giovedì 30 giugno 2011

il caso Mollicone

che l’Italia sia il paese dei grandi misteri insoluti e dei grandi insabbiamenti (chi è il colpevole della strage di Ustica, chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna) l’ho sempre saputo. Grazie a Chi l’ha visto? sto scoprendo un’Italia, altrettanto spaventosa, di piccoli (solo in senso numerico) misteri e insabbiamenti. Il caso di Serena Mollicone per esempio. Ieri se n’è parlato lungamente in puntata, perché a dieci anni dall’omicidio della diciottenne di Arce, in provincia di Frosinone, cinque persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Il padre di Serena non ha mai smesso di chiedere giustizia e, una volta terminate le indagini e chiuso il caso, solo la trasmissione televisiva ha continuato a dargli retta. Eppure i fatti parlano chiaro. Ad Arce girava molta droga, quasi tutti i ragazzi del paese la consumavano. Il giorno della sua scomparsa, Serena aveva litigato con un ragazzo biondo. Poi era andata alla caserma dei carabinieri. Peccato che il ragazzo biondo, drogato e spacciatore, fosse il figlio del maresciallo dei carabinieri. Con tutta probabilità fu nella caserma che Serena venne uccisa. Qualche giorno dopo il suo cadavere fu trovato in un boschetto. A condurre le indagini fu il maresciallo dei carabinieri e fece sparire la trascrizione della testimonianza di una barista che aveva visto la ragazza con suo figlio. Poi ci fu il suicidio di un carabiniere che era in caserma quel giorno. Si disse che si era ucciso per amore; la figlia sostiene che venne minacciato. Grazie ad analisi fatte sul dna si riaprono vecchi casi, si cercano prove incontrovertibili. Per dieci anni un padre e un figlio che avevano tutto da nascondere, sono andati in giro impuniti; che paese è quello in cui entri in una caserma per fare una denuncia e non ne esci viva, e che paese è quello in cui devi chiedere aiuto alla televisione per conoscere la verità sull'omicidio di tua figlia?

mercoledì 29 giugno 2011

l'orrido truffatore

oggi a Roma era festa, c'era un sole accecante, la zia ci aveva invitato in campagna, mi ero messa d'accordo con papà che sarebbe venuto a prenderci a ora di pranzo. Entrando in casa dalla palestra, l'ho visto accigliato. Mi ha detto che gli facevano un po' male i denti, ma si vedeva che c'era dell'altro. Con molta riluttanza mi ha raccontato che a Ponte Milvio, dopo aver comprato una crostata, era stato avvicinato da un tale. Questo aveva fermato la macchina, era sceso e gli aveva detto, ehi, che bello incontrarti, non mi dire che non ti ricordi di me. Papà, sempre cordiale, si era sforzato di capire chi fosse. L'altro l'aveva incalzato scherzoso, dove lavoravi tu? Papà aveva risposto, all'Enel. E il tipo, certo, è lì che ci siamo conosciuti, io poi me ne sono andato, ho cambiato mestiere, ora mi occupo di moda, anzi ho qui dei bei capi, te li posso regalare, sono di valentino, così ci fai propaganda, li dai alla signora. A quel punto papà ha cominciato a capire che qualcosa non andava, ha rifiutato i "doni", è riuscito a levarselo di torno. Prima però il tipo gli aveva chiesto l'e-mail per metterlo al corrente delle sue attività e papà aveva tirato fuori un biglietto da visita. Ripensandoci, stava molto scomodo all'idea che quello sapesse dove vive e gli sembrava di averlo già incontrato anni fa, con diverso aspetto, diverso modo d'approccio, ma anche allora con strani capi di abbigliamento da regalare/smerciare. Io credo che quell'uomo sia specializzato in truffe ai vecchietti e penso che sia un essere tra i più spregevoli al mondo. Lascia in pace i vecchi, uomo senza pietà.

Kew Gardens

I figli del buio


muovendosi tra l'oggi di un barbone che vive nelle gallerie della metropolitana di New York e l'inizio del Novecento in cui suo nonno scavava quelle stesse gallerie, Colum McCann costruisce un romanzo dal respiro epico e dal finale disperato: invece di raccontare l'ascesa di una famiglia, ne descrive la discesa agli inferi; invece dell'American Dream mette in scena l'American Nightmare, la perdita progressiva di ogni bene e ogni affetto, la vanificazione di tutti gli sforzi di elevazione sociale. Al centro del libro c'è la figura di Nathan Walker, un nero della Georgia, dotato di incredibili doti di resistenza. Sopravvissuto all'incidente sul lavoro in cui perde la vita il suo collega irlandese Con, Nathan resta affezionato alla vedova e alla sua bambina Eleanor. Da ragazza Eleanor si innamorerà di Nathan e la loro sarà una grande storia d'amore, vissuta tra mille difficoltà per il razzismo che investe le coppie miste. Il figlio dei due farà una brutta fine e così suo figlio, il barbone dell'inizio. La New York degli operai giunti in America da mezzo mondo, dei drogati, degli alcolizzati, dei marginali si dispiega davanti agli occhi del lettore, che spera invano in un po' di luce in fondo al tunnel in cui finiscono i personaggi, anche quelli animati dalle migliori intenzioni. Un libro conciso e potente, un'antiguida a New York che inquieta e ferisce.

martedì 28 giugno 2011

sollevata

giugno sta per andarsene e con lui le mie paure: la paura di non farcela ad affrontare un nuovo programma e una nuova redazione e la paura della visita di controllo della gamba del figlio da parte del professor Mariani (il sesto luminare consultato nell'arco di un anno). La visita l'abbiamo appena fatta, è durata pochissimo, si è capito che la diagnosi gli pareva molto incerta, ma era tranquillizzato dal ridursi progressivo del sintomo. Quanto alla nuova redazione, oggi abbiamo banchettato con la mia torta caprese. Mi hanno chiesto se era il mio compleanno; lì per lì non sapevo cosa mi avesse spinto a fare il dolce e a portarlo in redazione in bicicletta con il rischio di rotolare insieme al mio carico. A ripensarci, è stato il mio modo di festeggiare, di dirmi brava da sola: ho voluto affrontare una prova e non sono crollata. Domani sto a casa, manca solo una puntata, il più è fatto.

