sabato 30 aprile 2011

Angèle e Tony


Tony è grassoccio, ha un piccolo naso e gli occhi porcini. Fa il pescatore in un piccolo villaggio francese sferzato dal vento. La sua vita si svolge tra il mare e la casa in cui vive la madre, una donna burbera da poco rimasta vedova. Tony risponde a un annuncio matrimoniale e si trova davanti una creatura incomprensibile. Angèle è una ragazza molto attraente, alta magra, con i capelli corti e gli occhi verdi. Ha uno sguardo ferito, è nervosissima, per ottenere qualcosa dagli uomini non fa altro che offrire sesso in modo sbrigativo. Scopriamo che ha un figlio che vive con i nonni paterni, che suo marito è morto, che è stata in prigione, che l’unica cosa che vuole davvero è riprendersi il bambino. Angèle trova asilo presso Tony, che ne è subito conquistato, ma non vuole essere usato da lei, cerca di tenerla a distanza, di studiarne il carattere. Nel breve corso del film mi sono perdutamente innamorata di Tony, della sua dolcezza, dei suoi modi spicci e decisi, della sua capacità di comprensione e accoglienza. Angèle e Tony è un bellissimo racconto sull’amore, su come irrompe nella vita delle persone cambiandone il corso.

mostro marino

il raddoppio degli uomini

incurante delle cattive previsioni del tempo, mia sorella ha trascinato il marito in una regata tra Procida e Ischia. Ci ha lasciato i due figli, Matteo e Tommaso. La playstation fuma dall'uso intensivo; discutono, litigano, ridono in tre. Passano dagli spari virtuali alle partite di calcio, felici di poter stare sbracati senza nessuno che organizzi il loro tempo. Io ho fatto la mia palestra, oggi è probabile un cinema: posso lasciarli liberi di fare quello che vogliono? Domani dovrei inventarmi un intrattenimento intelligente, o almeno meno alienante della sosta prolungata davanti allo schermo, ma tra la beatificazione e il concerto del primo maggio sarà difficile uscire di casa.

straparlare

ogni tanto mi capita: straparlo. C'è una scena in Libertà di Franzen in cui la protagonista va a trovare la figlia al college e porta a cena fuori lei e il suo fidanzato. Beve e straparla, racconta episodi di sé che la figlia non conosceva e non avrebbe voluto conoscere, soprattutto in presenza di un ragazzo che le piace e su cui vuole fare buona impressione. Patty almeno quella sera era sbronza. A me non serve bere (sono astemia) per straparlare, mi basta essere un po' agitata. Ieri mattina sono andata in macchina a Cinecittà con due operatori sconosciuti. Li ho intrattenuti per mezz'ora con i miei dubbi lavorativi e le mie considerazioni pessimistiche sul presente e il futuro della televisione italiana. Sono pagati (male) per fare delle riprese, il loro contratto non prevede un supplemento ascolto programmiste in crisi. Per fortuna sembravano abbastanza navigati, avranno visto gente di tutti i tipi e hanno retto bene il mio sfogo. Tornando a Franzen e a Patty, ora capisco perché mia figlia sta così attenta a evitare che Lorenzo incroci sua madre.

venerdì 29 aprile 2011

porto

Uman

Uman è il nuovo reality show di Italia Uno. Andrà in onda il lunedì sera. Ascoltare le spiegazioni su contenuti, partecipanti, regole, idee di fondo è stato soporifero, tutto un arrampicarsi sugli specchi per nascondere l'unico piano strategico: tenere la gente incollata al televisore (e al computer e al cellullare) con l'illusione dell'interattività. La cosa impressionante è stata visitare gli spazi. Lo studio 19 di Cinecittà è stato trasformato in un trionfo di plastica bianca e colorata. Ci hanno fatto vedere il "laboratorio" e le "celle", spazi ridotti illuminati da fari accecanti. Un po' astronave, un po' sala operatoria, io lì ero a disagio a fare le interviste, gli otto concorrenti ci passeranno i giorni e le notti. Unica nota positiva il Mago Forest (Michele Foresta) che al mio microfono si è lanciato in un divertente monologo sulle stranezze di quanto ci accade intorno: dai conduttori della festa per l'unità d'Italia che si sputano in faccia, a personaggi come Lele Mora e Emilio Fede che sembrano caricature e non uomini in carne ed ossa.

giovedì 28 aprile 2011

visite

mangiamo? chiede la figlia speranzosa. Possiamo aspettare papà, le dico. Sbuffa e soggiunge, allora forse scendo giù da Lorenzo. Lui citofona, lei si prepara con calma. Le dico, tra mezz'ora sali. Anche prima, sbuffa di nuovo. E' un fidanzato o una palla al piede? Questa ragazza ha un cuore?

taglierina

di male in peggio

ieri sera vedere il programma in cui lavorerò d'estate mi ha mandato in crisi. E stamattina ho avuto un'altra doccia fredda dal programma in cui lavoro attualmente. Domani devo andare a Cinecittà dove presentano "la nuova frontiera" del reality show: un reality appunto in cui otto ex partecipanti del grandefratello-isoladeifamosi-talpa e non so che altro, saranno telecomandati via sms dal pubblico da casa che deciderà cosa devono mangiare, cosa devono fare, come devono arredare lo spazio vuoto in cui si trovano ecc ecc. Li chiamano tamagotchi umani (dal nome dei malefici pupazzi giapponesi che necessitano di accudimento). La domanda è sempre la stessa: che c'entro io? Che c'entro io che della televisione farei volentieri a meno, della televisione della realtà ancor di più e che la televisione dell'irrealtà (che poi è quella dei reality) la aborro in ogni sua forma? Lo so, c'è di peggio, c'è molto di peggio: c'è chi lavora sul serio e non si balocca tra un finto montaggio e una finta intervista. Dovrei vedere il lato positivo, l'aspetto di costume; scopro involontariamente un sacco di cose di cui ignorerei l'esistenza. Magari domani resterò folgorata da Uman take control, dai suoi ideatori e conduttori.

in sosta

col piede sbagliato

ognuno ha le sue doti, chi la simpatia, chi l'intuito, chi la bellezza, chi l'astuzia. Io ho lo spirito critico. Con lo spirito critico non si va da nessuna parte. Lo spirito critico ti aiuta solo a criticare e criticare non facilita la vita a te e agli altri, sei sempre lì con la tua lente di ingrandimento sguainata: quello è insopportabilmente vanitoso, quell'altro usa i congiuntivi sbagliati, il tale è un carrierista, il talaltro un falso da paura. I tuoi difetti li vedi proiettati su un megaschermo ventiquattro ore su ventiquattro e a volte ti chiedi come fai a uscire di casa sentendoti così brutta e inetta. Te lo chiedi e esci lo stesso.

mercoledì 27 aprile 2011

notiziari

il referendum sul nucleare non lo faccio perché non voglio perderlo e non voglio che la gente vada a votare anche per il referendum che mi riguarda, quello sul legittimo impedimento; sulla Libia autorizzo i bombardamenti per far contento Sarkozy; votiamo subito contro il testamento biologico perché l’ho promesso al Vaticano: perché in questo paese la semplice azione di ascoltare un notiziario ha forti controindicazioni per la salute di chi la compie? L’alternativa all’ulcera è spegnere la radio, la televisione, smettere di leggere i giornali?

