venerdì 31 dicembre 2010

dopo la tempesta

l'acquazzone è stato tanto improvviso quanto violento. Per fortuna stavamo scendendo dalla barca che ci aveva portato a fare il bagno tra i pesci. Correndo come pazzi siamo tornati in stanza e una lunga doccia calda ci ha ristorati dalla pioggia. Ora il cielo si è riaperto e il sole sta calando nel mare con solo una striscia di sottile di nubi davanti. Stanno piantando sulla riva delle bandiere bianche, allestendo tavoli e musica per il capodanno, la festa che più non sopporto. Mi inquieta non avere notizie di mio padre da quando è arrivato in Kenya: un solo messaggio e poi nulla. Anche Virginia non mi risponde. Mi attacco al detto no news good news, ma la distanza che ci separa non mi aiuta a stare tranquilla. Ad accompagnarmi in questo pigro tramonto c'è l'immancabile Trollope. Chissà se a questo arguto signore inglese, ex postino, avrebbe fatto piacere sapere che, più di un secolo dopo essere stati scritti, i suoi romanzi fiume su canoniche, benefici ecclesiastici, matrimoni combinati, fanciulle troppo intelligenti per i loro pari, sarebbero diventati un must per le vacanze marinare di un'aspirante jo march dalla penna facile e dalla lingua lunga.

Il nipote filippino

ha cinque mesi, è bellissimo, ha gli occhi che ridono. Si fa prendere in braccio da tutti, ti guarda curioso, cerca qualcosa da stringere. Abbiamo cenato in un posto rumoroso; quando ho finito, l'ho portato fuori e la gente che passava gli faceva le feste. Boracay è molto frequentata; dopo l'isolamento del Nido, la folla, i negozi, i ristoranti sommati alla pioggia ci stordivano un po'. Il nostro albergo è alla fine della strada, ha una spiaggia privata racchiusa tra le rocce, si sente solo il rumore del mare. Ci siamo dati appuntamento con mio cognato sul lungomare. Per arrivarci abbiamo preso un trabiccolo consistente in una moto con attaccato un carretto da quattro persone. Lungo la strada minuscole botteghe con dietro case a vista: tutto in una stanza di cemento con il tetto di lamiera. Dovunque televisori accesi di grande dimensioni. Scesi dal taxi aereato, abbiamo curiosato tra i negozi di souvenir, poi ci ha sorpreso la pioggia. Mentre eravamo riparati sotto una tettoia, ce li siamo visti davanti. Il fratello di mio marito svettava tra la folla per la sua altezza e la testa calva, abbronzata. Il bambino dormiva stretto dentro il marsupio. Eluani veniva dietro, impacciata. Tanto io temevo di trovarmi di fronte una ragazza bella e sfrontata, tanto lei temeva che io la snobbassi. È bastato baciarla per scogliere l'imbarazzo reciproco. È piccola, scura, un po' sovrappeso, non giovane come credevo. Parlava un inglese torrenziale, confuso, rideva, gesticolava, asciugava il sudore a mio cognato con un fazzoletto, maneggiava il bambino come fosse il suo bambolotto. Mi ha detto che al villaggio il suo uomo piace a tutte, che deve tenerselo stretto perché non glielo rubino, che all'inizio piangeva quando lui faceva le sue sfuriate, che ha imparato tante parolacce italiane perché lui guida imprecando. Cercava di rendersi utile, voleva comprare un unguento contro il mal di pancia da spalmare a mia figlia, che la guardava perplessa; prima di scegliere il botteghino giusto in cui prendere un frullato di mango, ha toccato ogni frutto, ha tentato di trattare sul prezzo, che le pareva esagerato. Lui sfoggiava un sorriso estatico, era fiero del bambino e della sua compagna, felice di vedere il fratello. I suoi piani sono sempre nebulosi: comprare un terreno, aprire una pompa di benzina, poi un negozietto, ampliarsi, aggiungerci un ristorante italiano con il karaoke, che qui va molto. Ha detto che le figlie non vedono l'ora di venire a conoscere il fratellino. A febbraio, dopo la visita di sua madre, torna in Italia dove ha mille questioni in sospeso e una moglie decisa a fargli la guerra. Perso nel suo sogno filippino, per ora non se ne cura. Stasera vengono a cena nel nostro albergo, poi riprenderanno il lungo viaggio in barca verso la loro isola.

giovedì 30 dicembre 2010

tra un aereo e l'altro

ieri è crollato il marito, ha dovuto annullare l'immersione subacquea e ha passato la giornata a sudare nel letto sotto gli effetti della tachipirina, mentre noi, senza smuoverci dai nostri programmi, giravamo da un'isola all'altra sulle barche filippine. Stamattina era la figlia a non sentirsi bene con la testa e la pancia. Tè, tachipirina, primo aereo fino a Manila, attesa del volo per Borachai. Siamo tutti in sospeso per l'incontro con lo zio e famigliola; lui ha affrontato un lungo viaggio in barca per vederci, eppure, come dicono i ragazzi, quando siamo a Roma passano mesi senza che i fratelli si sentano. Come andrà? Comunque sarà breve, il primo ci aspetta il volo di ritorno.



salutando El Nido







mercoledì 29 dicembre 2010

Tra i filippini

Di isole esotiche ne abbiamo viste tante. Le Filippine viste finora sono spettacolari: piccole spiagge di sabbia bianchissima, lagune azzurre e intorno mangrovie, palme, alberi altissimi, colline verdi e montagne. Scogliere nere a picco sul mare, grotte, faraglioni isolati. E l'acqua: calda trasparente, senza meduse o pesci aggressivi, invita a nuotare. Ma la cosa che ci ha colpito di più in questo viaggio sono i filippini. Roma ne è piena: in genere le donne si danno da fare pulendo le case, assistendo i bambini, gli anziani, gli uomini faticano di più a trovare lavoro, spesso ciondolano o bevono troppo. I filippinj di El Nido sono tanti, quasi più dei turisti, spuntano da tutte le parti, ti riempiono di attenzioni: sali su una barca e uno ti dà una mano, un altro ti alleggerisce dei pesi; a tavola uno ti sposta la sedia per farti accomodare, uno versa l'acqua, un altro ti chiede che gita vuoi fare. Sono tutti piuttosto giovani, maschi e femmine, sorridono sempre, parlano bene inglese. Non so se dappertutto è così, ma qui al Nido sembrano aver capito che la vera attrattiva per i turisti è un ambiente preservato: non c'è una plastica in giro, non si usano piatti di carta neppure nei pic nic. Credo che il turismo possa essere una carta importante per le Filippine, possa aiutare chi non vuole andarsene a trovare un lavoro: oltre alla selvaggia bellezza del posto conta la capacità di organizzazione e la qualità dell'accoglienza e loro in questo sono bravissimi.

