sabato 31 dicembre 2011

sulla spiaggia

con la scusa dell'acquisto dell'olio di Itri, siamo venuti al mare. C'è una luce stupenda. Il Circeo, che di solito sembra un'isola, mostra tutta la striscia di terra che lo lega a Terracina. Sulla spiaggia qualche ragazzino che fa scoppiare botti, gli stabilimenti chiusi, un'onda lunga che quattro intrepidi in muta si ostinano ad aspettare sulle loro tavole. Rinasco. Dura poco, non possiamo fermarci: la figlia è rimasta a Roma (senza le chiavi della macchinetta, almeno da questo punto di vista siamo tranquilli), stasera va recuperata dopo una festa; l'altro è qui con noi, che conta i minuti come se a casa avesse chissà cosa da fare. Stasera ci ospita a cena Antonella: ci dà un buon motivo per tornare. Vorrei un supplemento di vacanze, di mare. Mi prendo quest'aria fresca, dorata, cerco di portarla con me, insieme a pensieri più lievi di quelli con cui mi accompagno di solito. Provare a essere meno tesa, meno ansiosa, meno angosciata: questo sarebbe un bel proposito per il nuovo anno, godere del bello che c'è, che spunta all'improvviso come questa limpidissima giornata.

giovedì 29 dicembre 2011

mal di fine d'anno

il raffreddore si è impossessato di me, mi gocciolano gli occhi, il naso, mi fa male la gola, la testa, mi bruciano le labbra, ho delle occhiaie da paura; stamattina ho rinunciato a truccarmi, a cercare di darmi una sistemata: era una causa persa. Sono rimasta scioccamente al lavoro fino alle cinque, contando sulla giornata di domani per riprendermi e riposarmi. L'approssimarsi del capodanno peggiora le mie condizioni, scrivo capodanno e inizio a starnutire. Se solo il figlio si fosse organizzato qualcosa, potremmo far finta di niente. Stupide feste quando passate?

mercoledì 28 dicembre 2011

tran tran familiare

ho scoperto che con la figlia posso dialogare solo in due modi: via messaggi (per quante ce ne possiamo scrivere non diventiamo mai così aggressive come quando ci affrontiamo direttamente) o quando siamo nella sua macchinetta (e' così contenta di guidare, così concentrata nell'imparare nuovi itinerari che deposita ogni spirito polemico). Stamattina mentre cercavo eventi culturali del nuovo anno da caricare sul sito e' stato un continuo risponderle: aveva discusso con il padre; sosteneva, tanto per cambiare, che le stavamo rovinando le vacanze. Sono uscita alle due dal lavoro  e alle tre mi sono fatta portare da lei sotto la casa nuova, poi le ho mostrato la strada per piazza Mazzini e per arrivare dalla nonna. Con sua grande meraviglia sono poi scesa dalla macchinetta e ho preso un autobus per via del Corso. Voleva accompagnarmi, lei dell'autobus ha la fobia; a me non sembrava vero salire su un mezzo sicuro su cui potermi finalmente rilassare. Mezza congelata e ottenebrata dal raffreddore ho girato tra i negozi cercando pezzi per le calze della Befana, che quest'anno dovra' essere un po' più ricca del solito come risarcimento del viaggio mancato. Il marito sta meglio, ancora due medicazioni e dovrebbe essere a posto; sono state vacanze brevi ed insulse, ma poteva andarci peggio se la cisti fosse scoppiata lontano da qui. Ogni tanto arriva un messaggio dei miei parenti; papa' che gira tra Noto e Siracusa, Maddalena che scala piramidi maya e Isabella che si tuffa nel mare delle Virgin Islands ci fanno sentire parecchio meschini. Ci rifaremo prima o poi.

martedì 27 dicembre 2011

in ufficio, da sola

alzarmi, venire qui stamattina è stato una gran fatica, mi faceva male la gola, avevo dormito poco, mi innervosiva l'idea della redazione vuota (la rai risparmia sui contratti a termine, le mie colleghe fanno una pausa forzata di due settimane coincidente con la pausa del programma, praticamente si viene pagati a cottimo). Che bello però tutto questo silenzio, fare le cose con calma, non stressarmi fino alle cinque se la figlia va in giro in macchinetta e se il figlio guarda troppa tv. Di lavoro ce n'ho, sono riuscita finalmente a mettere a posto la scrivania su cui troneggiavano pile di fogli, la metà dei quali è finita nel cestino e per il portale ho solo l'imbarazzo della scelta sui testi da rifare. Avendo saltato l'estate alla Dear, mi ero scordata il suo volto deserto. Non male.