Nessuno mi può giudicare


volutamente, ostentatamente volgare, pieno di luoghi comuni, il film di Massimiliano Bruno che ho inflitto a mia sorella, desiderosa di cinema italiano, è la solita commedia all'italiana: la trama non riserva sorprese, la visione della periferia romana in cui prevale un "volemose bene" generalizzato è quanto di più distante dalla realtà. Qualche merito però ce l'ha: un ottimo cast (dai reduci da Boris Caterina Guzzanti, Valerio Aprea e lo stesso Bruno, a una molto divertente Paola Cortellesi, a un Raul Bova bello e imbambolato quanto basta); la capacità di appagare la voglia di romanticismo con la storia d'amore a lieto fine; la raffigurazione, questa sì molto aderente alla cronaca, del mondo maschile italiano ossessionato dal sesso a pagamento. Ai miei figli sarebbe piaciuto, ma loro al cinema con la mamma e la zia non vengono più. Peggio per loro.

martedì 26 aprile 2011

di fiori vestita

vacanze romane

Maddalena è a Roma e papà si fa piccolo piccolo. Vuole stare con lei, passarci più tempo possibile, ma nello stesso tempo la teme: mia sorella ha energia per cinque e pretende che lui le stia al passo. Ha obiettivi vari e ben chiari: lo shopping (e quando lei compra compra sul serio aiutata dalla forza del franco svizzero), le mostre i musei, il cibo (vorrebbe fare il pieno di tutto ciò che a Zurigo le manca). I due figli si nascondono dietro ai miei due: con la scusa dei cugini e della voglia di stare con loro cercano di smarcarsi dagli intensivi programmi materni. Papà potrebbe giocarsi la carta del vecchietto stanco, ma ciò contrasta con il suo desiderio di mostrarsi sempre pimpante, con l’ambizione di giocare il ruolo del padre evergreen e quindi le arranca dietro come può. Maddalena a Roma per lui è un piacere e un tormento.

lunedì 25 aprile 2011

cena di compleanno

siamo tornati, il tempo ha virato al brutto e stasera c'è la cena familiare per il tredicesimo compleanno del figlio. La festa l'ha organizzata papà, ma a casa nostra: arriva Maddalena dalla Svizzera. Il problema poteva essere il contenuto della cena, papà aveva un bel dire, compra un po' di mozzarella a Sperlonga, non si mettono a tavola undici persone con la mozzarella. Di cucinare non avevo alcuna voglia, mi sento ancora in vacanza, ho più di metà di Stephen King ancora da leggere. Soluzione brillante: una telefonata alla suocera che verrà da noi e porterà una mega teglia di pasta al forno. Questo incarico l'ha tenuta impegnata per tre giorni tra spesa, preparazione di ingredienti e cottura; vederla divorare e sentirla lodare le darà una gran soddisfazione. Se non avesse cucinato non sarebbe neppure venuta, preoccupata com'è all'idea di incontrare qualcuno che non sia uno stretto familiare. Come cuoca valgo poco, come pianificatrice molto di più.

da It di Stephen King

"c'erano cose peggiori della paura. Si poteva aver paura correndo in bicicletta per la strada e scampando per un pelo all'urto con un'automobile; o di prendere la poliomelite prima del vaccino Salk, si poteva aver paura di quello svitato di Kruschev; o di annegare facendo una capriola nell'acqua. Si poteva aver paura di tutte queste cose e funzionare lo stesso. Ma quello che aveva visto alla Cisterna... Avrebbe voluto dir loro che quei ragazzi morti scesi dalla scala a chiocciola avevano fatto qualcosa di peggio che spaventarlo. Lo avevano profanato... C'erano cose non ammissibili. Profanavano il senso dell'ordine di qualsiasi persona sana di mente. Si può vivere in compagnia della paura, non per lungo tempo, ma non si riesce a vivere in compagnia di una profanazione, perché essa apre una crepa nel tuo modo di pensare." p.472

sabato 23 aprile 2011

prima di pasqua

la spiaggia, poco affollata grazie al tempo incerto, un libro da cui fai fatica a riemergere, Antonella e i suoi che arrivano a ora di pranzo, i pomodori piccoli e pieni di sapore, la mozzarella, la ricotta, il pane cotto a legna, le fragole; la testa che diventa di colpo leggera, che smette di girare intorno agli stessi pensieri.
Stasera cozze e vongole in quantità, domani qualcosa di più:
pasta con asparagi e gamberi, fritto di calamari e sogliolette (è Antonella che pianifica io faccio da apprendista e da sguattera). Il figlio ha giocato a calcio sulla spiaggia con Iacopo fino allo sfinimento, la figlia si è aggirata con Eula in cerca di un inesistente movimento. Di questa vacanza avevo proprio bisogno.

venerdì 22 aprile 2011

l'arte di sparire

il cielo coperto ce l'aspettavamo. Arrivati al mare, il marito è corso a sdraiarsi sul letto, io e il figlio ci siamo tolti le scarpe e siamo andati a fare una passeggiata sulla spiaggia, la figlia ha armeggiato rapida con il suo telefonino, si è data appuntamento con un suo clone (stessa figura slanciata, stessi capelli lunghi, stessissimo abbigliamento: fuseaux e felpa) e con lei è sparita. Ora noi tre siamo a casa al calduccio, lei è fuori. Il mare rumoreggia beffardo attraverso le finestre chiuse. Non ho mai letto Stephen King: le 1238 pagine di It che sto per affrontare saranno la mia evasione pasquale.

Canelli

giovedì 21 aprile 2011

giugno e luglio

è fatta! La rai ha dato il nulla osta, dal 30 maggio sono a Chi l'ha visto per due mesi. Oggi ho incontrato il capostruttura. Anche lui, come la curatrice, mi è parso molto incoraggiante, si è fatto raccontare la mia storia professionale, mi ha raccontato la sua: siamo partiti dallo stesso punto, il 3131, ora lui è un quasi dirigente, io sono quasi allo stesso punto da cui sono partita. Ho voglia di conoscere nuove persone e di farmi conoscere, ho voglia di uscire dalla mia tana, di sperimentarmi su cose diverse. Ce la farò? Sarebbe stato così semplice vegetare per due mesi alla Dear in attesa di andare in vacanza, avrei potuto leggiucchiare, scrivere il blog, meditare, far finta di lavorare...

