti su foglietti vaganti e di sognare una tastiera per fermare il pensiero del momento. Poi oggi mentre ero al lavoro ho ricevuto una telefonataccia della figlia: resasi conto che l'iphone agognato era finito nelle mie mani, è impazzita di rabbia, tu non puoi prenderlo, è mio, non puoi farmi questo. Non posso? Altro che, se posso. Figlietta mia, non tutto ti è dovuto, prima lo impari meglio è.

domenica 3 ottobre 2010

Tutti i viventi


C.E. Morgan è nata nel 1976, Tutti i viventi è il suo primo libro. All’inizio colpisce la qualità della scrittura, lo stile denso di metafore, capace di far sentire lo squallore di una casa in rovina in mezzo a una piantagione di tabacco. Aloma è andata a vivere con Orren subito dopo la morte della madre e del fratello di lui in un incidente d’auto. C’è andata perché non ha alternative, perché è sempre stata sola e da un po’ esce con lui, ci fa l’amore nel furgoncino. Orren si butta a capofitto nel lavoro, cercando di fare tutto da sé, nei campi e con il bestiame; il pianoforte che aveva descritto ad Aloma è un rottame inservibile, la ragazza che adora suonare non ce la fa a trascorrere le giornate pulendo e cucinando. E’ Orren a indirizzarla verso la chiesa locale: lì c’è un pianoforte e c’è Bell, il giovane predicatore. Un’estate torrida, l’esitazione di Aloma tra l’uomo con cui vive e con cui non riesce a parlare e l’uomo che l’ascolta suonare e che lei comincia a sognare. Niente di più lontano dal classico triangolo amoroso: ognuno resta chiuso nel suo bozzolo, non dice, non manifesta il suo pensiero. Ho letto il libro con trepidazione crescente e ho trovato molto bello e sorprendente il finale. Morgan racconta la contrapposizione tra i sessi, la difficoltà a capirsi anche tra persone che si vogliono bene, e lo fa in modo originale, trasportando il lettore dentro la scena del suo romanzo e dentro l’animo dei suoi personaggi.

domenica sera

il mare calmissimo, l'aria fresca e il sole caldo, le piscine termali tutte per noi (e per i tedeschi anzianotti che si godono lo splendido ottobre di Ischia), un bel libro da leggere tutto d'un fiato: l'unico difetto di questa vacanza è stata la sua durata. Stasera i ragazzi, che si sono cimentati da soli in un pranzo domenicale a base di pasta scotta e pesto, ci guardavano con sospetto, non è che lo rifate?

sabato 2 ottobre 2010

Mia suocera beve


caro Diego De Silva, quando ho letto Non avevo capito niente oltre a divertirmi molto, mi sono anche un po' innamorata di te attraverso l'avvocato Malinconico. Mi piaceva perché era napoletano, perché era un po' sfigato e molto autocritico, perché riusciva a guardare il mondo attraverso il filtro di uno humour spiazzante. Perciò quando ho visto in libreria Mia suocera beve, altro romanzo con lo stesso protagonista, non ho esitato a comprare il libro e a tuffarmi nella lettura. Così ho scoperto di aver preso un abbaglio, come spesso mi è capitato con gli uomini in carne e ossa: quelli che mi sembravano più interessanti e promettenti si sono sempre rivelati delle gran fregature. Non solo Mia suocera beve è un romanzo fiacco, inconsistente, tutto incentrato sulla trovata dell'agguato dell'ingegnere al camorrista ripreso dalle telecamere di un supermercato come in un reality televisivo, ma lo stesso avvocato Malinconico, con le sue considerazioni sulle donne, sui figli, sull'universo mondo, mi è parso un tipino saccente e inasprito, altro che l'uomo dei miei sogni. Insomma Diego De Silva, stiracchiare i personaggi da un libro all'altro riesce a Simenon a Camilleri a Carofiglio ma non riesce a tutti. Scrivi d'altro e Malinconico non potrà che essertene grato.

a Sant'Angelo

sei di pomeriggio, siamo ancorati in porto, il sole batte ancora sulla montagna di fronte sottolineando le terrazze erbose. C’è una gran pace, poche barche, pochi passanti, l’immancabile odore di aglio e pomodoro che si mescola a quello di benzina. Fino all’ultimo le previsioni del tempo erano incerte, non abbiamo pianificato niente. Sapevamo che i ragazzi non avevano voglia di mare e di barca, stamattina mi sono alzata presto, ho visto il sole, ho chiamato mio padre, gli ho affidato il figlio per la notte, la figlia era già d’accordo con un’amica per andare a dormire da lei dopo una festa. Due giorni strappati all’inverno incombente, due giorni tutti per noi, non mi sembra vero.

venerdì 1 ottobre 2010

fiction di successo

anteprima della Leggenda del bandito e del campione. Sul tema dell'amicizia (mai provata) tra il ladro Sante Pollastri e il ciclista Costante Girardengo c'è già una bella canzone di De Gregori, ci si poteva fermare lì. Che sia una fiction andante lo si vede dalla sigla, composta da immagini delle due puntate. Tutto posticcio: la musica, le scene, l'ambientazione, le comparse, la recitazione degli attori (si salva Simone Gandolfo che fa un intenso Girardengo, ma da solo non può riscattare la banalità delle battute). Lo sceneggiatore è Andrea Purgatori, lo affronto con piglio polemico accennando alla convenzionalità delle scelte narrative. Lui ribatte che è una favola scritta per raiuno, è quello che raiuno vuole, quello che gli spettatori di raiuno si aspettano (e qui ha ragione, gli ascolti delle Ragazze dello swing, che era scritta benissimo, ben fatta, ben recitata sono stati molto inferiori a quelli del mediocre Preferisco il paradiso). Purgatori aggiunge che la semplificazione è dovuta all'ambientazione storica: prima era tutto meno complicato di ora, i poveri erano poveri, i ricchi ricchi, i buoni buoni, i cattivi cattivi. Lo racconto alla mia amica Graciela, che sto portandomi dietro a vedere tutte le fiction tv (quale modo migliore per farsi un'idea dell'Italia?). Graciela ride, e ribatte, ma che dice, la vita è sempre stata complicata, fatta di sfumature, mica è una novità dei nostri tempi. Purgatori imperterrito ripete il concetto della semplicità dei tempi passati in conferenza stampa. Sull'incontro con i giornalisti, dominato come al solito dai toni lievi, come è stato bello lavorare tutti insieme, che bella cosa abbiamo fatto, è calato il gelo quando una signora ha preso la parola per raccontare di un suo parente ucciso da Sante Pollastri. L'uomo era un cassiere di banca, aveva implorato invano il bandito di non sparargli perché aveva tre figli. La moglie era morta di crepacuore, i bambini erano finiti in orfanatrofio. La signora ha chiesto che bisogno c'era di trasformare un assassino spietato in un ladro buonista con le fattezze di Beppe Fiorello. Purgatori ha ribadito di aver scritto una favola. Il direttore Del Noce è parso parecchio irritato dall'intervento imprevisto.