lunedì 31 gennaio 2011

cena familiare (il padre è partito)

vado bene a scuola e voi non mi mandate a San Francisco: da qualche giorno si è aperto un nuovo terreno di scontro tra me e la figlia. Al suo liceo hanno pensato bene di distribuire un opuscolo che pubblicizza un viaggio di istruzione in California a fine luglio. Si presenta bene e costa carissimo. Da una parte mi piacerebbe mandarcela, sicuramente si divertirebbe, dall'altra mi pare eccessivo, diseducativo e poco utile per imparare l'inglese. Lei, come al solito quando vuole qualcosa, sbaglia i toni, urla, minaccia, strepita. Stasera al litigio sul viaggio (io le ho proposto in alternativa Exeter in Inghilterra, dove credo di aver rintracciato la scuola che ho frequentato più di vent'anni fa) si è aggiunto quello sul cibo. C'erano gli avanzi del pranzo di ieri, la pasta al forno della nonna, il nostro rost beef, roba buona, ma l'aveva mangiata già a pranzo e pretendeva altro. Si è aperta una scatoletta di tonno e se l'è mangiata con il pane (mia madre non me l'avrebbe permesso). Si è poi fatta l'aranciata da sola ed è scesa in camera sua come una belva feroce, lasciando a me e al fratello il compito di spazzolare i resti. Passate due ore è risalita, senza traccia di malumore. Mi ha chiesto un crostino con tono quasi gentile. Si è divorata due fette di pane al forno con mozzarella e pomodoro, ha detto che erano buone, mi ha chiesto, perché non me l'hai fatto prima. La serata è finita meglio di com'era cominciata.

risultati in crescita

il governo non governa, il paese è fermo, la rai è paralizzata; gli unici a beneficiare di questa situazione sono i programmi televisivi di informazione (e, credo, i quotidiani). La gente vuole sapere che succede e ogni giorno riceve in pasto nuovi succosi particolari sulla decadenza dell'impero. Persino un programma come il nostro aumenta l'audience. Si festeggia. A me pare che ci sia poco da stare allegri.

domenica 30 gennaio 2011

In un paese di madri

che a una psicanalista che da ragazza ha dato la propria figlia in adozione, capiti come ignara paziente proprio lei, la figlia, è molto improbabile, soprattutto se la storia si svolge in un paese vasto come gli Stati Uniti. Ma A.M. Homes non dice che Claire è la madre di Jody, dice solo che tutte le coincidenze lo farebbero pensare e soprattutto che è Claire a pensarlo e questo arriva a sconvolgerle la vita. E’ un libro imperfetto In un paese di madri: il ritratto delle due protagoniste non convince fino in fondo, Claire è sempre sull’orlo dell’isteria, non sopporta il figlio, non sopporta quasi tutti i suoi pazienti, si attacca a Jody in modo inconsulto, irrazionale; Jody è brava, bella, popolare, ma ha dei crolli vertiginosi sul piano fisico e psicologico che non vengono spiegati fino in fondo. Eppure è un libro che non si molla fino all’ultimo, che apre ampi squarci sul rapporto madre-figlia, sulle fantasie che le madri si costruiscono sulle figlie e su quelle che le figlie si costruiscono sulle madri. E' il primo romanzo di A.M.Homes (a parte una raccolta di racconti), quelli successivi hanno maggiore tenuta narrativa, ma già si sentono lo stile originale, la crudezza di linguaggio, la forza della narrazione propri della scrittrice americana.

Paolo Poli, Il mare


entra in scena ogni volta con un vestito diverso, è una bellissima, elegantissima signora, che indossi un impermeabilino viola con cappello, un vestito lungo a righe, un costume da sirena; canta, recita, accenna passi di ballo; con il massimo garbo pronuncia oscenità: Paolo Poli in questo spettacolo prende spunto dai testi di Anna Maria Ortese e con i suoi monologhi prende il pubblico e lo porta lontano.

sabato 29 gennaio 2011

i grandi veneti


ultimo giorno di apertura della mostra Grandi Veneti al Chiostro di Bramante: un tuffo nella pittura del Veneto dal Quattrocento al Settecento, passando per qualche capolavoro, molti ritratti, molte madonne e molti paesaggi. L'atmosfera più intima e raccolta l'ho trovata in questa Natività della Vergine di Vittore Carpaccio: c'è la bambina appena nata, ci sono tre donne e un vecchio che hanno assistito all'evento e c'è una casa vera intorno. Uscendo dalla mostra si entra, come sempre accade nel locale dove si comprano cataloghi e cartoline. Poi però c'è una sorpresa: ci si ritrova tra saponi e asciugamani. Chi ha concesso la licenza a quel negozio che non ha nulla di artistico (pur non vendendo cose brutte) all'interno del Chiostro e addirittura nello stesso corridoio delle mostre? Per non parlare dei messaggi pubblicitari trasmessi dagli schermi al plasma all'interno del magnifico cortile.

venerdì 28 gennaio 2011

tra donne

venerdì mattina: in redazione si leggono i giornali e si commentano le ultime vicende. Arriva Guendalina e ci racconta la discussione che ha avuto la settimana scorsa in studio con il direttore di produzione che aveva fatto una battuta su Ruby. Per Guendalina tutte le donne, indistintamente, sono vittime di discriminazione. Quando l'ho sentita citare la violenza sessuale subita da Ruby da parte degli zii come chiave di interpretazione di una vita disgraziata, sono saltata sulla sedia. Se una come Guendalina abbocca alla fiction creata da Signorini e i suoi, come possono non abboccare persone meno dotate di lei di strumenti culturali?

la telefonata

ormai la telefonata del premier è diventata un appuntamento fisso dei talk show italiani. Ieri non poteva intervenire da Santoro, era troppo fresco il ricordo degli insulti di cui aveva ricoperto Lerner. Così ha fatto intervenire Masi al posto suo: chi meglio del direttore poteva intimidire il conduttore irriverente? Premesso che non mi piace il modo in cui Santoro sta cavalcando quest’ultimo scandalo, che non c’è motivo (che non sia l’impennata dell’audience) di soffermarsi sulla recitazione dei dettagli piccanti delle intercettazioni già pubblicati su tutti i giornali, lo scontro Santoro Masi è stato quello tra una tigre e un topolino. Il primo ha incalzato il secondo, chiedendogli, sto violando le regole, devo chiudere? e il sottotesto evidente era: siamo in un regime? Stai esercitando una pesantissima censura? Il secondo ha battuto subito in ritirata, alla fine quasi chiedeva scusa per aver chiamato. Povera rai.