Il vino della solitudine


comincia con un vento "arido e sferzante" che soffia dall'Asia Il vino della solitudine di Irène Némirovsky; Hélène è una bambina che vive con i genitori e i nonni in Ucraina e la sua infanzia è un brutto sogno funestato dalla gelida madre. Ed è sempre il vento a concludere il romanzo: Hélène è a Parigi, ha ventun anni, si siede su una panchina con la valigia e il gatto, ascolta il rumore dell'aria e le pare che i suoni "dapprima acuti, rauchi e stridenti" si confondano "in una sorta di possente armonia". Tra la prima e l'ultima scena c'è la storia di Hélène-Irène che diventa donna in un'antifamiglia: il padre sempre assente per lavoro o per inseguire il vizio del gioco; la madre assorbita dal giovane amante; l'amatissima istruttrice francese cacciata via per ripicca. Dall'Ucraina a Pietroburgo, dalla Finlandia a Parigi, Hélène si annida dove può e con chi può, ossessionata dall'immagine dell'odiata madre. C'è la tentazione della vendetta: quando la bambina goffa si trasforma in una giovane bella e consapevole del suo fascino, l'idea di conquistare l'amante della madre la infiamma, ma dura poco: è abbastanza matura da evitare di rovinarsi la vita per distruggere chi non l'ha amata. Resta il rimpianto di essere stata tenuta a distanza dal padre, trincerato nel suo dolore di uomo tradito. Come altri romanzi della Némirovsky Il vino della solitudine indugia su temi autobiografici, offrendo uno splendido ritratto dell'artista da giovane.

natura più che morta

mercoledì 20 aprile 2011

l'altra foto

quando andavo alle medie io, più o meno trentacinque anni fa (brrrrrrr), la foto scolastica era una sola: ci avvertivano prima, ci sforzavamo di metterci addosso qualcosa di carino, e al momento dello scatto ci disponevamo in più file vicino alle amiche con un finto sorriso sulla faccia. Ora invece, poiché i fotografi sono in crisi come molte altre categorie superate dalla tecnologia, è invalsa l’abitudine di fare più foto scolastiche: quella regolare, quella in bianco e nero e quella “divertente” in cui ognuno assume la posa che preferisce. E’ su questa foto che ieri si è soffermata la mia attenzione. La prima foto della classe del figlio rappresentava un insieme indistinto di ragazzi; quella “divertente” gruppetti di adolescenti felici di esibire la loro amicizia e persone isolate, avulse dagli altri. Spietata l’immagine fissa per sempre inclusioni e esclusioni. Si può non comprare la foto in più, ma non sarebbe meglio limitarsi al tradizionale e composto ritratto di gruppo?

martedì 19 aprile 2011

un bel rifiuto

ieri mattina papà, che è a Padova da Virginia, mi ha mandato un messaggio: mi hanno proposto la direzione del comitato pro nucleare al prossimo referendum e ho detto no. Gli ho risposto, hai fatto benissimo. La sera ci siamo parlati, era contento di non aver avuto esitazioni. Ha solo detto, quando mi ricapitano a ottantadue anni due mesi di piena esposizione mediatica. E ha aggiunto, mi sono sentito un po' come il papa di Nanni Moretti (regista molto popolare in famiglia). Di oggi è la notizia che il referendum sul nucleare non si farà: oltre a invischiarsi con persone poco belle, per una causa poco sostenibile, rischiava di essere papa solo per un giorno, che uomo saggio è il mio papà.

volevoesserefabiofazio

sognare di essere un personaggio nato dalla fantasia di una scrittrice vissuta nell'ottocento non è proprio sano ma può capitare; sognare di essere Fabio Fazio è invece del tutto malsano. Persona rispettabilissima Fabio Fazio, ma pur guardandolo spesso, non mi era mai capitato di provare invidia per lui. Oggi la mia giornata lavorativa è trascorsa nel tentativo di sintetizzare in due minuti la sua intervista di mezz'ora a Nanni Moretti e più ci provavo, più mi dicevo, perché sto qui a tagliare Fazio e Moretti invece di essere io a intervistare Moretti? Di risposte me ne sono data più d'una e non molto rassicuranti per il mio ego. Ci mancava solo la telefonata di Sebastiano a lavoro concluso: un po' più di quello, un po' meno di quell'altro. Manco i riassunti so fare.

lunedì 18 aprile 2011

voglia di leggerezza

intervistatore e intervistata

come intervistatore lui ha due difetti: parla come un libro stampato e fa domande lunghissime, più mirate a impressionare lo scrittore con la propria cultura e conoscenza dell'opera in esame, che a interessare l'ascoltatore ignaro dell'argomento di cui si parla. Lei, l'intervistata di oggi, era un tipo: partiva sparata al minimo accenno di domanda e più che rispondere teorizzava. L'attualità del mio libro, l'interesse di questo tipo di personaggi, lei starà per chiedermi. Tornando a casa in macchina ho ascoltato un bel dialogo tra sordi.

stanca

domenica 17 aprile 2011

Habemus papam


la mia fede in Nanni Moretti da Io sono un autarchico in poi ha subito solo piccole e trascurabili incrinature. Habemus papam mi è piaciuto moltissimo. Dopo aver raccontato nel Caimano il fallimento della sua vita matrimoniale e l'abisso che si stava spalancando davanti all'Italia, non era facile per Moretti trovare un soggetto cinematografico a quell'altezza. Ha osato molto e il risultato è davvero notevole: Michel Piccoli è un meraviglioso cardinale angustiato dall'inaspettata nomina a papa; lui stesso è uno psichiatra oscillante tra presunzione, autoironia, intransigenza (una sintesi di tanti suoi ruoli e della sua personalità); il Vaticano è un microcosmo attraverso cui emergono le passioni, le viltà, i vizi del nostro tempo. E' un film in cui si ride parecchio, si sorride, si prova intensa commozione; è ricco di citazioni letterarie (a partire dal nome del cardinale, Melville: come non pensare a Bartleby lo scrivano, il campione del "preferirei di no"), è il più realista dei film di Moretti (vedi il litigio dei bambini in macchina, non è più tempo della famiglia idealizzata della Stanza del figlio), il più disperato (ci vorrebbe più amore per tutti dice il papa, ma io non ce la posso fare), il più personale e maturo. Parla della responsabilità, del bisogno di fare per gli altri non piccole cose ma grandi, del malessere che ci circonda, della necessità di essere se stessi, di dire la verità e di subirne le conseguenze. Speriamo trionfi a Cannes.

il maestro di pugilato

ti alzi la domenica ancora assonnata, cominci a togliere piatti e bicchieri dalla lavastoviglie (ieri sera cena per dodici) e ti accorgi che sono tutti ricoperti di una patina dura: il pesto trapanese mal sciacquato si è depositato ovunque. Rimandi la fatica di rilavare a più tardi e senza tanta convinzione ti avvii in palestra. Ti mette di cattivo umore vedere un insegnante sconosciuto che spiega che farà pugilato, sei quasi tentata di tornare a casa o di farti una corsetta al piano di sopra, dove ci sono gli attrezzi. Resti e dopo cinque minuti sei già conquistata dal pugilato e dal suo maestro. E' divertente bilanciarsi sui piedi e menare fendenti prima con braccia, e poi con le gambe, devi concentrarti, non puoi pensare ad altro. Il maestro interviene a correggerti la posizione della spalle, non devi star curva, devi aiutarti con le braccia a tener dritta la schiena. Quello che da fermo sembrava un ometto insignificante, alto come te, cioè basso, capelli quasi rasati, neanche troppo muscoloso, nel corso degli esercizi si trasforma: è agilissimo, pieno di energia, ha un bel sorriso e la capacità di coinvolgere il suo pubblico eterogeneo in un dimenarsi molto ordinato di arti. In un attimo senti che ti gocciolano i capelli e anche questo ti sembra un piccolo miracolo: di solito in palestra non sudi. Prima della fine della lezione noti che il maestro ha un grosso tatuaggio sulla coscia destra che spunta appena dai pantaloni corti. Ti sei innamorata? Sì, ma non al punto di cambiare i tuoi orari e andartelo a cercare alle otto e mezza di sera tre volte alla settimana. E' stato bello, è già finito.