martedì 28 dicembre 2010

tra le isole e le pagine

oggi sì che è stata una bella giornata. Alle nove siamo saliti su una delle loro imbarcazioni di legno a forma di piroga. Con noi quattro c'erano due marinai e un istruttore di sub, laconico, gentile ed esperto. Marito e figli si sono infilati la muta, messi la bombola sulla schiena e si sono tuffati all'indietro. Appena li ho visti sparire sul fondo tra un gran gorgogliare di bolle, ho preso la maschera e sono andata a nuotare per combattere l'ansia. Mi maledicevo per:
1) essere venuta nelle Filippine, sapendo che lo scopo del marito era fare immersioni con i figli
2) aver lasciato che il marito facesse frequentare ai ragazzi un corso di sub al mare ad agosto perché venissero qui con il brevetto
3) aver sposato un uomo fissato con il sub che non aspettava altro che i suoi figli crescessero per portarli con lui.
Dal momento che era troppo tardi per cambiare il corso degli eventi, mi sono presto dedicata all'unico passatempo che ha il potere di allontanare i miei brutti pensieri: la lettura. Sono già a più di metà di Tai-Pan, il romanzone di James Clavel dedicato alla nascita di Hong Kong. Non è propriamente letteratura, lo stile è molto andante, ma in compenso succede di tutto e il libro aiuta a calarsi nell'atmosfera di questi posti a metà dell'Ottocento: un'accurata ricostruzione di usi, costumi e fatti storici si accompagna a una trama ricca di colpi di scena. Dirk Struan è il Tai-Pan, cioè il capo assoluto di una grande compagnia mercantile e si è messo in testa di fondare Hong Kong. Clavell lo dipinge come un uomo molto virile e desiderato dalle donne (ha una moglie scozzese come lui, che poi muore di peste, due amanti cinesi da cui ha vari figli e si guarda intorno per risposarsi), molto democratico (odia lo schiavismo e sulle sue navi vige un'attenta meritocrazia), molto avanti per i suoi tempi (tiene molto all'igiene e la impone a tutti i suoi marinai), molto rispettato e molto odiato (il suo figlio maggiore lo detesta perché non può uguagliarlo). Insomma alle prese con Struan mi sono scordata dei miei affetti sott'acqua e, quando questi sono riemersi, mi dispiaceva quasi posare il libro. Ci hanno poi portati su una spiaggia bellissima, in cui ci hanno servito un pranzo a base di riso in foglie di bambù, pesce cotto alla griglia e mango freschi. La figlia e il figlio erano euforici per le loro imprese sottomarine: lei è sempre riluttante a immergersi, mentre lui lo fa con passione; va a finire che lui si diverte come un pazzo a vederla muoversi in modo scomposto, urtare i coralli, pinneggiare a rana, indicare ogni pesce; il marito aveva un sorriso appagato come non glielo vedevo da mesi. Dopo pranzo hanno fatto una seconda immersione e io di nuovo ho nuotato per conto mio, visto bei pesci e fiori corallini di ogni forma e colore, ammirato il mio Tai-Pan alle prese con la malaria e il matrimonio del figlio con la figlia del suo acerrimo nemico. Tornati alla nostra baia, con il figlio abbiamo preso il kaiak e remato fino alla spiaggia di fronte. Ancora un giro nel mini-pedalon, tanto per meritarci la cena, e ora Tai-Pan a tutto spiano finché non cala il buio.

lunedì 27 dicembre 2010

Palawan, El Nido

arrivarci è stata un'impresa e, quando finalmente siamo scesi dall'aeretto che sballottava nel vento, dal pulmino, dalla prima barca e dalla seconda, era buio e si aveva l'impressione di essere tagliati fuori da tutto. Stanotte il mare sbatteva sotto le palafitte del bungalow e sembrava di essere in barca. Ero così tramortita che alle otto di sera ho posato il mio libro e sono crollata a dormire. Ora è mattina, il sole è caldo ma, grazie al vento, quasi non si sente addosso. Siamo in una piccola baia circondata da isole. Dietro la spiaggia si alza un'alta scogliera nera coperta da una vegetazione fittissima. Il mare è pieno di pesci, piccoli colorati, grandissimi neri e grigi, ci sono stelle marine, ricci, corallo ovunque. Chi arriva qui lo fa per il mare, per le immersioni subacquee. Ci sono inglesi, americani, filippini, cinesi, siamo i soli italiani. Sarebbe un idillio se al mio orizzonte non si addensassero due nubi: la prima i ragazzi che faranno sub domani insieme al marito e a una guida, la seconda l'arrivo del cognato con compagna filippina e figlio tra tre giorni nell'isola che sarà la nostra prossima tappa.

domenica 26 dicembre 2010

a Manila

Venendo da Hong Kong l'aeroporto di Manila colpisce per la sua aria provvisoria e sguarnita. Sull'aereo vacanzieri da vari paesi e emigranti che tornano a casa. Un tassista con la macchina infestata da zanzarine ci porta a uno scalo minuscolo. Alle tre partiremo per l'isola di Paluan con un aereo da sedici posti, poi una barca ci porterà al nostro albergo. L'aria è calda, pioviccica. Speriamo bene.





Ultimi giorni a Hong Kong


Bunt, un quarantenne inglese, nato a Hong Kong; la madre che lo domina in tutto; Mr. Hung, un inquietante cinese deciso a comprare la fabbrica in vista della Cessione, cioè del ritorno della città alla Cina; due operaie, colpevoli solo di essere carine e indifese: la Hong Kong raccontata da Paul Theroux è un posto torbido, dai grandi contrasti nascosti sotto consuetudini condivise. Theroux descrive con toni foschi, espressionisti la rete che Hung stringe intorno a Bunt; tra gli inglesi inetti, sfruttatori, snob e razzisti e il criminale cinese non si sa chi è più spregevole. Un gran libro, scoperto solo grazie a questa visita lampo a Hong Kong.

sabato 25 dicembre 2010

il Buddha invisibile


come gita è stata un disastro totale, ma è stato molto bello uscirne sani e salvi e l'umore familiare è rimasto sorprendentemente alto dall'inizio alla fine. Che la nostra giornata non fosse cominciata sotto i migliori auspici era chiaro fin dall'inizio. Ci servivano dei contanti: il marito ha inserito la carta di credito in una macchinetta nel centro commerciale e questa se l'è prontamente ingoiata. Abbiamo poi preso la metropolitana per andare a vedere un Buddha gigante. Arrivati nel piazzale da cui partiva la funivia, ci siamo resi conto di non essere stati gli unici ad aver concepito quella brillante idea: un lungo serpentone di cinesi ci si snodava davanti (e la coda era stata fatta ad arte, per cui a ogni svolta vedevamo la meta allontanarsi e la gente che ci precedeva aumentare). Nelle tre ore circa che abbiamo passato incolonnati le condizioni atmosferiche sono cambiate: dal sole velato della mattina a un grigio uniforme alla pioggia e a un vento gelato. La visibilità c'era e non volevamo darci per vinti dopo tanta attesa. Appena saliti sulla seggiovia, ci ha avvolto la nebbia. Era come stare nella bambagia, ma una bambagia umida e fredda. All'arrivo pioveva a dirotto e come tutti gli altri, per affrontare la scalata al buddha, ci siamo comprati impermeabili di plastica da due euro. Una lunga scala ci ha portato alla base della statua; da quel punto si intravedeva una sagoma circolare e una mano alzata. In tutto ciò la massa dei cinesi sfoggiava un'aria festosa: erano circondati da bambini infreddoliti ma tranquilli, sospingevano qualche raro anziano rattrappito, e non si sognavano di protestare contro chi li aveva fatti arrivare fin lì inutilmente. Noi al ritorno, spinti dalla forza della disperazione, ci siamo ricordati di essere italiani. Invece di metterci di nuovo in coda sotto la pioggia battente, siamo andati dritti alla funivia e abbiamo imboccato un ingresso riservato con il cuore in gola. L'entusiasmo per essere riusciti a salire sulla navicella ci ha aiutato a sopportare il terrore di un viaggio buio e ventoso che sembrava non finire mai. Non abbiamo visto molto di Hong Kong, ma possiamo sempre tornarci.