zucchero

giovedì 27 gennaio 2011

il pubblico televisivo

all'ingresso di Teulada incrocio un pulman da cui scendono signore di mezz'età (praticamente mie coetanee) dai capelli gonfi di parrucchiere e i corpi tondeggianti. In testa al corteo (diretto a La vita in diretta?) c'è un tizio allampanato con l'impermeabile e lunghi capelli giallo paglierino. Avanti bambole, è il modo in cui apostrofa le sventurate.

autodisciplina

oggi potevo prendermela comoda, dovevo solo rifare il pezzo sulla Santanché. Mi sono alzata alla solita ora (nonostante la brutta notte, perché dormire bene ultimamente è diventato un miraggio?), sono andata in palestra, poi a Teulada a ritirare i materiali da Milano. Non ero mai stata nella biblioteca di Teulada, è stata una bella scoperta. C'era solo un'altra persona, una ragazza alle prese con dei libroni. Mi sono seduta davanti al computer alle dieci e fino a mezzogiorno non mi sono mai alzata. Ho letto le 240 pagine di un romanzo inglese un po' pasticciato su un bambino bosniaco che adora il nonno adottivo malato di alzheimer. Un libro troppo ricco di temi pur se animato dalle migliori intenzioni. Ora sono al montaggio, un po' fusa ma soddisfatta di me e della mia ritrovata capacità di leggere a comando.
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mercoledì 26 gennaio 2011

un romano premuroso

prendo i soldi al bancomat. Dietro di me spunta un tipo che mi dice, A signo', le posso da' un consiglio? Quando digita, se copra ca' mano. Ci stanno dei cornuti che s'appostano pe' vede'. Mi scusi se me so permesso.

martedì 25 gennaio 2011

Io e te


le prime 39 pagine sono folgoranti. Con una scrittura limpida, che restituisce appieno l’evidenza alle cose, si racconta il disagio di un ragazzo, che non riuscendo a essere come i suoi coetanei, s’inventa dei modi per ingannare i genitori ed evitare che si preoccupino per lui. Il ragazzo si muove tra strade di Roma che mi sono familiari, corso Francia, i Parioli, lo zoo e anche i tipi umani che descrive, il portiere, la nonna, i ricchi genitori, i compagni di scuola, lo psicologo, ho come la sensazione di averli incrociati. Fino a quando Lorenzo scende nella cantina di casa, dopo aver detto ai familiari di essere partito per la settimana bianca con amici, il libro promette bene. Poi però la trama s’incarta in una serie di svolte insieme poco probabili e scontate: Lorenzo riesce a mentire alla madre che lo chiama in continuazione; nella cantina arriva Olivia, la sua sorellastra, in crisi d’astinenza da droga; i due prima si scontrano, poi si sorreggono a vicenda. Brutto, proprio brutto, il flash back sull’incidente tra la madre in Bmw e un laziale buzzurro in Smart che le dà della troia. Peccato, il quattordicenne in difficoltà dell'inizio era lo spunto per un ottimo romanzo e Ammaniti sa scrivere, se ci si mette d'impegno.

lunedì 24 gennaio 2011

pulizie

sale sulla mia cinquecento armato di straccio e sgrassatore, pulisce il volante bianco che per la prima volta mi appare in tutta la sua sporcizia. E’ uno dei modi che il marito ha di prendersi cura di me (o della macchina? Ma che differenza fa? E’ lo stesso un bel gesto).

domenica 23 gennaio 2011

Vallanzasca


nei panni di Renato Vallanzasca Kim Rossi Stuart è straordinario. Dona al suo personaggio una violenza, una determinazione senza pari, ma anche una rozzezza di tratti, un humour tagliente, un incredibile magnetismo. Il suo Vallanzasca è un uomo di pochi e incrollabili principi: la famiglia non si tocca, non si tradiscono gli altri, si uccide solo se non se ne può fare a meno, meglio farsi massacrare che subire un insulto. Il film di Placido si segue con il cuore in gola, di bella vita non c'è traccia, ci sono solo una sfilza di prigioni, una più brutale e fuori controllo dell'altra. Bello, emozionante.

venerdì 21 gennaio 2011

Il mondo sottosopra


la mostra di Chagall all'Ara Pacis di Roma è piccola e non presenta i suoi quadri più belli. Però c'è un video in francese con i sottotitoli che dura cinquanta minuti in cui Chagall si racconta. E' fatto benissimo: Chagall ha vissuto novantasette anni, ha attraversato la rivoluzione russa, il nazismo, tutte le avanguardie artistiche, ha adorato la sua prima moglie e l'ha ritratta fluttuante nell'aria, è poi andato in America e lì ha fatto fortuna. Da vecchio è più bello che da giovane, ha un gran sorriso, è un piacere vederlo e sentirlo parlare. Cavallo blu nel cielo del 1946 è il quadro di questa mostra che mi è piaciuto di più.

belle sorprese

passa il pomeriggio a studiare il crollo dell'Impero romano per il compito di storia, prende nove in inglese, torna a casa entusiasta della Sera fiesolana di d'Annunzio che la supplente di italiano ha spiegato in classe, mi dice che domani vanno tutti in discoteca ma a lei non va di spendere trentacinque euro per non riuscire neppure a ballare, critica i genitori dell'amica che la lasciano andare dappertutto ma le sottraggono cellullare e computer per punizione, accenna persino al desiderio di tornare a leggere un libro: non sarà diventando troppo saggia la figlia? Mi devo preoccupare?

Italia futura

le donne del premier

una come Ruby, che non ha né arte né parte, che ha avuto un'infanzia difficile, che è sempre vissuta di espedienti puntando tutto sul corpo e che ora si gode la sua mala notorietà, è un personaggio senza tempo, a suo modo classico. Come lei le ragazze del famigerato condominio, una serie di sbandate provenienti da ogni parte del mondo, accomunate solo dall'avvenenza e dal desiderio di guadagni facili. Quella che proprio non riesco a capire è Nicole Minetti. Pulire i denti degli altri non è un gran lavoro, passi la giornata tra carie e aliti pesanti, stai in piedi tutto il giorno, guadagni poco. E' logico che volesse cambiare, era stata in televisione, le deve essere piaciuto. Ma da igienista dentale a ballerina tv per finire tenutaria di un bordello monouso e multietnico, con in più un incarico di consigliera regionale come pesante facciata: ma chi gliel'ha fatto fare? I soldi, certo, ma bastano i soldi a spiegare tutto? Ce l'ha una famiglia Nicole Minetti? I suoi sono orgogliosi della carica pubblica che riveste? Che pensano della storia di Ruby, del ruolo che ha svolto in quella vicenda? Se un tempo frequentava gente normale, come la malcapitata amica con due lauree che ha portato ad Arcore, cosa le è successo, come ha fatto a diventare così? Magari in questa Italia malata Nicole Minetti finirà come la Gregoraci, troverà anche lei un miliardario bavoso eccitato dal suoi trascorsi, farà un figlio dal nome esotico, passerà il suo tempo su un mega yacht. Io vorrei solo sapere se un po' si vergogna, non per essere stata scoperta, ma per come passava le sue giornate e le sue serate.