di ritorno

verso le undici di sera il figlio è tornato dalla gita scolastica a Barcellona: barcollava di fame e stanchezza, ma aveva un'aria contenta. Aveva indosso una maglietta nera con la scritta Barcellona in caratteri sanguinolenti, aveva visto tutto Gaudì, le ramblas, mangiato di gusto paella (lui che odia il riso), dormito poco e male sulla nave da crociera che li aveva portati fin là. Le due professoresse che li hanno accompagnati hanno detto che era stata la gita più piacevole e tranquilla che avessero fatto con una classe: che sollievo, non siamo più abituati alla normalità delle buone notizie.

sabato 16 aprile 2011

il sabato dei bagni

da quando c'è l'argomento casa nuova le conversazioni telefoniche tra mio marito e sua madre, che prima si limitavano a stai bene, sto bene, si sono animate: lei vuole sapere tutto di piastrelle, sanitari, ripostigli ed elettrodomestici e lui è prodigo di particolari. Il padre di mio marito, il generale, per le case aveva una vera e propria passione: ci investiva tutti i suoi risparmi e gli piaceva costruirle a partire dal progetto fino al minimo dettaglio. Era un ingegnere, oltre che un militare, e i calcoli li sapeva fare, ma non credeva negli architetti e le sue costruzioni (compreso la casa fuori Roma che aveva pensato per noi e per evitare la quale sono scappata a vivere a Milano) erano più simili a bunker che a civili abitazioni. Mia suocera ha capito che io sono indifferente all'argomento e questo mi ha fatto scendere parecchio nella sua considerazione. Oggi però ho diligentemente seguito il marito nel negozio di sanitari, ho impresso una certa velocità alla scelta di lavandini, bidè e gabinetti, ho imposto limiti di spesa (si possono spendere 800 euro per un vater? no, non si possono) e soprattutto mi sono finalmente tolta il pensiero: il sabato dei bagni resta in fondo alla lista dei miei sabati ideali e spero che non si debba più ripetere.

Amori imprevisti di un rispettabile biografo


il titolo inglese è molto più sobrio e aderente al testo: According to Mark; chissà perché l'editore italiano si è sentito in dovere di riassumere il contenuto del libro (tra l'altro usando il plurale mentre il protagonista di amore imprevisto ne sperimenta uno solo). Peccato veniale; l'importante è che Guanda abbia deciso di pubblicare questo romanzo del 1984, che non può non piacere agli amanti della Lively. Mesi fa, a mia sorella che mi chiedeva consigli per un libro da proporre al suo club di lettura a Zurigo avevo suggerito Un posto perfetto. Le sue amiche internazionali l'avevano presa in giro, ritenendo Penelope Lively una lettura "da nonne", non sufficientemente impegnata per loro. A me invece pare che nella scrittura della Lively riviva il meglio della tradizione inglese: ci sono Jane Austen e Thomas Hardy (qui tra l'altro citati, la prima per Emma, libro di cui si appassiona l'illetterata Carrie, il secondo per i luoghi in cui si svolge la storia), ci sono l'ironia, la finezza nel delineare i personaggi, le loro stravaganze, c'è la curiosità nei confronti del caso, c'è la riflessione su dove porti l'amore in generale e quello per la letteratura in particolare e molto altro. La trama è semplice: Mark, un signore di mezz'età, sta scrivendo la biografia del saggista e romanziere Gilbert Strong e chiede il permesso a Carrie, la nipote di questo, di visitarne la casa e di studiarne le carte. Succede che Mark, sposato da anni con Diana, si innamori perdutamente di Carrie. Lui, che a sua moglie rinfaccia che non può vivere senza aver letto i Demoni, perde la testa per una ragazza il cui unico interesse sono le piante che coltiva nel suo vivaio. Tanto Diana è sempre all'altezza delle situazioni, elegante, esperta, efficiente, tanto Carrie è confusa, sciatta, quasi inerte. Di fronte agli slanci di Mark, Carrie è molto perplessa: ha passato l'infanzia a difendersi da una madre egocentrica che la portava in giro per il mondo, ora vuole solo stare tranquilla e cercare di compiacere le poche persone che incontra. Nel corso del libro, mentre Mark scopre lati di sé che aveva sempre ignorato, e fa importanti scoperte su Strong e su quello che vuol dire misurarsi con la storia di un altro, Carrie riesce a uscire dal suo bozzolo protettivo e a mettersi in gioco (anche se non con Mark); quanto a Diana, le basta riprendere possesso di ciò che considera suo di diritto. Altro che letteratura per nonne.

in tensione

venerdì 15 aprile 2011

restiamo umani

non conoscevo Vittorio Arrigoni e il suo blog Guerrilla Radio, non sapevo che a Gaza ci fosse un trentaseienne italiano che si batteva per i diritti del popolo palestinese, ridotto a vivere in condizioni disumane. Ieri ho visto per la prima volta la sua faccia in tv: era stato picchiato, avevo dello scotch sugli occhi e le mani legate dietro la schiena. Su di lui pendeva un ultimatum, chi l’aveva rapito minacciava di ucciderlo; l’hanno trovato morto poco dopo l’apparizione di quell’atroce video. Nel suo ultimo post su Guerilla Radio ha scritto: “dall'inizio dell'assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi. E' una guerra invisibile per la sopravvivenza.” Alcuni dicono che a ucciderlo siano stati dei gruppi ultraestremisti, altri gli israeliani che non vogliono occidentali a Gaza. Sua madre Egidia Beretta, fa il sindaco di Bulciago, il paese in cui vive: è una donna coraggiosa e impegnata che sapeva quanto rischiava il figlio e gli stava vicino. Ogni post di Vittorio si chiudeva con il monito, restiamo umani. A volte mi chiedo se lo siamo ancora, se sappiamo riconoscere chi porta alta la bandiera dell'umanità.

scialuppa

giovedì 14 aprile 2011

la prova della domotica

nelle mie notti insonni, che crescono progressivamente di numero, si aggira un nuovo fantasma, il fantasma della domotica. Succede che la ristrutturazione della nuova casa è diventata per il marito l’occasione di dar sfogo alle sue pulsioni tecnologiche: approfittando del mio disinteresse per i dettagli (e anche per l’insieme) si sta scatenando nell’acquisto di congegni che solo lui saprà usare. Di notte mi giro e rigiro nel letto, pensando che non riuscirò neppure ad aprire la porta di casa, e anche se ci riuscissi, non sarò in grado di accendere le luci, di regolare il riscaldamento, di cuocere una torta (addio mie amate capresi), di caricare la lavastoviglie, persino di mettere il letto in posizione orizzontale (vuole comprarlo reclinabile tramite telecomando). Tanto lui è attirato dal nuovo, dall'avveniristico, tanto io amo la rassicurazione che mi dà il vecchio, l’usato. Riuscirà il nostro matrimonio ventennale a superare la prova della domotica? Esiste una parola più odiosa?