venerdì 24 dicembre 2010

nebbia a Hong Kong


attraverso la parete di vetro della nostra stanza sembra di essere dentro il porto commerciale. Varie gru sollevano container colorati, il mare è affollato di chiatte arrugginite e di piccole imbarcazioni. E' il panorama più bello che abbiamo visto finora in città. L'Hong Kong che abbiamo visitato a piedi è tutta un grattacielo usurato e un negozio dal marchio famoso. Cielo coperto, aria pesante, inquinata, ogni tanto un passante con la mascherina a evocare lo spettro del contagio. A pranzo, esausti per il jet lag, ci siamo fermati in un ristorante che più cinese non si poteva. In seguito alle nostre maldestre ordinazioni, il tavolo si è riempito di viscidi involtini bianchi dal contenuto incerto e di spaghetti di soia abitati da strane presenze. Abbiamo riso molto e mangiato poco. Più tardi torniamo in Temple Street, sperando nelle bancarelle serali.

Il porto degli aromi


Dawn va a Hong Kong attratta dai soldi e dalla carriera: è una giovane giornalista inglese e sa solo che vuole farsi strada nella vita. Matthew ci arriva a otto anni con la madre in fuga dalla Cina, ci studia e diventa un importante imprenditore. Tra le loro due storie c'è quella, molto più ampia, di Tom, che negli anni trenta lascia il suo paesino inglese e il pub di famiglia per cercare fortuna a Hong Kong. Il suo viaggio in nave dura sei settimane e gli fa incontrare Maria, una suora cinese che si mette subito in testa di insegnargli la sua lingua. Le 367 pagine del Porto degli aromi mi hanno fatto compagnia per tutto il volo. I temi sono molto british: molti fatti storici e molti rapporti interpersonali, niente sesso e violenza solo quella necessaria a rispecchiare la realtà. Così appare Hong Kong al protagonista dopo che ci si è ambientato: "gli elementi esotici erano esattamente quelli che mi aspettavo... gli europei di incerta nazionalità, d'incerta professione e di ambigui appetiti; i gruppi familiari che facevano pic nic sulle tombe degli avi, le furenti divinità cinesi con il volto verde e gli occhi rossi, l'odore del pesce fermentato all'esterno dei templi taoisti, i bastoncini d'incenso, l'arte cinese, la torta di fagioli mung, le gare di barche a forma di drago, il fengshui, i sarti più abili e più economici del mondo, le donne anziane con i piedi fasciati... Non corrisponderebbe a verità che tutto questo me l'aspettavo nei dettagli, ma in senso lato, sì, me l'ero immaginato. Proprio per questo ero arrivato fino a Hong Kong."

giovedì 23 dicembre 2010

in aeroporto

giornata grigia ma calda. Nel taxi che ci porta a Fiumicino la figlia sorridente elenca le cose che vuole comprarsi a Hong Kong, racconta di Lorenzo che fa catechismo (lei non sa cosa sia) e tutti gli sport, mi dice che la madre di lui ha le scarpe di una marca prestigiosa e guarda i miei piedi dentro le geox preistoriche che tiro fuori in occasione dei viaggi. Il marito fa le ultime call, il figlio gioca con il suo iPod. Papà in Kenia, Isa alle Hawaii, Madda sulla neve: mamma che odiava il natale a Napoli con i suoi stanchi rituali sarebbe contenta per noi.





mercoledì 22 dicembre 2010

22 dicembre

il negozio di pasta fresca, dove mi sono fermata a prendere due ravioli per cena, sembrava sotto assedio: cartelli che rivelavano prenotazioni esaurite, sacchetti su sacchetti in attesa di essere ritirati. Che bello sgusciare via quatti quatti dal natale, dai pranzi e dalle cene, dal traffico e dai regali. Dobbiamo solo infilare ognuno quattro cose in valigia, raggiungere l'aeroporto, lasciare che tra libri e sonno passino le undici ore di viaggio. E al ritorno saranno finite le feste.

martedì 21 dicembre 2010

il natale di Massimo Presciutti

in riunione

a due giorni dalla partenza si sopporta tutto, anche un'interminabile riunione sul nulla, cioè sulle "criticità" del programma, le stesse criticità che ritroveremo, probabilmente accresciute, il 3 gennaio al nostro ritorno. Tutto un enumerare problemi pratici, un arrovellarsi su possibili soluzioni, non una parola sulla linea del programma, su quello che facciamo e su quello che vorremmo fare. Fisicamente ero sul divanetto nero, con la testa no. Stasera salgo in soffitta a prendere le birkenstock: solo il pensiero di abbandonare per dieci giorni calze e stivali mi solleva lo spirito.

neve

lunedì 20 dicembre 2010

i rischi di una blogger incauta

ho sempre saputo che travasare la mia vita con l'unico filtro dell'autoironia su pagine accessibili a tutti avrebbe comportato dei rischi; in una seduta psicanalitica si è solo in due e chi ascolta non giudica, qui chiunque può farlo e può andarci pesante. Il mio incubo ricorrente è quello di trovarmi di fronte uno sconosciuto che sa tutto di me attraverso il mio blog, quindi anche i miei itinerari. Mi aspetta fuori dalla palestra, mi assale, mi insulta per quello che scrivo. Oggi non è andata così, niente sconosciuti, niente assalti fisici, solo una mail pesantissima da chi meno me l'aspettavo.

domenica 19 dicembre 2010

ufficialmente

tempo fa mi ero iscritta a facebook per tenere d'occhio la pagina della figlia, le foto che pubblica, i messaggi che scrive e riceve. Per evitare controlli mi ha cancellato come amica, anzi peggio, mi ha bloccato, impedendomi di vedere anche la sua pagina pubblica, come si fa con i maniaci o gli ex amici molesti. Oggi però il mio portatile era in camera sua, aperto su facebook, e prendendolo non ho potuto evitare di dare un occhiata al suo profilo. Sotto il suo nome c'era scritto "ufficialmente fidanzata con l.s.". Più che il "fidanzata", mi ha colpito quell'"ufficialmente". Quando parla usa un gergo colorito, poi vai su facebook e trovi una roba così, che fa pensare a fidanzamenti in casa, a cerimonie d'altri tempi. A me quell'"ufficialmente" fa venire i brividi, per lei deve essere l'affermazione di uno status di cui è fiera.