Fuoriclasse

"non ci sono gnocche in questa fiction", con quest'affermazione Luciana Littizzetto ha ribadito il valore aggiunto di Fuoriclasse, la serie in sei puntate sul mondo della scuola che andrà in onda a partire da domenica sera su Raiuno, quello di presentare attori veri e non bellocci da fotoromanzi. Ne ho visto solo mezz'ora, quella che si solito mi basta per inorridire; Fuoriclasse mi è parsa molto divertente e ben fatta. Ci sono tutte le premesse perché sia una cosa degna: è tratta dai libri di Domenico Starnone (da cui era stato fatto anche il bel film di Luchetti, La scuola); è interpretata da Luciana Littizzetto nelle vesti della prof. Passamaglia e da Neri Marcoré in quelli del marito fedifrago rimasto a Mauritius con la collega dentista ventenne; gli sceneggiatori sono il figlio di Starnone, Federico, Francesco Piccolo, che quando non scrive di sesso è bravissimo, e Doriana Loendeff (La passione, Cosa voglio di più e Pane e tulipani). Quello che più mi ha colpito è stato il modo autentico di presentare i ragazzi: nel pezzo che ho visto io, il figlio della Passamaglia, un Michele imbronciato e critico verso la mamma come il Michele mio e un energumeno bocciato che si presenta a scuola spargendo minacce a destra e a manca. Se questo genere di fiction ha un difetto è quello di essere troppo ben scritta: come in Le cose che restano, come in molti film italiani di pregio, gli sceneggiatori ogni tanto si fanno prendere la mano e invece di riprodurre il parlato, con le sue incompiutezze e sporcature mettono in bocca agli attori riflessioni forbite, citazioni, belle frasi da pagina scritta. Ma è un peccato veniale se confrontato alle banalità che dilagano in prodotti seriali di grande successo come Rossella o Paura d'amare.

giovedì 20 gennaio 2011

alla radio

oggi ho fatto mille cose, la mia giornata lavorativa è finita alle sette e mezza. Non sono però riuscita a togliermi dalla testa una cosa che ho sentito stamattina alla radio. Un ascoltatore ha chiamato Prima pagina per dire che lui è di destra, è dalla parte di Berlusconi, gli crede, d'altra parte ha giurato sulla testa dei figli, pensa che faccia bene a difendersi dai giudici, a neutralizzarli. Il problema che si poneva il signore era un'eventuale vittoria in futuro di un "comunista": "se vince le elezioni un comunista e non c'è più la magistratura perché Berlusconi l'ha eliminata, chi ci difenderà dalla dittatura?". Così siamo messi.

mercoledì 19 gennaio 2011

Munch a Catania

La versione di Barney


come trasformare un grande libro in un film gradevole ma non molto significativo: portare al cinema La versione di Barney richiedeva scelte più estreme che limitarsi a illustrare i tre matrimoni e il quasi omicidio perpetrati dal protagonista. Paul Giamatti ce la mette tutta a dar vita all’irriverente, vulcanico, politically incorrect Barney Panofsky, ma non è sorretto da una sceneggiatura all’altezza della scrittura di Mordecai Richler. In più Miriam, la meravigliosa donna di Barney, quella che lo fa innamorare e sognare per tutta la vita, nonostante lui sia tutto fuorché un sognatore, è interpretata da una Rosamund Pike fuori parte, magra e spilungona, lontanissima dal voluttuoso personaggio che si immagina chi legge il libro. Il merito di questi film è comunque quello di riaccender l’interesse per i romanzi a cui sono ispirati. Stamattina cercare la mia Versione di Barney ed emozionarmi a rivedere la dedica fattami dall’autore dopo l’intervista è stato tutt’uno.

in fila alla mensa

in fila davanti ai cibi della mensa sento il tizio davanti a me dire al suo amico, che poi che gli contestano a Berlusconi, di pagare della belle ragazze? A me mi sta pure più simpatico da quando so questa storia. Dopo aver passato la cassa il tizio si dirige verso un tavolo, gli cade qualcosa dal vassoio, impreca a voce altissima facendosi guardare da tutti. Che belli i seguaci del capo.

martedì 18 gennaio 2011

E poi siamo arrivati alla fine


la prima cosa che colpisce nel romanzo di Joshua Ferris è l'uso della prima persona plurale: non credo di aver mai letto un libro in cui si dice noi dalla prima all'ultima pagina. L'idea di un narratore collettivo è una specie di incubo, dà un senso di oppressione, spersonalizza ed è proprio questo l'effetto ricercato dall'autore. Il libro racconta le voci che girano all'interno di una grande agenzia pubblicitaria: non le vite delle persone che ci lavorano, ma le loro chiacchiere. Tutto si trasforma in pettegolezzo all'interno del grande edificio di Chicago che ospita l'agenzia, anche le tragedie come l'omicidio della figlia di una dipendente, il cancro terminale della capa, tutto si banalizza, diventa oggetto di speculazioni, serve a passare il tempo. L'altro grande tema, quanto mai attuale, anche se il libro è del 2006, è quello dei licenziamenti. I copywriter e i grafici aspettano ogni giorno di venir licenziati, ci si chiede chi sarà il prossimo, come uscirà di scena (se con una bella scenata o con dignità), ci si prepara all'idea, si organizzano feste d'addio. Essere sputati fuori da quel mostro fagocitante che è l'azienda equivale a un assaggio di morte. Originale, spietato, angoscioso, E poi siamo arrivati alla fine si legge d'un fiato e fa venir voglia di abbandonare ogni ufficio, ogni rito collettivo, ogni abitudine che non sia propria, unica, irripetibile.