Molise

mercoledì 13 aprile 2011

prescrizione salva premier (e ammazza Italia)

è ufficiale: in Italia ci sono più malviventi che persone perbene. Se fosse il contrario non staremmo zitti e buoni mentre il parlamento approva una legge che manda liberi truffatori e delinquenti di ogni tipo solo per evitare che Berlusconi debba affrontare il processo Mills, che si tradurebbe per lui in una sicura condanna. Cos'è la prescrizione? Una forma di resa dello stato di fronte al malfunzionamento della giustizia. I processi durano troppo? Non si interviene sui motivi di questi ritardi. Si interviene sui processi: se durano troppo cadono in prescrizione, cioè non vengono celebrati. Tutto ciò avviene perché gli avvocati del presidente del consiglio, che sono anche nostri deputati, non mirano ad altro che a fargli fare lo slalom tra i tanti procedimenti legali che lo riguardano (e tutta la maggioranza li segue per puro calcolo utilitaristico). Di lui prima o poi ci sbarazzeremo, delle sue leggi ingiuste e sbagliate, del malcostume che ha reso imperante, come e quando faremo piazza pulita?

Libertà


il matrimonio tra Patty e Walter comincia male (lei in realtà è più attratta dal migliore amico di lui), continua peggio (lei si attacca morbosamente al figlio, rovinandogli l'adolescenza, e poi si dà all'alcol), finisce (quando lui viene a sapere che lei è andata a letto con il suo migliore amico e può finalmente concedersi alla sua giovane assistente), rinasce in extremis quando entrambi sono diventati maturi grazie al dolore che hanno sperimentato. Nell'ultimo celebrato romanzo di Jonathan Franzen, oltre alla contrastata storia d'amore (ma i colpevoli degli errori di Patty e Walter, sembra suggerire l'autore, non sono loro, sono da cercare nelle famiglie disfunzionali da cui provengono e da cui è così difficile emanciparsi), c'è un po' di tutto: l'11 settembre, Bush, l'Iraq, le speculazioni edilizie e quelle sulla guerra, l'ambientalismo, l'allarme demografico. All'inizio mi disturbava l'accanimento di Franzen sulle figure femminili: avevo l'impressione che l'autore si impegnasse a non mettere in scena una donna che non fosse isterica o egoista, velleitaria o tonta, insensibile o rigida. Poi mi sono resa conto che, pur se appena più indulgente con i maschi, lo scrittore non ci va leggero con nessun personaggio, in nessuno momento (tranne nel finale, dove chissà perché decide di invertire la rotta). Le correzioni, il precedente romanzo di Franzen, mi era piaciuto molto e siccome non me lo ricordavo per niente, avevo pensato di riprenderlo in mano dopo questo. Ora però devo prendermi una pausa da Franzen.

martedì 12 aprile 2011

partito!

lui mi mancherà, la tv accesa no. Il figlio sta andando a Civitavecchia (gli altri genitori vanno tutti ad accompagnare i propri pargoli all'imbarco, noi abbiamo accettato ben volentieri il passaggio che gli è stato offerto, e mi sa che sabato faremo lo stesso). Alle otto parte in nave con la classe per Barcellona dove arriverà domani pomeriggio. Era contento di andare, anche se stamattina si è svegliato un po' stanco (il pensiero della partenza deve averlo agitato). Alle soglie dei tredici anni non è né carne né pesce: ha una gran forza fisica e una gran mitezza di carattere, la faccia da bambino e i baffetti neri che stonano un po', è serio, rigoroso ai limiti della pignoleria, attento agli altri, sensibile. Con i compagni di classe si diverte molto, le femmine tende ancora a ignorarle, o almeno questo è quanto vuol far credere a noi. Le prof di italiano e arte non sono giovani di età, ma hanno lo spirito giusto per godersi il viaggio insieme ai ragazzi: sarà una bellissima gita.

dove va

di faccia è piuttosto insignificante, ha un mento che cade troppo presto, gli occhi infossati e inespressivi. A ginnastica si veste come tutte: cannottiera e pantaloni aderenti sotto il ginocchio. Nello spogliatoio dopo la doccia si trasforma: reggiseno e tanga super trasparenti, calze autoreggenti, e poi gonna aderente con spacchi, top scollato, tacchi vertiginosi. Dove va alle nove e mezza di mattina la mia compagna di palestra?

lunedì 11 aprile 2011

a scuola

nel caos del corridoio del liceo della figlia, in attesa che arrivi il mio turno per i colloqui, una madre mi placca. Ce l'ha con tutti i prof demotivati e demotivanti, ma in particolare con quella di italiano e latino. La deve smettere di convocarmi, dice. Pensa che l'ultima volta ha chiamato me e mio marito, dandoci appuntamento il venerdì mattina, come se non avessimo niente da fare. E lo sai che aveva fatto mio figlio? Le aveva sbattuto sulla cattedra il compito di latino. Ti sembra un motivo per chiamare i genitori? Io me lo gestisco a casa, tu te lo gestisci a scuola, io sono responsabile di quello che fa a casa, tu di quello che fa a scuola. Che è colpa mia se sbatte il compito? Per fortuna la signora ha gli occhi fuori dalle orbite per la furia e non mi guarda. Non vede nel mio sguardo tutta la riprovazione del mondo.

domenica 10 aprile 2011

Poetry


un branco di ragazzini prende di mira una compagna di scuola che viene dalla campagna: la violenta ripetutamente nell'aula di chimica, finché lei non si toglie la vita gettandosi da un ponte. Fatti del genere succedono ovunque, in ogni tempo, così come non è difficile immaginare la reazione dei genitori dei carnefici: il tentativo di insabbiare tutto, pagando la famiglia della vittima per mantenere il silenzio sulla causa del suicidio. Questa orribile storia viene solo evocata; al centro del film c'è Mija, una vecchietta con un principio di Alzheimer che ama le camicie e le gonne colorate, i cappellini bianchi, i fiori, e sogna di scrivere una poesia. Mija fa la badante a un vecchio che ha avuto l'ictus, segue un corso di poesia e accudisce con amore il giovane nipote, sempre immerso in videogiochi o programmi televisivi. Quando i padri degli amici del nipote convocano la donna per informarla che il suo ragazzo è colpevole come i loro e bisogna tirare fuori parecchi soldi, lei resta attonita. I padri trattano l'argomento in modo spiccio, appena un po' seccati, pronti a trasformare i loro incontri in occasioni conviviali; Mija al contrario comincia a essere ossessionata dalla ragazza morta, sente il bisogno di ripercorrerne le tracce. Il regista coreano Lee Chang-dong costruisce uno splendido ritratto femminile dalle molte sfaccettature (Mija e il suo datore di lavoro: Mija e la figlia lontana; Mija e il poliziotto; Mika e la madre della vittima) e insieme un'acuta riflessione su cosa sia la poesia e sull'intreccio tra poesia e verità. Imperdibile è un aggettivo impegnativo, eppure per questo film non me ne viene in mente un altro.