lunedì 26 dicembre 2011

Vite che non solo la mia

lo scrittore è in vacanza con la sua compagna a Sri Lanka. E’ il Natale del 2004: arriva lo tsunami. Quel giorno, di cattivo umore, hanno rimandato l’immersione subacquea con i rispettivi figli. L’hotel dove si trovano è abbastanza in alto, non si accorgono del disastro se non dopo che tutto è gia’ avvenuto. Una coppia di francesi con cui hanno fatto amicizia ha perso la figlia di quattro anni che giocava sulla spiaggia: ci si può solo impegnare per riportarne indietro il cadavere e il pensiero, se fosse capitato a me, a mio figlio, è devastante. Dalla storia di Delphine e Jerome, di come si erano conosciuti, del perché si trovavano lì’ e del trauma spaventoso che hanno subito, Carrere passa a quella di Juliette, sua cognata, che a trentatré anni scopre di avere un cancro in fase terminale. Vite che non sono la mia più che un libro sulla morte è un libro sulla sopravvivenza: Juliette vuole che suo marito e le sue tre bambine ce la facciano senza di lei, resiste al male finché puo’, si appoggia all’amico e collega Etienne, che più di ogni altro la capisce e può darle forza, avendo subito come lei il cancro da giovane. Carrère racconta due grandi storie d’amore, quella tra Delphine e Jerome e quella tra Juliette e suo marito Patrice; di contro si interroga sulla propria incostanza, sul desiderio di distinguersi dagli altri, sulla difficoltà che prova da sempre a sentirsi appagato. Anche la lunga digressione sul mestiere di giudice di pace, esercitato da Juliette con competenza e passione insieme ad Etienne, ha un preciso valore: serve ad alimentare il ricordo della donna in chi è rimasto, a dare valore alle sue battaglie civili. Alla fine resta solo la memoria, e la scrittura, una scrittura così intensa, meditata, sofferta restituisce dignità anche al dolore più atroce.



domenica 25 dicembre 2011

Sherlock Holmes, Gioco di ombre

e’ il giorno di Natale, riusciamo a convincere il figlio a venire al cinema con noi, ci caliamo per una delle ultime volte nei panni di una coppia che porta il bambino a vedere un film adatto a lui. Questo Sherlock Holmes in parte lo e’, in parte no: parla il suo linguaggio di adolescente cresciuto a videogiochi nelle spettacolari scene di combattimento (volano bombe, proiettili, cazzotti, pugnali, il tutto a una velocita’ sconcertante per noi, normalissima per lui); contiene una riflessione forte sulle guerre che si scatenano tra gli uomini (non c’e’ bisogno che un cattivissimo con smanie di arricchimento le provochi, sono i governanti stessi a non preservare la pace, a tuffare i loro paesi nei conflitti senza dar peso alle conseguenze in termini di vite umane e devastazioni). Il tutto condito con lo sguardo folle di Robert Doweney Jr., il piu’ irriverente degli Sherlock, il piu’ lontano dall’iconografia dell’investigatore con il cappello, la mantella e la pipa che ho conosciuto nella mia infanzia. Qui Sherlock, oltre a combinare di tutti i colori (butta giu’ dal treno Mary, la moglie di Watson, precipita giu’ per una cascata), passa da un travestimento assurdo all’altro: e’ una poltrona, un vecchio cinese, un cameriere, una dama; muore e risorge piu’ di una volta. Divertente e per niente scemo.