ricorsi

"precari, ultimi sette giorni per fare ricorso": così titola Repubblica.it a proposito della nuova norma che stabilisce che in caso di licenziamento illegittimo si può fare causa ora o mai più. Per parlare con l'avvocato, Sara è venuta da Trapani con marito e bambina, Jane è fuori di sé perché non sa cosa fare, le altre hanno mandato una lettera collettiva alla rai per respingere l'ultimatum incostituzionale. Qui il precariato è cominciato prima che altrove; all'epoca mia si entrava fissi solo per raccomandazione o per causa, e mentre la prima via con il passare del tempo è diventata un'autostrada, la seconda si è ridotta a un arduo e periglioso sentiero. Ieri sera abbiamo mangiato una pizza per festeggiare la presenza a Roma di Sara e i suoi. E' stato bello vedere la piccola Gaia incantata di fronte al Giorgio di Giulia che giocava con il padre a farsi cadere dalla testa una bustina di zucchero. Meno bello è il pensiero che Sara Jane e tanti altri debbano ancora ricorrere alla lentissima, inagarbugliatissima giustizia italiana per continuare a fare il lavoro che fanno.

lunedì 17 gennaio 2011

i ragazzi della fiction

Michele Soavi è un regista tosto. Arriverderci amore, ciao è uno dei film più inquietanti in cui mi sia imbattuta al cinema, anche a distanza di tempo ripensarci mi fa venire i brividi. Ero molto curiosa di vederlo in versione fiction raiuno. La narcotici concede qualcosa al genere, ma non più di tanto: la descrizione dello studente di medicina cocainomane che investe due ragazze e scappa, che tenta di uccidere gli amici con il monossido di carbonio per evitare che parlino è terribilmente realistica, così come lo è la ragazzina che si lascia trascinare da lui. Il marito, che in genere latita di fronte alla tv della domenica sera, è rimasto bloccato davanti allo schermo. A fine puntata eravamo entrambi agghiacciati e ci siamo trovati nella stanza della figlia, che non ha mai sonno, a farle un predicozzo sulla droga e sulle cattive compagnie. Lei ci ha respinto giustamente indignata, ma che volete da me. Stamattina, ancora sotto l'effetto dei cattivi pensieri ispirati dalla Narcotici, mentre scendevamo in garage con l'ascensore, l'ho scrutata per bene. Mi sono accorta che si era messa un maglione, delle calze pesanti e gli stivali. Mancava un pezzo: una gonna, un paio di pantaloni. Le ho urlato, sei matta, vai a cambiarti, non puoi andare a scuola in mutande. Lei ha obiettato, ma ho solo due ore, come se la riduzione di orario comportasse anche la riduzione di vestiario. E' tornata su scuotendo la testa, ti fa male troppa televisione.

presepe con castagne

domenica 16 gennaio 2011

ancora barzellette

"ho un rapporto stabile con una persona" ha detto stasera il premier per difendersi dall'accusa di essere un puttaniere: come nel caso di Noemi Letizia, quando tutto manca si fabbrica un fidanzato/a, il che denota una certa mancanza di fantasia da parte dello sceneggiatore (sarà mica l'ineffabile Signorini?). Non vedo l'ora di vedere la prescelta, una signora elegante e bella di mezz'età (rigorosamente di destra). Chissà se hanno già chiuso il casting.

il piacere delle barzellette

cadrà, prima o poi cadrà, ma che soddisfazione per il re dei barzellettieri poter proclamare dall'alto del suo ruolo di presidente del consiglio che le sue cene erano impeccabili, rievocando dentro di sé il piacere di aver avuto nella sua cantinetta uno stuolo di ragazze semivestite da poliziotte o infermiere come nei film porno di quarta categoria, dire che pensava che Ruby avesse ventiquattro anni e che la invitava a casa per il piacere della sua conversazione. Che ci pensino Ghedini e gli altri a cavarlo dai guai, in fondo li paga per questo, ma che bello continuare a sparare pubblicamente panzane, che bello sapere che il popolo è dalla sua parte, che tutti o quasi (gli sfigati di sinistra non fanno testo) vorrebbero essere al suo posto ad usare soldi guadagnati in modo sporco per il più sporco dei piaceri, quello di usare giovani corpi per risvegliare i suoi vecchi sensi malati. Triste paese senza dignità che ti rispecchi nel peggiore dei premier liberamente eletti.

sabato 15 gennaio 2011

Tamara Drewe


come trasformare una graphic novel in un film divertentissimo e pungente: Tamara Drewe è l’opera di uno Stephen Frears al suo meglio. Attraverso la storia di Tamara, ex brutto anatroccolo tornata nel suo paesino inglese sotto le vesti di cigno grazie a una semplice plastica al naso, Frears e la sceneggiatrice Moira Buffini, mettono in scena uno scrittore fasullo, la sua troppo amorevole moglie, un professore americano in crisi d’ispirazione, un batterista egocentrico, due adolescenti pericolose perché annoiate, e ne succedono di tutti i colori. Gli uomini fanno una pessima figura in questo film: sono pavidi, vanitosi, competitivi, bugiardi; le donne non sono perfette, fanno un sacco di errori, ma almeno li fanno in buona fede, nel tentativo di dare un senso alle loro vite (Tam cerca l’ammirazione che le è stata negata da ragazza; Beth crede nel marito nonostante tutto; persino la giovane Jody agisce sotto l’impulso della passione). Bravo Frears, dal film si esce rigenerate, oltre che molto allegre.

venerdì 14 gennaio 2011

so' disabile

esco dal lavoro di corsa, vado a prendere il figlio, abbiamo appuntamento dall'oculista e poi lui ha pallanuoto. L'oculista è lento e troppo gentile, riusciamo a catapultarci fuori dal suo studio alle sei meno un quarto (il corso è alle sei, siamo lontani ma potremmo ancora farcela). La mia macchina è bloccata da un'altra in seconda fila. Il figlio si attacca al clacson, io provo disperatamente a fare manovra per liberarmi da lì. Rinunciamo entrambi. Una portinaia gentile mi consiglia di andare al gabiotto dei vigili a chiedere aiuto. Interrompo una bionda e un giovane, immersi nei loro discorsi. Con calma escono dal gabiotto, lo chiudono a chiave. Mi dicono che il carroattrezzi ci metterà molto, che posso solo sperare che chi ha parcheggiato davanti a me torni. La bionda fischia poco convinta, dall'ultimo piano di un palazzo si affaccia una signora; la sua macchina è in seconda fila ma non blocca la mia. Si sono fatte le sei e dieci. Da un bar un po' distante esce un uomo che si avvia alla macchina. Vede me con gli occhi fuori dalle orbite, i vigili, se ne esce con un, so' disabile, non mi sentivo tanto bene, mi sono fermato a prendere una cosa al bar. Parto e penso, abito a Roma, che pretendo?