Hotel Patria

Il programma di Mario Calabresi in onda il lunedì su raitre in quattro puntate (manca solo l'ultima) ha molti pregi e molti difetti. Cominciamo dai secondi: una scenografia terribile, con il pubblico al piano di sopra come nel vecchio Macao di Gianni Boncompagni, e il conduttore al centro con l'ospite seduto su una postazione di fortuna (Jovanotti su un finto baule, Zingaretti alla scrivania di Montalbano); un dominio assoluto di Calabresi che sembra aver fatto tutto da solo (anche i servizi?); ospiti chiamati a commentare cose che non conoscono e non li interessano più di tanto; l'intento di infondere ottimismo negli spettatori mostrando storie di impegno e rinascita (come se i fallimenti non avessero pari dignità). E veniamo alle cose belle: la sigla e gli inserti grafici che introducono ai servizi; nella seconda puntata il racconto di come si vive e si muore a Casal Monferrato, dove la fabbrica di Eternit ha fatto e fa ammalare di cancro moltissima gente; nella terza l'esperienza degli educatori di Nisida, il carcere minorile sull'isola in cui si cerca di recuperare con la cucina, il canto, la bellezza della natura i giovani delinquenti campani, e le avventure di Giovanni Soldini, che sfida il mare da solo con la barca a vela. Mario Calabresi ha una bella faccia e sa raccontare, ma l'impaccio di stare in tv non l'ha superato, si dilunga, cerca gli appunti, avrebbe bisogno di una spalla. Hotel patria non è molto diverso da Vieni via con me ma fa un terzo dei suoi ascolti: per raddrizzarne la rotta, in un'eventuale prossima edizione, ci vorrebbe il know how di Fabio Fazio.

segnali

lunedì 27 giugno 2011

saldi anticipati

fare shopping può essere un'attività molto gratificante, ma dipende dai giorni. Ci sono giorni in cui entri in un negozio, e non vedi una cosa che ti si adatti. Ti concentri e riesci a pescare un vestito verde scuro senza maniche che ha l'aria carina e soprattutto fresca (hai pedalato fino al negozio nella pausa pranzo e fuori si muore). Addosso a te, però, il vestito fa pena, ti sta stretto sul seno, corto sulle ginocchione. Fai in tempo a gettare uno sguardo d'invidia sulla ragazza che si prova un abito blu da sera con cui sta benissimo, e ti rifugi nel camerino, decisa a sfilarti quel capo che improvvisamente trovi orribile. Uscendo dal negozio incontri la padrona che si rammarica di non averti incrociato prima e illustrato qualcosa di adatto. Rabbrividisci pensando al pericolo scampato, non era giornata da provarsi niente. Pedali verso la redazione, felice di non aver comprato, e soprattutto di non aver dovuto indugiare su un'immagine di te che ti metteva a disagio.

5 incipit da evitare

da quando ho letto per la Mondadori il suo libro Jacob Wonderbar, mi sono iscritta alla mailing list di Nathan Bransford, un ex agente letterario che scrive di cose editoriali, dispensando buon senso e buoni consigli agli aspiranti scrittori. Oggi mi è cascato l'occhio sugli incipit che lui considera da evitare, perché nell'abbozzo narrativo che avevo scritto a trent'anni e mai completato ero ricorsa al secondo dei cinque: un personaggio (io, e chi altro, se no?) si guarda allo specchio. Il mio incipit era più o meno questo: "Non sono andata al funerale di mia nonna. Mi guardo nello specchio e vedo la sua faccia affilata nella mia, che pian piano diventa più scarna." Gli altri inizi che non piacciono a Bransford? Un personaggio che si sveglia; un lungo dialogo non supportato da spiegazioni; un'azione prolungata e poco decifrabile; un personaggio che fa qualcosa e invece è morto. Il bello di Bransford è che argomenta con semplicità i suoi pareri, non si mette in cattedra, non dà regole, ma suggerisce e sollecita suggerimenti. Lo trovate digitando il suo nome.

domenica 26 giugno 2011

Settanta acrilico trenta lana


"Un tramonto improvviso eiaculò dietro i tetti uguali, e poi più niente, la bocca aperta della notte, il suo lento cariare la città e slinguazzare silenzi identici su ogni casa di Christopher Road": qui siamo a pag.156 del libro di Viola di Grado, ma potremmo essere a pag.1 così come a pag.189, è tutta così la scrittura di quest'esordiente di ventitré anni, celebrata dalla critica, tutta un'eiculazione, un vomito, un rutto, una mestruazione. La protagonista Camelia, una ragazza italiana che vive in Inghilterra come l'autrice, passa il tempo a lamentarsi del cattivo tempo e dei sorrisi falsi degli inglesi, a decapitare fiori e tagliuzzare vestiti; sua madre non parla, non si lava e non esce dal giorno in cui il marito è morto in un incidente d'auto con l'amante al fianco; il cinese di cui si innamora Camelia o è impotente o teme di esserlo e lascia che le sue fidanzate scopino con suo fratello. Se invece di comprare il romanzo su Amazon come faccio di solito, lo avessi sanamente sfogliato in libreria, lo avrei riposto nella pila in cui stava, tanto salta subito agli occhi la sua ripetitività linguistica, il suo inutile sfoggio di crudeltà verbale. Alla meticolosa ricerca di metafore il più schifose possibile si oppone la povertà dei dialoghi (non a caso si ricorre a una madre muta per ridurre lo sforzo di dar voce ai personaggi) e della trama (a un certo punto si vira verso il giallo, il cinese impotente uccide le ragazze che vanno con il fratello?, poi si abbandona quella traccia e si ricorre a un omicidio finale tanto per ripristinare la situazione d'inizio). Che pugnalata per me a libro finito leggere il giudizio del mio amico Pietro sull'aletta di copertina, in genere mi piacciono molto i libri che lui mi consiglia.

sabato 25 giugno 2011

risorta

venerdì mattina, svegliata all'alba da una telefonata di papà, sto bene, prendo il treno e vi raggiungo, sono andata a fare la spesa con il figlio. C'era un'aria bellissima, fresca e luminosa, e il mare sembrava una tavola. Camminando, mi sentivo tutta dolorante: mal di denti, un polpaccio contratto, i crampi alla pancia, la testa pesante. La giornata di mare mi ha rianimato, la spiaggia semi deserta, la lunga nuotata fino alla grotta, il giornale, il libro, la mancanza di fretta, il cinema serale con il marito disponibile nonostante fosse appena arrivato. Oggi un'altra giornata distensiva, la casa spalancata, sette a pranzo e dodici a cena, ragazzi che entrano e escono, ancora un bel bagno tra le onde. Sono rinata, risorta.