al faro

senza sole

era da un pezzo che mi pregustavo un week end al mare, il sole sulla pelle, la passeggiata sulla spiaggia, i piedi in acqua, le vongole la sera. Ieri ha cominciato ad andare tutto storto dalla mattina presto: sul telefono ho trovato un messaggio di papà che era inciampato in casa e pensava fosse meglio non venire. L'ho chiamato, era molto abbattuto per una notte insonne a causa del male alla caviglia e dei brutti pensieri. Accertatami che non si era rotto niente (riusciva a camminarci, anche se a fatica) e che avesse qualcosa nel frigorifero, ho deciso di andare avanti con i miei piani. Abbiamo aspettato che la figlia uscisse da scuola all'una e un quarto, abbiamo caricato in macchina lei e la sua amica Benedetta e siamo partiti. Lungo il percorso si respirava un'aria estiva, ma a Sperlonga c'era un piccolo andensamento di nubi. Arrivare in spiaggia alle tre e mezza è stato come presentarsi a una festa appena finita: tutta la gente paonazza per il sole preso che cominciava a coprirsi per l'annuvolamento, molti con i capelli ancora bagnati dopo un tuffo in mare. Il figlio, reso querulo dalla noia, mi ha funestato la passeggiata alla grotta con improbabili rivendicazioni di ogni tipo: spaziava dai soldatini che non gli avevo comprato da piccolo ai soldi extra che intendevo negargli per la gita a Barcellona. Il mio proposito di finire Franzen si è scontrato contro la sua incapacità di trovarsi qualcosa da fare. Il pescivendolo era chiuso e siamo andati a cena a Gaeta: il locale affollato, la pizza gigante che all'inizio sembrava buonissima e alla fine usciva dagli occhi. Stamattina è tutto uniformemente grigio. Un po' ho letto, ora devo mettere a posto, tra poco si torna a Roma. La figlia e l'amica non hanno smesso di chiacchierare e divertirsi: ieri si sono fatte il bagno noncuranti del freddo, la sera sono state in paese, ora fanno finta di studiare sotto la pagliarella dello stabilmento, del sole a loro non importa niente.

sabato 9 aprile 2011

la sindrome da Grammy

da quando ho cominciato Libertà, il romanzo di Franzen, faccio fatica a staccarmene. Non perché lo trovi il Grande Romanzo Americano che si dice, e nemmeno perché sia un libro particolarmente riuscito: mi sembra discontinuo, livoroso, misogino. Tuttavia qua e là emerge lo scrittore di razza, quello che ti punta contro un riflettore potente e ti fa vedere una parte di te, che fino a quel momento avevi ignorato. A pag.212, il coprotagonista maschile, Richard Katz si rende conto che non ce la fa a convivere con l'affermazione di sé: andava tutto bene finché il suo gruppo musicale radunava una ventina di persone a concerto, finché riusciva a guadagnarsi una recensioncina qua e là, ma a metterlo in crisi è la candidatura ai Grammy e l'ascoltare la sua musica alla National Public Radio. "Le situazioni negative erano la nicchia di Katz, come le acque torbide sono la nicchia della carpa": questa sono io, ho pensato leggendolo. Io a Grammy non sono stata candidata e non ho conosciuto, né conoscerò lo stordimento da fama, ma mi trovo molto più a mio agio nel fallimento che nel successo. Prendevo trenta e lode a un esame difficile all'università: mi sentivo svuotata, inquieta. Venivo scacciata dal prof di geografia che mi trovava impreparata sui climi: ne facevo un aneddoto buono per ogni occasione. Anche l'uso che faccio di questo blog non è molto sano: non manco di segnalare i dettagli delle crisi professionali familiari esistenziali che attraverso ogni giorno e lì mi fermo. Ho la sindrome da Grammy e non lo sapevo.

venerdì 8 aprile 2011

ce lo meritiamo, ce lo meritiamo

i giovani arabi riescono a prezzo della vita a scrollarsi di dosso i loro regimi, noi continuiamo a subire imperterriti il capo del governo barzellettiere. Arrivano orde di profughi? Cosa fanno gli italiani? Cercano di arrestare i trafficanti di uomini? No, danno a chiunque sbarchi un documento purché se ne vada dal nostro paese. L'Europa assiste attonita allo spettacolo di un'Italia allo sbando. Oggi Berlusconi doveva premiare dei giovani laureati, le nostre eccellenze. A uno ha cercato di abbottonare la giacca criticando il suo abbinamento tra vestito e scarpe, le ragazze le ha invitate al bunga bunga, ha raccontato una barzelletta sul rettore. Se avesse mandato in sua rappresentanza Lele Mora, avrebbe fatto una figura migliore. Domani c'è una manifestazione di precari. Speriamo siano tanti e tanto arrabbiati.

Un passo dal cielo

la fiction del venerdì mattina è sempre una benedizione: ti fai una passeggiata in centro, vedi un film, rivolgi tre domande a un paio di divi, ti sorbisci la conferenza stampa e poi ti si spalanca davanti il week end. Oggi si trattava di Un passo dal cielo, sei puntate doppie che andranno in onda da domenica sera su raiuno. I due protagonisti sono Terence Hill e le Dolomiti: una volta tanto invece di fare orrendi pastrocchi come ricreare la Maremma in Argentina, la produzione ha scelto di girare vicino San Candido e i paesaggi sono la parte migliore del film (che tra l'altro è girato in alta definizione e quindi valorizza al massimo, prati, laghi, montagne, dirupi, foreste). Terence Hill è sempre Terence Hill: magro, scattante anche se imbalsamato, cortese, bello sguardo e poche parole, va a cavallo come pochi. Lo spot per l'Alto Adige poteva finire qui: il grande Terence che lo percorreva al galoppo. Invece ci hanno costruito intorno la trama giallo-rosa di tutte le fiction: un commissario napoletano che entra in competizione con la guardia forestale, ma poi ne diventerà il più grande fan, un'improbabile veterinaria bona (ma dal vivo Gaia Bermani Amaral è secca da far paura), la fidanzata napoletana del commissario che fa la parrucchiera e va a controllarlo; e macchiette varie, tra cui Francesco Salvi che fa il vice di Terence e Katia Ricciarelli che fa la sorella di Salvi. Non mancano una ragazza cieca che si innamora e la moglie di Terence caduta tanti anni prima in un dirupo. Se ci saranno gli ascolti, raiuno è pronta per Un passo dal cielo 2,3,4,5,6....

assorta

tangheros

giovedì 7 aprile 2011

un ristorante a Bohol

prima o poi questa richiesta doveva arrivare. La fidanzata filippina avrà messo in croce mio cognato, gli avrà detto, tuo fratello è un capitalista, hai visto che alberghi frequenta, che aspetti a chiedergli soldi? Al colmo dell’imbarazzo lui ha mandato un messaggio, ti interessa un buon investimento? Ho comprato un terreno, ci farò un bar-ristorante, è una zona ad alto incremento turistico. Mio marito, oberato dalle spese per la casa nuova, da sempre scettico su suo fratello in generale e sulle sue iniziative economiche in particolare, si trova davanti un bel dilemma. Fare il capitalista senza cuore o finanziare l’infinanziabile?

