martedì 30 novembre 2010

A cosa servono gli amori infelici


"Si sa tutto sugli innamorati infelici, niente o pochissimo sui destinatari di amori impossibili da ricambiare. Sugli amati infelici. Anche questa può essere una condizione di grande avvilimento." Il protagonista del romanzo di Gilberto Severini ha passato i cinquant'anni ed è ricoverato in ospedale in attesa di un intervento al cuore. Registra con cura i dettagli di quanto lo circonda: i piedi nudi dell'infermiere dentro gli zoccoli bucati quando viene al lavoro direttamente dal mare; il mal di schiena denunciato da una donna prima di morire; il piacere che gli dà una brioche sul vassoio della colazione. Mentre aspetta l'operazione, riassume in tre lunghe lettere la sua non-storia: sognava di lavorare alla radio come il Corrado che ascoltava da bambino e invece è finito a scrivere discorsi insulsi in un ufficio; è stato oggetto di amore da parte di un monsignore e di uno studente colto e ha respinto entrambi con spavento. Più delle considerazioni sulla vita passata, che si complicano ospitando echi di un sessantotto spiato da lontano, ho trovato molto efficace la descrizione dell'atmosfera ospedaliera: Severini fa stendere il lettore insieme al suo personaggio, lo costringe a condividerne i timori in una quasi totale assenza di speranze.

monicelli

una sera di fine ottobre di due anni fa a rione Monti c’è stata una festa per Mario Monicelli. Il regista aveva appena finito di girare Vicino al Colosseo c’è Monti, un breve documentario sulla vita del quartiere e sulla sua stessa vita di anziano curioso e partecipe delle attività degli altri. Pioveva a dirotto quella sera, la piazza in cui era stata organizzata la proiezione era gremita di gente con l’ombrello. Per un po’ si è provato a vedere il film, poi l’acquazzone ha impedito che si andasse avanti. Monicelli si è rifugiato nel bar in piazza in cui era stato organizzato il rinfresco. A tavola con lui c’erano Ettore Scola e altri amici: si mangiava, si beveva, si scherzava. Lì fuori gli abitanti del quartiere, per quanto zuppi di pioggia, faticavano a disperdersi, non voleva rinunciare all’omaggio a uno di loro. Io ero lì con Gianluigi per tv talk, abbiamo fatto delle riprese, intervistato l’ex moglie che aveva suggerito a Monicelli l’idea del documentario. Vicino al Colosseo c’è Monti l’hanno distribuito con Repubblica, dura venti minuti: è un bellissimo autoritratto del regista da vecchio, racconta un uomo che sapeva apprezzare ogni aspetto della vita che gli restava davanti. Va visto.
Mario Monicelli si è ucciso ieri sera, buttandosi dal balcone dell'ospedale in cui era ricoverato. Aveva novantacinque anni ed era malato di cancro.

domenica 28 novembre 2010

Io sono con te


Io sono con te è un film a tesi: la tesi è molto affascinante, ma è pur sempre una tesi e dimostrarla è così importante per il regista che l'obiettivo di emozionare il suo pubblico si perde per strada. L'amore di Maria per suo figlio, la sua fede in lui, spiega la forza del messaggio cristiano, la sua carica rivoluzionaria. La Maria di Guido Chiesa è una ragazza con le guance paffute e un meraviglioso sorriso; va in sposa a Giuseppe (la figura più bella e convincente del film), un vedovo gentile che cerca una madre per i suoi due figli e accetta il mistero che lei porta in grembo. La giovane età di Maria non le impedisce di schierarsi contro il prepotente cognato; la sua educazione la porta a proteggere i deboli; la sua sensibilità le rende odiosi i sacrifici animali e arriva persino a mettere in discussione il taglio del prepuzio, visto come un'inutile tortura inflitta ai neonati. Giuseppe si affida a lei; Gesù è il frutto di ciò che ha respirato in famiglia. Particolarmente suggestivi l'inizio con la voce di Maria vecchia e la fine in cui la donna si volta e un grande sorriso sdentato la illumina tutta.

carota

Sangue mio


quando al cinema è uscito Tutta colpa di Giuda, il film di Davide Ferrario ambientato in un carcere, mi ero riproposta di vederlo, ma poi mi è sfuggito. Come per rimediare a quella perdita, ho comprato Sangue mio il romanzo di Ferrario che racconta il viaggio verso sud di un ex carcerato con la figlia mai vista. Gretel ha venticinque anni e una sindrome rara, che potrebbe privarla dell'autonomia da un momento all'altro; Ulisse di anni ne ha sessanta, un passato di fughe e omicidi: lei guarda con angoscia al futuro, lui non si aspetta più nulla. Ferrario li mette su una vecchia Panda, li dirige verso un santuario, due atei a caccia del miracolo o più semplicemente due persone che hanno bisogno di una meta per sopportare lo sforzo dell'incontro. L'alternarsi dei due punti di vista racconta capitolo per capitolo la curiosità reciproca, l'improvvisa tenerezza, la rabbia per quello che è stato e per quello che sarà, la voglia di aprirsi e quella di nascondersi. Intorno al padre e alla figlia, l'Italia variegata degli agriturismi e dei centri commerciali, dei teppisti e delle persone perbene. Un libro che scorre veloce e lascia dentro il desiderio di saperne di più, di vederli ancora questi due, magari sul grande schermo.

l'editoriale

papà si presenta a pranzo a casa nostra con un mazzo di rose gialle, il panettone fatto dalla sua pasticceria preferita e una busta contenente l'editoriale che ha scritto per la Termotecnica. Ha fotocopiato il suo articolo per me, per vari amici e parenti: alcune fotocopie le distribuisce a mano, altre le ha già spedite per posta. Nella sua vita di editoriali sulla situazione energetica italiana deve averne scritti a centinaia, ma il piacere di vedere il suo nome stampato e la sua fotografia non è mai venuto meno, anzi si è accresciuto con il tempo. Offrire il suo editoriale a chi gli vuole bene è un modo per dire, sono vivo, non mi sono rincoglionito. Sospira guardandomi scorrere velocissimamente la sua prosa forbita e involuta, ma si consola pensando che leggo tutto così, troppo in fretta.