The Next Three Days


con mezz'ora di meno e un taglio delle smancerie iniziali tra coniugi sarebbe stato un bel film d'azione, uno di quelli che ti tengono con il fiato sospeso fino alla fine, che ti fanno dimenticare chi sei e dove sei. Russell Crowe, un po' gonfio (ma io non l'ho mai trovato particolarmente attraente), fa il professore, accudisce il figlio piccolo, va a trovare in carcere la moglie. L'hanno accusata di aver ucciso in un impeto di rabbia la sua datrice di lavoro, le prove sembrano schiaccianti, l'unico a essere convinto della sua innocenza è il marito. Esaurite le speranze legali, lui si mette a studiare su internet un sistema per farla evadere. E l'evasione rocambolesca, ostacolata da un'efficientissima ma sfortunata polizia, è il cuore del film, anche se arriva quando lo spettatore si è scocciato della coppia e della sua storia. La scena che ti fa saltare sulla poltrona del cinema? Quella in cui la moglie apre la portiera della macchina in corsa per buttarsi di sotto, per protesta di fronte alla decisione del marito di non portare il bambino nella loro fuga, mentre dall'altra corsia sopraggiunge un tir. Paul Haggis, sceneggiatore di Eastwood, e regista di Crash e Nella valle di Elah, ama mettere in scena situazioni estreme, personaggi dilaniati, e anche in questo film minore, da recuperare in un'arena estiva, riesce a smuovere il pubblico, a comunicargli un'emozione.

venerdì 24 giugno 2011

Sunset Park


distrutto dal senso di colpa per aver dato al fratellastro una spinta mentre discutevano camminando ai bordi di una strada, e averne così involontariamente provocato la morte, Miles va alla deriva. Abbandona gli studi per cui appariva molto portato, non dà più notizie di sé né al padre, un raffinato editore con cui condivide l'amore per i libri e quello per il baseball, né alla madre, una famosa attrice, più brava a recitare che a prendersi cura degli altri. Quando lo incontriamo la prima volta Miles è in Florida, dove ha incontrato la giovane Pilar, che ha riacceso in lui l'interesse per la vita. Costretto ad allontanarsi da Pilar dalla sorella di lei, che minaccia di denunciarli alla polizia perché la ragazza è minorenne, Miles torna a New York e va a stare con un amico e due ragazze in una casa abbandonata di Sunset Park. Di Paul Auster avevo letto in passato uno o due libri che non mi avevano entusiasmato. Sunset Park l'ho letto d'un fiato. Con uno stile estremamente fluido e insieme penetrante, Auster passa dalle vicende di Miles a quelle dei suoi coinquilini, a quelle dei suoi genitori: esemplari di umanità ferita, che si sforzano, nonostante tutto, di trovare un motivo per cui esistere. Mi è rimasta la curiosità di vedere il film I migliori anni della nostra vita, su cui in modo diverso ragiona ogni personaggio del libro.

giovedì 23 giugno 2011

verso Terracina

in redazione si brindava per l'eccezionale dato di ascolto di ieri. Ne ho approfittato per sgusciare fuori in anticipo. Ho pedalato veloce fino a casa. Tenendomi in bilico con una mano sola, ho chiamato papà per essere rassicurata sulle sue condizioni di salute. Stamattina, con voce da zombie, mi aveva raccontato un'orribile seduta dal dentista, che si era protratta oltre ogni limite temporale, sfinendo non solo lui, ma anche chi lo operava e chi assisteva all'operazione. Stasera però andava a Tivoli a un evento cultural-mondano con la sua amica Nicoletta, tanto male non doveva sentirsi. A casa ho radunato due cose e chiamato un taxi per la stazione. Io, il figlio, la figlia e la sua amica Livia avremmo dovuto prendere il treno delle 17,49. Era in ritardo di un'ora (e un'ora è la durata del viaggio). L'altoparlante ha parlato di un'occupazione dei binari di Napoli; rischiavamo di non partire neppure con il treno successivo. Siamo saliti su quello delle 18 per Terracina, che nel giro di pochi minuti si è riempito fino all'inverosimile. Ora scrivo in piedi pigiata tra il figlio e la parete accanto alle porte. Siamo tutti statue di sudore. Le ragazze si sono sedute sul pavimento lercio. Troveremo chi ci porta da Terracina a Sperlonga, o dovremo fare a piedi una ventina di chilometri? E io che mi pregustavo le ultime pagine del romanzo di Paul Auster che mi ha parecchio appassionato.









favo

mercoledì 22 giugno 2011

l'invidia per Fefo

Fefo o Stefano, vive in Svezia con l'amata moglie e le loro due figlie. Sul suo blog che è linkato qui a fianco, racconta giorno dopo giorno con tono brioso i progressi delle due bambine. Leggerlo mi provoca due sentimenti contrastanti: il piacere di fantasticare su una famiglia armoniosa e l'invidia per un'attitudine, la sua, sempre positiva. Fefo e Anette vivono in un favoloso mondo in cui le figlie sono inevitabilmente affettuose, le maestre gentili e preparate, i datori di lavoro comprensivi, i nonni presenti e disponibili. Lui non perde mai la calma, lei non è mai isterica, le bambine non sono mai insopportabili. Ha un sacco di gente che lo legge ogni giorno e commenta tutto quello che scrive. Vorreiesserefefo.

la scenata

alle dieci e mezza ieri sera dormivo. Mi ha svegliato un'ora dopo il marito inferocito. La figlia non era ancora rientrata e non rispondeva al telefono. Mi ha urlato, ecco, l'hai fatta uscire e ora non sappiamo dov'è, a che ora doveva tornare? Alle undici e venti, ho risposto, frastornata dal sonno e dalla preoccupazione. Non sembrava più lui, sembrava d'un tratto suo padre, un uomo collerico, che quando era arrabbiato non sentiva ragioni. Mi sono messa a scrutare il piazzale buio dalla finestra e i peggiori pensieri mi hanno attraversato la mente. Volevo chiamare la sua amica Livia, ma non avevo il numero di telefono e rimediandolo, temevo di sentirmi dire che non era con lei. E' arrivata poco prima della mezzanotte e lui l'ha aggredita, non esci più, il telefono è sequestrato. Continuava a urlare come un ossesso, ce l'aveva soprattutto con me, mi accusava di non fare la madre. La figlia, che mi aveva detto che sarebbe andata con altri da un'amica che abita qui vicino, ha impapocchiato una storia su un'altra amica con una crisi d'asma. Mi sono nuovamente stesa a letto al buio, solo che a quel punto il sonno se n'era andato. Lui dopo poco russava. I nostri genitori, con i loro difetti, ci abitano, e ogni tanto spuntano fuori e ci fanno agire come se fossimo posseduti da un'entità aliena. Lui non è quel tipo di padre, tutto divieti, scenate e punizioni; è un uomo mite e ragionevole, e non potrebbe esserlo neppure volendo, non c'è mai, che controllo può avere sui figli, che autorità è mai la sua? Stamattina guardandomi allo specchio ho visto una vecchina ingrigita. Che fatica inforcare la bici e andare al lavoro.

