domenica 31 luglio 2011

Zona disagio


“disapprovare gli altri, la loro mancanza di perfezione, era sempre stato il nostro passatempo preferito”, se l’autobiografia di Jonathan Franzen, intitolata esplicitamente Zona disagio, ha un pregio, questo è l’estrema sincerità: l’autore non esita a rivelare il disprezzo che prova e ha sempre provato per la maggior parte delle persone che lo circondano. Non è per niente simpatico il giovane Franzen che emerge da queste pagine, soprattutto quando si confronta con i suoi genitori, due americani medi, colpevoli ai suoi occhi principalmente di non distinguersi dagli altri. Del padre si sottolinea che non raccontava barzellette, non sapeva giocare a palla e si dedicava al golf e al bridge per avere la conferma di essere negato per il primo e sfortunato nel secondo. Quando può Jon si allea con la madre per denigrarlo. Lo stesso fa quando è il padre a prendersela con la madre, perché “l’emotività” di questa imbarazza entrambi. Come nel suo osannato romanzo Libertà, Franzen avvolge i suoi personaggi di un pesante sarcasmo; non risparmia se stesso raccontando anche gli episodi più imbarazzanti della sua adolescenza, il suo stile è brillante, la lettura procede veloce senza cali d’attenzione, riesce a rendere interessante persino il birdwatching; a mancare però è il senso di umanità, di comprensione per i propri e gli altrui difetti. Sei molto intelligente Jonathan Franzen, ma non sarai mai Anton Cechov.

sabato 30 luglio 2011

Moccia nel tg

sola in casa, dopo il tg della Sette, mi sono dedicata allo zapping, cosa per me totalmente inusuale. Ho visto un pezzo di una vecchia puntata di ER con un Clooney molto meno bello di ora, con un giovanissimo dottor Carter e il dottor Green che poi morirà di cancro al cervello (nella serie, in realtà è ancora vivo, peccato che non si veda spesso al cinema). Finito ER, visto che la serata virava sul nostalgico, non mi sono negata un po' di Happy Days, che mi ha divertito quasi come quando ero una ragazzina. Le mie incursioni televisive potevano concludersi qui, ma sono incappata nella conclusione del tg2. La giornalista ha presentato Federico Moccia. Lui era a casa sua, con un lume acceso dietro e leggeva uno dei racconti più insulsi che io abbia mai ascoltato: una ragazza tiene il broncio a un ragazzo perché la sera prima lui ha invitato una sconosciuta alla festa sulla spiaggia, lui la solleva, la butta in mare, si tuffa con lei, e poi si baciano a lungo davanti a tutti. All’inquadratura di Moccia si alternavano brutte immagini di repertorio: si vedevano ragazzi al mare, tuffi, ragazzi che si baciavano, facce diverse, truccate, senza correlazione con la storia. Spero solo che non si tratti di una rubrica fissa. Ma dove stanno andando i nostri tg?

ti compro una marmellata?

sul treno prendo in mano il telefono per comunicare con i miei familiari lontani. Su whatsapp trovo un messaggio della figlia che mi fa stropicciare gli occhi dall'incredulità. Mi scrive dall'Elba, vuoi che ti compro una marmellata di qua? Mia figlia che mi pensa, che si offre di comprarmi una cosa che sa che mi piace. Sono così frastornata che devo scendere di corsa, non mi ero accorta che eravamo in stazione.

venerdì 29 luglio 2011

non ho bisogno di rubare

che il ministro dell'economia Tremonti abbia usufruito di una casa senza pagarla è grave, un ministro non dovrebbe distrarsi su questioni così, ma io non credo che l'abbia fatto in cambio di favori. Quello che proprio non mi va giù è la giustificazione, non rubo, non ne ho bisogno, prima di essere ministro guadagnavo dieci miliardi l'anno. Sbattere in faccia agli italiani la propria ricchezza come alibi non mi pare una grande mossa. E' un segno dei tempi, un altro dei regali che ci ha fatto Berlusconi, l'inauguratore del falso sillogismo sono-ricco-quindi-non-sono- un-ladro. Quando se ne vanno tutti a casa?

Tutte le ragazze lo sanno


le disavventure di una giovane provinciale a New York, scritte nel 1958 da Winifred Woolfe, sono una lettura divertente e distensiva, perfetta per entrare in clima vacanziero. Scopo principale di Meg è quello di trovare un marito, ma all’inizio si accontenta di un lavoro e qualche amica. Capitano tutte a lei: il capo che l’assume come segretaria per come le stanno i golfini; l’amica che si sente attrice e invece è una ninfomane con mania di grandezza; il corteggiatore che l’attira in un cottage sperduto dove lei crede di incontrare la sua famiglia; il gay che non identifica come tale. Il vero amore la protagonista ce l’ha sotto gli occhi: è il suo burbero secondo datore di lavoro, che in più di un’occasione la toglie dai pasticci, ma lei non ha occhi che per il vanesio fratello di questo. Fissata per le statistiche, dotata di autoironia e istinto di sopravvivenza, Meg è un gran bel personaggio, per nulla invecchiato nonostante il passare del tempo.

giovedì 28 luglio 2011

disperso in Moldavia

a metà luglio la curatrice del programma mi aveva girato la mail di una tizia che cercava il fratello disperso in Moldavia. L'avevo chiamata, mi aveva detto che era partito da qualche mese e poi non aveva più dato notizie di sé. Voleva cercarlo attraverso Chi l'ha visto. Io l'avevo scoraggiata, le avevo detto che mi pareva difficile che pubblicando la foto sul sito avremmo avuto segnalazioni da quel paese lontano. Stamattina mentre passavo in rassegna le notizie d'agenzia ho fatto un balzo sulla sedia. Ritrovato dopo due mesi italiano disperso in Moldavia, si era nascosto in un bosco: questo più o meno il titolo. La storia ha dell'incredibile. Era partito per incontrare una ragazza conosciuta via internet. Arrivato lì, aveva deciso di studiare la lingua e aveva fatto amicizia con gente del posto. Durante un picnic nel bosco, qualcuno aveva detto in moldavo, fa un caldo da morire. Lui aveva capito, devi morire ed era scappato a gambe levate. I due mesi successivi li ha passati nascosto in una capanna che si era costruito. Usciva solo di notte per cibarsi di bacche. Lo ha trovato un guardiacaccia, salvandolo dalla morte per stenti. Oggi lo hanno rimpatriato, chissà come sarà contenta la sorella. Questa è la versione che è apparsa sull'agenzia (magari invece era un mafioso e si nascondeva perché aveva commesso un delitto). Se fosse così come riportato, sarebbe una storia assurda e molto italiana: l'amore esotico sognato sul computer, la difficoltà a parlare e capire le lingue, la fiducia in una televisione salvifica (qui però è intervenuta la variabile della redattrice scettica e inesperta, che sarei io). Mi mancheranno le storie di Chi l'ha visto, ma più delle storie mi mancheranno varie belle persone che ho conosciuto qui.