l'ape o la farfalla

sabato 27 novembre 2010

dopo lo scontro

ho scoperto che la figlia mi tiene d'occhio. Fa finta di non interessarsi al mio blog, ma quando nella sua vita succede qualcosa che coinvolge anche noi, corre a vedere come racconto l'evento. Giovedì sera ci ha fatto una scenata tremenda: aveva dormito a scuola, era tornata qui per pranzo ed era subito riandata a scuola, poi a ginnastica e dopo cena intendeva partecipare alle attività serali dell'occupazione fino alle undici. Io, al telefono, le avevo concesso un generico permesso. Il padre, che è andato a prenderla in palestra alle otto di sera, le ha detto, stasera non esci, mi sembra che tu abbia fatto abbastanza. E' entrata in casa come una furia. Si è messa ad urlare, vi odio, rovinate sempre tutto, me ne vado, scappo di casa, oppure mi ammazzo, sarete felici senza di me. Era stanca morta, sovreccitata, non c'era verso di calmarla, singhiozzava, strepitava. Noi cenavamo con lo stomaco chiuso, lei in piedi sciorinava il suo catalogo di minacce. Il marito, che è allergico agli scontri, avendone subiti troppi da piccolo tra padre e fratello, si è arrabbiato e le ha confiscato il cellullare, aumentando il volume dei suoi strepiti. Si è chiusa nella sua stanza senza mangiare, la mattina dopo è uscita all'alba. Il venerdì sera era un'altra persona, sorridente, ciarliera, ci ha raccontato i vari incontri fatti a scuola, dal leader del Blocco studentesco al professore precario, aveva una fame da lupo. Mi ha chiesto, cosa hai scritto di me? Le ho detto, ero troppo triste per scrivere. Ha risposto, ma io mica dicevo sul serio, era tanto per minacciarti. Il marito mi ha accusato di non saperle mai dire no, io ho accusato lui di dire dei no a casaccio e di rovinare il lavoro che faccio per tenere aperta la via di dialogo. Niente è più destabilizzante della convivenza con un'adolescente.

venerdì 26 novembre 2010

una fiction da paura

"una storia d'amore che nasce in punta di piedi, sboccia in terra ostile e tenta di sopravvivere alle intemperie della vita e alle trappole del destino": mi piacerebbe sapere chi ha elaborato il testo di presentazione di Paura d'amare la nuova fiction prodotta da Ida Di Benedetto in sei puntate per rai uno. Nella stessa cartella stampa compaiono le seguenti note del regista Vincenzo Terracciano: "è una storia, il cui racconto ho preferito affidare quasi esclusivamente al concerto dei tanti splendidi attori. Volevo che i loro corpi, voci e silenzi fossero la riscrittura di quei verbi e aggettivi che la sceneggiatura di giorno in giorno mi proponeva, i loro volti come liane emotive che spesso a loro insaputa mi conducevano, portandomi per mano, di emozione in emozione". In tre anni di interviste a gente della televisione ne ho sentite tante, ma i volti come liane emotive mi mancavano. Com'è la fiction? Come queste note. Ida Di Benedetto, la faccia sformata dai lifting, raccontava a tutti che Saccà gliel'aveva assegnata come premio per il suo fortunato Caravaggio. Maria Venturi ha scritto il soggetto: una studentessa squattrinata entra nelle grazie di un ricchissimo vedovo, cui presta le sembianze l'algido Giorgio Lupano (specializzato in Incantesimo e simili), mentre i parenti cattivi tentano con ogni mezzo di ostacolare questo amore. Per il ruolo di protagonista è stata scelta Erica Banchi, una ragazza carina e espressiva appena uscita dal centro sperimentale di cinematografia: il vanto della produzione. Ciò che dovrebbe essere normale viene festeggiato come una coraggiosa anomalia.

giovedì 25 novembre 2010

Ogni promessa


quando il mio amico Pietro dice, ti piacerà, so già che sarà così. Bajani mi ha costretto a rallentare il passo, a non divorare le pagine per arrivare alla fine come faccio di solito. Scrive in un modo particolare, più della trama contano le parole, il loro ritmo che sale e che scende, che avvolge il lettore, facendolo entrare nei luoghi in cui si muovono i personaggi, facendogli sentire quello che sentono loro. Di solito gli scrittori ti prestano gli occhi, Bajani più che sulla vista punta sull'udito. Pietro, l'io narrante, fa il maestro e ai suoi alunni chiede di registrare i rumori della scuola e di casa loro (chi ha una bella famiglia rumorosa, chi è solo, chi ha la tv sempre accesa); quando Pietro parte con la sua fidanzata Sara, non scattano foto, ma raccolgono in un registratore i suoni dei posti attraversati; in Russia sulle tracce del nonno che vi ha combattuto e quasi perso il senno, Pietro ascolta al cellulare quello che succede in casa di sua madre, che usa male il telefono e dimentica di spegnerlo. Ogni promessa racconta il dolore di una coppia che aspetta un figlio che non arriva e mescola questa storia con quella del nonno ex soldato: Pietro si muove tra sua madre e un altro reduce dalla Russia, Olmo, che ha scoperto abitare nella casa della sua infanzia, ma ogni suo gesto è idealmente rivolto a Sara, che l'ha lasciato. Sulla pila dei libri da leggere nei prossimi mesi c'è già il Bajani di Cordiali saluti.

la mattina dopo

sicuramente ha dormito meglio lei, avvoltolata nel suo sacco a pelo tra le amiche sui banchi di una classe, che io nel lettone che divido con il marito. Stamattina mi sono svegliata all'alba e non saperla in casa mi ha agitato. E se si è isolata, se in quella grande scuola è finita nelle grinfie di malintenzionati, se qualche tipo viscido si è fatto avanti, impedendole di reagire? L'ho sentita al telefono alle nove e mezza dopo la palestra (sarò pure una madre ansiosa, ma alla ginnastica non rinuncio, alle sette aveva il cellullare staccato, le ho scritto, fatti viva appena puoi, e poi ho messo in silenzioso per non disturbare la lezione). Era allegrissima, ha detto che sarebbe tornata a casa a pranzo e poi di nuovo a scuola per non perdersi gli incontri con i precari. Stasera dormirà a casa e sabato, si spera, l'occupazione finirà. Per questa volta è andata.

mercoledì 24 novembre 2010

l'occupante

mi ha accolto con gli occhi rossi e l'aria distrutta; non ci ha messo molto la figlia a convincermi. Non sono affatto tranquilla sapendola a scuola di notte in sacco a pelo in mezzo a coetanei assatanati, ma come potevo oppormi a quella che ai suoi occhi è una straordinaria irripetibile opportunità? Il marito, come al solito, si è allineato alla mia decisione, nessuno dei due se la sentiva di fare il genitore reazionario, di dire un no sfiduciante. Berrà birra, sfumacchierà, non chiuderà occhio, prenderà freddo (al sesso non ci voglio neppure pensare), domani apprezzerà il suo letto. Finita l'occupazione, vedrà la scuola con occhi diversi, come un luogo amico. Non poteva capitare un po' più in là? Ha solo quindici anni.

occupazione!