mogli terribili

ho trovato la mia gemella. Si chiama Nobuko, è la moglie del primo ministro giapponese, Naoto Kan, e dice tutto quello che le passa per la testa. In un libro ha raccontato che il marito non è capace di leggere in pubblico un discorso scritto da altri, non ha alcun gusto nel vestire, non sa cucinare. Ci vive insieme da quarant'anni. Ha dichiarato che in un'altra vita vorrebbe fare cose diverse: lo hanno usato contro il marito, traducendolo in, se potesse non lo risposerebbe. Che bello non essere la moglie del premier e poter raccontare quello che mi pare della persona con cui vivo.

imparare

in un raro momento di sconforto mio padre mi ha detto, prendo lezioni di tedesco, di tango, non faccio progressi né con l’uno né con l’altro, un tempo studiavo e imparavo, e se lasciassi perdere? Era una domanda retorica, lui non ha nessuna intenzione di tirare i remi in barca, a ottantun anni fa la vita che faceva a cinquanta (tolto il lavoro che di sicuro gli manca). A volte vorrei che si desse pace, che non si sforzasse solo per dimostrare a se stesso che ce la fa, ma meglio un padre studente attempato che un padre spento.

giovedì 13 gennaio 2011

letture scelte e subite

aiuto, non sono più una lettrice professionista! E' successo che per un mese non ho ricevuto libri dalla Mondadori e non ne ho sentito la mancanza. L'altro giorno una mail con la proposta di un volume. Ora il libro è qui, si intitola Worse Things Happen at Sea è riccamente illustrato e io mi sento terribilmente afflitta all'idea di dover mollareE poi siamo arrivati alla fine di Joshua Ferris con il suo claustrofobico ufficio su cui incombono licenziamenti a pioggia per calarmi in una storia di pirati, veleno e mostri. So che entro lunedì la casa editrice riceverà la mia scheda, so che lo leggerò, il problema è come farmi tornare la voglia di farlo.

facce

le 1346 facce di amici che mia figlia ha su Facebook offrono uno spaccato dei ragazzi di oggi. I timidi, all'epoca mia, avevano il problema di come vestirsi, di come parlare, non quello di che foto scegliere per il proprio profilo. La prima cosa che colpisce, scorrendo le mille e più facce, sono le foto spudorate, quelle di coppie abbracciate o più spesso intente a baciarsi. Ce ne sono tante, equamente distribuite tra maschi e femmine: presentarsi in due fa sentire più forti, è la prova che si è accettati, vincenti. Poi si passa alle foto seminude di chi pensa di poterselo permettere: le ragazze in costume, i ragazzi che sfoggiano i muscoli. Ci sono foto belle, foto brutte, pose goffe, pose ardite; quasi nessuno si cela dietro un'immagine astratta, a quindici anni essere su Facebook con la propria faccia è di importanza vitale, condiziona i rapporti, a volte finisce per determinarli. Bella responsabilità che ti sei preso Zuckerberg.

mercoledì 12 gennaio 2011

cambiare casa

quando sono venuta ad abitare nella casa in cui vivo, il palazzo rosso e squadrato mi intimidiva. Non mi piaceva che fosse così nuovo, così avulso dal contesto urbano. All'inizio la casa era vuota e troppo grande per me. C'eravamo trasferiti da Milano, poi il marito era stato assegnato a Torino, tornava solo nei week end, io avevo ricominciato a lavorare alla rai. Sono rimasta incinta, la casa si è popolata, si è riempita in poco tempo di noi. Ora l'edificio nemmeno lo vedo, non soffro più per la mancanza di un terrazzo, per quelle aste di ferro agli angoli del palazzo, per i disegni geometrici che adornano i corridoi intorno agli ascensori. Ci sto bene, è comoda, è casa mia, ha una bellissima libreria disegnata da Paolo in cui c'è ancora posto in seconda fila. Se fosse per me non mi muoverei di qui, mi piace il quartiere e la sua tranquillità, mi piacciono gli Allegri che ci invitano a cena e ci andiamo a piedi, mi piacciono la mia palestra, il mio panettiere, la famiglia che vende maglioni, quella della pasta fatta in casa, il fruttivendolo, il mercato del venerdì. Il marito era partito con l'idea di un investimento immobiliare, poi è stato conquistato dall'idea di tornare nella zona in cui è cresciuto. La casa nuova ha tre pregi: è più in centro, ha una bella vista ed è vicina a Giulia. Prima di traslocare bisogna rifarla da capo, passerà almeno un anno. Ne sono felice, devo abituarmi all'idea.

La nuova squadra

anteprima della Nuova squadra da venerdì in prima serata su Raitre. Il primo episodio è fatto molto bene: la regista è Donatella Maiorca (quella di Viola di mare, il che è già una garanzia); c'è Giallini che riempie la scena con la sua aria un po' assente (ma purtroppo esce subito dalla serie); c'è Rolando Ravello che è bravo e simpatico; c'è Irene Ferri e soprattutto c'è una Napoli che non è il solito fondale posticcio delle fiction rai, ma una città pulsante sui cui problemi sono impostate le storie. Il centro di produzione Rai di Napoli è uno dei migliori d'Italia, da lì escono il Posto al sole, la Squadra, i programmi dell'Auditorium a Pozzuoli. Tutti parlano della monnezza, di questo non parla nessuno.

martedì 11 gennaio 2011

a pallanuoto

si è iscritto a settembre, dopo averci pensato un po' perché l'impegno è gravoso: tre pomeriggi a settimana più un sabato al mese. Poi il figlio non ha potuto iniziare la pallanuoto, il dottore lo ha messo a riposo per via della gamba, del misterioso bozzo osseo che a lungo mi ha riempito di angoscia. La radiografia di dicembre presentava un miglioramento, per prudenza abbiamo aspettato gennaio. Ora è in piscina, il maestro soffia implacabile nel fischietto per segnalare le partenze, lui e una decina di altri ragazzini si affannano in tutti gli stili. Stasera sarà tutto un dolore, è tosto cominciare a ritmi così. Ma è robusto, adora nuotare, può farcela, ce la farà. Oggi voleva che lo accompagnassi, si vergognava a presentarsi da solo, io ero al lavoro, dovevo vedere una fiction e poi volevo che se la cavasse da sé. È stato bravo. Il maestro urla, tra poco escono, l'odore del cloro mi ricorda quando ero io a soffrire in acqua e l'ora di nuoto sembrava non finire mai.