pranzo di natale

e' toccato alla suocera prendersi cura di noi quattro derelitti: abbiamo mangiato da lei ieri sera e oggi a pranzo e la bontà del cibo e' riuscita almeno in parte a supplire alla mancanza di riti natalizi denunciata dai miei figli (avevo detto, niente albero partiamo, e non mi ha proprio sfiorato il pensiero di correre ai ripari, inventandomi di corsa decorazioni e regali). Oggi a tavola c'erano anche le due nipoti: la madre, tutta pettinata, scollata e con tacchi a spillo, e' salita a salutare, andava a pranzo con il suo nuovo compagno, il padre festeggiava nelle Filippine con il bambino di un anno e mezzo e la sua donna di nuovo incinta. La grande (diciassette anni) era abbastanza loquace, rispondeva disinvolta ai miei tentativi di tener viva la conversazione, la seconda (quindici anni) era catatonica, non si e' mai tolta la giacchetta, lasciava che la sorella rispondesse per lei (l'unico momento in cui si e' rianimata, e' stato quando verso le quattro del pomeriggio, a corto di argomenti, ho parlato dei complessi che hanno gli adolescenti e di cui mia figlia sembra priva: lei se n'e' uscita d'impulso: io ho il complesso delle cosce: inutile dire che ha gambe belle e normali). Alle cinque, quando mia suocera cominciava a dare segni di cedimento, la madre delle ragazze e' tornata a prendersele e noi siamo andati a vedere Sherlock Holmes. Tra le cose da salvare di questo natale la bella passeggiata con Pietro (niente effetto velko, solo tante chiacchiere in grande libertà e confidenza).

sabato 24 dicembre 2011

Dove eravate tutti


romanzo famigliare, romanzo generazionale, abbozzo di tesi di laurea in storia contemporanea: tutto questo e’ il libro del ventottenne Paolo Di Paolo, Dove eravate tutti, ma forse e’ soprattutto il miglior ritratto che abbia letto finora degli anni berlusconiani appena conclusi (si spera). Il padre di Italo, il protagonista, ha investito con la macchina un suo ex alunno che gli ha rovinato la vita; la sorella e’ innamorata proprio del ragazzo investito; la madre se n’e’ andata a Berlino. Italo, che ha studiato storia perche’ gli pareva “la piu’ maschile tra le materie femminili”, vuole fare una tesi su Berlusconi: il Professore lo rimanda all’Assistente, l’Assistente che sta per candidarsi con il Pd, lo esorta a lasciar perdere. Prime pagine di giornali a scandire i principali eventi dal 2000 a oggi, facebook che cambia i rapporti tra amici, eliminando la cesura del tempo, la trasmissione Colpo grosso che segna l’inizio della fine del buon gusto in televisione: Dove eravate tutti e’ anche un catalogo delle nostre cecita’, di quello che abbiamo lasciato accadere nel nostro paese senza battere ciglio. Davvero un bel libro.

l'effetto velko

quando avevo quattordici anni o giù di li' in un campeggio in Sardegna ho scambiato due parole con un ragazzo milanese, un po' più grande di me. Mi ha dato il suo indirizzo, io gli ho dato il mio. Uno dei due ha scritto una lettera all'altro: per vari anni abbiamo intrattenuto una fitta corrispondenza. Su in soffitta le devo ancora avere le lettere di Velko: sono tante, tantissime, aveva una bella calligrafia chiara e ordinata, usava sempre le stesse buste. Le mie invece erano tutte diverse, molto più infantili: prendevo di volta in volta la carta da lettere colorata che mi veniva regalata (oggetto ormai totalmente desueto), fogli di quaderno, buste raccolte in casa. Gli raccontavo tutto quello che mi succedeva, era quasi un doppione del diario che non facevo leggere a nessuno, mi sentivo appoggiata da lui. Gli piaceva molto Roma e le due o tre volte in cui e' venuto a trovarmi era tutto contento di uscire con i miei amici, di essere ospitato in casa mia, del sole, delle passeggiate. Un anno, a pasqua, ho deciso di andare io a trovarlo. Era figlio unico e i suoi genitori, uno dei quali tedesco (forse il padre), sono stati gentili con me. Lui invece era un po' a disagio, mi chiedeva in continuazione che cosa volevo fare. Poco dopo quella visita le nostre lettere si sono diradate. Quando mi sono trasferita a Milano, una sera mi ha invitato a cena. Abitava ancora con i suoi, ma si erano trasferiti fuori città. C'era anche una fidanzata, mi ricordo di aver parlato più con lei che con lui, che era rimasto invariato nel tempo. Poi basta. La storia di Velko mi e' tornata in mente pensando all'appuntamento con Pietro. E' tutto diverso, io e Pietro non ci scriviamo, al massimo un messaggio ogni tanto. Pero' lui sta a Milano e io a Roma, lui legge il mio blog e me lo commenta al telefono. Perché temo l'effetto velko, il passaggio da un caloroso rapporto a distanza all'imbarazzo di un incontro diretto? E' che mi gira male, non ho affatto smaltito la rabbia suscitata ieri dalla figlia, vedo tutto grigionero come il gelido cielo di questo 24 dicembre. Come non deludere Pietro, non essere delusa da lui?