tirarla fuori dal letto la mattina è un'impresa, aspetta che si facciano le otto e in cinque minuti si veste, si trucca, beve mezza tazza di latte e caffè. Oggi invece la figlia è schizzata fuori di casa alle sette e mezza. Che fai? C'è l'occupazione, non posso rischiare di non entrare. Quando ieri mi ha chiamato per dirmi che la scuola era occupata sembrava avesse vinto il primo premio della lotteria, continuava a ripetere, erano vent'anni che il mio liceo non veniva occupato. Lo so, non avrei dovuto dirle, l'occupazione serve solo a perdere la verginità, non se ne parla di dormire a scuola. Non avrei dovuto dirlo perché tanto cederò, se questa malefica occupazione non cesserà, non la priverò dell'emozione della notte in sacco a pelo nell'aula scolastica. A Gelmini, ci mancava anche questa.

martedì 23 novembre 2010

se non hai la felpa giusta

la nuova prof di italiano della figlia ha preso spunto per il tema in classe da un articolo del Corriere della Sera sulla soggezione dei ragazzi alla moda. L'articolo si intitolava "Se non hai la felpa giusta". Mia figlia ha scritto le sue tre colonne e mezza e stamattina mentre l'accompagnavo a scuola in macchina, me le ha lette entusiasta, chiedendomi a quale voto poteva aspirare. Invece di dire la sua sull'argomento (che la riguarda da vicino, fissata com'è con le cose di marca), si è inoltrata in una giungla di luoghi comuni sull'influenza della pubblicità e sul desiderio dei giovani di sentirsi accettati dal gruppo. Scrive quello che immagina la prof voglia leggere; il pensiero di essere se stessa nel tema, d'interrogarsi sui suoi comportamenti non la sfiora neanche.

a cena da Giulia

alle otto e mezzo di sera arrivo trafelata al portone, in una mano l'ombrello, nell'altro l'immancabile torta caprese ancora fumante. Sono rimasta in redazione fino alle sei per aspettare l'assegnazione dei compiti poi rimandata a domani; di corsa al supermercato a comprare le mandorle; in cucina come un razzo, mi lavo le mani, da una parte il bianco delle uova da montare a neve, dall'altra i rossi da sbattere con lo zucchero, il tritatutto in funzione, la tortiera da imburrare e infarinare. Una volta messa in forno la torta, prendo fiato, mi spoglio, faccio una doccia, cerco di capire dove sono i figli, quando tornano a casa e cosa mangeranno per cena. Il portone di Giulia è bloccato, resto chiusa fuori per strada con la mia torta in mano, mannaggia a me che non incarto mai i dolci che faccio. Arriva una signora con il figlio, chiama il marito, sollecita un intervento del portiere; un tipo alternativo sfrutta l'attesa mettendosi a leggere in macchina; tre amici spariscono in cerca di un'altra entrata. Dopo un quarto d'ora la situazione si sblocca, riusciamo a entrare. A cena da Giulia, c'è Petra, l'amica venuta da Berlino, e ci sono Mike e Valeria. Petra ha fatto una meravigliosa insalata con dentro di tutto, dalle mele al prezzemolo, e una zuppa toscana che nutre e consola. Parliamo in inglese, Mike con il suo accento perfetto e un po' incomprensibile; io, scarsissima e fuori esercizio; Giulia, Valeria e Petra fluenti. Gli argomenti s'incrociano, dai tempi del Muro, quando Petra andava all'Est con le amiche a ballare ai concerti e tornava senza le Adidas che regalava ai coetanei, al primo incontro londinese tra Valeria e Mike, dalle statue di Berlusconi al matrimonio del figlio di Diana. Alle undici e mezzo scattiamo, mi si chiudono gli occhi e devo ancora rivedere la puntata di Saviano che ho registrato, è stata una bella serata, la cucina arancione di Giulia è il luogo perfetto per mangiare e parlare.

lunedì 22 novembre 2010

la voragine

nel linoleum sotto la mia scrivania al lavoro si è aperta una piccola voragine: in mezzo al blu del pavimento la sedia sta scavando una buca nel terriccio. Cerco di spostarmi di lato in modo da non gravare su quel punto. E se fosse un avvertimento? Sto per sprofondare e non me ne sono resa conto?

domenica 21 novembre 2010

Noi credevamo


all’inizio c’è l’entusiasmo della giovinezza, della cospirazione: Domenico, Angelo e Salvatore, tre ragazzi meridionali, i primi due ricchi, il terzo contadino, si sentono chiamati a reagire all’oppressione borbonica e si dedicano anima e corpo alla causa dell’unità. L’azione si sposta dal Sud Italia a Londra, dove c’è un tormentato Mazzini e a Parigi, dalla fervente repubblicana Cristina di Belgioso. E’ molto poco eroico il Risorgimento che raccontano Martone e De Cataldo: tanti i cadaveri sulla via dell’unificazione, pochi gli idealisti rimasti, mentre a dilagare sono tradimento, equivoci, compromessi, strumentalizzazioni, trasformismo. Attori tutti bravi, anche quelli che vengono dalla tv, una bellissima fotografia che ricalca celebri quadri, un po’ di confusione per le facce che cambiano (solo il Mazzini di Servillo è vecchio dall’inizio alla fine): tre ore che passano in velocità, offrendo una vasta gamma di emozioni. Un dubbio: perché quei pilastri in cemento armato nel rifugio notturno dei due uomini in cerca dei garibaldini?

sabato 20 novembre 2010

il ritorno di Mirella

Mirella ha sempre avuto il vezzo di esibire la sua età e magari di aumentarsi gli anni. Oggi mi ha detto che tra un po' compirà settant'anni: è in gran forma, magra, elegante e con un bellissimo taglio dei vaporosi capelli bianchi. L'altro giorno mi ha chiamato e abbiamo concordato un incontro pomeridiano a casa mia con torta caprese: non ci sentivamo da qualche anno, da prima che andasse in pensione dalla rai. Gli ultimi anni in azienda li ha vissuti malissimo: da responsabile di programmi radiofonici belli e impegnativi come Vedi alla voce, era stata mobbizzata e relegata nella sua stanza, non le facevano fare più niente, nessuno passava a trovarla. Quel suo brutto periodo ha coinciso con il mio mese peggiore, non ero più Cciss, Viaggiare informati e non ero ancora Rai Educational. Avremmo potuto piangere una sulla spalla dell'altra, ci siamo perse di vista. Mirella invecchia bene, ha mille interessi, è vivace, curiosa, civettuola, arguta. Mi piacerebbe inoltrarmi negli anni con la leggerezza con cui lo fa lei.