lunedì 10 gennaio 2011

l'iphone ritrovato

di furti ne ho subiti tanti, dal classico portafogli sul tram al Ciao bianco che avevo dipinto a fiorellini, dagli orecchini d'oro per i diciotto anni alla bicicletta, dono di nozze dalle colleghe milanesi. Non mi era mai capitato di riavere indietro niente. Oggi sono andata con la figlia al Commissariato di Villa Glori. Ci ha chiamato l'ispettore Panìco: hanno ritrovato l'iphone rubato un anno fa alla festa di carnevale della scuola. Panìco non sembrava un poliziotto: pullover bordò fatto a maglia, occhi azzurri, bel sorriso. Ha chiesto alla figlia di raccontargli di nuovo le circostanze del furto, le ha mostrato le foto sull'iphone per vedere se riconosceva qualcuno. Ha detto che sanno chi l'ha rubato e i passaggi che ha fatto. A me vedere un oggetto familiare pieno di fotografie e musiche di altri mi ha un po' impressionato; la figlia era felice e incredula. Viva Panìco e la sua inchiesta.

domenica 9 gennaio 2011

io e anobii

l'idea è bellissima, un sito tutto dedicato ai lettori. Uno scaffale di legno: ci puoi mettere quello che vuoi. Se uno vuole fare le cose per bene, si prende del tempo, fa una selezione, sceglie i libri che hanno contato di più, li inserisce uno a uno, li vota, li recensisce. Se uno come me, è sempre di corsa e sul proprio blog dà conto delle sue letture, si limita a trasferire su anobii gli aggiornamenti su quello che ha letto. Ognuno può visitare gli scaffali degli altri, lasciare commenti, stringere vicinanze o amicizie. Ma quello che più mi affascina di anobii è il meccanismo del contatore automatico di compatibilità: tu clicchi sul nome di chi ha curiosato tra le tue letture (o sul nome di un tuo amico o su un nome a caso) e il contatore ti dà l'indice della compatibilità tra i tuoi gusti e quelli dell'altro. Si va da basso, a medio, a alto (raro, ma entusiasmante). Che aspettate a iscrivervi?

domenica, a pranzo

domenica all'insegna del disimpegno: palestra, poi super pranzo dalla suocera (lasagne, cotolette, patate al forno, pizza di scarola, crostata: tutto fatto, impastato, creato da lei). A mia suocera piace cucinare, a mio padre piace mangiare; lei sta sempre sola, lui sempre in compagnia; lei non lo invita, le sembrerebbe troppo ardito, sono io a chiederle se può venire con noi, ma è felice di vederlo, di ricevere i suoi fiori e i suoi complimenti. Argomento ricorrente il figlio emigrato, le sue incertissime prospettive. Mi ha colpito molto un album fotografico, allestito da lui. Cercavo una foto del marito da bambino, volevo far vedere a mio figlio che anche il padre da piccolo era stato grassottello prima di diventare alto com'è. L'album di Alessandro contiene la storia della famiglia a partire dai nonni, fino ad arrivare alle sue e ai nostri figli. Accanto alle foto, brevi orgogliosi commenti. Da ragazza ne avevo fatto uno simile da regalare ai miei genitori; a giudicare dalle ultime foto, lui lo ha messo insieme appena qualche anno fa. Come può aver voltato le spalle al suo mondo un uomo che ci teneva così? Un tradizionalista, un figlio di mamma, il contrario di un avventuriero? Strano mondo globalizzato, che fa incontrare la gente sullo schermo di un computer, che confonde i problemi, mischiando la voglia di emancipazione sociale di una donna che vive su un'isola filippina con il desiderio di fuga di un uomo italiano. Il frutto di questo papocchio, il bambino, è la sola speranza. Magari è lui il nostro Obama, fa solo che cresca forte e sereno.

sabato 8 gennaio 2011

Una vita come le altre


in Inghilterra è molto noto come commediografo e scrittore, in Italia è stato pubblicato in anni recenti da Adelphi e ha raggiunto una certa fama per i suoi romanzi brevi, ricchi di un sorprendente humour nero. Quando lavoravo a radiotre, ho intervistato Alan Bennett al telefono sul suo Nudi e crudi: ne ho un ricordo piacevole. Una vita come le altre è la storia della malattia mentale della madre dell'autore. Bennett si rifiuta di parlare di Alzheimer, di dare una definizione alla moda di quanto è capitato nella sua famiglia; la madre comincia a un certo punto a soffrire di depressione, subisce una serie di ricoveri, viene sottoposta a elettroshock, migliora, poi ripeggiora, il marito che la accudisce ha un infarto e muore, lei gli sopravvive vent'anni, perdendo via via tutta la lucidità. Il libro è anche un'occasione per ripercorre la propria storia familiare, dal matrimonio dei genitori, a quelli delle due sorelle della madre, molto più felici da zitelle che da maritate, al suicidio del nonno, da sempre tenuto nascosto. Di quando in quando Bennett segnala come una certa battuta, un certo accadimento, siano passati dalla vita vissuta ai suoi testi. C'è nel racconto l'angoscia del figlio di fronte alla devastazione subita dalla madre e quella dell'uomo maturo che si interroga sulla sua vecchiaia, ma anche il ricordo struggente di una coppia, quella dei genitori, unita da un amore incapace di manifestazioni esteriori. E' un libro drammatico e divertente che tocca corde intime, private e insieme universali: il lettore non può non trovare una parte di sé in questa storia di affetti familiari, di piccole e grandi discordie, di lutti procrastinati nel tempo e di eventi improvvisi che lasciano il segno.

venerdì 7 gennaio 2011

giovedì 6 gennaio 2011

Hereafter


è un racconto di grande suggestione. Lo tsunami che travolge una giornalista francese in vacanza, l'incidente in cui muore un ragazzino inglese sono momenti di grande cinema. Anche il difficilissimo personaggio interpretato da Matt Damon, il giovane che in seguito a una malattia e a un'operazione al cervello è diventato sensitivo e può mettere i vivi in comunicazione con i morti, è molto bello nella sua disperata ricerca di normalità. La tensione è altissima nel film di Clint Eastwood, il suo tentativo di parlare del più rimosso degli argomenti, la morte e ciò che la segue, è condotto con grande onestà intellettuale. Però... Però uno si chiede, come andrà a finire? Che ne sarà della giornalista, a cui non importa più niente della conduzione televisiva, del suo bell'amante, del libro su Mitterand? Che ne sarà del ragazzino che ha perso il suo gemello? Che ne sarà del sensitivo, in fuga da se stesso e da un fratello che vorrebbe monetizzare il dono che lui considera una maledizione? Il film mi ha emozionato, il finale mi ha deluso; dopo tante sorprese e giochi del caso la soluzione dell'amore a prima vista mi è parsa una scorciatoia non all'altezza del resto.