American Life


Burt e Verona sono una coppia sulla trentina, entusiasta all’idea di avere un bambino. Così entusiasta da voler condividere con persone care il lieto evento e la vita futura. Dal momento che i genitori di lui si sottraggono all’onore di spupazzarsi la futura nipote fuggendo all’estero, i due partono per un lungo viaggio attraverso l’America per scegliere il posto migliore in cui stabilirsi.
Incontreranno una galleria di tipi assurdi, dall’ex collega isterica che non fa che parlare male dei figli in loro presenza tanto non l’ascoltano, alla quasi cugina hippy che ha la fobia per i passeggini (se faccio un figlio perché devo spingerlo lontano da me, quando posso tenerlo in braccio), a genitori adottivi stressati dai ripetuti aborti. Scritto da Dave Eggers e Vendela Vida, diretto da Sam Mendes American Life (nell'originale Away We Go) un po’ mi ha divertito, un po’ mi ha irritato: tutto ‘sto pianificare, sognare, teorizzare a due intorno a un figlio mi è parso eccessivo. Da un uomo come il futuro padre, che si alza di notte a intagliare il legno per prepararsi a fare giochi creativi per sua figlia, io sarei scappata a gambe levate.

sabato 18 dicembre 2010

L'amore non guasta

l'ossessione del fallimento è uno dei temi ricorrenti nella narrativa di Jonathan Coe. Appare in primo piano nel suo ultimo romanzo I terribili segreti di Maxwell Sim, ma era già predominante nel suo libro giovanile L'amore non guasta. Qui, attraverso la figura del depressissimo Robin, Coe cerca di esorcizzare la sua paura dell'insuccesso nella vita. Racconta un ambiente di post universitari che ciondolano senza sapere che fine faranno in un sistema dominato da vecchi baroni (molto attuale, nonostante sia stato scritto nel 1989). Ted, un amico di Robin, passa a trovarlo e si ferma a dormire da lui. Le pagine in cui a ogni ricordo di Ted sui loro trascorsi universitari, Robin oppone silenziosamente una versione opposta dei fatti, sono le migliori del libro. Con disperata ironia, Coe misura il divario tra ciò che pensano gli altri e ciò che pensiamo noi, in una sostanziale incomunicabilità da cui non c'è via d'uscita.

natale in anticipo

e così alla nostra tavolata natalizia in onore di Graciela, è apparso anche Lorenzo e mio padre ha avuto il piacere di vederlo mangiare una grossa fetta della cassata che lui aveva portato. Papà è stato bravo, non ha infierito con le domande, ed è stato bravo anche il ragazzo che ha accettato il mio invito a mangiare il dolce, affrontando dieci paia di occhi puntati su di lui, mentre la figlia gli intimava di restare in camera sua, di non starmi a sentire. Devo stare attenta a non familiarizzare troppo con questo Lorenzo dall'aria gentile, la figlia è così volubile, rischio di affezionarmi e poi di restarci male se da un giorno all'altro lo perdo.

venerdì 17 dicembre 2010

un bell'incontro

l'ho incrociato più di una volta alle presentazioni di fiction. Quando c'è la parte di un cattivo aitante ricorrono a lui, è alto magro prestante, ha un bel sorriso adatto a fregare le donne. In Paura d'amare Marco Falaguasta fa il perfido Paride, che sposa una donna ricca per fare carriera e la tradisce con tutte. Oggi è arrivato puntuale in studio a Teulada ed ha aspettato a lungo tranquillo che iniziasse il collegamento. Prima che arrivasse Ida Di Benedetto abbiamo scambiato due parole sulle fiction, mi ero fatta l'idea che fosse antipatico e pieno di sé, un po' ignorantello. Il contrario: simpatico, preparato, anche umile. La trasmissione oggi era piena di ospiti e di temi, gli hanno fatto dire pochissimo. E' scesa un po' di neve, la città è andata in tilt, non c'era più un taxi. Mi sono offerta di dargli un passaggio, si è fatto lasciare dietro l'angolo, a piazzale Clodio, per consentirmi di andare a prendere a scuola mio figlio. Più che seccato per l'inutilità della sua convocazione, ne era stupito. Una bella scoperta Marco Falaguasta.

giovedì 16 dicembre 2010

In un mondo migliore


è sicuramente un film sopra le righe In un mondo migliore ma lo è come è sopra le righe il suo tema, l'adolescenza. Elias è vittima dei bulli della scuola, sua madre cerca di stargli vicino, lui ha un bisogno disperato del padre che è in Africa a salvare vite come chirurgo; Christian il padre ce l'ha, ma il suo pensiero fisso è alla madre appena morta di cancro. I genitori appaiono drammaticamente incapaci di intervenire nella vita dei figli, di aiutarli nelle loro difficoltà, impantanati come sono nei loro problemi. Più di una volta la regista Susanne Bier fa salire i due ragazzi su un silos altissimo, li fa camminare a un passo dal baratro: l'adolescenza è così, estrema, terribile (per fortuna non sempre, non a questi livelli). Altro tema del film è il sadismo, la violenza cieca. In Non desiderare la donna d'altri il mostro era un talebano che infieriva sui suoi prigionieri, qui è un nero orribile che in uno sperduto villaggio africano si diverte a squarciare la pancia delle donne incinte scommettendo sul sesso del bambino. Cosa può fare un uomo pacifico di fronte all'incarnazione del male? In un mondo migliore è un film che ti inchioda alla poltrona. Anche il paesaggio è estremo: polvere del deserto e cieli nordici solcati da uccelli. Bello e dolente.

giovedì pomeriggio

dammi la mela, urla monotono un soldato coperto da una pesante armatura, mentre saltella lungo i muri di un castello. La fanciulla che non vuole dargli la mela singhiozza senza tregua. Io sto provando a concentrarmi nella lettura dell'Amore non guasta di Coe (per una volta al montaggio è andato tutto liscio e ai colloqui con le prof del figlio ero la prima, ci ho messo un istante), la figlia, dopo aver sporcato l'intera cucina per farsi uno zabaione, è immersa in facebook. Entrambe non ne possiamo più del videogioco del figlio. Lui è implacabile davanti allo schermo. Riusciamo a fargli abbassare il volume, poi il soldato riprende la corsa. Tanto ora preparo la cena, è serata di cinema, per Susanne Bier sfido il freddo.

che schifo

c'è un sistema infallibile per monitorare l'approdo di un bambino nelle acque perigliose dell'adolescenza. E' quando comincia a dire, che schifo. Finora che schifo lo diceva la figlia; da ieri è il figlio a trovare tutto schifoso: quello che io cucino, quello che c'è in tv, quello che dice sua sorella. Lei lo guarda stupita, non si aspettava di trovare così presto un concorrente al suo fianco. E a me? Chi mi mette al riparo dallo schifo incombente?

mercoledì 15 dicembre 2010

corsi e ricorsi

quando ero giovane lavoravo a una trasmissione radiofonica che non mi piaceva molto. Il conduttore, un cattolico di ferro, un po' mi stimava, un po' mi temeva. Ora sono vecchia, lavoro a una trasmissione televisiva che non mi piace molto; il conduttore, un cattolico di ferro, un po' mi stima un po' no. Non ho fatto molti progressi.

di ritorno

dopo diverse settimane di ricovero la mia compagna di stanza stamattina mi è ricomparsa davanti. E’ molto carica, saluta tutti con entusiasmo, si è rituffata nel lavoro con grandissimo zelo. A mensa mi ha raccontato di aver dipinto un enorme murales sulle pareti della stanza comune dell’ospedale e di aver sofferto molto per questa prigionia così a lungo protratta. Suo marito la andava a trovare ogni giorno, ed era diventato un punto di riferimento pure per gli altri degenti; sabato, quando lei è stata dimessa, l’ha portata in campagna, lontano da tutti, perché si ritemprasse. Abbiamo scherzato davanti al suo nuovo salvaschermo: una foto di lui con in braccio un gattino. Le ho detto che sembrava uscito da un film di Tarantino e che ci aspettava che da un momento all’altro si mangiasse il gatto. Mi ha risposto che forse tra noi due la matta sono io. E’ così fragile, con tutta quella vitalità compressa. Speriamo che ce la faccia.

martedì 14 dicembre 2010

quello che non avremmo voluto vedere

La Russa che esulta sguaiatamente in parlamento abbracciando la Santanché, Berlusconi che festeggia la sua vittoria accorrendo alla presentazione del libro di Vespa, Roma a ferro e fuoco. Che altro ci aspetta?