S.O.S Tata

in queste sere d’estate in cui torno a casa rimbambita di stanchezza, evito di andare a letto alle nove per paura di cadere addormentata sul libro. Ieri dopo aver visto la penosa autodifesa del senatore Tedesco sulla Sette, sono rimasta ipnotizzata di fronte al programma S.O.S Tata, che non avevo mai visto se non di sfuggita. In ogni puntata c’è una famiglia che chiede soccorso a una tata professionista: questa arriva, osserva i comportamenti di bambini e genitori e poi mette a disposizione la sua competenza per risolvere problemi e conflitti. Ieri hanno presentato una giovane coppia di Foligno: lei casalinga, lui autotrasportatore; la casa era carina, spaziosa e con un grande cortile, intorno a loro c’erano molti parenti. I due bambini, 4 e 2 anni, erano totalmente fuori controllo: il più piccolo gattonava velocissimo per non farsi acchiappare, il più grande sembrava indemoniato. Dal punto di vista televisivo mi è parsa notevole la naturalezza con cui la famiglia si muoveva davanti alle telecamere: non sembrava di scorgere nessuna finzione nei comportamenti mostrati, dall’esasperazione della mamma, alla disapprovazione della nonna, dalle oscillazioni del padre, indeciso tra il desiderio di coccolare i figli e la rabbia per la loro ingovernabilità, alle espressioni di rabbia e frustrazione dei bambini. Dal punto di vista pratico poi ero estasiata: la tata ha dato pochi e netti consigli, ha rinforzato la fiducia in se stessi di madre e padre, li ha messi al riparo dai pareri non richiesti degli altri, ha sorvegliato che mettessero in pratica quello che avevano appreso e tutto ha cominciato a funzionare. Certo reagire a un bambino che non vuole mangiare a tavola è molto più facile quando hai una tata dietro le spalle che ti dice quello che devi fare, e ti incoraggia a perseverare, ma anche solo guardando la puntata si possono apprendere un sacco di cose utili sul rapporto con i figli. Questa è vera tv di servizio. Peccato che la rai non abbia un programma così.

la truffa sventata

quest’estate mia suocera ci aveva promesso che avrebbe passato qualche giorno al mare da noi, poi ha detto che non se la sentiva. E’ rimasta a Roma a fare la sua vita solitaria: breve passeggiata al mattino per fare la spesa, pranzo intorno alle 12, riposo, lettura, enigmistica, tv fino alla sera. Un figlio (mio marito) lavora sempre, l’altro è nelle Filippine. Il telefono di mia suocera squilla di rado e alla sua porta non bussa nessuno. L’altro giorno però è suonato il campanello. Dallo spioncino ha visto un uomo in tuta da lavoro che si stava congedando dagli inquilini della casa di fronte alla sua, un’anziana signora e suo figlio. Rassicurata, ha aperto e ha fatto entrare quello che sembrava un gentile impiegato dell’Eni. Il tizio le ha parlato di un nuovo contratto da stipulare, di grandi vantaggi economici. Lei, fiduciosa, ha firmato. Lui è ripartito all’attacco, stavolta proponendo una tariffa telefonica agevolata. Lei si è insospettita. Gli ha chiesto, con un bel sorriso, di poter prima rileggere il contratto firmato. Lui gliel’ha dato, lei lo ha prontamente fatto a pezzi. L’uomo si è inferocito, ha sbattuto forte la cartella sul tavolo, ha urlato, mi ha solo fatto perdere tempo; è uscito sbattendo la porta. Mia suocera dice di essere rimbambita, a me pare molto lucida. Che spreco la sua autoreclusione.

mercoledì 27 luglio 2011

subire i soprusi

riflettevo sulla capacità di reazione di mia figlia. L'amica l'aveva invitata, lei contava su questo invito, poi è sembrato che non se ne facesse più niente. Lei ha preteso che l'impegno fosse rispettato, tempestandola di telefonate. Io a quindici anni non mi sarei mai sognata di insistere sapendo che i genitori della mia amica non vedevano di buon occhio la cosa. Più in generale, ogni volta che ho subito un torto nella mia vita lavorativa, non ho mai pensato di chiedere spiegazioni o di impuntarmi, al massimo sono scoppiata a piangere (quando un contratto a radiotre è sfumato il giorno prima di cominciare perché c'era una raccomandata che lo voleva; quando mi hanno sbattuto al cciss; quando mi hanno tolto dal cciss per non farmi fare l'esame da giornalista, tanto per citare le prime occasioni che mi vengono in mente, ma in rai cose del genere capitano di continuo). Mi sono sempre sentita fiera delle mie capacità di resistenza, ma ora mi appare chiaro che subire i soprusi non è una gran dote. Se mia figlia si fosse trovata in circostanze analoghe, sarebbe stata molto più in grado di me di far valere i suoi diritti. Credo di aver molto da imparare da lei.

s-chiocciata

chioccia senza pulcini a due giorni dalla fine del lavoro, stanca come non mai di stanchezza a lungo accumulata. Non so se è un baratro o un miraggio, ma pare passerò in perfetta solitudine il week end: il marito mi ha parlato di una gara, di una scadenza imminente, era molto nervoso, ha detto, non avrò un attimo di tregua fino a mercoledì, non vengo al mare. Sul momento ci sono rimasta male; lui viene sempre, magari lavora da casa, che novità è questa proprio nei giorni in cui potevamo stare da soli... Poi ho pensato, è quello che mi ci vuole, un sano abbrutimento, nessuno da nutrire, svegliare, aspettare, solo io, il mio mare, i miei libri (quanti ne ho comprati in vista delle vacanze, non rischio di rimanere senza), sabato domenica lunedì, senza orari, senza alcun obbligo familiare e sociale, ma quando mi capita un'occasione così? E non provare a dire che è saltata la gara.

è partita

dopo che sul tabellone elettronico è comparsa la conferma del binario e il treno è entrato in stazione, l'ho lasciata con il cuore pesante. Mi si è rotto un sandalo, ho dovuto zoppicare in metropolitana da termini a ottaviano e poi da lì fino in redazione. A quest'ora dovrebbe scendere a Campiglia, prendere una navetta per Piombino, comprarsi il biglietto e salire sul traghetto per Portoferraio. Se l'era messo in testa la figlia di andare all'Elba da Caterina e non voleva rinunciarci per niente al mondo. Il posto lo conosce, ad attirarla era soprattutto il viaggio da sola, la sensazione di libertà e responsabilità. Stamattina ho ricevuto una telefonata della madre di Cate. Mi ha detto con tono teso che le faceva piacere ospitare mia figlia, che gli altri invitati stavano lasciando la casa. Era chiaramente esasperata. Avrei dovuto impormi, non mandarci la figlia, risparmiare a lei le insidie del viaggio, a me l'angoscia di saperla in giro per l'Italia in una giornata di bufera e di ritardo di treni, ai genitori della ragazza un'ospite che avrebbero evitato volentieri. Non l'ho fatto e ora sono qui a guardare l'orologio, a trattenermi dal chiamarla per non distrarla nei suoi spostamenti. Vorreiesseremiamadre che sapeva sempre quello che voleva per noi e per lei e non aveva tentennamenti.

martedì 26 luglio 2011

una visita gradita

quando le ho mandato il messaggio, che fai a pranzo, non mi era ancora venuta l'idea di invitarla a raggiungermi in redazione. Lei ha risposto, che vuoi che faccia e allora gliel'ho buttata lì, prendi il tram e raggiungimi, mangiamo insieme e ti faccio vedere dove lavoro ora. Non era la solita figlia, aggressiva strafottente urlante, era una ragazza carina e civile. Ci siamo sedute a un bar, abbiamo chiacchierato, è salita con me, si è seduta alla scrivania qui accanto, le ho fatto sentire due messaggi in segreteria, è stata un po' al computer e poi se n'è andata. Nessuna richieste, nessuna recriminazione, nessun proclama. Possibile che sia l'effetto della partenza del fratello? Ma quanto è difficile fare la madre.