befana

al cimitero di Napoli, dove c'è l'urna con le ceneri di mia madre, sopra le tombe del nonno e della nonna, sono andata solo il giorno della sepoltura. Ho un bel ricordo di quel posto, è su una leggera collina, si vede anche il mare. Certo è strano che mamma sia con i suoceri con cui non ha mai avuto molto da dirsi, ma i cimiteri sono per i vivi e non per i morti; per papà è importante sapere riunite le persone che per lui hanno contato e sapere che è da loro che andrà. I giorni che precedono la Befana il pensiero di mamma si affaccia tra gli altri, mi costringe ad attivarmi: il carbone, i soldi di cioccolato, che cosa voleva la figlia, che cosa serviva al figlio, due paia di mutande belle a testa non devono mancare. Riempiendo i miei vecchi collant di oggetti avvolti in carta di giornale, compio il mio rito annuale, un rito carico di dolcezza, di commozione. I due hanno scartocciato felici, hanno apprezzato i miei sforzi. Oggi a pranzo papà, Virginia, un'amica di lei con due figli poi, se riusciamo ad entrare, il nuovo Clint Eastwood.

mercoledì 5 gennaio 2011

Inquietudine


riscoperto Boyd, di cui mi era piaciuto molto Brazzaville Beach, grazie al romanzo di recente pubblicazione, Una tempesta qualunque, sono andata a cercarmi questo Inquietudine del 2006. Il titolo originale è Restless e rende molto più l'idea dell'agitazione di cui è preda Eva, un'ex spia inglese, convinta che dopo tanti anni qualcuno la voglia far fuori. Il libro è costruito a capitoli alternati: c'è il presente di Ruth, la figlia di Eva e c'è il memoriale che Eva le consegna, per rivelarle l'identità che le ha sempre nascosta e soprattutto per mettersi al riparo dai suoi nemici. Boyd è un narratore molto concreto, attento al dettaglio, alla fisicità dei personaggi (non sono molti i romanzi in cui oltre a mangiare si va al gabinetto, tanto per fare un esempio); da un libro all'altro cambia pelle; è interessato alla Storia contemporanea, a illuminarne pagine meno note (alla Graham Greene). Qui si parla dell'attività segreta svolta dagli inglesi negli Stati Uniti per favorirne l'intervento al fianco degli alleati nella guerra contro Hitler. La storia di Eva, dal suo reclutamento alla missione finale in cui sta per essere uccisa, è appassionante nella sua straordinarietà, ma lo è anche la storia di Ruth nella sua normalità (mamma single, insegna inglese, progredisce poco con la tesi di dottorato, non trova un uomo che le piaccia, si preoccupa per sua madre). Una citazione dall'intenso finale: "rimasi a osservarla dalla cucina, mentre lei continuava a guardare fra gli alberi in cerca della sua nemesi, e all'improvviso pensai che in fondo è quello che facciamo tutti, ciò che ci rende tutti uguali: è la comune condizione di noi mortali, di noi esseri umani. Un giorno qualcuno verrà a portarci via, e non occorre essere una spia per sapere cosa si prova."

martedì 4 gennaio 2011

Rossella

non si può giudicare una serie in sette puntate dalla prima mezz'ora. A colpirmi però è stato il divario tra quanto ho visto sullo schermo e quanto mi hanno detto i due sceneggiatori che ho intervistato. Secondo loro Rossella è un romanzo popolare in forma televisiva, ispirato ai grandi classici dell'Ottocento e incentrato sulla figura di una pre-femminista. Lo sceneggiato che ho visto io si apre con Gabriella Pession spettinata che ruba le redini del cavallo al cocchiere e si lancia in una folle corsa. Investe così Giuseppe Zeno, nelle vesti di un giornalista squattrinato, ed è, come sempre nelle fiction di raiuno, amore a prima vista. Fin qui siamo più dalla parti del Moccia di Scusa se ti chiamo amore, che da quelle del Tolstoj evocato da chi ha scritto Rosella. Nella scena successivo la ragazza legge le lettere che lui le manda di nascosto, si guarda discinta nello specchio, si apre la vestaglia, si tocca il seno, poi le cosce, sempre più in su e intanto pensa a lui (è da un po' che tengo d'occhio questa tendenza porno soft della fiction rai: la mia teoria è che per tenere avvinto allo schermo il vecchietto, oltre che la vecchietta interessata alla trama, gli si offre deliberatamente ogni tanto la visione di giovane carne femminile). Poi a casa di Rossella c'è un ballo, il giornalista si intrufola, balla con lei, sottraendola all'industriale a cui vorrebbe farla sposare suo padre. Fuori il popolo rumoreggia, è il 1 maggio, arriva la polizia, c'è un ferito grave: la fanciulla si precipita ad assisterlo e stacca un pezzo dalla sua sottoveste per farci una benda (il che preannuncia la sua prossima vocazione di medico). Paura d'amare, per citare l'ultima fiction rai di successo, era kitch, scontata, eppure a modo suo ipnotizzante; Rosella mi è parsa un pappone indigesto. E per favore lasciate in pace il femminismo, che è una cosa seria, serissima, che aspetta ancora di essere raccontata.

tale padre tale figlia

mio padre ama scrivere messaggi dal telefonino. Quando è in viaggio, ogni giorno sappiamo che fa, di che umore è, chi ha incontrato. Spesso sono messaggi confusi perché multipli, ci mette una risposta a maddalena, un'allusione a quanto gli ha detto isabella, un riferimento a me, e ognuna delle tre deve decifrare il testo, indovinando le parti mancanti. Dal Kenya ho ricevuto solo la conferma che era arrivato. Fino al primo gennaio ho ignorato che fine avesse fatto e lo stesso valeva per lui. Con le sorelle è riuscito a comunicare, con me no, per ragioni di compagnia telefonica, di numero sbagliato o chissà che altro. La notte di capodanno, ubriaca delle chiacchiere della futura cognata filippina, ansiosa di farsi un'amica e ignara di avere di fronte una serpe, sono andata a letto con pensieri catastrofici: papà e Virginia erano stati vittima di un incidente di macchina, uccisi dai predoni, ricoverati per un virus fulminante; le sorelle non me lo volevano dire, aspettavano che tornassi a casa. Ieri, quando papà è atterrato a Roma, ci siamo finalmente parlati, con enorme sollievo reciproco. Mi ha confessato di aver pensato lo stesso di me: le è successo qualcosa di brutto, le altre figlie vogliono risparmiare al vecchio padre il dolore finché è in terra straniera. Non è colpa mia se ho una fantasia malata, è genetico.