Cordiali saluti


Cordiali saluti è due libri in uno: racconta di un uomo che nella sua azienda prende il posto del direttore vendite grazie al suo talento nello scrivere lettere di licenziamento (e qui fa pensare al bel film Tra le nuvole in cui Cloney era uno specialista nel liquidare la gente) e racconta lo stesso uomo alle prese con due bambini stralunati. I bambini sono i figli del direttore vendite licenziato e ammalatosi di cirrosi epatica senza aver mai bevuto. Da una parte Martina e Federico che litigano e inventano giochi monopolizzando il loro nuovo amico, dall'altra le lettere gonfie di ipocrisia che assicurano al loro autore il favore del capo. Il libro si chiude con un funerale e una fuga. Ogni volta che leggo un romanzo di Bajani, ho voglia di comprarne un altro dello stesso autore.

lunedì 13 dicembre 2010

sopravviverò?

sopravviverò anche a questa settimana in cui due servizi (uno su Telethon e uno su Paura d'amare) si sovrappongono a quattro pomeriggi di colloqui scolastici (due molto tesi per la figlia e due più rilassanti per il figlio, o almeno credo). E' arrivato il pacco ibs e rimirando i tre volumoni che ho ordinato per anticipare e prolungare la vacanza a Hong Kong mi sento già un po' in viaggio (evadendo da percorsi letterari a me consueti, mi sono comprata Paul Theroux, Ultimi giorni a Hong Kong; James Clavell, Tai-Pan e John Lanchester, Il porto degli aromi per un totale di 1303 pagine fitte fitte: non vedo l'ora di potermici tuffare).

i colloqui di dicembre

la prof di latino mi spiega come ha valutato le versioni: 0 a chi non ha scritto neppure una riga, 1 a chi ha scritto una riga sbagliata, 2 a chi ha scritto due righe sbagliate, 3 a chi ne ha scritte tre sbagliate, 4 a chi ha scritto tutto il compito sbagliato (mia figlia rientra in questa fascia di voto), 5 a chi ha azzeccato qualcosa e via a salire. La prof di storia mi dice che insegna da quarant'anni, ma una classe in cui entra così malvolentieri non le è mai capitata. Quando fa le verifiche scritte, metà dei ragazzi non si presenta. Mi fa vedere le domande: Seneca, Augusto, Le conquiste imperiali. Mi dice, quando spiego cerco di approfondire, di offrire stimoli, nei compiti mi tengo sul generico per evitare proteste del tipo, ero assente, ma non serve, loro svicolano lo stesso. La prof di geografia si lamenta che non sono scolarizzati, passano il tempo a dire, mi ha dato una spinta, mi dà fastidio, a buttare per terra le penne, a chiacchierare tra loro. Mi dice che mia figlia aveva perso il compito che doveva portarle, poi in vista del colloquio di oggi, lo ha ritrovato e l'ha pregata di parlarmi bene di lei. Non posso fare altro che offrire a tutte e tre la mia solidarietà. Avrei potuto ritrovarmi al posto loro con una ventina di mostri come mia figlia da tenere a bada. In confronto le mie beghe lavorative sono bazzecole.

domenica 12 dicembre 2010

Undici solitudini


"la sua vita, o piuttosto quel che la sua vita era diventata, consisteva in un'ordinata rotazione di stati d'animo preparati in anticipo." Walter torna a casa, dopo essere stato licenziato. E' deciso a non dir nulla alla moglie, la osserva dar la cena ai bambini, compiere gli atti quotidiani e si rende conto che è tutto finto, che la donna non fa che sfoggiare davanti a lui "stati d'animo preparati in anticipo". Come Walter, anche gli altri protagonisti di Undici solitudini, che si tratti di insegnanti impopolari tra gli alunni, di militari intransigenti, di tassisti velleitari, di segretarie sul punto di sposarsi, sperimentano un fallimento delle loro ambizioni e un'illuminazione riguardante la vanità dei propri sforzi. La consapevolezza di quanto di artificioso e fasullo ci sia nei rapporti umani, dal matrimonio all'ambiente di lavoro, è al centro di tutta la narrativa di Richard Yates. Questi racconti sono uno più bello dell'altro, fanno male, come fa male vederci all'improvviso sotto una luce impietosa che svela ogni crepa di quello che siamo.

la grata

sabato 11 dicembre 2010

Il responsabile delle risorse umane


io e Giulia amiamo Abraham Yehoshua, abbiamo letto tutti i suoi libri e non potevamo non accorrere al Nuovo Sacher a vedere questo film tratto dal suo romanzo del 2004. Racconta il viaggio di un uomo con una bara. Come tutte le storie di Yehoshua è una storia molto israeliana e molto universale: la donna in attesa di sepoltura è morta in un attentato, l'uomo che accompagna il cadavere dai parenti di lei l'ha appena incrociata, ma è attanagliato da un crescente senso di colpa nei suoi confronti. La donna veniva da un paesino sperduto dell'Est, era laureata in ingegneria, aveva un matrimonio fallito alle spalle, un figlio adolescente pieno di problemi: tutto ciò il responsabile delle risorse umane della ditta in cui era stata assunta per fare le pulizie lo scopre strada facendo. Lo accompagna nel viaggio un giornalista fragile e aggressivo a caccia di scoop. Il film di Eran Riklis riduce la parte israeliana e semplifica la trama, riuscendo però a restituire molto bene il passaggio del protagonista dal fastidio per una faccenda che gli sembrava non lo riguardasse al dolore per il destino di lei. Lui è Mark Ivanir, bello e convincente nel ruolo di un uomo che ha perso il senso di sé e fatica a riconquistarlo.

un prete per un altro

svantaggi di whatsapp o del filo diretto con la figlia. Appena uscita dalla palestra trovo un messaggio che mi ha inviato dalla scuola: credevo di aver fatto bene il compito, ma ho confuso la descrizione fisica di don Abbondio con quella di fra Cristoforo. Ora va bene che a casa nostra non abbiamo dimestichezza con i preti, ma confondere quei due è come confondere il diavolo con l'acqua santa, il giorno con la notte. Tranqui, insiste lei, ho solo chiesto a Lucrezia come era fatto don Abbondio, lei non ha capito e mi ha detto che aveva gli occhi incavati e la barba lunga, è grave?