lunedì 25 luglio 2011

partenze vere e presunte

domani dovevo sbarazzarmi in un colpo di tutti e due i figli. Il figlio parte per Brighton, la figlia doveva andare all'Elba dalla sua amica Caterina. Era da domenica che scalpitava, Cate mi aspetta, lasciatemi prendere il treno da sola, me la cavo, l'anno scorso ho cambiato aereo a Londra. Oggi l'abbiamo trattenuta, ci aveva invitato a pranzo la nonna e poi non avevo ancora parlato con i genitori della ragazza, organizzato il viaggio in dettaglio. Ora li ho chiamati e la partenza è sfumata: prima di tutto erano a Roma e non all'Elba, come mi aveva detto la figlia, e poi lì c'erano già abbastanza invitati, escludevano che potesse andarci ancora qualcuno. Il figlio è tutto contento in camera sua con la valigia stracolma e il promemoria in mano, la figlia è al computer, circondata da un mare di magliette, e si aggrappa nervosamente a facebook, mentre l'amica non risponde al telefono. Mi piacerebbe che ragionasse, che accettasse, anche se fuori tempo massimo, l'invito di Eula in Puglia, oppure andasse a Ventotene, dove ogni settimana c'è un corso di vela. Ora rimpiange di non essersi organizzata meglio e si dispera all'idea dell'estate piatta che l'aspetta. Che cosa si inventerà? Non è mai a corto di risorse e niente la infastidisce di più dei miei suggerimenti.

in segreteria

alle otto e un quarto di mattina l'appartamento in cui ha sede la redazione appariva spettralmente deserto. Mi sono messa le cuffie e sono partita all'ascolto della segreteria telefonica che era ferma a venerdì pomeriggio. Era piena di chiamate: la maggior parte le aveva fatte una signora che delira, passando dalle sue frequentazioni con magistrati, politici, attori alle persecuzioni di cui è oggetto (parla finché può, poi richiama anche sette-otto volte di seguito); c'era una sensitiva, che diceva di aver predetto grazie alla voce del padre morto, l'attentato in Norvegia e metteva in guardia i "radaristi" perché la prossima catastrofe sarebbe arrivata dal cielo; un siciliano che deplorava l'assassino norvegese ma concordava con lui nel denunciare l'islamizzazione dell'Europa; un uomo che lascia ogni giorno cognome nome e numero telefonico, aggiungendo di essere vittima di esorcisti. Quando si è aperta la porta ed è apparsa Maria Lucia, stavo per abbracciarla.

domenica 24 luglio 2011

cittadini del mondo

prodigi della tecnica: mentre eravamo in macchina diretti verso Roma mi sono fatta una lunga chiacchierata su Skype con mia sorella che è a Singapore per un po', senza che nessuna delle due pagasse alcunché. Maddalena è sempre in movimento: ora stanno pianificando quattro giorni in Malesia; a settembre, prima di tornare in Svizzera una puntatina in Borneo; a ottobre un po' di Thailandia sconosciuta. Tommaso, il figlio più piccolo (quattordici anni), li segue con entusiasmo, Matteo che ne ha diciassette, è un po' più scettico in partenza, poi si lascia coinvolgere dallo spirito avventuroso dei suoi familiari. Al momento, di stanza a Singapore, i ragazzi si svegliano alle sei, si mettono la divisa, prendono un autobus, raggiungono la scuola e partecipano all'alzabandiera. Tra le materie che affrontano ci sono il cinese e il malese. Non hanno fatto molta amicizia con i coetanei, tutti asiatici e tutti immersi fino al collo nello studio, ma non hanno avuto problemi ad ambientarsi. I miei nipoti sono il prototipo dell'italiano nuovo: quello che si muove a suo agio tra lingue e paesi diversi, che ha davanti a sé una grande varietà di scelte per quanto riguarda gli studi universitari, che la propria patria la scopre lungo il percorso. I miei figli sono il prototipo dell'italiano vecchio: si limitano a studiacchiare l'inglese, sono ancorati al loro luogo di nascita e alle amicizie dell'asilo. La colpa, naturalmente, è mia, che con fatica penso a quando dovrò traslocare nel quartiere adiacente a quello in cui mi trovo adesso.

sabato 23 luglio 2011

l'orrore, a distanza

il telegiornale di ieri sera ha di colpo annullato l'atmosfera vacanziera che avevo cominciato a respirare. Mi sono ritrovata a guardare le immagini di Oslo con lo stesso smarrimento di quel settembre in cui è andata in pezzi l'illusione che il mondo fosse un posto civile, che la guerra fosse un fenomeno isolato. Oltre a provare disperazione di fronte a tanta brutalità e insensatezza, mi è venuta l'ansia al pensiero di papà in partenza per l'America, del figlio per l'Inghilterra, avrei voluto dir loro, restate qui, non sopporto il pensiero che andiate in giro, che prendiate aerei, che vi allontaniate da me. Ho passato una brutta notte, mi sono svegliata con un macigno al posto della testa. Papà è andato a Roma e domani volerà a Chicago, il figlio è in spiaggia e martedì si imbarcherà per Brighton. L'ansia mi passerà, mi deve passare.



distopie

mi hanno chiesto di intervistare degli scrittori per ragazzi specializzati nel genere distopico (il contrario del genere utopico, libri che raccontano una versione da incubo del mondo). Sono partita da Charlie Higson e grazie ai suoi The Enemy e The Dead, pubblicati in italiano dalla De Agostini, da due giorni mi sono calata in una Londra spaventosa in cui solo i ragazzi sotto i quattordicenni sopravvivono al contagio, ma devono difendersi da adulti assatanati che cercano di restare in vita cibandosi di loro. A parte il grande dispendio di effetti splatter, i due romanzi sono parecchio interessanti: vi si affrontano temi come il rapporto genitori-figli, il principio di autorità, la nascita del totalitarismo, i limiti della solidarietà. Rispetto al tanto celebrato Cormac McCarthy della Strada, libro che non ho amato per la sue pretese filosofeggianti, qui non si vuole insegnare nulla, ma solo offrire uno specchio deformante per riflettere sulla realtà del mondo giovanile oggi. Non incontrerò Higson, ma anche attraverso un'intervista via mail si possono scoprire molte cose.



venerdì 22 luglio 2011

The Fighter


non sono una fan dei film sul pugilato e The Fighter non brilla per originalità, raccontando la storia vera di un pugile americano che riesce a farsi strada solo quando si libera del fratello allenatore e della mamma manager, drogato e inaffidabile il primo, avida e sconclusionata la seconda. La cosa migliore del film è il ritratto di una famiglia disfunzionale come poche: nove figli, di cui sette femmine, una più brutta e scema dell'altra; l'unico figlio in gamba, il pugile, tartassato dagli altri, usato solo come macchina per fare soldi, e la madre che stravede per il maggiore, perdonandogli tutto. Il finale, in cui tutti collaborano alla strepitosa vittoria, è molto americano; annacqua ma non annulla l'amarezza del quadro familiare.