martedì 21 giugno 2011

lavorando s'impara

elenco delle cose che vado scoprendo su di me attraverso questo nuovo lavoro:
• ho bisogno di occhiali da vista, spalmare la faccia sullo schermo del computer non è una soluzione al problema
• non esistono redazioni perfette: ovunque ci sono i simpatici e gli antipatici: quelli con cui commentare volentieri le notizie del giorno, quelli che ti raccontano la loro vita e ascoltano con interesse la tua, quelli con cui non capita mai di prendere il caffè, quelli che un caffè te lo manderebbero storto
• a ispirarmi amicizia sono sempre le persone defilate, quelle che non ci credono più di tanto, i rampanti non mi piacciono né io piaccio a loro
• la televisione ha le sue leggi e capirle è al di là della mia portata
• la redazione in piena città è molto più piacevole della redazione vicino alla caserma dei pompieri
• non c’è lavoro al mondo che dopo otto ore non mi faccia venire voglia di scappare a casa e togliermi le scarpe

lunedì 20 giugno 2011

dopo la trasferta

ieri sera è sceso dal pulman a mezzanotte passata, stamattina dormiva: per riabbracciare il figlio di ritorno dalla trasferta di pallanuoto ho dovuto aspettare le sei di pomeriggio, il mio ritorno dal lavoro. L'ho trovato più alto, più magro, più muscoloso e più colorito: bene. Siamo usciti a fare due passi all'auditorium, mi ha raccontato dei compagni di viaggio. Alcuni simpatici come quello che gli ha prestato il cellullare per comunicare con noi perché il suo non prendeva; altri terribili, come quelli che hanno distrutto mezzo albergo (finestre rotte, letti sfondati, con gli allenatori che cercavano di nascondere i danni e alla fine hanno tassato tutti per rimborsare l'albergatore), e quelli che facevano il saluto romano e dicevano che anche Superman era fascista perché aveva sempre il braccio alzato (sic). Per fortuna il figlio sembra saper scegliere i suoi amici.

domenica 19 giugno 2011

Tutti per uno


il titolo originale del film è Mani in alto, e in effetti una delle sequenze più impressionanti è quella in cui i quattro ragazzini nascosti escono alla luce del sole con le mani in alto, dichiarando così la loro resa agli adulti. Al regista Romain Goupil riesce l'impresa più ardua, quella di raccontare in modo credibile la passione reciproca tra due undicenni, un francese e una cecena; mentre la denuncia delle persecuzioni contro gli immigrati clandestini nella Francia di oggi viene solo abbozzata. Per evitare che Milana sia cacciata via con i suoi genitori, Blaise, il compagno di scuola che ne è innamorato, convince la madre a ospitarla da loro. La vacanza della piccola cecena con gli amici francesi in Bretagna è descritta benissimo: Milana soffre di non soffrire, di divertirsi troppo e di non pensare alla sua famiglia in difficoltà. Tornati a Parigi, i ragazzi decidono la fuga in compagnia della sorellina di lui e di un amico: si nascondono nello scantinato di un grande magazzino, già loro rifugio segreto, e dividono il cibo che si sono portati con un topo che ha appena partorito. Valeria Bruni Tedeschi interpreta con convinzione la madre di Blaise, una donna impulsiva che si mette contro tutti per difendere i suoi principi; peccato che un brutto doppiaggio (un autodoppiaggio?) rovini l'effetto dei dialoghi. Bruttarella e un po' inutile anche la cornice ambientata nel 2067.

sabato 18 giugno 2011

al supermercato!

al liceo della figlia oggi sono usciti i quadri. Lei ci ha chiamati entusiasta, neanche un debito! (è vero che un genitore dovrebbe essere felice dei buoni voti della figlia e non del fatto che non è stata rimandata a settembre, ma tant'è, e poi il suo bell'otto in matematica lo ha conquistato). Era così euforica che ci ha scritto, tornate! L'abbiamo chiamata dal negozio di mattonelle, pensando che come al solito si fosse scordata di prendere le chiavi di casa, e invece voleva proprio che noi tornassimo, che festeggiassimo con lei la pagella. E' venuta con noi al supermercato e non, come ci ha tenuto a puntualizzare, per riempire il carrello di "schifezze" (ha deciso di stare attenta alla linea), ma per stare con noi. Da non crederci. Datele una pagella al giorno.

Storia naturale di una famiglia


una famiglia come tante: padre madre e due figli. Il padre fa il direttore di banca e corteggia ogni donna; con la moglie sono continui litigi. Bianca, la figlia, li osserva e li paragona/si paragona ad insetti. Una sera a cena al ristorante cinese una telefonata mette fine alla vita familiare: basta una domanda da parte del figlio e il castello di bugie viene giù. I figli perdono il padre che va a stare con l’altra donna. Poco dopo lo perdono un’altra volta e in modo definitivo: è malato, ha un tumore, gli restano pochi mesi. La madre decide di cambiare casa, i figli non sono d’accordo. E’ il vicino di casa che suona la chitarra e parla con Bianca attraverso il muro a riaccendere nella ragazza la voglia di vivere. Ester Armanino, la cui giovane età m’insospettisce e indispettisce (prima dei trent’anni non si dovrebbero scrivere romanzi, ho sempre pensato), scrive frasi brevi, limpide, racconta il succedersi delle stagioni, le vacanze al mare, i pasti familiari, gli imbarazzi davanti ai parenti, l’invidia e l’odio per la cugina, l’affetto per la madre in difficoltà, lo smisurato amore per il padre perduto. Scrive bene Ester Armanino. Una citazione per tutte, p.155, la madre dice alla figlia: “devi imparare a difendere il tuo dolore, a lasciarlo crescere assieme a te perché è una cosa preziosa e nessuno lo potrà mai trattare quanto vale”.

venerdì 17 giugno 2011

timone

ritrovamenti e scomparse

l'ottantenne sparito mentre andava a fare la spesa è stato ritrovato: era finito in ospedale e aveva detto agli infermieri di non avere parenti. Poi gli è venuto un ictus, ha perso la parola, l'ospedale ha cercato sul telefono gli ultimi numeri e ha chiamato la figlia. Lei è passata dalla preoccupazione per il padre perso all'angoscia di doverlo accudire in tutto e per tutto, senza avere i soldi per farsi aiutare. Mi confida questa pena, ringrazia il programma: ora non c'è più la televisione ad aiutarla, è sola con il suo immenso problema. Una signora esce di casa per la sua passeggiata quotidiana e non fa più ritorno: parlo al telefono con il marito e mi stupisce la sua fretta brutale. Non vuole dirmi niente di lei, bofonchia, era depressa, le solite discussioni, niente di serio. Riesco solo a estorcergli che aveva fatto l'operaia e ora è in pensione, che hanno due figli quarantenni che vivono in casa con loro. Richiamo per la denuncia che non è arrivata, mi risponde un figlio che è ancora più brusco del padre. Dalle dichiarazioni fatte dai familiari ai carabinieri trapela il sospetto che la donna sia andata via con un' amica. Guardo la foto: una faccia grassoccia, cordiale. Me la immagino come una Thelma attempata, che non ne può più degli uomini cupi che l'aspettano a casa. Va da Louise e insieme si danno alla fuga. Anche qui la televisione può fare ben poco, scappa Thelma, scappa finché ne hai la forza. (Magari è tutto il contrario, il marito è dolcissimo, anche se riservato, i figli sono bravissime persone, lei non vede l'ora di riabbracciarli; chissà, con le ipotesi bisognerebbe andarci piano, mentre la mia fantasia alle prese con brandelli di realtà si scatena.)