venerdì 10 dicembre 2010

primi passi

le corse di una madre

in un quarto d'ora sono arrivata a casa da piazza Pitagora. Correndo. Doveva essere una giornata tranquilla e ben pianificata. Un bello sciopero contro Masi: la palestra, una puntatina a viale Mazzini tanto per fare presenza alla manifestazione, un autobus verso il centro, una sosta alla libreria per ragazzi e poi la mostra di Van Gogh. Il tutto con parecchio tempo davanti. I mezzi pubblici però oggi non passavano mai (sciopero a singhiozzo o sindrome da stress prenatalizio?). Avevo appena finito di vedere la mostra quando m chiama la figlia e mi dice, posso portare a casa Lorenzo che mi spiega i Promessi Sposi? Le rispondo entusiasta di sì: sì al buon proposito di studiare, sì all'idea di vedere in faccia questo ragazzo. Il problema è stato il 53: a piazza San Silvestro non ce n'era traccia. Spinta dall'ansia di sapere la figlia sola a casa col tizio, ho preso il 52, sono scesa a piazza Pitagora e ho corso fino a casa (all'andata avevo fatto a piedi da piazzale Flaminio a piazza Venezia perché l'autobus elettrico non partiva). Entro trafelata nella stanza della figlia e ci trovo anche la sua amica Giorgia. Volevo morire. Poteva dirmelo! Lorenzo ha una faccia carina da bambino, mi ha detto piacere e mi ha allungato una mano sudata. Ora capisco a cosa mi serve tutta quella palestra, se non fossi stata allenata sarei morta sul colpo. E Van Gogh? Bellissimo, commovente. Tanti quadri, le lettere a Theo con una scrittura fitta fitta, minuta e incantevoli disegni dentro.

giovedì 9 dicembre 2010

l'italiano televisivo

oggi a Mazzini è stata presentata la nuova campagna pubblicitaria per invitare la gente a pagare il canone rai. L'ha fatta il regista Alessandro D'Alatri, deve essere costata cara, e si intitola Fratelli d'Italia. L'idea è semplice. Si vedono delle persone in situazioni normali (una coppia, un muratore e il suo aiuto, un cameriere e il cliente di un ristorante) che non comunicano tra loro perché uno di loro si esprime in dialetto stretto e l'altro non lo capisce. Poi arriva la scritta, 150 anni fa era così, e la conclusione è che ora c'è la tv e tutti si capiscono. Che la televisione abbia agevolato la diffusione dell'italiano è incontestabile. I primi anni televisivi erano caratterizzati da un'estrema cura della precisione del lessico, della sintassi, della dizione, della pronuncia di ogni presentatore. Peccato che ora "italiano televisivo" sia diventato sinonimo di una lingua sciatta, piena di inflessioni regionali, di luoghi comuni, di "attimini" e "quant'altro". Insomma capire ci capiamo, ma non mi pare il momento migliore per esaltare l'italiano che si sente in tv.

We Want Sex


ben confezionato: bella la scelta di attrici e attori, dei costumi, dell’ambientazione, della musica; ma il tema scelto (la rivolta di un gruppo di operaie inglesi della Ford nel 1968 per ottenere la parità salariale con gli uomini) meritava una sceneggiatura migliore, più ricca di sfumature e complessità. Lo spettatore anticipa ogni sviluppo della storia e l’oratoria della leader improvvisata del movimento (complice anche un asettico doppiaggio) appare più da laureata in storia moderna che da cucitrice di tappezzerie d’auto. I momenti più bassi sono i colloqui tra l’operaia e la moglie del direttore della fabbrica, tutti improntati a una presunta solidarietà femminile (al punto che la prima ricorre alla seconda per farsi prestare il vestito con cui affrontare il colloquio dalla ministra). Il momento più alto è quello in cui il tipo della Ford, venuto apposta dall’America per sedare lo sciopero, minaccia la ministra di spostare la produzione in un paese libero da rivendicazioni (Marchionne non hai inventato niente!). Anche il ritratto del sindacalista venduto che ama i ristoranti chic più dei suoi colleghi operai non è niente male.

mercoledì 8 dicembre 2010

italia-messico

oggi invece di rimanere soli soletti a pranzo noi tre (il marito è sempre in America, mio padre a Padova) abbiamo invitato Graciela e la sua amica Miriam, che a Città del Messico ci aveva scarrozzati alle piramidi e al museo di antropologia. Parlando un po' in italiano, un po' in spagnolo, un po' in inglese ci siamo aggiornate sui fatti recenti. Graciela è alle sue ultime due settimane a Roma. E' stata bene qui, ha conosciuto gente nuova, consolidato i legami che aveva, scritto la tesi di dottorato, seguito i programmi della radio sugli immigrati, visto tutte le fiction che ho visto io (facendosi un'idea di come ci rappresentiamo noi italiani in tv). Ora è un po' stanca e preoccupata per la madre che non è stata bene. Siamo amiche da tanto, ma in questi mesi è entrata a far parte della nostra famiglia e anche tornata a Città del Messico lo sarà.

incubi lavorativi

sono due notti che mi sveglio sudata, uscendo a fatica da incubi che riguardano il mio lavoro. L'altro giorno un mostro adirato che mescolava in sé le fattezze del mio capo Mario con quelle di Bernardini (sono tipi piuttosto diversi) avanzava contro di me con aria minacciosa, urlando, Alza la mano non esiste! Svegliandomi, ci ho messo un po' a realizzare che non avevo scritto una scheda su un programma inesistente e che nessuno ce l'aveva con me per questo. Il sogno di stanotte invece riguardava Jane. Era diventata la protagonista di una fiction inserita all'interno del programma. Non me l'aveva detto, la vedevo in onda insieme a lei. Aveva tinto i capelli di nero (li ha biondi e ricci da sempre) e aspettava una macchina rai per andare a prendere sua madre all'aeroporto. Mi sa che ho fatto bene a prendermi un giorno di pausa, rinunciando allo straordinario. Non sono andata neppure in palestra, essere sempre di corsa non giova al mio equilibrio mentale.

Solar


mettere insieme il progetto utopistico di dotare il mondo di un'energia finalmente pulita e ecosostenibile e il peggior prototipo di essere umano e scienziato esistente è l'intento alla base del cattivissimo e divertentissimo romanzo di Ian McEwan, Solar. Michael Beard è raffigurato fin dalle prime righe del romanzo come un essere spiacevole, dotato però di un'incomprensibile fascino sulle donne. Cinque mogli alle spalle; rincorso, coccolato, protetto da innumerevoli altre, Beard è un uomo piccolo piccolo. Lo aiuta la fortuna: dotato da giovane di intelletto e curiosità arriva a conquistare il Nobel e, anche se da allora non ha più un'idea, la sua fama gli apre ogni porta. Ruba il progetto di un giovane collaboratore, fa ricadere la colpa della sua morte su un tipo che odia perché si è scopato sua moglie, sopravvive ai suoi intrighi improvvisati con sconcertante facilità. A un certo punto viene invitato al Polo Nord insieme a una combriccola di ambientalisti. La scena in cui scende dalla motoslitta per fare pipì e sta per perdere il pene per congelamento è tra le più comiche e le più tragiche della letteratura: risale a fatica sul suo mezzo e sentendo qualcosa che gli rotola giù per i pantaloni (lo stick del burro di cacao) è convinto di aver perso il suo membro. Avevo molto amato il McEwan degli inizi (Bambini nel tempo per me resta una pietra miliare), a un certo punto l'ho perso di vista, l'ho ritrovato con Chesil Beach. Qui è in gran forma.