parlando con i morti

parlando con i vivi

venerdì 19 novembre 2010

Il complotto contro l'America


un grande romanzo familiare: prima ancora che un romanzo storico basato sul “what if” (cosa sarebbe successo se le elezioni del 1940 in America fossero state vinte invece che da Roosevelt al suo terzo mandato dal filonazista Lindberg), Il complotto contro l’America è la storia della famiglia Roth, di come avrebbero reagito il padre, la madre, il fratello dello scrittore, se si fossero trovati a vivere l’incubo di una strisciante persecuzione razziale all’interno del proprio paese. All’epoca Philip ha sette anni e un’unica passione, quella per la sua raccolta di francobolli; suo fratello Sandy è fissato con il disegno; il padre fa l'assicuratore e resiste alle pressioni della moglie che vorrebbe scappare in Canada. La cronaca del precipitare degli eventi è registrata in base agli effetti che quegli stessi eventi hanno sui Roth: un cugino orfano corre ad arruolarsi e torna dall’Europa con una gamba di meno e una carica di cinismo che gli aprirà le porte a una promettente carriera da gangster; il fratello partecipa a un programma di delocalizzazione degli ebrei, ne diventa propagandista, poi rinsavisce quando scopre l’attrazione per le ragazze; un amico piagnucoloso, che aveva perso il padre per un tumore, perde anche la madre in disordini antisemiti; il padre lascia il suo lavoro e si rassegna a scaricare cassette al mercato; la zia sposa un rabbino connivente con i filotedeschi e partecipa al ricevimento alla Casa Bianca in onore di Von Ribbentropp; un popolare giornalista ebreo che denuncia il razzismo e si candida alle elezioni viene assassinato. Il complotto contro l’America non è solo un libro pieno di spunti critici sulla storia recente, ma è anche un romanzo di formazione originalissimo e divertente. Tra i miei Roth preferiti c'erano Pastorale americana, e Il lamento di Portnoy, ora c'è anche questo.

una fiction per vecchi

che il pubblico di raiuno non sia giovanissimo è sotto gli occhi di tutti, e che i dirigenti non si sforzino molto per attirare i ragazzi davanti al piccolo schermo è altrettanto evidente, ma una fiction come quella che ho visto stamattina, protagonisti Lino Banfi e Lino Toffolo, affiancati, niente di meno che, da Orietta Berti, in cui si racconta di due vecchi alle prese con una bambinetta lasciata sul loro divano da una sconosciuta, sembra fatta apposta per il circuito delle case di riposo. Il regista di Tutti i padri di Maria, Luca Manfredi, figlio di Nino Manfredi, ha l'aria sveglia e simpatica, però questi prodotti, oltre a girarli, li scrive. Che bisogna fare per campare.

Last Night


il film l'ha scelto Giulia: a lei non è piaciuto per niente, io non l'ho trovato un gran che, ma ho continuato a pensarci e mi è parso esprimere molto bene il punto di vista femminile sul tradimento coniugale. Keira Knightley, magrissima e bellissima, è una scrittrice in crisi d'ispirazione che vive con il marito a New York. Lui (tale Sam Worthington) è un tipo bolso. La ama molto, ma è anche molto attratta da Eva Mendes, la nuova e provocante collega con cui va spesso in trasferta. La stessa notte in cui Sam è via per lavoro con Eva, Keira esce con Guillame Canet, uno scrittore francese di passaggio a New York, con cui ha avuto una breve intensa storia in un momento di crisi con Sam. Keira e Guillaume, che si piacciono moltissimo, chiacchierano a lungo, si baciano ma non fanno sesso: a trattenere Keira, più che un principio astratto di fedeltà, è la paura di perdersi, la certezza che con l'incostante Guillaume potrebbe essere felicissima ma anche infelicissima, e che sia meglio restare ancorata al marito, alla vita che ha costruito con lui. Sam invece tenta goffamente di resistere alle esplicite avances di Eva, che ingaggia una battaglia a distanza con Keira, decisa a dimostrare a se stessa che nessun uomo, per quanto sposato, possa resisterle. Dopo una serie interminabile di bicchieri e un bagno nella piscina dell'albergo, Sam e Eva finiscono avvinghiati in camera da letto. I due coniugi si rivedono la mattina dopo: lui torna a casa di corsa con l'aria di un cane bastonato, lei ha gli occhi pieni di lacrime per l'amore a cui ha rinunciato. Non si dicono niente. La sognante Keira e la carnale Eva sono personaggi forti, realistici; anche se il resto della messainscena non convince, la regista Massy Tadjedin sa ben scandagliare le motivazioni e gli istinti delle donne.

giovedì 18 novembre 2010

padri orgogliosi

intervista radiofonica a un bibliotecario palermitano sulla biblioteca in cui lavora: il tipo premette che si sentirà la voce di sua figlia, che tiene in braccio e in effetti l'intervista è costellata dai gorgoglii della bambina. Al suo posto una bibliotecaria avrebbe trovato a chi affidare la figlia per i tre minuti, l'avrebbe messa in un lettino protetto e sarebbe andata nella stanza più lontana per evitare rumori di sottofondo. Quando lavora, o quando parla del suo lavoro, una mamma deve far dimenticare di essere una mamma; un papà impacciato dalle cure domestiche acquista punti. Quando rinasco voglio essere un padre.

mercoledì 17 novembre 2010

perdersi

stamattina alla radio si diceva che la paura peggiore dei bambini è quella di perdersi. Da piccola una volta mi sono persa in un supermercato, mi ero incantata a guardare qualcosa e di colpo mia madre non era accanto a me. Piangere a dirotto, attirare l'attenzione di qualcuno, sentire l'annuncio all'altoparlante e veder arrivare di corsa mia madre, un po' preoccupata un po' stizzita, era stato tutt'uno. Oggi più banalmente mi sono persa dentro un palazzo a Prati, un palazzo vecchio, di quelli con tanti cortili. Ieri avevo incontrato davanti al portone una programmista che mi aveva portato nella sua redazione; nel pomeriggio dovevo restituirle la cassetta presa in prestito. Prima ho sbagliato scala, poi piano, poi porta. Era buio, ma c'era ancora il portiere. Priva da sempre di senso dell'orientamento non ho che gli itinerari consueti (e i portieri e le persone gentili) a proteggermi dallo spaesamento.