in quattro alla boa

è solo una tregua, niente di serio, ma che sollievo oggi a pranzo ritrovarci, io i figli e papà intorno a dei paccheri al tonno e capperi finalmente sorridenti e distesi. Stamattina la figlia è venuta con noi a nuoto alla boa: un evento. Ha cominciato a dire, io la mattina non faccio mai il bagno, l'acqua è gelata, non ho resistenza, poi si è lasciata convincere. Dopo la nuotata è rimasta a chiacchierare sul mio lettino, finché non è comparso un ragazzo ed è scattata verso di lui. Un bel progresso rispetto alla giornata di ieri passata tra discussioni, pianti, recriminazioni (tra cui anche l'immancabile dichiarazione, mi suicido, così sarete felici senza di me, che mi ha rovinato il cinema serale con il pensiero lo so che non lo farebbe mai, ma non era meglio restare nei suoi paraggi, invece che venire a vedere questi che si scazzottano?). Stamattina le ho consegnato un foglio con sopra delle regole di base della convivenza (dal non spogliarsi la sera lasciando ogni capo su una sedia diversa o per terra, al rifarsi il letto, all'apparecchiare senza aspettare una chiamata). Le ha scorse rapidamente arrivando subito all'ultimo punto, ai tre euro al giorno di "extra", elargiti se le varie regole vengono rispettate. Dove non possono i ragionamenti, possono i soldi, che scacco per i miei principi.



giovedì 21 luglio 2011

Dora Bruder


"Ignorerò per sempre come passava le giornate, dove si nascondeva, in compagnia di chi si trovava durante l'inverno della sua prima fuga e nelle poche settimane di quella primavera in cui scappò di nuovo." Lo scrittore francese Patrick Modiano dedica il suo libro a Dora Bruder, una ragazza ebrea morta ad Auschwitz. Sceglie di seguirne le tracce a Parigi, ripercorre le strade in cui, secondo i documenti ritrovati, si era mossa, cerca il collegio di suore in cui i genitori l'avevano chiusa, forse per salvarla, e da cui era fuggita due volte. Ma non lascia spazio all'immaginazione, si limita a mettere insieme tasselli, prove documentarie. Su Dora alla fine del libro sappiamo quello che sapevamo all'inizio: è nata, ha abitato a Parigi, è stata travolta dalla Storia, non le è stata concessa una storia da vivere. Negandole ogni sviluppo romanzesco, Modiano sottolinea la folle ingiustizia di cui è stata vittima. Si legge il libro e, invece di affezionarsi a un personaggio, si soffre per la sua mancanza.

guerra aperta

nonostante il vento fresco, il clima a casa nostra al mare è rovente. Stamattina in treno, rimbambita di stanchezza per i tre giorni passati a correre da un posto all'altro, oltre che a lavorare, mi sono caricata di rabbia verso la figlia. Continuava a tornarmi in mente la sua frase, vuoi credere a lei o a me, dando per scontato che il legame di sangue in primo luogo, e in secondo il ruolo subalterno dell'altra, dovessero determinare la mia scelta di campo, a prescindere dalla valutazione dei fatti. A pranzo abbiamo discusso tanto che la vicina ci ha pregato di smettere, perché non riusciva a far dormire la bambina. Ho avuto un'idea: sono andata dalla figlia e le ho detto, se davvero Julia mente, e tu non sei tornata a casa alle due di notte passate, Julia è una persona malvagia e merita di perdere il lavoro e la casa. Lunedì la licenzio e le dico di trovarsi un altro posto per dormire, perché ti ha accusato ingiustamente Lei ha farfugliato, che c'entra, l'importante è che non la mandi più al mare con noi e poi basta con questa storia dell'altra sera. Così ho fugato ogni dubbio. Fatico però a capire la sua difesa a oltranza della menzogna, è come se ripetendola e cercando di convincere gli altri, lei si convincesse di quello che dice, a dispetto di ciò che sa essere la verità. Ho ceduto mille volte con lei per quieto vivere, ora non voglio lasciar correre, non voglio più.




mercoledì 20 luglio 2011

Somma Vesuviana e Frattamaggiore

tra le molte agenzie che ho selezionato oggi sul caso Parolisi, il caporalmaggiore accusato di aver ucciso la moglie, mi ha colpito quella in cui si parlava della contrapposizione tra i paesi di origine dell’assassinata e del suo presunto assassino: Somma Vesuviana, luogo di origine di lei e Frattamaggiore, da cui veniva lui. A Somma striscioni invocano giustizia e l’orientamento è tutto anti Parolisi, nell’altro paese prevalgono gli innocentisti in base al fatto che proviene da una famiglia perbene. Ma la cosa più grave è che la stessa contrapposizione ormai c’è tra le tv: la rai, con in prima linea Chi l’ha visto, ha sposato le tesi dell’accusa, Mediaset, che si è assicurata l’esclusiva delle dichiarazioni dell’imputato e dei suoi congiunti, quelle della difesa. La cronaca nera come una partita di calcio, l’importante è schierarsi, fare il tifo, scommettere su un esito piuttosto che un altro. Brrr.

venti

i numeri pari hanno una perentorietà da cui non si sfugge. Diciassette, diciotto, diciannove, ma anche ventuno, ventidue anni di matrimonio, non suonano così tanti come venti. Venti anni fa in un pomeriggio bollente come questa, salivo le scale del Campidoglio con mamma e papà, dopo un tragitto nella panda senza aria condizionata. Di quella giornata ricordo il caldo, l’imbarazzo di essere al centro dell’attenzione, la durata della cena in giardino, il sollievo una volta finita la festa. Di quel festeggiamento oggi farei volentieri a meno, di questi venti anni no. Andiamo avanti ciascuno per la sua strada, ma ognuno di noi è il punto di riferimento dell’altro, lo è sempre stato senza dare nell’occhio. Ci dividono gusti, interessi, modi di passare il tempo, ci unisce uno stesso sentire sulle cose importanti. Chissà se reggeremo all'incalzare del tempo, se decrepiti saremo ancora capaci di sopportarci.

martedì 19 luglio 2011

preferirei

sono passata dall’incredulità e dallo sgomento per la notizia che la figlia ieri era tornata a casa alle due e quaranta, alla speranza che, come diceva lei, fosse solo andata in bagno a quell’ora e Julia si fosse sbagliata, alla rabbia per la bugia e per l’improntitudine con cui voleva rifilarci questa bugia. Una figlia nottambula e disubbidiente è già abbastanza sgradevole, ma una figlia bugiarda e infingarda è più di quanto io sia disposta a tollerare. Il figlio parte martedì prossimo per l’Inghilterra, io resto sola a combattere con lei. Preferirei preparare da sola un intero speciale di Chi l’ha visto.

lunedì 18 luglio 2011

nonno e nipote

a mio padre piace fare il nonno, ma a modo suo: dei suoi coetanei che si occupano a tempo pieno dei nipoti considera riprovevole la dedizione, ha staccato dalle pareti di casa le foto dei nostri figli bambini, considerandole superate. Gli piace parlare con i nipoti, portarli al ristorante, nuotare con loro. Quest'estate ha scoperto mio figlio. La grande è sempre per conto suo e poi è respingente; lui, a tredici anni, si stende sotto l'ombrellone nel lettino accanto al suo, si fa raccontare per l'ennesima volta dei suoi professori di liceo, dei balletti, delle bombe a Napoli, delle sue sorelle. Quando il nonno decide che è ora del bagno, lo aspetta mentre lui compie il rituale del cambio del costume e poi rallenta il suo stile per raggiungere insieme la boa. A cena fuori gli dà gran soddisfazione, mangiando di tutto. Vederli insieme, nonno e nipote, mi riempie di tenerezza.