verso lontani lidi

chissà se a quest'ora sono ancora sul primo o sono saliti sul secondo o sul terzo aereo mia sorella suo marito e i tre figli. Il primo è diretto a Singapore, il secondo a Bali, il terzo non mi ricordo più dove. Le prossime tre settimane la famiglia Giardini si aggirerà per l'Indonesia, passando da una quattro giorni di sub intensivo all'esplorazione di una zona vulcanica, a isole sperdute e selvagge. Alla fine della "vacanza" la più grande tornerà in Svizzera per affrontare gli esami del primo anno di architettura, gli altri andranno a Singapore: i due ragazzi a scuola, i genitori all'università a lavorare. Non bastava Zurigo, ci volevano anche tre mesi a Singapore per allargare i loro orizzonti. Sarà che sono parecchio esaurita, ma il loro piano di viaggio e di permanenza mi ha stancato solo a sentirlo.

invisibile

giovedì 16 giugno 2011

la mamma di Giorgia

non conosco la mamma di Giorgia. In realtà conosco poco anche Giorgia se non da lontano (lei lavora a Milano, io a Roma), so che è una bella persona, che ha trent’anni e ne dimostra quindici, che arrossisce spesso ma è molto determinata, che è leale, romantica e ama i bambini. Giorgia è ospite a casa mia. E’ venuta a vedere da vicino il programma a cui collaboro ora, che lei segue con interesse. E’ stata accolta con molto calore dagli autori che la conoscono per i suoi interventi in video. Ieri sera Giorgia ha chiamato sua madre, e lei le ha detto, l'importante è che non rubi il lavoro alla tua amica. Non conosco la mamma di Giorgia, ma mi rassicura pensare che ci sono ancora mamme così, che si preoccupano non solo delle loro figlie.

pensieri regressivi

quattro giorni di trasferta a Tropea con la squadra di pallanuoto: il figlio è partito stamattina tranquillo e contento. Il che mi fa piacere, ha solo tredici anni, i compagni li conosce da qualche mese, vuol dire che non ha problemi di socializzazione, che la pallanuoto gli piace sul serio. Però sono anche un po' in ansia: si stancherà, gli daranno troppi calcioni, il viaggio è lungo, lo faranno dormire, faranno scherzi goliardici di notte, si brucerà al sole di giorno? Meglio a Tropea con amici che davanti alla televisione, ma saperlo lontano non mi lascia del tutto tranquilla. Che belli i bebè che stanno appiccicati alle mamme.

le cose belle

la voce di Francesco al telefono che intona, mi è scomparsa la cugina, chi me la cercherà? Francesco che dice, abbiamo commentato tante sconfitte elettorali nei nostri pranzi alla Dear, ora che avremmo da festeggiare non sei qui, Francesco che di corsa fa il riepilogo dei film che ha visto per sapere cosa ne penso e dice che mi richiamerà non appena avrà scritto un'altra canzone per me. Il panettiere che mi infila nel pacchetto un pezzo di pane di segale omaggio, perché gli ho detto che è buono. Invisibile a quasi tutti, non a tutti: è un bel sollievo.

mercoledì 15 giugno 2011

Le donne del 6 piano


tutti abbiamo bisogno di un sesto piano, di un luogo anche spoglio, anche squallido, in cui essere noi stessi in compagnia delle poche persone a cui teniamo veramente: e’ questa la morale delle Donne del sesto piano di Philippe Le Guay. Un film, come spesso accade nel cinema francese, tutto giocato sulle espressioni dei protagonisti: i sorrisi contagiosi delle domestiche spagnole che lavorano sodo, ma sanno divertirsi, e l’aria scocciata, sperduta, perplessa e poi entusiasta di Jean Louis (Fabrice Luchini), l’esperto finanziario che scopre la felicita’ all’ultimo piano di casa sua, lontano dagli obblighi lavorativi e mondani. Ispirandosi all’incontro avuto da bambino con un’affettuosa tata spagnola, il regista racconta gli anni sessanta, il perbenismo di una famiglia borghese irrigidita in stanchi rituali: il padre a cui basta un uovo alla coque cotto male per rovinarsi la giornata, la madre che passa dalla manicure alla partita a carte con le amiche per riempirsi la giornata, i figli arroganti e reazionari relegati in collegio. L’arrivo della cameriera spagnola Maria rivoluziona la vita familiare. Muovendosi con leggerezza tra stereotipi legati alle nazionalita’ e contrapposizioni di classe, il film ci dice che la felicita’ e’ dietro l’angolo, anzi al piano di sopra, basta avere il coraggio di guardarsi dentro e salire qualche piano di scale.

partecipa

martedì 14 giugno 2011

al piper

c'è comparsa davanti in uno dei suoi miniabiti neri, con dei tacchi sproporzionati, i capelli lunghi perfettamente allisciati. Invece che quindici-sedici-tra-quattro-mesi sembrava avere vent'anni. Andava al Piper. Il Piper? Quando ero una ragazzina io, il Piper, la discoteca dei Parioli, era un luogo remoto frequentato da gente che mi faceva paura. Probabilmente se li guardassi in faccia i ragazzi che vanno oggi al Piper mi farebbero paura. Dove ho sbagliato? Perché invece di mettersi una maglietta colorata e andare in piazza a festeggiare i referendum, mia figlia, a cui dei referendum non importa proprio niente, si mette il miniabito, i tacchi e va al Piper?

carbone

lunedì 13 giugno 2011

basta celentano

felice del risultato dei referendum, ma basta con Celentano. Celentano sulla sette, Celentano su raitre, ci manca solo Celentano leader della sinistra e ispiratore della politica energetica e abbiamo chiuso. Quante chiacchiere inutili nel post referendum.