il brava che volevo

e alla fine l'agnognato brava è arrivato, proprio quando non ci speravo più e proprio per il pezzo su Filumena Marturano, per il quale avevo studiato, ero stata a Napoli e mi ero beccata dei rimbrotti gratuiti e preventivi. Le interviste a Massimo Ranieri, Gualtiero Peirce e Franza di Rosa (che ho caricato sul sito: se qualcuno le guarda mi fa piacere) sono tra le cose fatte ultimamente di cui vado più fiera; in genere in conferenza stampa si è sempre frettolosi e concitati, a Napoli c'eravamo solo io e loro, si è parlato distesamente. Il brava di Sebastiano è stato una ciambella lanciata a una naufraga sul punto di affogare. Mi basterà per restare a galla?

fazio for president

nell'attuale crisi della sinistra c'è un solo uomo che sa parlare al demoralizzato popolo dell'ex pci, lo rivelano i suoi exploit televisivi: è fabio fazio. Lui sì che sa schierare gli uomini giusti: scrittori perseguitati, figli di cantanti, intellettuali ultrasettantenni, comici alcolizzati, giullari stanchi, attori schierati, registi di culto, direttori d'orchestra spiritosi, esperti d'arte in vena di divulgazione, giornalisti contro e chi più ne ha più ne metta (donne poche, a eccezione della Littizzetto, ma con le donne, si sa la sinistra non è mai stata molto generosa): una bella compagine di gente colta e spiritosa, fieramente e definitivamente antiberlusconiana. Bersani, mettila in mano a Fazio la gioiosa macchina da guerra; perso per perso ci sarà almeno da divertirsi nei dibattiti in tv.

lunedì 15 novembre 2010

vieni via con me 2

elenco delle cose che non mi sono piaciute nella seconda puntata di Vieni via con me:

-l'elogio di Eluana Englaro fatto dai suoi amici (pleonastico, se fosse stata meno carina e simpatica la sua condizione non sarebbe stata meno penosa)
-il padre di Eluana Englaro inquadrato mentre Cristiano De Andrè canta la strofa della canzone di Marinella "vivesti un giorno solo come le rose"
-Bersani che sbrodola sui valori della sinistra
-Fini che sbrodola un po' più efficacemente dal punto di vista oratorio sui valori della destra

elenco delle cose che mi sono piaciute:

-Saviano sulla storia della camorra (un po' di sintesi gli avrebbe giovato)
-Saviano su Welby
-Albanese che fa il leader trucido al tramonto
-i Servillo che cantano Vieni via con me

Ma perché ragiono per elenchi? Non mi fa bene questa trasmissione...

euforia

era da un po’ che si vedeva che qualcosa non andava in lei. A cominciare dal tono di voce troppo giulivo, dal bisogno di enfatizzare tutto quello che faceva, all’esultanza per un compito di ordinaria amministrazione vissuto come una promozione megagalattica. Oggi la mia compagna di stanza stava proprio male, faceva pensare a una pentola in ebollizione. A mensa io e Jane abbiamo deciso di affrontare il discorso con lei, di chiederle come si sentiva. Ci ha risposto con sorprendente consapevolezza. Domani vedrà la sua dottoressa, parleranno della cura che sta facendo, della possibilità di intensificare le dosi del farmaco. Lei sa che l’autunno, come la primavera le crea squilibrio, sa che c'è sempre una causa scatenante (uno stress al lavoro, un problema in famiglia), ma che in fondo chi è bipolare è sempre in bilico tra entusiasmo e disperazione e all'entusiasmo è difficilissimo rinunciare. Lei vuole tranquillizzare chi la circonda (in primo luogo il marito sposato da poco) ma non l'abbandona la tentazione di viversi la sua euforia e scordarsi del resto.

domenica 14 novembre 2010

brava!

chi l'avrebbe detto che per sentirmi dire brava, non avrei dovuto puntare su una bella intervista, un bel montaggio televisivo, una bella scheda di lettura, una bella torta, ma sulle mie doti ginniche? Oggi in palestra c'era Tullio, il bancario muscoloso che, bandana in testa, musica martellante al massimo, viene ad allenarci una domenica al mese. Ci ha messo a due a due di fronte ai nuovi punching ball rossi e ci ha mostrato come prenderli a calci e a pugni prendendo la rincorsa. Dopo neppure mezz'ora eravamo ridotti a zombie sudati, persi in una strana foresta di tronchi di plastica. Stancante, distensivo e anche gratificante: Tullio mi ha detto brava.

sabato 13 novembre 2010

The Social Network


Mark è in un bar con la sua ragazza. Discutono animatamente. La conversazione si chiude con lei che si alza e gli dice che non è più la sua ragazza, che non vuole più vederlo. Frustrato, furioso, Mark Zuckerberg torna nella sua stanza e passa la notte a insultarla sul suo blog e a creare un software maschilista in cui si gioca a eleggere la ragazza più bella. Il gioco lo rende famoso; due fratelli ricchi e atletici che frequentano Harvard gli chiedono di collaborare con loro a fondare l’harvard social network. Mark pensa molto più in grande e inventa facebook, facendosi finanziare da un amico. Il film, caratterizzato da un ritmo incalzante, parte dal tavolo in cui Mark, divenuto il più giovane milionario della storia, deve fronteggiare da una parte i due tizi di Harvard che l’hanno citato in giudizio, e dall’altro il suo ex amico che reclama i suoi diritti. Il dibattimento giudiziario si alterna con la storia dei rapidissimi progressi di facebook. Mark è solo, geniale e un po’ stordito; ha messo in comunicazione mezzo mondo, ma la ragazza con cui vorrebbe riprendere i contatti non gli concede neppure la sua amicizia virtuale. La scena più bella del film è quella in cui il rettore di Harvard caccia dalla sua stanza i due studenti che vanno a denunciare chi si è ispirato alla loro idea. Lui dice, non siete in quest’università per imparare un lavoro, ma per crearvelo, Mark si è inventato facebook, voi inventatevi qualcos’altro. Il film di David Fincher è fatto benissimo, ma non lo consiglierei a mio padre che non ha ancora capito cos’è facebook perché lo confonderebbe ancora di più.

il senso della famiglia

ogni sei mesi senza aspettare ricorrenze, compleanni, anniversari, papà chiama le sue due sorelle, prende il treno e le porta a mangiar fuori in un ristorante napoletano. La sorella maggiore di papà e quella minore abitano a Napoli a poca distanza l'una dall'altra, ma da anni non si frequentano, non si telefonano neppure. A dividerle ci sono la differenza d'età e vecchi motivi di interesse. Papà fa finta di niente, organizza l'incontro, lo apre a chi vogliono loro (in genere il marito della più giovane, uno o due figli della più vecchia), lo estende a qualche vecchio amico napoletano. Paga il conto felice e torna a Roma con il senso di missione compiuta, l'incontro familiare c'è stato, se ne riparla tra sei mesi, un anno.