domenica 17 luglio 2011

Mama Tandoori


sulle mamme ebree e sulle loro fissaziono sono stati spesi fiumi di inchiostro, delle mamme indiane si sa molto meno. In Mama Tandoori Ernest Van Der Kwast costruisce uno stupefacente ritratto di sua madre, un'infermiera approdata dall'India in Olanda con la mania dell'accumulo. Sposato un medico e avuti tre figli, la donna si dedica a tempo pieno alla contrattazione. Sue vittime sono negozianti di ogni tipo, ma anche agenti immobiliari, autisti di autobus, portinai. Da tutti Veena pretende e ottiene, prendendoli per sfinimento, un trattamento di favore. È nata in una famiglia povera come decima figlia, non arretra di fronte a nulla; persino l'handicap del figlio maggiore, che ha un ritardo mentale, viene da lei messo a frutto per viaggiare gratis in tram. Esagerato, divertente, spietato, Mama Tandoori è un racconto familiare in cui ognuno può riconoscersi almeno in parte; c'è, dominante su tutte la figura materna, ma ci sono anche zii, zie e nonni bislacchi, che arrivano a costituire una serie di figure simboliche a cui riferirsi.

sabato 16 luglio 2011

gelosia

il figlio mi telefona per sapere se sono arrivata e mi viene incontro per portarmi le buste della spesa, la figlia apparecchia la tavola e mette una pentola con l'acqua sul fuoco. L'idillio finisce presto, lungo la via per salire in paese dopo cena, lei mette in discussione la mia richiesta di rientro a mezzanotte e fa una polemica che non finisce più: solo i bambini di otto anni tornano a quell'ora, perché devo rovinarle la vita. In paese ci separiamo, io vado al cinema all'aperto con il figlio (Limitless, non vale la pena di scriverne, belli solo gli occhi del protagonista), lei raggiunge i suoi amici. Il giorno dopo la figlia è una furia: il mio torto è quello di non averla aspettata sveglia, mentre le avevo detto che l'avrei fatto. E io che sono tornata all'ora che volevi tu. Si fa venire le lacrime agli occhi, è fuori di sé. Fatico a capire il motivo di tanta rabbia e ostilità, poi mi si accende una lampadina: è gelosa del fratello che mi sta appiccicato come una cozza, nuota con me, si fa aiutare con i compiti di francese, mi aiuta in cucina. La figlia mi respinge con tutte le forze, ma insieme mi mette alla prova e pretende la massima attenzione. Quasi quasi è più riposante stare in redazione.

venerdì 15 luglio 2011

Tre amanti


di Morley Callaghan avevo letto parecchi anni fa Aprile è arrivato, pubblicato dal Melangolo. Sugli scaffali della libreria dell'Auditorium ho trovato Tre amanti e non ho esitato a comprarlo perché mi ricordavo quanto mi fossero piaciuti i racconti di questo scrittore canadese. Callaghan descrive situazioni quotidiane: un negoziante e il suo commesso disonesto, due amiche che si rivedono dopo tanti anni, due sposi che litigano, la presentazione di una ragazza ai propri familiari, l'incontro casuale tra un padre e un figlio in un grande magazzino. A un certo punto scatta qualcosa: un senso di frustrazione, l'idea di aver preso un abbaglio, la scoperta della propria ipocrisia, l'angoscia per la scelta appena fatta, la paura di non farcela ad andare avanti. È un attimo e non si sa se condizionerà le scelte future dei personaggi, o se rimarrà solo come un campanello d'allarme squillato a vuoto. Sappiamo solo che noi lettori quel campanello l'abbiamo sentito e ci ha scosso. (Ho ripreso in mano Aprile è arrivato: cambia il titolo del libro e cambiano i titoli di tutti i racconti, cambia il traduttore, cambia l'ordine di presentazione; il contenuto è quasi lo stesso. Bell'editoria.)

ha un libro anche per me?

sono arrivata in stazione con un po' di anticipo. Ho comprato alla figlia il mascara che mi aveva chiesto, sono salita sul treno scegliendo con cura il vagone con l'aria condizionata, il sedile meno sporco. Ho preso dalla borsa il libro e ho iniziato a leggere. Davanti a me si è seduto un signore che ha preso a fissarmi per costringermi ad alzare gli occhi. Appena l'ho fatto, mi ha chiesto, ha un libro per me, ho preso il treno di corsa, non ho fatto in tempo a prenderne uno. Sì, ce l'ho, gli ho risposto, stupita di questa inusuale richiesta. Mezz'ora dopo ho finito il mio libro e lui non aspettava altro. Abbiamo commentato i racconti che gli avevo dato, da lì siamo passati a narrativa e saggistica, alla rai, fino a inoltrarci in un dibattito su Dio. Non parlo mai in treno con gli sconosciuti. Sto diventando vecchia, comincio ad assomigliare a mio padre? O il signore, desideroso di conversazione, ha saputo cogliere il mio lato debole e usare il libro per abbassare le mie barriere difensive?
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giovedì 14 luglio 2011

la puntata in più

visti gli ottimi ascolti si è fatta una puntata fuori programma e poi altri brindisi, torte, fotografie, acclamazioni fino a mezzanotte. Io ho avuto il brivido di selezionare una telefonata per la diretta: una signora aveva visto il mio scomparso aggirarsi in un ospedale ed era proprio sicura che fosse lui, perché era una vicina di casa. Mi sono agitata per paura che dicesse fischi per fiaschi, che cadesse la linea e chissà che altro, mentre la conduttrice proseguiva serenamente in mezzo a un caos di indicazioni contrastanti e di cambi di scaletta al volo. Sulle schede grafiche che compaiono in onda avevo scritto la data sbagliata, per cui sembrava che le due persone di cui mi ero occupata mancassero da casa da un anno invece che da qualche giorno: la curatrice a cui nulla sfugge, me l’ha fatto notare con garbo e rassegnazione. I numeri non sono il mio forte, le date meno che mai, come redattrice di Chi l’ha visto, nonostante la buona volontà, sono piuttosto scarsa. Stamattina nell’ufficio semibuio ci siamo solo io e la corrucciata donna delle pulizie con il velo in testa (si illumina sola quando mi dice che tra un po' se ne andrà in Marocco, le chiedo, con il marito? pensando a un arabo che l'abbia fatta convertire, lei è italianissima. Risponde, nooo, con amici, è lì che voglio ritirarmi dopo la pensione). Ora apro le agenzie, poi la segreteria telefonica, mancano poco alla partenza per il mare, non vedo l'ora

mercoledì 13 luglio 2011

a cena con il marito

inserendosi nel mio programma serale di uscite con amiche e cinema, sempre con amiche, il marito ieri ha detto che dovevamo andare a cena noi due. Mentre io fantasticavo su ristoranti esotici, indecisa tra il tailandese noto e un indiano sconosciuto, o in alternativa un siciliano ben sperimentato, lui mi ha chiamato dicendo che aveva prenotato un posto nuovo vicino casa. In ascensore abbiamo cominciato a litigare, lui sa che non mi piace sperimentare e meno che mai i ristoranti indicati dalle guide, ma ogni estate mi ritrovo coinvolta nelle sue esplorazioni gastronomiche. Al cancelletto eravamo due furie. Poi il momento critico è passato. Al nostro arrivo il locale era deserto. La giovane cameriera (o la padrona) si stava mettendo il rossetto e ci ha chiesto un attimo di pazienza perché questo era indelebile e temeva di fare un guaio. Il menù prevedeva solo pesce e già questo mi ha messo di buon umore. Ci ha portato una serie infinita di minuscoli antipasti, uno più gustoso dell'altro, poi della pasta al pesce e al limone super al dente e saporita. Il dolce era una pesca tagliata a fette con strati di crema. I tavolini intorno a noi si sono popolati, il marito, rasserenato, mi ha raccontato i suoi progressi con la casa nuova, l'arrivo delle due nipoti a Manila e poi Bohol per conoscere il fratellastro filippino. Quando siamo usciti, non eravamo più stanchi e ringhiosi. Il buon cibo calma i nervi. Con buona pace del mio conservatorismo alimentare.