Corpo celeste


il personaggio più emblematico di Corpo celeste è la catechista, un donnone che non ha la più pallida idea di quello che spiega ai ragazzi. Siamo nella periferia di Reggio Calabria, la regia segue Marta, una tredicenne appena tornata dalla Svizzera con la madre e la sorella mentre partecipa a una preparazione alla cresima che sembra un provino televisivo. L’occhio critico di Marta si posa su un paesaggio umano degradato tanto quanto quello urbano: da una parte ragazzine truccate e travestite che cantano canzoni di chiesa dimenando le anche, un sagrestano killer che affoga gattini appena nati, un prete che fa firmare ai parrocchiani l'impegno a votare pdl e la catechista appunto che fa imparare tutto a memoria; dall’altra palazzoni senza soluzione di continuita’, discariche a cielo aperto, una chiesa di cemento con all’interno una croce fluorescente. Marta è un coacervo di domande inespresse; respinta dalla sorella maggiore, si rifugia nella madre che incontra tra le lenzuola prima che questa affronti il turno di notte in panetteria. Il film di Alice Rohrwacher è un pugno nello stomaco; ci mostra, senza commentarla, un’Italia brutta e incosciente. Fa bene il vecchio crocefisso di legno a precipitare dal tetto della macchina in mare, sottraendosi alla cerimonia lungamente preparata. Bravi tutti, attori professionisti e non, e molto brava la regista che si è scritta questo film originale e amarissimo.

domenica 12 giugno 2011

Cancellazione


nella prima pagina del romanzo Cancellazione di Percival Everett Monk, il protagonista, si presenta: è uno scrittore e poi è anche “un figlio, un fratello, un pescatore, un amante dell’arte e un falegname”. Il colore della sua pelle è marrone scuro, ha i capelli ricci e il naso largo. Si è laureato ad Harvard, è bravo in matematica, non gioca bene a basket, non sa ballare, è cresciuto in un’agiata famiglia di medici. Insegna all’università e scrive romanzi metaletterari che leggono in pochi, ma gli va bene così. Poi tutto va a rotoli nella sua vita: la sorella ginecologa viene uccisa da un fanatico antiabortista, la madre ha l’Alzheimer a uno stadio sempre più avanzato, il fratello rivela la sua omosessualità ed è incapace di pensare ad altro. In un impeto di rabbia Monk butta giù un romanzo caricatura tutto pieno dei luoghi comuni sulla popolazione afroamericana dei ghetti e con grande stupore suo e del suo agente ha un immediato successo di critica e di pubblico. Cancellazione è un bellissimo romanzo sugli stereotipi che governano la nostra vita, sui ruoli in cui la società ci incasella, sulla difficoltà di affermarsi restando se stessi.

sì, sì, sì, sì


alle dieci eravamo giù ai seggi e prima di votare abbiamo atteso qualche minuto perché c'erano un paio di persone davanti. Buon segno. Dei quattro sì quello che mi ha dato più soddisfazione è stato quello messo sulla scheda verde oliva. Vuoi abolire il legittimo impedimento? Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì.

ringraziamento

sabato 11 giugno 2011

saper vivere

è di passaggio a Roma mia sorella Isabella: l'hanno mandata a Praga per un convegno e ha fatto tappa qui per salutare papà. Mentre io trasformo il bello in brutto vedendo il marcio anche dove non c'è, Isa fa l'opposto, trasforma i problemi in opportunità. Suo marito l'assilla con una gelosia patologica, immaginando che ogni uomo la desideri? Lei lo tiene a bada e si gode la sensazione di essere molto ambita. Saper vivere è un dono, c'è chi ce l'ha e chi non ce l'ha.

padri e partite

di padri che si sgolano facendo il tifo per i figli alle partite, che arrivano a minacciare gli altri padri, se non ad alzare le mani, è piena Roma. Orridi. Ma c'è l'eccesso opposto: mio marito. Per lui la partita del figlio semplicemente non esiste, non è una voce in agenda. Che bello che i figli facciano sport, che bello che vadano in giro a gareggiare e che ci sia il padre di qualcun altro che li accompagna. Stop. Oggi il figlio aveva la semifinale del campionato di pallanuoto a Monterotondo. A dirgli che ce l'avrebbe portato il padre, sono stata io. Il figlio era molto dubbioso, non sapeva se si poteva fidare. E in effetti stamattina il marito era nervosissimo, dopo una mattina passata a scegliere il parquet per la nuova casa, si sarebbe appisolato per tutto il pomeriggio e l'idea di arrivare fino a Monterotondo lo angustiava parecchio. Sono andati. Al ritorno erano felici in due. Ogni tanto c'è bisogno di un padre convenzionale.

venerdì 10 giugno 2011

l'ultima al mondo

con il bel sorriso, l'aria franca e gentile che la contraddistinguono, Giulia a volte mi dice cose esatte e terribili. Parlavamo oggi di mia figlia e lei ha osservato, certo che tu sei l'ultima persona al mondo a cui un'adolescente racconterebbe un segreto. E' proprio così, tanto io vorrei sapere di questo nuovo fidanzato di mia figlia, tanto lei si impegna a tenermi all'oscuro di tutto. Non vuole che io ne faccia oggetto di narrazione con amici e parenti e tanto meno che diventi un personaggio del blog. Devo solo sperare che sia lui a uscire dall'armadio prima o poi.

graffiti

giovedì 9 giugno 2011

la rosa

il marito entra nella stanza della figlia e mi dice, hai visto la rosa? Sulla sua scrivania, ancora avvolta nella carta trasparente, c'è una rosa alta quasi come me. Le dico, chi te l'ha regalata, lei mi spinge via. Riesco ad aggiungere, devi metterla in acqua. Lei me l'allunga dicendo, metticela tu e chiude la porta. Con la rosa rossa in mano vado a cercare il vaso. Alla sua età (alla mia età) una rosa così mi avrebbe fatto (mi farebbe) battere il cuore. Lei non sa che farsene. Chissà quante ne riceverà.

Vinchio

nella golf nera

scorro le agenzie a caccia di scomparsi e di delitti insoluti e l'occhio mi cade su altre notizie: a cinquant'anni si ingrassa un chilo l'anno (oddio, a sessant'anni sarò una botte?); nel Lazio ci sono 2.300 detenuti in più di quanti potrebbero ospitarne le carceri; i bambini nati in primavera si ammalano di più di quelli nati in autunno (ma sarà vero? il figlio non si ammala mica più della figlia); il cda della rai non riesce ad approvare i palinsesti (il che vuol dire che non partono gli investimenti pubblicitari a tutto vantaggio di mediaset). Esco dalle agenzie e mi immergo nella segreteria telefonica: ancora tanto Parolisi colpevole (per me lo è soprattutto di non saper parlare italiano, come fa un istruttore a esprimersi così male? Non fa una gran propaganda all'esercito italiano uno come lui) e tante storie di figli sottratti ai genitori da assistenti sociali malevoli o ritenuti tali. Mentre pedalo verso casa la testa mi rimbomba di tutte queste e altre voci. A pochi metri dal mio garage, come tutti i pomeriggi, la prostituta biondastra e sfiorita attende nella sua golf nera i clienti pomeridiani, controllandosi il trucco nello specchietto. Le sue giornate lavorative saranno più o meno stancanti delle mie, più o meno interessanti?