ci voleva il catechismo?

la prof di diritto della figlia ha portato la classe a seguire un’udienza in tribunale. Quel giorno c’erano due tunisini accusati di furto. La figlia è rimasta molto colpita da quest’esperienza e ha detto che da grande vuole fare il giudice o l’avvocato e far finire in carcere tutti i colpevoli. Fin qui tutto bene o quasi. Quello che mi colpisce è che le mancano i principi base dell’umana convivenza. Quando si esprime su temi vagamente politici dalla sua bocca esce un misto delle farneticazioni di Bossi e La Russa. Un esempio: si rappresenta il problema dei profughi dalla Tunisia come un’invasione di alieni e più in là non riesce ad andare. Certo c’è il gusto di provocarmi, scuotermi, farmi arrabbiare, ma c’è anche la consapevolezza della propria condizione privilegiata e la voglia di preservarla a ogni costo. Se avesse frequentato il catechismo, se qualcuno le avesse detto che siamo tutti fratelli, sarebbe venuta su meno egoista e razzista?

mercoledì 6 aprile 2011

L'arte dell'inganno


dopo il re in fuga e il ladro di suoni, nell'Arte dell’inganno Vittorio Giacopini, sceglie un nuovo alter ego: B. Traven, lo scrittore fantasma, e aderisce al suo personaggio con grandissimo slancio. Quando qualcuno fa notare a Vittorio che, oltre a seguire le poche tracce che costui sparse in più continenti, gli ha prestato la sua anarchia, il suo disgusto per il mondo letterario e molto altro, lui si schermisce, dice che scriverne è stato solo ricostruire una buona storia. E ricca di spunti è la non-vita di Traven: dalle misteriose origini forse tedesche da cui nascono i capitoli sulla sua fase politica, all'esilio messicano, al periodo della scrittura, fino al lungo declino. C’è del romanzesco nel libro, ma è marginale, Vittorio non si legge per vedere come va a finire la storia (tutte le storie finiscono male: moriamo, ha detto l’altra sera all’Auditorium), si legge per gli umori corrosivi (ce n’è per tutti e per tutto: Thomas Mann viene definito un “dannato trombone”, Breton, “un ruffiano saccente”, l’ispirazione è considerata “un mito cretino da doposcuola”, il buon selvaggio “una venerabile cazzata”); per la capacità di inventare, di ricreare dei mondi con il solo ausilio dell’immaginazione (scrive a proposito di Traven, ma le stesse parole valgono per lui: “il culto dell’esperienza diretta, è un po’ un feticcio; le storie – anche le storie vere – mica sono per forza vita vissuta, pedante ricerca sul campo o biografia"). Nell'epoca dell'ossessione della notorietà, ripercorrere l'ostinata ricerca di anonimato di Traven è una boccata d'ossigeno. Chissà chi sarà il prossimo spunto di rievocazione e identificazione di Vittorio.

i rari no

a mezzogiorno ero al montaggio, mi arriva un messaggio del figlio, ho tanto mal di testa, mi vieni a prendere? Stamattina l'avevo spinto ad andare a scuola anche se non si sentiva; non posso lasciarlo in balia del suo male, scatto. Corro a prendere la macchina a Teulada, vado a chiedere alla bidella di chiamarlo, lo porto a casa, mi rifiondo al montaggio per riuscire a chiudere il pezzo entro le quattro. Gli dico di mangiare e prendere un oki, di dormire un po'. Gli vieto tassativamente di tirar fuori call of duty, il gioco di spari, con cui passa i pomeriggi. Ora sono tornata, lui sta meglio e non può credere al fatto che il suo gioco oggi gli sia interdetto. Dico così pochi no, che vorrei fossero accettati senza discussioni. Vorrei.

martedì 5 aprile 2011

dopo il colloquio

oggi le parti sono rovesciate: sono io a entrare in casa alle quattro morta di fame e a mangiare i resti di quanto la figlia, l'ex fidanza e l'amica si sono da poco cucinati. Un occhio al telefono in attesa del giudizio sul servizio su Boris che ho appena mandato, la speranza di non dover tornare al montaggio. Il colloquio di ieri è stato molto incoraggiante; ho incontrato una persona simpatica. Anche lei è stata delusa da rai educational, anche a lei piacerebbe lavorare a radiotre (ma non è mai riuscita a ottenere neppure un colloquio) e chi l'ha visto lo considera più che un programma un modo di fare servizio pubblico. Siamo rimaste d'accordo che dopo maggio, appena finito tvtalk, passerò da loro a dare una mano fino a metà luglio, cioè al termine della trasmissione: un modo per imparare qualcosa di nuovo, per conoscere un ambiente diverso e farmi conoscere. Mi aspettano notizie ansa sugli scomparsi, una segreteria telefonica e delle schede da compilare: non suona molto eccitante, ma per me lo è; dopo mesi e mesi di futilità, non vedo l'ora di mettere le mani su qualcosa di sensato. Dopo andrò in vacanza e prima di partire cercherò di capire che succederà di me da settembre: il minimo che possa fare dopo un anno insoddisfacente è tentare di crearmi un'alternativa. Il telefono tace, il fidanza, o ex fidanza, ha ripreso la via di casa con la sua macchinetta, il figlio sta piantato in mezzo al salone a fare stragi davanti allo schermo, la figlia viene a sgridarmi perché mi sono fatta vedere a piedi nudi davanti ai suoi amici (strana idea del decoro hanno i giovani).

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lunedì 4 aprile 2011

il colloquio no

odio i colloqui di lavoro. Non sono capace di fare buona impressione. I primi che mi vengono in mente sono i peggiori che ho fatto: quello con la curatrice del programma Appunti di volo di Radiotre che, dopo un interrogatorio serrato sulle mie competenze teatrali e musicali, mi scartò per insufficienza culturale e quello qui a Educational che finì bene solo perché il mio capo attuale, dietro la torrenziale storia di donna ferita, reduce dalle notizie sul traffico, respinta dall'amata radio, con cui lo investii, scorse in me una solerte e affidabile lavoratrice. Sono anni che non affronto un colloquio e oggi alle sei me ne tocca uno. Dovrei star tranquilla, cercare di rievocare gli incontri riusciti (ce ne saranno pur stati), dopo tutto non è un lavoro che vado cercando, al massimo una nuova esperienza nel torbido mondo della televisione. Non vedo l'ora che siano le sette e il colloquio sia fatto e finito.