venerdì 12 novembre 2010

Una vita tranquilla


caccia al cinghiale in un bosco: l’immagine che apre il film di Claudio Cupellini comunica allo spettatore un senso di angoscia che non fa che aumentare. Come un cinghiale braccato, Rosario-Toni Servillo cerca un modo per sfuggire al suo passato che riemerge quando il figlio Diego si presenta con un amico nel ristorante da lui gestito insieme alla moglie tedesca. Che Diego e Edoardo non siano due bravi ragazzi è subito evidente: abbandonato dal padre camorrista che si è rifatto una vita in Germania, Diego è un coacervo di rancore inespresso; Edoardo è cocainomane, violento, sboccato. La morsa intorno a Rosario si stringe: non può parlare con la moglie che lo ama, ma non sa nulla di lui, non può subire i ricatti di Edoardo, che spiando l’amico, ha scoperto la sua vera identità. E’ un film molto cupo Una vita tranquilla, cupo come il bosco che circonda la fragile oasi di serenità del ristorante, cupo come la musica assordante del cuoco italiano che lavora lì pur detestando il proprietario. Servillo dona a Rosario lo strazio composto di un uomo inchiodato alle scelte fatte, diviso tra gli affetti e l'istinto a salvarsi nonostante tutto.

giovedì 11 novembre 2010

miracolo!

la figlia studia! Oggi è in camera sua con due compagne di classe e le frasi di latino. Il computer è spento. Ha preso una manciata di bei voti che l'hanno rinfrancata, per la prima volta ce la sta mettendo tutta. Non mi sembra vero. Se diventa anche ordinata mi faccio suora per la felicità.

divisa in due

mi piace parlare con Ricky Tognazzi e Andrea Purgatori del film che hanno appena girato e scritto. Mi piace prepararmi prima, trovare tutto quello che posso sulla produzione, sugli attori, immaginare prima come sarà, entrare in sala, vedere la prima mezz'ora, farmi un'idea, modificare le domande che ho preparato, cercare di tirar fuori la voce, immergermi nella conversazione. Non mi piace ridurre il lavoro di un giorno in un minuto e mezzo, se va bene, se di quel film si decide di parlare; non mi piace rispondere a quattro autori che la pensano ognuno in modo diverso; non mi piace essere redarguita aspramente perché non ho insistito di fronte a un'intervista negata; non mi piace che si usi con me un tono didattico, come fossi una scolaretta da formare; non mi piace che mi si chiami a ogni ora sul mio cellullare come se fossi un'inviata di spicco mentre sono una programmista a milleduecento euro al mese. Che faccio: me ne vado? Sarebbe così bello lunedì a riunione salutarli senza scendere in dettagli, andare dalla direzione (ci fosse una direzione a rai educational!) e mettermi a disposizione... Sarebbe bello, liberatorio, ma dopo che mi succederebbe? Non sono pronta a lasciare la rai, a mettermi a fare la lettrice a tempo pieno (già così di libri ne leggo anche troppi) e se ci resto, sicuro sicuro mi mettono a fare qualcosa di peggio a orari impossibili. Quindi resto, divisa in due, un po' malconcia sul versante dell'orgoglio e dell'autostima, un po' guardinga, un po' ancora dentro e già molto fuori.

mercoledì 10 novembre 2010

la giostra


la giostra, come le altre foto che carico di tanto in tanto sul mio blog, è di Livio Cimorelli. Livio è un grande fotografo, il suo sguardo partecipe si sofferma su oggetti quotidiani, cogliendo paradossi, suggerendo racconti. Livio è mio zio e le sue foto sono un dono che fa a me e a chi mi legge.

la telefonata

uscita dal lavoro mi dirigo in macchina verso casa di Giulia. Ascolto alla radio Tommaso Giartosio che fa una specie di esame universitario al malcapitato scrittore chiamato a presentare il suo libro. Nella conversazione tra i due si inserisce la telefonata di Erika. Mi chiede, scusami, ma nel pezzo di Benigni hai messo il riferimento alla mafia di cui avevamo parlato? Rispondo sì, me l'hai fatto aggiungere tu, Benigni dice che l'ha colpito l'affermazione di Berlusconi secondo cui è stata la mafia a mandargli le ragazze e dice a Saviano di stare attento alle miss italia sul pianerottolo. Erika incalza, ma il resto della battuta? Quando lui insulta i mafiosi per farsi mandare le ragazze? Quello non l'ho messo, dico io, mi pareva lungo. Eh, no, non ci siamo, dice lei, dovevi metterlo. Allora, ribatto io conciliante, domani torno al montaggio e ce l'aggiungo. No, dice lei, non serve, il conduttore ha visto il tuo pezzo e non gli è piaciuta la tua scelta di mettere come sottofondo la canzone interrotta dalle battute, il pezzo lo rifacciamo qui a Milano. Ciao, ciao. Mi aggrappo al volante, accogliendo con sollievo la voce di Giartosio che si sostituisce a quella di Erika. Salgo da Giulia: ci sono solo il suo sorriso rasserenante, il suo tè all'arancia, le nostre chiacchiere appassionate che si spostano dal passato al presente. Torno a casa serena.

martedì 9 novembre 2010

vieni via con me

Vieni via con me l'ho visto due volte: la prima ieri sera e la seconda oggi perché dovevo montare una clip con una sintesi dell'intervento di Benigni. Parecchie cose mi sono piaciute: tra gli elenchi, l'elenco dei lavori vari fatti da una signora; l'elenco degli insulti ricevuti da un impiegato di un call center; l'elenco degli epiteti con cui vengono chiamati gli omosessuali letto da Vendola; l'elenco dei comportamenti che vengono considerati da omosessuali a Casal Del Principe letto da Saviano. Poi mi è piaciuto Saviano su Falcone e mi ha divertito Benigni, che è sempre un piacere vedere e ascoltare. I difetti del programma: la mancanza di sintesi dello stesso Saviano, e quell'aria da cospirati, un po' fuori luogo. Ma magari in tv si vedessero più spesso cose così.

a Venezia

lavoro precario

mentre correvo al montaggio, davanti a Teulada ho visto Federico. Federico lo incontro a tutte le conferenze stampa delle fiction, come me intervista gli attori, ma lo fa per il sito e spazia anche sulla loro vita privata. E' un ragazzo gentile e appassionato di tv, viene da Forlì, lavora con impegno. Oggi mi ha detto che è disperato, a novembre gli scade il contratto, non vogliono prorogarglielo, non è riuscito a infilarsi in telethon, deve pagare l'affitto. Gli sono venute le lacrime agli occhi, poi si è scusato vedendo la mia faccia desolata. Brutta rai che destabilizzi la gente, che rovini i trentenni impedendo loro di stare tranquilli.