la bella e la bestia

martedì 12 luglio 2011

vattelapesca

mi chiama dal mare la figlia. Ha voglia di chiacchierare (la mattina non fa il bagno, sosta con il suo computer all'ombra dello stabilimento). Sta leggendo Il giovane Holden prescrittole dall'insegnante di italiano e fa fatica a capirlo sia per problemi di lingua che di contenuto. Ma come scrive, che vuol dire vattelapesca? mi chiede, e perché è così sfigato? Le rispondo che Salinger non ha scritto vattelapesca, né le altre espressioni che condiscono il testo: è stata la traduttrice Adriana Bottini che ha ricreato l'intraducibile gergo del libro. Sulla sfiga di Holden non siamo d'accordo, le dico, a me è piaciuto molto, hai visto come è carino con la sorella? Alla sorella non sono ancora arrivata, ma non lo sopporto proprio, ho cominciato da questo perché me l'aveva consigliato Priscilla, ma che ci ha visto Priscilla? E gli altri due libri che devo leggere come sono? Le rispondo che Mahfuz e Camilleri sono molto diversi da questo e la sento sospirare di sollievo. Passa a illustrarmi i piani per il sabato sera, c'è un'altra discoteca, ma stavolta pensa di dormire a casa, magari con un'amica. E l'una, il sole mi picchia in testa a Teulada, un po' vorrei essere al mare con lei, un po' è bene che siamo lontane, a volte al telefono mi concede più spazio che quando siamo faccia a faccia.

cavallo

addio alla Dear

in quella stanza silenziosa e piena di luce con vista sul parcheggio e sui pini ho passato questi ultimi cinque anni. Una bella sede che però non ho mai sentito mia, conservando un'impressione di provvisorietà. Oggi mi è bastata un'ora per far sparire le tracce della mia presenza: qualche scatolone con i beta delle mie interviste, una busta piena dei disegni dei bambini dei documentari che avevo attaccato alle mie spalle. La pulizia vera l'avevo fatta a fine giugno, augurandomi il passaggio a Raitre. Non ho neppure dovuto fare troppi saluti: le due Giulie non c'erano, Francesco lo vedrò al mare, la direttrice del personale si è detta rammaricata di perdermi e mi ha fatto gli auguri; non si è mai curata di me ma non le ho mai creato problemi. Così in modo sommesso e indolore si è chiuso questo capitolo della mia vita. Alla Dear mi sono improvvisata autrice di documentari e inviata di un programma televisivo, nonché redattrice di un sito, ho incontrato delle belle persone che mi sono diventate amiche. Mi mancherà la Dear, ora che mi avvicino a casa? A tutto ci si affeziona.

lunedì 11 luglio 2011

la donna e il bambino

sul treno regionale il bambino nero faceva la spola tra la grossa madre seduta con in braccio un bebé e il padre, che era fuori dallo scompartimento, accanto alla portellone di ingresso. Due o tre anni, con una testa di capelli corti e ricciuti, gli occhi vispi, curioso, irrefrenabile. A Latina si è seduta accanto a me una giovane signora che ha subito intavolato con lui un linguaggio di sguardi. Poi, intercettando le sue corse, ha iniziato a giocarci, a fargli il solletico sul collo, a cantargli canzoncine e filastrocche. Dopo un po' il bambino le è salito in grembo e a Roma si era quasi addormentato sul suo seno: alzava ogni tanto la testa, si guardava intorno, poi si riappoggiava fiducioso. Mi ha colpito la disinvoltura con cui la donna si è "appropriata" del piccolo. Anche a me il bambino faceva tenerezza, ma non mi sarebbe venuto in mente di sfiorarlo, meno che mai di prenderlo in braccio. La donna aveva un'espressione ineffabile, sembrava essersi scordata dov'era, si vedeva che in quel momento esistevano solo lei e lui. Il treno è entrato in stazione, l'ho scavalcata senza che battesse ciglio, rapita dal peso che aveva su di sé. Uno strano conturbante spettacolo.

L'amore, d'improvviso


lui vive per i libri, per quelli che ha letto e quelli che vuole scrivere, lei ha letto pochissimo; lui si esprime correttamente in molte lingue, lei, in modo approssimativo in una sola; lui ha troncato presto i rapporti con i genitori che non capiva e non sopportava, lei vive ancora nel culto dei suoi. Lui è vecchio depresso e malato, lei, che è pagata per accudirlo, lo venera. L’amore, d’improvviso dello scrittore Aharon Applefeld racconta il rapporto tra Ernest e Irena e il passato dell’uno e dell’altra: le peripezie di un giovane dalla mente pronta, che si converte al comunismo e compie il male in suo nome, finendo in vecchiaia nel rifugiarsi nel ricordo dei nonni, e la vita senza scosse di una figlia unica di ex deportati chiusi nel loro silenzio. Non avevo mai letto Appelfeld e il suo stile spoglio mi ha conquistata: arriva dritto al cuore delle cose e chiunque entri in scena, un dottore, un personaggio evocato dalla memoria, risulta subito vero, quasi familiare.

ombrello

domenica 10 luglio 2011

domenica al mare

la casa dorme ancora: il figlio, il marito e, al piano di sotto, Paolo e Rossana. La figlia ieri sera è andata all'inaugurazione di una discoteca sul mare ed è rimasta a dormire da un'amica. Mi dispiace che non venga con noi a Ventotene, c'è un bellissimo mare, sarà una gran gita. Lei passerà la mattina a dormire, si trascinerà pigramente il resto del giorno. Ieri sera abbiamo festeggiato in anticipo il compleanno di papà. A parte un'ombra in faccia (la preoccupazione per il viaggio in America), è sereno e loquace (anche troppo, le domande di Rossana l'hanno indotto a parlare del suo argomento preferito, il nucleare, e non la finiva più). Gli ho regalato una camicia bianca di lino e dei bermuda blu che gli stanno un po' stretti, ma non vuole cambiarli; per dimostrarci che gli andavano bene, se li è tenuti addosso per tutta la cena. Sento dei movimenti, qualcuno è già sveglio, ci conviene muoverci presto, ora chiamo anche gli altri, si parte.



sabato 9 luglio 2011

La vita accanto


se incentri il tuo romanzo su una bambina nata brutta, non puoi limitarti a dichiarare questa condizione, la devi far sentire al lettore, devi fargliela vivere. Invece nella Vita accanto di Mariapia Veladiano, la bruttezza è solo enunciata e le sue conseguenze sulla vita della protagonista appaiono sproporzionate. Questo libro è stato definito una favola nera, ma nelle favole c'è una sospensione del giudizio, qui no: tutto ha una spiegazione e queste spiegazioni non convincono. La mamma che si butta nel fiume, il padre che non affronta nulla, la pianista che si finge malata, persino lo sturpro collettivo che stupro non è: le svolte narrative appaiono poco credibili. La lingua è leggera, precisa, ma galleggia in superficie e il dramma della bruttezza, il dolore dell'esclusione restano spunti per un esercizio di stile.

