giovedì 6 ottobre 2011

Mirador

la minore delle due figlie di Irene Nemirovsky, Elisabeth, nel 1992, passati i cinquant'anni, ha sentito il bisogno di raccontato la terribile storia di sua madre: l'infanzia segnata dalla più anaffettiva delle madri, la precoce passione per la letteratura, la fuga dalla Russia rivoluzionaria, l'approdo in Francia, la fama come scrittrice, la sottovalutazione della minaccia nazista, fino alla deportazione e alla morte in campo di concentramento (dopo aver garantito la salvezza delle sue bambine). E' un libro che gronda sofferenza e passione, Mirador, ma per il lettore della Nemirovsky e' difficile accettare che l'io narrante sia la stessa Irene: lo stile dei chi scrive e' molto elaborato, a tratti lirico, ma non e' lo stile della grande scrittrice, ne e' solo una sorta di calco. Chi ha letto Il vino della solitudine, ma anche I cani e i lupi, Jezabel trova le stesse vicende, riportate alla verità storica e  private del loro fascino narrativo. Ad emozionare veramente sono i rari brani delle lettere, in cui si affaccia la vera Irene. Se Elisabeth Gille si fosse concessa di raccontare la sua storia di figlia, forse avrebbe scritto un libro migliore.

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