lunedì 8 novembre 2010

Una tempesta qualunque


quello che Adam era prima (un giovane e rispettabile climatologo) non conta niente. Ora è sotto un ponte di Londra, senza documenti, senza soldi, senza vestiti, ferito, braccato da un killer, ricercato dalla polizia. E' accusato di un delitto che non ha commesso, prima di costituirsi ha bisogno di capire cosa è successo. Sullo sfondo c'è una multinazionale farmaceutica disposta a tutto per mettere sul mercato un farmaco antiasma che assicurerà agli azionisti profitti stratosferici. Come il primo uomo, Adam impara a cavarsela: diventa mendicante, finge la cecità, convive con una prostituta che tiene suo figlio sedato perché non esca di casa, frequenta la bizzarra chiesa di Giovanni Cristo, si rinventa portantino ospedaliero, conosce una bella poliziotta a cui vorrebbe dire la verità. Di William Boyd avevo letto anni fa un libro che mi era molto piaciuto, di cui ricordo solo il titolo Brazzaville Beach. Una tempesta perfetta è un volumone di 447 pagine: cominciato il primo capitolo non si riesce più a posarlo.

Potiche


al centro di Potiche c'è una straordinaria Catherine Deneuve. Il film si apre con lei, tutta compita, in tuta rossa, che corre nel parco della sua villa, osserva scoiattoli e cervi, trae ispirazione per i versi che annota su un quadernino. Rientrata in casa riceve la visita di una figlia insolente che le dà della bella statuina e le dice in faccia che non vuole diventare come lei, tradita dal marito e sostanzialmente inutile. Siamo alla fine degli anni settanta, il film deriva da un testo teatrale e ne conserva il gusto per i lunghi dialoghi e le molte scene d'interno. In realtà Suzanne è tutto fuorché una cretina asservita e avrà presto l'occasione per dimostrarlo. Non solo è molto più brava a gestire i conflitti sociali nella fabbrica del padre di suo marito, un uomo brutto, presuntuoso e collerico, ma riserva anche delle sorprese a quello che è stato l'amante di un pomeriggio, il politico comunista impersonato da Gerard Depardieu. La scena in cui lui, emozionatissimo le chiede se il figlio, che si è scoperto non essere del marito, è suo e si sente rispondere che può essere di un avvocato, di un tennista o di chissà che altro è perfetta: lui diventa una iena, ai suoi occhi lei non è più la borghese dal cuore d'oro incatenata ad un matrimonio sbagliato, ma una donnaccia. La fa scendere dalla macchina, abbandondola sdegnato in mezzo al nulla (sono gli anni settanta, e gli uomini di sinistra sono già quello che sono sempre stati, dei gran maschilisti travestiti da progressisti). Cacciata dalla fabbrica dal marito e la figlia, Suzanne si butta in politica contando sull'appoggio del figlio gay, della segretaria-amante pentita del marito e soprattutto del suo incontenibile entusiamo. Un film così leggero e pungente i registi italiani se lo sognano.

domenica 7 novembre 2010

dopo pranzo

le due paste al forno, quella al pomodoro e quella al gorgonzola, sono venute stecchite, perché Graciela invece che all'una è arrivata all'una e mezza: c'era la partita, l'autobus l'ha lasciata a metà strada e ha proseguito a piedi. Il pranzo quindi non è stato un granché, mentre il dopo pranzo ci ha visti impegnati in una conversazione appassionata. Il marito e il figlio guardavano la partita, la figlia era in camera sua tra Manzoni e Facebook, e io papà e Graciela siamo rimasti a parlare di uomini e donne. Papà ci illustrava il suo metodo per non scontentare nessuna delle sue amiche riassumibile così: un rapporto disinvolto con la verità. Credo che per Graciela che sogna un amore tutto per sé sia stato istruttivo sentire un navigato signore italiano esporre le sue considerazioni sull'animo femminile. In papà convivono una bella curiosità per le donne, un rispetto profondo per la loro sensibilità e intelligenza e insieme un istintivo gallismo, la voglia di piacere loro, di conquistarne a ogni prezzo l'attenzione. Lui dice che io lo giudico e che non dovrei farlo, che aver superato gli ottant'anni lo mette al riparo da critiche. Io sono contenta che lui viva i suoi anni lucido e pimpante, ma sono anche contenta di essere sua figlia e non una delle sue amiche.

domenica mattina

mentre preparo la pasta al forno per papà e Graciela che verranno a pranzo mi distraggo da rigatoni, sugo, formaggio per seguire con sempre maggiore interesse il dibattito alla radio sugli ultimi anni di Tolstoj. Da Gabriella Caramore ci sono una pronipote dello scrittore, Sergio Givone, Igor Sibaldi, Paolo Nori, Goffredo Fofi. Ognuno parla in modo disteso, argomenta, nessuno cerca la battuta, nessuno incalza nessuno. Albero Rossatti legge un bellissimo racconto su un'angoscia notturna. Paragono il mio stato attuale di ascoltatrice beata con l'inquietudine provata ieri pomeriggio davanti al televisore. Ieri ho visto il "mio" programma che sciorinava la settimana televisiva svolazzando da un tema all'altro, seguendo il filo degli ascolti, da Colorado a Uomini e donne, dal caso Ruby ai Cesaroni. La domanda è: che ci faccio lì?

sabato 6 novembre 2010

Benvenuti al Sud


sull'onda dell'entusiasmo per l'incursione napoltana, ho prenotato due posti al cinema Odeon e sono andata con il marito in motorino a vedere Benvenuti al Sud, film che avevo finora snobbato poco attratta dal trailer esagerato e dal fatto che fosse un remake del francese Giù al Nord, visto di recente. Mi ha colpito Alessandro Siani, che non conoscevo e che ricorda un po' la grazia smarrita di Troisi; mi è piaciuta la scena in cui a tavola i meridionali spiegano la loro lingua al settentrionale (l'elisione delle vocali finali, che poi, non si butta niente, vengono riutilizzate come invettive, esortazioni o altro); Bisio e Finocchiaro sono divertiti e divertenti; la Ludovini non era mai stata così bella; i paesaggi fanno la loro parte. Il film è uscito da un po', ma la gente continua a riempire le sale, è un buon segno.