lunedì 3 gennaio 2011

la scommessa persa

un anno fa avevo scommesso con il figlio che entro il 31 dicembre sarei arrivata a cento lettori al giorno (i blog hanno contatori raffinati e gratuiti: chi li scrive sa in quanti li visitano, a che ora, da che computer, da che paese e persino cercando cosa si è finiti lì). Non mi sembrava un grande azzardo, una meta irraggiungibile. Lui ha avuto la soddisfazione di incassare la vincita: una doppia soddisfazione, quella pecuniaria e quella di veder languire un'attività che ritiene inutile e lesiva della privacy familiare. Ma io persevero, per me e per i miei quattro affezionati lettori.

auguri e veleni

sulla mia posta rai, come tutti i dipendenti, ho trovato una breve mail con firma autografa del direttore e del presidente. Il titolo è "Buon natale e buon anno a tutti", ma l'intento polemico è subito dichiarato. Si fa riferimento a un clima "esterno alla Rai, intorno alla Rai, sulla Rai" "tutt'altro che positivo", si esorta alla coesione e alla voglia di centrare obiettivi, si cita il dovere morale di dare un futuro all'Azienda (come se questo dipendesse da noi). Oltre al contenuto, mi ha colpito la forma di questa lettera. Una citazione per tutte: "l'augurio, che uniamo a voi e alle vostre famiglie per delle festività serene e rigeneranti, è quello di..". "Che uniamo"? Direttore e presidente, che italiano è questo, chi ha scritto la lettera? Guendalina, che a volte è una grande, ha risposto alla mail, ricambiando gli auguri e raccontando il trattamento che le ha riservato l'Azienda, la sua lunga vita da precaria, la causa che non si è ancora conclusa. Non ho letto il suo messaggio, ma sono sicura che è scritto meglio di quello che abbiamo ricevuto.

domenica 2 gennaio 2011

strelizia augurale

a Roma!

siamo atterrati a Roma alle sei e mezza, era ancora buio, Fiumicino dormiva. Abbiamo atteso i bagagli con un po' di preoccupazione; all'andata ognuno era salito in aereo con la sua valigia, al ritorno ce le hanno fatte spedire e nella fretta non abbiamo tolto le chiavi e la macchina fotografica. Fa freddo, l'aria è grigia, c'è un silenzio irreale da festa. Mentre metto i panni a lavare, mi si affollano in testa i ricordi della vacanza appena finita. E' stata la prima volta in cui ci siamo trovati a viaggiare in quattro adulti invece che in due adulti e due bambini. La figlia è cambiata: anticipando i tempi come le è proprio, è già con un piede nella post adolescenza, è più distesa con noi, più disposta a divertirsi e meno pronta a polemizzare. Inoltre l'avere un "fidanza", come ormai è chiamato L. nel nostro lessico famigliare, la tranquillizza, è molto sportiva nell'accettare le prese in giro su di lui e sulla sua famiglia di ricconi. Ho in mente la scena di noi due su un mezzo di trasporto, forse un pulmino diretto a Hong Kong. Mi chiede (?) come ha fatto Berlusconi a diventare così ricco e io parto con una ricostruzione degna della rivista Diario. Non mi interrompe, ascolta attenta, fa domande, si vede che sta incamerando argomenti in vista di possibili discussioni con coetanei. Il figlio fisicamente comincia a sovrastarmi, gli spiego che deve stare attento alla sua forza, se mi dà un'amorevole spinta casco a terra. Lui ci ascolta fin troppo e ci prende tutti alla lettera, protestando per le nostre esagerazioni; è così serio da risultare a volte impacciato. Forse in questo viaggio abbiamo esagerato in spostamenti: otto aerei in dieci giorni, senza contare barche e barchette, sono un po' eccessivi, ma abbiamo raggiunto i nostri tre scopi principali: vedere un pezzo di mondo; stare insieme; staccare dalla solita vita (non ho aperto un giornale, non ho letto una notizia on line, non so nulla del presidente del consiglio: è dura tornare a informarsi).

sabato 1 gennaio 2011

La Canonica di Framley


ho scoperto perché tra gli scrittori vittoriani Anthony Trollope è il mio favorito, anche se ogni tanto fatico sui noiosi capitoli dedicati a questioni di politica inglese. Il fatto è che Trollope offre splendidi ritratti femminili. Le sue eroine ricordano quelle della mia amata Jane Austen. Prendete Lucy della Canonica di Framley e prendete Lady Luton, la madre dell'uomo che lei ama riamata. Lucy è fantastica: senza essere una bellezza affascina Lord Luton con la sola arma della conversazione. Capisce subito che la madre di lui non la riterrà adatta a sposare un lord e si tira indietro quando lui si dichiara. Luton però insiste e ne parla alla madre. Lady Luton si prepara a liquidarala con un pistolotto sulle classi sociali, ma Lucy non glielo fa pronunciare, esponendole con tanta chiarezza il suo punto di vista che la gran dama si ritira sconfitta. Con Lucy trionfa una visione della donna così moderna, così perspicace che non si può non amare Trollope e la sua splendida prosa.

sull'orlo del baratro

esagero? Forse sì, d'altra parte se non avessi la tendenza a esagerare e un pessimismo radicale, nutrito da troppe letture (gli eventi drammatici si prestano meglio alla narrazione di quelli lieti), chi leggerebbe il mio blog? Non divaghiamo, la questione è seria. Se uno vede un altro che cammina sereno sull'orlo del baratro non ha il dovere di dirgli qualcosa? L'impressione che mio cognato sia caduto in un trappolone, dopo la serata di ieri si è rafforzata. Non è troppo tardi per uscirne, ma richiederebbe uno sforzo di consapevolezza che lui non si sente di affrontare. Tra noi due non c'è nessuna confidenza, non gli sono mai stata simpatica. Solo la madre e il fratello potrebbero parlar chiaro con lui. Un uomo di cinquant'anni si può sottrarre al destino che si è costruito?