mercoledì 8 giugno 2011

senzavoce

erano settimane che preparava il suo intervento sul nucleare. Siccome mi usa come stampante, papà me l'ha mandato a puntate, man mano che lo scriveva (e io, fetente come al solito, non l'ho neanche letto). Poi l'ha rielaborato in Svizzera, durante la sua visita a Maddalena, sfruttando la competenza di geofisico di suo marito Domenico. Domani è il grande giorno e gli è completamente andata via la voce. Oggi si è comprato delle caramelle in farmacia, stasera si vede con i membri del comitato, ma il problema è che non ha slides, tutto era affidato alla sua potenza retorica. Che disdetta. Che si può fare per far tornare la voce a un vecchio signore alla vigilia di un evento che gli sta molto a cuore?

il ponte della musica

oggi al ritorno dal lavoro (un grande vantaggio della mia occupazione attuale è che ho rispolverato la bici come mezzo di trasporto quotidiano) ho attraversato il nuovo ponte della musica. Mi è sembrato molto bello: in una giornata luminosa più che passare sopra al Tevere sembra di starci dentro. E' molto ampio e al momento si percorre solo a piedi o in bicicletta. Intorno fervono ancora i lavori, le rive del fiume sono tutte da rimettere a posto. Il ponte congiunge i due quartieri che mi sono più cari, il Flaminio in cui vivo e in cui sono cresciuti i miei figli e Prati dove ho iniziato a lavorare. Passandoci accanto in macchina di notte la settimana scorsa l'ho visto tutto illuminato e pieno di gente. Un ponte nuovo serve anche a questo: a trovare un motivo per uscire di casa la sera a fare due passi.

brasile

martedì 7 giugno 2011

La sola idea di te


per una volta non sono in grado di dire se La sola idea di te sia un grande libro o un libro medio; so solo che mi ha commossa sin dall’inizio e più mi inoltravo nella narrazione più mi commuovevo fino ad arrivare a terminarlo in un fiume di lacrime (forse sono un po’ scossa di mio). Nelle prime pagine l’autrice racconta in modo molto sobrio e molto efficace il momento in cui una mamma si deve separare dalla sua bambina, senza sapere se la rivedrà. Siamo a Londra nel 1939: stanno per cominciare i bombardamenti nazisti, i bambini vengono mandati in campagna dalle famiglie disposte a ospitarli. Roberta porta Anna a fare acquisti, le compra tutto quello che vuole, la coppa di gelato, il costume da bagno; sembrano felici insieme, la mamma nasconde la sua pena immensa per non turbare la figlia. Anna prende il treno e finisce insieme a molti coetanei nella splendida villa degli Ashton, riadattata per loro a istituto scolastico. Nel libro c’è la tragedia della seconda guerra mondiale, ma c’è anche un triangolo amoroso che mi ha fatto stare con il cuore sospeso: Thomas Ashton, affascinante, colto e gentile; Elizabeth, la moglie che non lo ama più ma vuole un figlio a tutti i costi; Ruth, la giovane insegnante appassionata. Anna è testimone di quanto accade tra gli adulti: non arriva a capire tutto, ma concepisce a sua volta un enorme attaccamento verso il padrone della villa, l’uomo che le sta vicino nel momento per lei più doloroso. Rosie Alison sa raccontare il tempo che passa e si trascina dietro vecchi traumi; sa mettere in scena istanti di acuta consapevolezza di sé da parte dei suoi personaggi; sa infine descrivere con tanto slancio il paesaggio inglese che viene voglia di partire e di perdersi in un parco in Inghilterra.

lunedì 6 giugno 2011

500 500

il mio primo scomparso

mi sono fatta raccontare dalla figlia dell'anziano scomparso le circostanze dell'accaduto e ho compilato una scheda. Mi è stata corretta: avevo scritto pelato al posto di calvo, ed era troppo impersonale, dell'uomo sparito mentre andava al mercato si evidenziava solo che amava star solo ed era abitudinario. Riparlando con la figlia ho scoperto che l'ottantacinquenne vedovo ama cucinare e badare alla casa e trent'anni fa faceva il benzinaio. Ora la sua foto è sul sito del programma e se qualcuno l'ha visto può segnalarlo e salvarlo da una brutta fine. Questo è il bello di Chi l'ha visto.

domenica 5 giugno 2011

a Ponza

non potevamo festeggiarlo meglio il compleanno di Stefano. Mare piatto, sole, la bianca scogliera di Ponza come sfondo a un bagno nell'acqua pulitissima e fredda, i ragazzi che ridevano, si scambiavano la musica dalle cuffiette e si arrostivano a prua, recriminazioni ridotte, atmosfera rilassata. La carica di cui avevo bisogno.

Paesaggio con incendio


ci sono due linee narrative in Paesaggio con incendio di Ernesto Aloia: la prima e la più convincente è quella che riguarda il protagonista Vittorio, un quarantenne addolorato dalla recente morte della madre; la seconda riguarda l’atmosfera di Castagneto, il paesino dell’Abruzzo, in cui Vittorio è solito andare d’estate con la moglie e la figlia. Alla sofferenza di Vittorio, che non riesce a ricordare la madre se non distesa a letto e priva di forze, fa riscontro la sofferenza che serpeggia nel paese: c’è Pietrino che persiste in una folle gelosia nei confronti della sua ex fidanzata ora sposata con un altro e madre di due bambini e c’è Nevio che ha la sindrome di Down ed è sempre preda di amori immaginari. Aloia racconta l’ultima estate a Castagneto con accenti forti e sinceri: la paura di diventare padre un’altra volta, dopo aver sperimentato la morte nei suoi aspetti crudeli; il groviglio di risentimenti che avviluppa gli abitanti dei piccoli paesi; il bisogno di voltare pagina, di crescere, di allontanarsi dal se stesso bambino. Una scrittura al di sopra della media dei romanzi italiani.

venerdì 3 giugno 2011

venerdì nero

sul lavello i piatti sporchi ammontano a sei (la figlia prima mi ha chiamato per dirmi che veniva Livia a pranzo, poi ha aggiunto due amici). Nel sacchetto dove dovrebbe esserci solo la plastica trovo: innumerevoli fazzoletti di carta sporchi, l'involucro degli hamburger, quello dei bastoncini di pesce, una scatoletta di tonno, carte di merendine e patatine, vasetti di yogurt. Camminando scalza per casa sento sotto i piedi una fastidiosa fanghiglia, evidentemente i ragazzi non si sono tolti le scarpe. Le finestre sono spalancate nel tentativo di cacciare via il fumo (chissà dove avranno buttato le cicche). E la figlia non c'è, è all'auditorium a prendersi un caffè (con tutto quello che si sono mangiati...). Come madre non valgo una cicca, non ho un minimo di autorevolezza; come lavoratrice meno che meno. Quest'esperimento estivo mi sta insegnando una cosa: io non sono fatta per la televisione né lei per me. Che bel venerdì.