martedì 7 dicembre 2010

basta un messaggio

tutta la tensione (ormonale?) che si era accumulata in me si è magicamente dileguata di fronte allo stragoffo messaggio del marito. Gli avevo scritto qualcosa come non mi vuoi più bene, non ti piaccio più e lui ha risposto, sei sempre un bel bocconcino. Il lessico amoroso non è mai stato il suo forte. Grazie al bocconcino però ho smesso di sentirmi in guerra, almeno con lui. Oggi me la sono presa più comoda del solito, domani non lavoro. Che sollievo.

lunedì 6 dicembre 2010

ancora su Martone

a Hollywood party stasera c'era in collegamento Martone. Ha spiegato che i pilastri di cemento che appaiono verso la fine di Noi credevamo sono uno squarcio nel sogno rappresentato dal film, un irrompere della realtà, una denuncia di una delle tante ferite inflitte dall'uomo nei secoli al paesaggio meridionale. Non ci voleva molto ad arrivarci, ma io da sola non c'ero arrivata. E' strano, a me quel film è piaciuto, mentre persone del cui giudizio mi fido l'hanno demolito: per Carlo è fiction televisiva fatta con pochi mezzi e si vede; per Pietro è noioso; per Francesco è poco chiaro e troppo ambizioso; per mio padre stancante e dispersivo. Non ho ancora incontrato qualcuno entusiasta.

malumore

stasera avrei voglia di un bel litigio di quelli pesanti, pieni di rinfacci, vorrei dire al marito che a natale può partire con i figli senza di me, che se decide di cambiare casa io resto qui. Purtroppo lui è dall'altra parte del mondo e abbastanza impegnato da non rispondere alle mie provocazioni via mail (impegnato a lavorare o a godersi la vita con un'hostess appena incontrata: non riesco a essere originale neppure nei pensieri tetri). Con chi litigo? Da sola? E con la mia rabbia che ci faccio, la lascio covare per una settimana?

domenica 5 dicembre 2010

ancora su woody

questo post deve leggerlo solo chi Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni l'ha visto, non voglio rovinare sorprese. Mentre arrancavo in palestra dietro al folle con la bandana, pensavo al perché questo film mi è apparso il più amaro di quelli "leggeri" di Woody Allen (salvo forse Harry a pezzi che era una specie di autocrocefissione). Ci sono tre cose terribili: il vecchio che dalla giovane prostituta non si aspetta solo un risveglio dei sensi, ma anche un figlio che venga a compensare quello che gli è morto (e quando alla fine scopre che lei lo tradisce, le urla, spera solo che il figlio sia mio); la figlia che aveva incoraggiato la madre nel rapporto con la chiromante, pensando si trattasse di un innocuo passatempo, e troppo tardi capisce che la madre è stata plagiata e ciò si ritorce contro di lei; la giovane indiana (Frida Pinto, la bellissima protagonista di The Millionaire) che, inseguendo il sogno di diventare "la musa" di qualcuno, finisce nelle grinfie del viscido ladro di manoscritti, che inganna anche il padre di lei, un serio appassionato di letteratura. L'ultimo dei tre epiloghi è quello che più rientra nello stile del regista, gli altri due hanno un'asprezza nuova, devastante. E' come se partito da un'idea di commedia, Woody Allen, alle prese con i propri fantasmi e con un'acuta consapevolezza della realtà, fosse stato costretto a finire in tragedia.

domenica mattina

non ci riesce, non sa chiedere scusa, è più forte di lui. Ieri era stanco, teso, aveva avuto una settimana iper pesante, senza un attimo di tranquillità, la mattina ci siamo scontrati sulla nota della figlia, poi io sono andata al cinema, lui ad accompagnare il figlio a teatro, abbiamo avuto amici a cena. Quando ha chiamato la figlia, che era a una festa e non ne poteva più, io sono scattata: mi aspettavo che mi accompagnasse, per gentilezza, perché non conosco le strade e perché non avevamo più avuto occasione di dirci niente. Mi sono ritrovata a vagare per la collina Fleming con la figlia che era scesa per strada e cercava di venirmi incontro. Potevamo metterci un quarto d'ora, siamo state lì almeno mezz'ora. Sono andata a letto (i piatti li avevo già fatti, senza che lui alzasse un dito). Stamattina è partito all'alba per Chicago, sbatacchiando, accendendo le luci, alle nove ha chiamato dall'aeroporto senza pensare che i ragazzi dormivano ancora. Al telefono non ci siamo detti niente, mi dispiace proprio non lo sa dire.

sabato 4 dicembre 2010

You Will Meet a Tall Dark Stranger


i quattro uomini descritti da Woody Allen in questo film sembrano fare a gara a chi è più meschino: l'autore di un solo libro di successo che non esita a impossessarsi del manoscritto di un amico che crede morto; l'anziano che lascia la moglie per risposarsi con una vistosa prostituta per poi soffrire dei suoi tradimenti e soprattutto della sua volgarità (un grande Anthony Hopkins); il vedovo che, prima di intraprendere una relazione, chiede il permesso alla defunta in una seduta spiritica, e infine il più insidioso di tutti, il seduttore ambiguo, che ti mette in crisi e poi fa finta di niente (un Banderas molto in forma). La psicanalisi ridotta al rango della chiromanzia, un modo come un altro di trarre consolazione dal chiacchierare con uno sconosciuto ben disposto dal denaro che riceve; la difficoltà di capirsi tra uomo e donna; il desiderio di ciò che è proibito e la noia di ciò che è lecito; la paura di invecchiare e morire; il ruolo del caso nelle nostre fragili esistenze; il valore della speranza e dell'illusione; la tentazione di farla finita: i temi di Woody Allen sono sempre quelli, magistrale è la sua capacità di variazione. Bravissimi gli attori, brillantissimi i dialoghi, se si può va visto in lingua originale.

la nota sul registro

mentre sono immersa in Long Story Short, duecento pagine da leggere sul computer su un quattordicenne che scappa dalla madre alcolizzata insieme alla sorellina, suona whatsap, è la figlia, chiamami immediatamente. E' a scuola, in lacrime. Il prof di musica le ha messo una nota perché continuava a suonare il flauto mentre lui aveva detto di smettere. Mi viene da ridere, ma è una catastrofe, di note ne ha giù una o due, il sei in condotta è assicurato e c'è lo spettro della bocciatura. Il marito sente la nostra conversazione e mi assale, continua così, a ridere, a giustificarla, finirà male. Non ci vedo più, mi alzo in piedi, gli urlo, vacci tu allora a parlare con il prof di musica, anzi dato che ci sei, parla anche con gli altri professori, i colloqui sono tra due settimane, e dato che ci sei, annulla la trasferta in America, domani non partire, fai il padre. Il figlio finge di immergersi nella sua playstation ma rizza le antenne, registra lo scontro. Dura poco, rassegnato il marito si sposta a preparare il pranzo in cucina, io torno ai miei ragazzi in fuga nel gelo irlandese.