festa di fine produzione

non so come sia andata a finire, qualche premessa perché la festa scivolasse nel goliardico pesante c'era; fino alle undici e mezza è stata una bella festa, con tanta gente che rideva, mangiava, ballava, in un giardino abbastanza fresco pur nell'afa di luglio. Se non altro quelli di Chi l'ha visto sono dotati di autoironia: le canzoni intonate per prendersi in giro sulla mania degli ascolti, sulla nera, sulla spocchia da inviati di punta erano molto carine e i diretti interessanti sembravano divertirsi. Io c'entravo poco, come c'entro poco a tutte le feste, e mi era piombata addosso una stanchezza totale, ma anche per me c'è stata la mia dose di chiacchiere e sorrisi. Ora c'è il treno all'alba, la voglia di rivedere i figli e di staccare con questa città bollente.

venerdì 8 luglio 2011

le figlie e le madri

una mia cara amica continua a scontrarsi con la madre, nonostante sia madre anche lei, matura e cresciuta. Soffre molto di questo conflitto, non si sente accettata. Sentendola parlare però mi pare che sia lei a non accettare la madre, con le sue contraddizioni, le sue imperfezioni, le sue fissazioni. La vorrebbe diversa, più accogliente, più capace di venirle incontro. Si parla sempre di genitori che devono incoraggiare i figli a essere se stessi, a trovare la loro via. E i genitori? Chi capisce i genitori, chi li prende così come sono, persone che sbagliano, per lo più in buona fede, che fanno una fatica tremenda a confrontarsi con le personalità dei figli, così diverse dalle loro? Penso a me, naturalmente, alla mia bambina che non è più bambina, che mi respinge con tutte le forze per attrarmi a sé, per imporsi alla mia attenzione, per spostarmi dai miei convincimenti, per affermare se stessa. Saremo capaci, quando lei sarà adulta, di trovare un terreno comune, di essere meno polemiche l’una con l’altra?

perdere punti

ho perso sei punti della patente e non ho il coraggio di controllare quanti me ne restano. Per un po’, dopo aver frequentato il corso di scuola guida per rifarmi il gruzzoletto di punti, me ne ero stato buona buona, attenta a ogni rosso. Poi, complice la bicicletta che mi ha fatto tornare alla mia indisciplina istintiva, sono passata con il rosso e ho preso il multone. Guidare non mi è mai piaciuto, ma sarebbe meglio che fossi io a decidere quando smettere e non la polizia municipale. Dovrei essere meno impaziente.

il tostapane e l’accetta

sul banco della nostra cucina è spuntato un nuovo mostro con tanti bottoni. Per prevenire la mia ira, il marito aveva preparato il terreno: ho trovato una cosa che cercavo da anni, un tostapane adatto a ogni tipo di pane. L’avevo lasciato parlare, senza prestargli grande attenzione. Stamattina al posto della vecchia bistecchiera in cui bastava infilare la spina perché si accendesse, c’era un coso metalizzato e multi funzione: una leva per decidere l’apertura della bocca e vari pulsanti per determinare la cottura del pane. Risultato: niente colazione con pane e marmellata d’arance come piace a me, solo latte e biscotti. E’ un assaggio di quello che mi capiterà nella nuova casa? Sarà tutta così tecnologica che non saprò come muovermi? Tra le agenzie che mi sono passate sotto gli occhi oggi ce n’era una che diceva così: Uccide convivente con accetta, lei non voleva seguirlo nella nuova casa. Finirò anch’io così? Fatta a pezzi per resistenza all’invasione delle macchine domestiche?

giovedì 7 luglio 2011

il sogno

dopo il suono della sveglia alle sette mi sono riaddormentata e ho sognato che vivevo a Melbourne, o in un posto che nella mia mente chiamavo così: dalla finestra vedevo un fiume e una vegetazione foltissima, mi sentivo stordita, spaventata dalla lontananza, pensavo, per i ragazzi è un'opportunità, per me è materiale da blog (anche in sogno non smetto di perseguire un rilancio del mio fiacco raccontarmi), ma ero in panico. Invece ieri sera, assistendo dalla regia a Chi l'ha visto? avevo temuto di sognarmi il mostro di Firenze, di cui erano stati ricostruiti meticolosamente tutti i delitti (da bambina spesso questi popolavano i miei incubi). Il fatto è che sono alla vigilia di due cambiamenti importanti: il lavoro (è definitivo passo a Raitre con Tv Talk che cambia capostruttura e va verso un rilancio, oltre che una nuova sede) e la casa (gli operai sono già all'opera). Rispetto a quella fantomatica e lontanissima Melbourne questi non sono cambiamenti, sono piccole variazioni sul tema: chissà se sogno il peggio per poi consolarmi al risveglio.

mercoledì 6 luglio 2011

riconoscersi

"La adoravo eppure sapevo che non c'era promessa o giuramento capace di arginare il suo bisogno di esistere comunicando tutto a tutti." Si parla di Lucilla, l'amica della protagonista e io narrante di La vita accanto di Mariapia Veladiano, una ragazza che rivela ogni segreto: Lucilla sono io.

martedì 5 luglio 2011

The Conspirator


per raccontare la storia di Mary Surratt, processata e condannata a morte per l’attentato che costò la vita al presidente Lincoln, Robert Redford sceglie uno stile piano, quasi didascalico. Ha per le mani temi di grande portata: la giustizia ai tempi dell’emergenza, la ragion di stato e le sue forzature, la ricerca di capri espiatori, l’istinto protettivo di una madre nei confronti del figlio. Parte in sordina presentando innanzi tutto Frederick Aiken, l’avvocato della donna: un capitano nordista, che ferito in battaglia pensa prima agli altri che a se stesso. Aiken è sconvolto dalla morte di Lincoln e l’ultima cosa al mondo che vorrebbe fare è assumere la difesa della donna, nella cui pensione veniva studiato il piano contro il presidente. Essendo un giovane idealista e fresco di studi, decide di studiare il caso senza pregiudizi. Com’era prevedibile, si trova solo contro tutti: l’opinione pubblica che vuole punizioni esemplari, i suoi commilitoni, persino la sua fidanzata. Fin qui, tutto molto corretto, ma un po’ soporifero. Il mio interesse si è acceso di colpo quando Mary, l’imputata, confessa all’avvocato che ha sbagliato tutto con il figlio: per evitare che diventasse come il padre, ubriacone e violento, l’ha sempre protetto, ha impedito che si arruolasse e se lo è ritrovato cospiratore e incurante del bene della madre e della sorella. Da quel momento è stato tutto un crescendo di emozioni e sul finale non riuscivo a trattenere le lacrime. Un film di grande impegno civile, molto attuale nonostante l’ambientazione ottocentesca, per nulla rassicurante sia sul versante della vita sociale sia su quello della vita privata delle persone.