giovedì 2 giugno 2011

The Housemaid


l'inizio è folgorante: una ragazza si sporge da un cornicione, mentre di sotto la strada è piena di gente che ride, discute, va in motorino, mentre le cuoche cucinano e qualcuno balla in una palestra. La ragazza si butta di sotto, arrivano un’ambulanza e la polizia; in terra un corpo pieno di sangue, intorno una folla curiosa. Poi la scena cambia, di quella morte non sapremo più nulla: il resto del film di Im Sang-soo, che oppone una giovane povera e innocente a una famiglia ricchissima e corrotta, è ambientato in una gelida villa (a suggerire la sensazione di freddo ci sono la neve che la circonda e i marmi bianchi gialli e neri che la pavimentano). Euny viene assunta come cameriera e baby sitter: è al settimo cielo, indossando la divisa e le scarpette con il tacco a spillo si sente come Cenerentola al ballo. Le piace la sua padrona incintissima di due gemelli, le piace la piccola Nami e soprattutto le piace il padrone di casa: alto, magro, elegante, palestrato, suonatore di pianoforte nel tempo libero e sorseggiatore di vino rosso. Quando lui va a trovarla di notte, Euny è felice come se fosse il principe azzurro. La tragedia che ne consegue è prevedibile per tutti, tranne che per Euny, che essendo sprovvista di malvagità, non sa difendersi da quella altrui. Uscendo dal cinema, come spesso accade, io e Antonella abbiamo discusso animatamente. Lei entusiasta del finale e di tutto il film, io molto più perplessa. Di Housemaid, oltre alle immagini iniziali, mi hanno colpito due figure: la vecchia cameriera, abituata a fare la spia, che si fa schifo da sola, e Nami, la bambina, che alla babysitter che le fa i complimenti per la sua gentilezza, risponde, me l’ha insegnato papà, non è che siamo cortesi, è che così otteniamo di più dalla gente.

Colla


un anno fa più o meno in questo periodo eravamo a Edimburgo ad accompagnare la figlia a studiare l’inglese. In quell’occasione ho scoperto Alexander McCall Smith, l’autore della piacevolissima saga 44 Scotland Street, una serie di romanzi incentrati sugli abitanti di un palazzo del centro città. Tanto McCall Smith è divertente e distensivo, tanto è disturbante l’altro grande scrittore scozzese Irvine Welsh. Alle pag. 82-3 di Colla, il suo romanzone del 2001, c’è la scena più scioccante di violenza gratuita su animali che io abbia mai letto: due dei protagonisti vengono coinvolti in una rapina di fili di rame e il tizio che li guida, pieno di anfetamine, infierisce sui cani da guardia, tagliando loro le zampe con delle tronchesi, attaccandoli a un albero, bruciandoli vivi dopo averli massacrati con una mazza da baseball. Terry, Billy, Andrew e Gally, cresciuti nella corea, uno dei quartieri più degradati di Edimburgo, non si fanno mancare niente: sesso, droga di tutti i tipi, furti, accoltellamenti allo stadio, fiumi di birra (interminabile il racconto della loro trasferta all’Oktoberfest a vent’anni). E’ un vero e proprio viaggio agli inferi, Colla; ad attrarre il lettore è la capacità di Welsh di raccontare dal di dentro i suoi personaggi: ne sperimentiamo l’attrazione compulsiva per il sesso e l’infinita distanza dalle donne; le pulsioni varie; le crisi di astinenza, gli istinti; i rimorsi; le angosce. Se si ha la pazienza di arrivare in fondo alle 553 pagine dell’edizione economica (e lo scoglio maggiore è la lingua, anche un traduttore esperto come Bocchiola fatica a inventare un gergo che possa suonare vicino all'originale), si è ripagati da un finale agrodolce di grande bellezza. Un amico è morto, gli altri tre si ritrovano e mettono insieme i pezzi dell’evento che li ha separati. Vale la pena di conoscere la faccia meno rassicurante di Edimburgo.

il morbo dei giovani

un mio caro amico mi aggiorna sul figlio ventenne. Da bambino era molto studioso, al liceo se l'è cavata per il rotto della cuffia, ora si è iscritto ad architettura e il problema non sono gli esami, ma il sonno. Va a letto alle tre (esce con gli amici, non fa molto, ma comunque deve far tardi), la mattina si alza con estrema fatica, va in facoltà, torna a casa e si butta a dormire. E' sempre irritabile, stanco, risponde male, ha pochi interessi. E' un ragazzo bello e sportivo, bravissimo a tennis, ma anche di questo gli importa pochissimo. Mentre il mio amico parla, mi sembra di vedere mia figlia "da grande". Già ora resta in piedi oltre la mezzanotte, si aggira per casa, parla al telefono al buio; la mattina farla uscire dal letto è un'impresa e spesso quando chiamo casa il pomeriggio la colgo nel mezzo di un pisolino. Non voglio che passi in questo stato di sonnambulismo i prossimi tre anni di liceo e quelli dell'università: deve pur esserci una terapia d'urto contro questo morbo strisciante che colpisce in varia misura gran parte dei ragazzi in Italia. Mi sa che l'unica soluzione è mandarla all'estero il prima possibile. Che si svegli, prima che sia troppo tardi.

gli svaghi dei ricchi

uscendo dalla pallanuoto il figlio mi racconta che un suo compagno di squadra gli ha descritto come passerà il ponte del 2 giugno. Partirà da Roma diretto a Monaco con la Lamborghini di suo zio, la zia li raggiungerà con la Maserati e il padre con la Porsche. Gli ho chiesto, e la madre non ce l'ha? Sì, ma la lasciano a casa con le sorelle più piccole. Tutte nel mega garage, forse.

mercoledì 1 giugno 2011

terzo giorno

full immersion nella segreteria telefonica del programma. Le telefonate arrivano a fiumi. Per lo più sono donne, sole in casa, che considerano il numero facilmente memorizzabile come un telefono amico. Parlano di televisione e il televisore acceso fa da sfondo alle loro parole. Zio Michele, Cosima, Valentina, Parolisi, le gemelline, Stella sono figure a loro familiari, c'è chi prende le parti dell'uno o dell'altro personaggio della storia di sangue del momento, chi impreca contro i giornalisti invadenti, chi avanza ipotesi fantasiose per risolvere i casi. La cronaca nera si sostituisce a una vita che riserva troppe poche emozioni e alla fiction televisiva, anche quella già vista e rivista. Stasera la diretta dallo studio e domani vacanza.

cenetta familiare

il nervosismo in famiglia si propaga più veloce del raffreddore. Ieri abbiamo passato una serata infame, il marito era stanco, io ero stanca, i ragazzi erano stanchi. Di solito ceniamo prima noi tre, poi lui; ci siamo ritrovati seduti a tavola in quattro e ogni argomento è diventato occasione di scontro. Mentre dagli adolescenti ci si aspetta che rispondano male e siano poco disponibili,i genitori questo lusso non se lo possono permettere, se no si scatena l'inferno. Che responsabilità quella di mantenere l'equilibrio.