domenica 3 aprile 2011

in margine a Libri come

il bello di manifestazioni come Libri come è che improvvisamente il libro, da oggetto riservato a una comunità residuale, diventa qualcosa che attira le masse. All'Auditorium in questi giorni converge una folla variegata, ci sono giovani e anziani, bambini, uomini e donne, lettori accaniti desiderosi di vedere di persona il loro idolo e semplici curiosi; in libreria si formano file, le pile dei libri decrescono velocemente. Sulla formula degli incontri invece qualcosa da ridire ce l'avrei. Ho assistito in tutto a quattro presentazioni e ogni volta per un verso o per l'altro mi è balzata agli occhi l'inadeguatezza del "presentatore". Piperno era troppo accademico per Franzen, Goldkorn troppo in sintonia con la Krauss, Crovi troppo frivolo per Leonard. Vittorio Giacopini ha voluto che a presentarlo fosse Carlo Mazza Galanti, un giovane critico che non conoscevo. Mazza Galanti ha messo in relazione L'arte dell'inganno con i due libri precedenti di Vittorio e si è interrogato sul genere in cui iscrivere la sua narrativa. Ha parlato a lungo e in modo convincente ma quando Vittorio ha preso in mano il microfono se l'è divorato come una tigre con un topolino. Un Vittorio in gran forma ha fatto piazza pulita di ogni diatriba letteraria. Lui considera la saggistica morta, l'autofiction gli fa orrore, cerca belle storie da scrivere e cerca di scriverle bene. Era un fiume in piena Vittorio, è stato un piacere starlo a sentire. Ha ricevuto dai presenti due osservazioni ingenue e insieme rilevanti: una signora voleva sapere se aveva letto e com'erano i romanzi di Traven, il misterioso scrittore al centro del suo libro; un signore rilevava come lo stile un po' troppo "filosofico" del libro su Bobby Fischer gli avesse impedito di arrivare fino in fondo. Non si potrebbe pensare a presentazioni in cui l'autore dice quello che vuole su ciò che ha scritto e poi risponde alle domande del pubblico?

domenica pomeriggio

cosa c'è di peggio di un maschio in pigiama alle cinque del pomeriggio di una domenica di sole? Due maschi in pigiama alle cinque del pomeriggio in una domenica di sole: il marito e il figlio. C'è da dire che oggi sono riuscita a trasformare l'abbuffata domenicale a casa della suocera in una escursione in bicicletta, nel senso che siamo andati a mangiare la lasagna da lei pedalando (al ritorno con maggior fatica per via del cibo ingerito). Per sfuggire al triste spettacolo dei pigiamati io ora mi lavo i capelli e vado all'Auditorium a sentire la presentazione del libro del mio amico Vittorio, che ho cominciato a leggere stamattina e di cui quanto prima riferirò sul blog.

senza

menade

senza testa

sabato 2 aprile 2011

Elmore e Peter Leonard

all'incontro con Elmore Leonard sono andata con in borsa il suo Coyote a Hollywood da me tradotto. Mi sarebbe piaciuto alzarmi e chiedergli qualcosa di più su quel libro, ma anche se ci fosse stato il tempo per le domande (e non c'è stato), so che non l'avrei fatto. La sala Petrassi dell'Auditorium era semivuota: nonostante i libri di Leonard (una quarantina circa) siano stati largamente pubblicati in Italia, i suoi lettori sono pochi. E' uno scrittore molto americano, è passato dai western ai noir, scrive meravigliosi, spiritosissimi dialoghi, mettendo in scena come pochi, il bene, il male, l'intreccio tra i due, il fascino femminile e maschile, la meschinità, il coraggio, la spavalderia, l'incoscienza. E' nato nel 1925: fisicamente e caratterialmente è proprio come me l'aspettavo, magro e sarcastico. La vera sorpresa è stato il figlio, anche lui scrittore, presente all'incontro, Peter Leonard: faccia tonda e baffetti, aneddoti a raffica, gran voglia di accreditarsi come legittimo erede. E' stato lui a fare da spalla all'intervistatore Luca Crovi, che da solo con il grande Elmore che rispondeva a monosillabi avrebbe fatto ancor più fatica. Mentre il giovane Leonard si affannava a spiegare la genesi dei suoi personaggi, il suo stile, il suo passaggio dalla pubblicità alla scrittura, il vecchio Leonard aveva l'aria di un artigiano soddisfatto del proprio mestiere che padroneggia alla perfezione (i film tratti dai suoi libri? qualcuno bello, qualcuno brutto. Il mestiere di sceneggiatore? insopportabile. La naturalezza dei suoi dialoghi? basta stare a sentire come parla la gente. La prima stesura dei libri? a penna, a trascriverli ci pensa la figlia). Luca Crovi ha chiuso l'incontro dicendo che c'era stato fornito un ritratto a 360 gradi dell'autore. A parte il fatto che poche espressioni sono brutte come "a 360 gradi", più in superficie di così non si poteva stare.

La grande casa


nella Storia dell'amore era un libro, qui è una scrivania che passa di padrone in padrone l'occasione per l'intrecciarsi di storie che avvengono in luoghi e in tempi diversi. Di Nicole Krauss mi piacciono molto il rigore e l'intensità con cui affronta i suoi temi: la scrittura, la memoria, la solitudine, l'amore. Se la sua prosa ha un difetto è quello di usare sempre lo stesso registro; animata dal desiderio di far filtrare sulla pagina il dolore di cui trasuda la storia dell'umanità (dallo sterminio nazista degli ebrei agli omicidi nel Cile di Pinochet) Krauss non concede tregua ai suoi personaggi. Oggi all'Auditorium, a colloquio con Wlodek Goldkon, ha raccontato come scrive i suoi libri, partendo da un'immagine che per lei è la porta d'ingresso (nella Grande casa quella di un uomo che vede ogni giorno la moglie far il bagno in un laghetto e teme ogni giorno di non vederla riaffiorare) e poi costruendoci intorno le mura, i soffitti, le finestre e il resto. Ha detto che ognuno di noi si inventa il suo passato, pescando dai fatti trascorsi e tramandati quelli che l'hanno colpito; ha parlato della sua geografia emozionale che comprende Gerusalemme, Londra, Budapest, al pari di New York, dove è nata e dove la sua famiglia vive da due generazioni. Ha detto che scrivere è l'unica cosa che non l'annoia mai e che solo attraverso la lettura si può fare l'esperienza di entrare nella testa di un altro, di provare quello che prova lui. Non so se Nicole Krauss diventerà la grande scrittrice che promette di diventare, so solo che mi è parsa è una bella persona, lucida e sincera.

da Indianapolis

solo l'arrivo del ciclone Isabella poteva tenermi lontana dal blog. Ieri abbiamo fatto insieme un giro per Cola di Rienzo, poi siamo state a cena fuori con papà e Virginia. Mia sorella è una certezza: passano gli anni ma lei non cambia, sempre carina, sempre entusiasta, sempre chiacchierona e convinta di piacere a tutti, si fa piacere Indianapolis, l'America, il lavoro, minimizza le difficoltà della figlia, ne esalta il buon carattere e la docilità; il marito, sempre un po' infortunato, è l'unica cosa di cui si lamenta, ma lo fa con affetto e rassegnata ironia. Ora la porto in palestra con me, poi le preparo cannelloni e rostbeef, ma nel pomeriggio scappo all'auditorium a sentire la Krauss, Enzo Bianchi e Elmore Leonard.