il bisogno di chiacchierare

c'è chi, come il marito, passa intere giornate chino sul computer o al telefono per lavoro senza sentire il bisogno di scambiare una chiacchiera. Per me chiacchierare è importante. Me ne accorgo a fine giornata: consultata da Silvia su una malattia del figlio piccolo, ascoltate le frecciatine di Vittoria sui colleghi, scambiato con Fiorentina un parere su una trasmissione televisiva, ricevuta a pranzo una visita gradita, torno a casa tutta contenta. Se dovessi contare sull'uomo che ho sposato per soddisfare il mio bisogno di chiacchierare sarei parecchio frustrata.

lunedì 4 luglio 2011

senza figli

dopo due giorni intensi di nuotate, letture e figli oggi sono tornata al lavoro e alla casa vuota. Ormai sono diversi anni che li spedisco a luglio al mare, ma ogni volta in questo mese di pendolarismo sperimento uno stato d'animo altalenante: un po' vorrei essere lì con loro, un po' so che mi annoierei, un po' mi mancano, un po' sono sollevata all'idea che non mi devo precipitare a casa a vedere che fanno. Di fatto i due mi condizionano molto più di quanto io creda, per stare tranquilla devo sapere che stanno tranquilli loro e passarci più tempo possibile, visto che ancora del tutto autonomi non sono.

mano

domenica 3 luglio 2011

La vita è breve e il desiderio infinito


all'inizio la storia di Nora che entra ed esce dalla vita di due uomini, Blériot, traduttore parigino, sposato con Sabine, e Murphy, operatore finanziario americano che vive a Londra, ha un suo fascino. Patrick Lapeyre descrive con tocco leggero come i due cedano ogni volta a questa ragazza bella e instabile, che appare e scompare a suo piacimento, che vorrebbe fare l'attrice, essere amata, ma non sa risolversi, non vuole scegliere. Andando avanti con la lettura, subentra la noia: Blériot è uno smidollato che traduce pochissimo, si fa prestare soldi dal padre, un amico, persino dalla moglie tradita; Murphy è ancora più sbiadito di lui, non fa che aspettare Nora, cercare Nora, pensare a Nora. L'intento di raccontare la più evanescente e la più forte delle emozioni, il desiderio, è lodevole, ma qui viene raggiunto molto parzialmente; alla fine delle 285 pagine e dei molti finali, che si sovrappongono a testimoniare la dipendenza degli umani dal caso, il lettore lascia i tre con un sospiro di sollievo, non dovendo più sentire parlare di loro.

tronchetti o mocassini?

a tavola eravamo nove (qui al mare i commensali si moltiplicano). La figlia si apprestava a salire in paese con la sua amica: si era messa una canottiera sottile, i soliti shorts, e ai piedi i tronchetti (stivali con il tacco tagliati alla caviglia) che le davano un'aria equivoca. Mio padre mi ha detto, non potresti proibirle di andare in giro così?
Se glielo proibissi, farebbe quello che fanno tutte le ragazze del mondo: porterebbe la scarpa vietata in un sacchetto e se la metterebbe fuori dalla porta di casa, questo gli ho risposto. La figlia ha registrato il dissenso verso le sue calzature. È andata a lisciarsi i capelli. È tornata e, a sorpresa, ci ha chiesto, tronchetti o mocassini? È stato un coro di mocassini! e lei ha accettato la decisione collegiale. (Fuori luogo, e quindi respinta, l'idea del nonno di premiare con dieci euro la sua scelta: io faccio pena come educatrice, ma anche lui non scherza.)

sabato 2 luglio 2011

Una vita allo sbando


non è un libro imperdibile questo Una vita allo sbando del 1969, eppure il modo in cui Anne Tyler descrive lo stato torpido in cui è immersa Evie, la sua protagonista diciassettenne, è il modo tipico della grande scrittrice: ti fa sentire, prima ancora che vedere, una persona a disagio con il proprio corpo e con gli altri, immersa in una nube di infelicità così fitta da non poterne individuare via d'uscita. Nei romanzi della maturità Anne Tyler mette in scena situazioni più complesse, personaggi più sorprendenti; qui si concentra su una ragazza orfana di madre, con un padre inadeguato e una tata a cui non va mai bene niente. Evie si invaghisce di un chitarrista ombroso e pieno di sé e persegue questa sua passione con slancio autolesionista, senza badare alla realtà. Ogni tanto sembra prendere coscienza dei suoi errori, sembra pronta a voltare pagina, poi ci ricasca, per mancanza di alternative. Come in tutti i romanzi di Tyler, la realtà descritta è più americana e più contemporanea possibile, ma l'atmosfera ricorda quella dei capolavori russi dell'Ottocento.

venerdì 1 luglio 2011

disordine

Jasmine e Esmine

mi hanno chiamata mentre mi avviavo verso casa sulla pista ciclabile. Mi sono voltata e me le sono viste davanti: Jasmine e Esmine, le due ragazze filippine che sedici anni fa hanno condiviso con la mia famiglia un bel pezzo di strada e con cui da parecchio ho perso i contatti. Incinta per la prima volta, avevo cercato un aiuto domestico. Odio fare colloqui (la mia vocazione al comando è pari allo zero) e, dopo aver incontrato un paio di persone improponibili, scelsi Esmine, per la sua faccia tonda, per il suo sorriso, per l'aria efficiente. A dominare la scena in casa nostra da quel momento fu dunque Esmine: lei decideva che zona della casa pulire da cima a fondo, che cibo farci assaggiare e poi, quando tornai al lavoro a un anno dalla maternità, come intrattenere la bambina mentre non c'ero. Ben presto introdusse in casa nostra anche Jasmine, la sua amica. Tanto Esmine era rotonda, femminile e autoritaria, tanto Jasmine era maschile e remissiva. Sembrava un ragazzo: capelli cortissimi, cappelletto con visiera, pantaloni e ciabatte di gomma; totalmente assoggettata all'amica. Senza quasi consultarci, si trasferirono insieme nella soffitta sopra casa nostra e quando non lavoravano cucinavano e ascoltavano musica a tutto volume, provocando l'ira della nostra bisbetica vicina. Quando nacque il figlio si specializzarono: Esmine era Tata 1 e si occupava della figlia; Jasmine Tata 2 e si dedicava al figlio, strapazzandolo se non voleva mangiare qualcosa, ma riempiendolo di cure come fosse il suo bambino. Dopo qualche anno la situazione precipitò e divenne fuori controllo. Terminato il contratto alla Rai, in casa per l'estate, passavo il tempo a rispondere al telefono per loro come una centralinista, pulivano solo se avevano voglia, si buttavamo malate, si facevano vedere pochissimo. Com'è nella mia natura, sopporto, sopporto e poi non sopporto più. Le convocai entrambe e dissi loro che se ne dovevano andare, con tutto il tempo che serviva loro per trovare un altro lavoro. Ci furono lacrime, ma niente recriminazioni: erano consapevoli anche loro che non si poteva andare avanti così. Per anni Esmine ha fatto bellissime torte per il compleanno della figlia ed è venuta a portarcela. Ieri l'ho trovata più o meno come me la ricordavo, mentre Jasmine è ingrassata e mi ha detto di aver subito una brutta operazione per un aneurisma. Le ho intrattenute con la storia di mio cognato che vive nelle Filippine e ha un bambino lì. Hanno riso come ai vecchi tempi, hanno detto, con tutte le filippine che ci sono a Roma, mi hanno chiesto dei figli. Le ho baciate e sono ripartita in bici con un groppo alla gola per come eravamo e per come siamo.