un bel puttanone

ieri alle Invasioni barbariche Daria Bignardi ha ricordato a Natalia Aspesi il suo sogno di essere "un bel puttanone". La Aspesi ha ribadito che sì, le sarebbe piaciuto sperimentarsi nei panni di una donna che tiene in pugno gli uomini con il suo sex appeal. Ci ho pensato spesso anch'io. Ci sono donne belle che cercano di accreditarsi come intelligenti per non sembrare puttanoni e donne brutte che se ne fregano di essere intelligenti e vorrebbero essere puttanoni (io naturalmente mi iscrivo in questa seconda categoria). Poi ci sono donne che stanno bene come stanno e vanno avanti senza farsi condizionare dagli uomini. Sono poche.

venerdì 3 dicembre 2010

un libro ci salverà

mentre rimuginavo sul tema del presunto fidanzato della figlia, ho avuto un'illuminazione. Tempo fa azzurropillin aveva lasciato un commento su questo blog indicandomi dei libri adatti a spiegare il sesso agli adolescenti. Sono andata a ripescare il commento e ho esaminato i tre volumi, scartando subito il primo, E' sesso o amore (ma che alternativa è a quindici anni?) e il terzo La nostra prima volta (cos'è un'istigazione a delinquere?). Sesso under 18 invece, per quanto esplicito nel titolo, mi è parso avere le credenziali giuste: l'autrice dirige l'Istituto di Sessuologia di Firenze ed è scritto in forma di risposta alle domande che più frequentemente si pongono i giovani. Detto fatto, tornando dal lavoro, mi sono fermata alla libreria dell'Auditorium, l'ho comprato e l'ho regalato alla figlia. Lo leggerà, non lo leggerà? Sempre meglio che legarla alla sedia e costringere me e lei a una conversazione sui preservativi.

io e guenda

io sono abituata a fare da me, chiedere mi costa molto. Lei tende a coinvolgere tutti in ogni cosa che fa; dalla visita medica della figlia al servizio da montare, dagli operai in casa a un biglietto aereo, dal guasto alla macchina a qualcosa che si è scordata in ufficio, non c’è collega, tecnico, segretaria, passante che non sia chiamato a darle una mano. E’ una persona generosa, pronta a tuffarsi per strada in piena notte se qualcuno ha bisogno di lei, ma allo stesso modo si aspetta che tu scatti quando lei ti chiama. Le richieste più assurde sono per lei ordinaria amministrazione, è sempre sull'orlo di una devastante emergenza. La distanza tra lei e me non dipende solo dal carattere, ma anche dal salto generazionale: ha solo due o tre anni più di me, ma è sessantottina nell’animo, lei rientra nella generazione che metteva tutto in comune, io in quella del me la cavo da sola, grazie.

giovedì 2 dicembre 2010

giovedì sera

se avessi vent'anni di meno e la passione per la televisione (strano a dirsi, molti ce l'hanno, la studiano addirittura all'università) il lavoro che faccio sarebbe perfetto, correrei entusiasta da Teulada al montaggio e poi di nuovo a Teulada a correggere i miei pezzi fino a strappare la lode degli autori, sognerei una brillante carriera. Siccome sono un'attempata signora che non sogna più, che senza la tv vivrebbe anche meglio, che guadagna una miseria e non ne può più di rimbalzare da un posto all'altro nell'arco della stessa giornata, il lavoro che faccio mi ha abbastanza stufato. Non è più un problema di gratificazione, non mi importa niente che mi riconoscano la capacità di sintesi o di costruzione del pezzo, è un problema di stanchezza, è la già più volte citata inutilità della fatica. Urge alternativa.

Preciuos


una madre abbrutita, il cui unico impegno è torturare moralmente la figlia e massacrarla fisicamente (anche costringendola a cucinare e mangiare orrendi papponi) è l'unica persona con cui si rapporta la diciassettenne Clareece Preciuos. Ma l'arma segreta di questa ragazza obesa, incinta per la seconda volta del padre (che nel film non compare se non come un corpo che usa violenza) è l'immaginazione. Mentre gli altri abusano di lei, le gridano dietro, la deridono, Preciuos evade con la fantasia su scatenati ritmi musicali: si vede circondata da fotografi, rivestita di bellissimi abiti, avvolta dall'abbraccio di un ragazzo bianco che la guarda con occhi adoranti. Questo è l'aspetto più originale del film, che poi presenta il riscatto della protagonista attraverso lo studio e l'incontro con una professoressa che per per prima le dona attenzione. La Harlem di Precious è un posto dove albergano solo solitudine, alienazione, violenza. Gabourey Sidibe è una straordinaria Precious: ottusa e vilipesa prima, poi dubbiosa, poi decisa, poi disperata, poi ancora fiera di sé e dei due bambini che s'impegna a traghettare fuori dall'inferno.

mercoledì 1 dicembre 2010

monetizzare i danni

con il pragmatismo che la contraddistingue la figlia non mi ha intimato, smettila di scrivere di me; ha avanzato una richiesta economica: dieci euro ogni post in cui è citata. Non glieli do, ma le riconosco che è una grossa fonte di ispirazione (oltre che di preoccupazione).

se penso

se penso che la Binetti, ora deputata Udc era fino a poco tempo fa dentro il Pd che io ho votato... La Binetti in parlamento ha detto parole terribili su Mario Monicelli, sulla sua morte. Come si permette di dire che era disperato perché era solo, perché era stato abbandonato da tutti. Che ne sa lei, come fa a recriminare, entrando nella sfera più intima di un altro. Se Monicelli sentisse la Binetti che si autoaccusa di averlo abbandonato, direbbe, grazie tante, ma meglio solo che mal accompagnato.

il pranzo

mentre sto cercando di fare il punto sui pezzi che devo montare (dal prete pedofilo che si è suicidato dopo essere stato smascherato dalle Iene a Mannino faccia a faccia con Minoli) mi arriva su whatsapp un messaggio della figlia, può venire lorenzo a pranzo. Fino a ieri non sapevo neppure che esistesse questo Lorenzo. Alle sei del pomeriggio nel videocitofono è apparso un ragazzo nascosto da un cappello di lana bianco, lei ha detto, scendo. Stamattina nel breve tragitto verso la scuola le ho chiesto chi era. Lorenzo. Che classe fa. Il secondo liceo come me, sta al classico. Mi è scappato anche un va bene a scuola, che era l'inevitabile odiosa domanda che mio padre rivolgeva ai miei amici. Lei ha detto sì, sì, te l'ho detto fa il classico. Stamattina ho chiesto a Giulia di lasciare per pranzo alla figlia due fettine di carne alla pizzaiola (in genere l'aspetta e le prepara qualcosa lì per lì). Non immaginavo che l'assenza della tata avrebbe innescato un invito. Presa dal problema di reperire i materiali per il montaggio, mi sono distratta dal messaggio ricevuto. A mensa ne è arrivato un altro: posso? La mia amica Giulia mi ha guardato divertita mentre mi guardavo intorno senza sapere che pesci prendere. Con il cuore pesante ho scritto, sì. Ora l'ho chiamata, le ho detto, va bene il pranzo, però mandalo via, se no chiamo Giulia. Quindici anni sola in casa con un ragazzo mai visto, io a chilomentri di distanza, il fratello a scuola fino alle quattro, il padre tranquillo a Milano. Tutta colpa dell'occupazione.