venerdì 5 novembre 2010

a Napoli

la prima bella sorpresa sono Marcello e Paolo che mi aspettano alla stazione. Avevo lavorato con loro nella precedente missione napoletana ed è stato come ritrovare vecchi amici. Mi hanno raccontato che sono molto impegnati con Avetrana e Terzigno: una tragedia familiare e un problema di rifiuti aiutano l'occupazione nel meridione, almeno questo. Ci siamo messi con luci e cavalletto nel corridoio dello studio Cinque e davanti alle foto in bianco e nero di gloriosi sceneggiati del passato ho fatto le mie tre interviste. Gualtiero Peirce, che ha riscritto Eduardo in italiano con Massimo Ranieri mi ha parlato del tentativo di rendere le commedie comprensibili senza eliminare la napoletanità di fondo; Franza Di Rosa, la regista, una donna piccola, agitatissima di fronte alla telecamera, seria e simpatica, del piacere di girare come una volta, con tutto il tempo necessario. Poi è arrivato Massimo Ranieri, un fiume in piena sul suo amore per Eduardo, per Filumena Marturano, per il pubblico che ritiene maturo e pronto a recepire qualcosa di meglio di quanto gli viene quotidianamente ammannito in tv. Mariangela Melato, l'ho appena intravista. Aveva detto di non essere disponibile per ragioni di trucco: avrebbe perso troppo tempo a prepararsi per l'intervista e poi per la scena. Peccato, struccata, con i capelli biondi ritti sulla testa, era bella e espressiva. Alle due siamo partiti di corsa verso il forno delle sfogliatelle. Ne ho comprate sette, quattro per noi, due per Marcello e Paolo, una da mangiare appena salita in treno (anche se in uno scompartimento da 57 euro pare brutto strafocarsi di sfogliatelle calde). Napoli oggi brillava nel sole e neppure i cumuli della spazzatura sparsi ovunque riuscivano a offuscarne la bellezza.

in missione

c'è il sole, per autoincoraggiarmi mi sono fatta prestare dalla figlia stivali e orecchini, Massimo Ranieri mi aspetta, Napoli arrivo!!!!!!

l'esercito dei mentitori

in bocca a Berlusconi le spacconate sul suo buon cuore ci stanno, sembra la Guzzanti che fa Berlusconi, ma comunque fanno parte del personaggio, sono la sua essenza più profonda ed è chiaro che ci crede; uno che si è paragonato a Dio non può che avere un'alta opinione di se stesso, anche quando fa scampare la galera a una prostituta minorenne per paura che racconti quello che ha fatto a casa sua. Quello che non si può proprio vedere né sentire è l'esercito dei replicanti che con orribile faccia tosta cerca di spacciare la panzana dell'uomo generoso che non sa esimersi dall'aiutare chi ha bisogno: ho visto questi giorni sostenere in tv la tesi da Rossella, Frattini, Lupi, Ghedini, Nunzia de Girolamo. Ognuno ci metteva qualcosa di suo, aggiungeva particolari pittoreschi all'agiografia. La cosa più impressionante erano le facce: facce di chi mente sapendo di mentire e dentro di sé si chiede, mi crederanno, ci crederanno, che tocca fare per campare.

giovedì 4 novembre 2010

la mia testa

domani vado a Napoli a intervistare massimo ranieri, franza di rosa e gualtiero pierce sulla Filumena Marturano che stanno preparando per la televisione. E' stato deciso tutto all'ultimo momento, ho preso accordi, prenotato il treno, stampato un po' di notizie. Al momento di salire in macchina mi sono ricordata di non aver chiesto la troupe. Sono tornata in redazione. Cosa mi scorderò domani?

sette e mezzo!

il sette e mezzo in storia della figlia è un fuoco d'artificio, un'apoteosi, è il messaggio che vorrei leggere ogni mattina sul mio cellulare. Non chiedo altro.

mercoledì 3 novembre 2010

aspettando la menopausa

è molto probabile che all'origine dei miei furori attuali ci sia una banalissima ragione ormonale, la menopausa, che si annuncia non con vampate e altri sintomi fisici, ma con un'accentuazione del mio cattivo umore, del mio pessimismo autolesionista. Mia madre, che era una persona con un senso dell'humour molto sviluppato, sotto i fumi della menopausa non era divertente per niente, se la prendeva con tutti, urlava con tutto il fiato che aveva in corpo. Per tenere sotto controllo il fenomeno e insieme per rianimare questo blog, che così com'è non va da nessuna parte, potrei passare da Volevoesserejomarch ad Aspettando la menopausa. Perderei i miei quattro lettori maschi, le mie tre lettrici giovani, ma acquisterei stuoli di cinquantenni, desiderose di confrontarsi sulla secchezza della pelle, la mollezza delle braccia, l'anemia e l'intolleranza verso il prossimo. Basta con le recensioncine di libri e film che non interessano nessuno, solo un bel blog specialistico, ricco di informazioni e commenti. A pensarci bene, però non sono pronta a questa riconversione, preferisco restare jomarch tristanzuola e continuare a parlare di tutto.

martedì 2 novembre 2010

l'inutilità della fatica

"ed io, se a volte di sì aspra vita
soffro, che i sensi ne son tutti offesi;
credi, non è la gravezza dei pesi,
è l'inutilità della fatica"
chi meglio dell'umberto saba dei versi militari può raccontare la mia giornata di oggi? Al lavoro tutto un annaspare, poi torno a casa e mi chiamano ancora bombardandomi di indicazioni sui pezzi che monterò domani. Non si fidano, è chiaro e neanche io mi fiderei di me, mi hanno confusa e privata di certezze. I miei figli mi accolgono con richieste pressanti: il figlio deve fare un tema dal titolo "ogni giorno ti scopri diverso, raccontati" e fissa il foglio bianco da stamattina, la figlia verrà interrogata sui verbi e si orienta a fatica tra gerundi, participi, congiuntivi e condizionali. E a me chi me li fa i compiti? E soprattutto chi mi dice brava?

lunedì 1 novembre 2010

Il malinteso


pubblicato a soli ventitré anni, Il malinteso dimostra una profonda conoscenza del diverso approccio maschile e femminile all'amore. Yves e Denise sono molto attratti l'uno dall'altra. Lei è sposata e ha una bambina, si conoscono al mare, il marito di lei è via per affari. La vacanza che trascorrono insieme prima che succeda qualcosa tra loro è bellissima e bellissimo è per loro alla fine cedere a un sentimento che non possono più tacitare. Tornati a Parigi invece tutto si fa faticoso: lui odia il suo lavoro, lei si annoia e vorrebbe passare più tempo con lui. Lui spende troppo per lei ma non vuole che lei lo sappia, lei lo vede di cattivo umore e si strugge temendo di non essere amata. Lei vorrebbe che lui la rassicurasse a parole, lui la desidera solo quando teme di perderla. Entrambi vivono in momenti diversi una disperazione profonda e pensano di farla finita con la vita, poi, una volta separati, riprendono a essere quello che erano prima. Come tutti i libri di Irène Némirovsky, Il malinteso è scritto benissimo.