davanti alla sua amica

ieri mia figlia mi ha mandato un messaggio, viene a cena Giorgia. Dopo mangiato, la richiesta: posso andare al cinema alle dieci e mezza? No, non puoi andarci, e' troppo tardi, hai un sacco di giorni di vacanza, non so come ci vai e come torni. Non l'avessi mai detto: e' partita una scenata che non finiva più:  mi vuoi rovinare la vita, non mi fai fare niente, vuoi che io sia emarginata... Io cercavo di caricare la lavastoviglie e di trattenermi dallo strattonarla per farla tornare in se', Giorgia intanto rimaneva seduta a tavola con gli occhi fissi nel vuoto. Lei il problema dei permessi non ce l'ha: abita all'Aventino e per i genitori e' normale che vada al cinema all'ora che vuole e che torni in motorino all'una di notte. Finito il primo round, esausta dalla discussione, stridula per la mancanza di voce, mi sono accasciata di fronte alla tv. Dopo aver minacciato ripetutamente di uccidermi e di suicidarsi, la figlia e' finalmente scesa in camera sua con Giorgia, divenuta una statua di sale. Passano cinque minuti e la figlia torna alla carica. Consigliata dall'amica, ha cambiato strategia: ora e' passata a implorare. Scusa, scusa, se non posso andare al cinema, posso almeno andare a Ponte Milvio? Mi hai fatto troppo arrabbiare, ti sei comportata troppo male, vai, ma alle undici e mezzo torna a casa. Eh no, alle undici e mezza non posso, arrivano tutti alle undici, almeno mezzanotte. Deposta la maschera della contrita, ora e' di nuovo lei aggressiva, minacciosa. Vorrei sentire cosa dice Travaglio alla Gruber, vorrei che si togliesse di torno, penso a Giorgia al piano di sotto, resisto, la mia serata e' rovinata, lei piange, si lamenta di avere i peggiori genitori del mondo. Il marito osserva la scena come fosse un estraneo: e' un problema tra me e lei, lui si chiama fuori. Alla fine la figlia dice con aria teatrale, scendo mezz'ora sotto il portone, in questa casa non ci resisto. Alle dieci io crollo, non riesco neppure più a leggere, poso la testa sul cuscino, mi addormento, faccio sogni agitati. Mi sveglia la porta di casa che si apre, dovrei controllare l'ora, ma ho la testa pesante. Mi si prospettano delle belle vacanze.

venerdì 23 dicembre 2011

dimissioni


c’e’ qualcuno che sta peggio di noi, deufradati di un viaggio. Penso a mio cognato, all’entusiasmo con cui aveva accettato l’incarico di presidente di un ente che conosceva bene e avrebbe senz’altro riformato e fatto crescere. Avrebbe: il suo incarico e’ durato pochi mesi, giovedi’ si e’ dovuto dimettere, non poteva rinunciare a versare i contributi in Svizzera, con i soldi che gli davano qui la pensione se la sognava. Il solito pasticcio italiano: fai un accordo e non lo mantieni, se ci resti stritolato e’ colpa tua, potevi far meglio i tuoi calcoli. Lui finira’ per essere nominato responsabile del sistema antisismico di tutto il sud est asiatico e noi finiremo per chiudere l’ente, tanto a noi i terremoti ci fanno un baffo.

non partiamo


non partiamo e stamattina alle nove quando il marito mi ha telefonato con voce funerea mi sono sentita le gambe molli per la preoccupazione: dalla cisti esce solo del siero, non si puo’ incidere perche’ e’ troppo dura, ce ne vorra’ di tempo prima che gli passi. La giornata e’ proseguita con ritmo concitato: dovevo sentire video e sfornare testi di accompagnamento e alle due essere a Teulada con gli ospiti della trasmissione. Ho fatto in tempo a suggerire alla figlia di farsi scortare dalla sua amica Livia dalla nonna: seguendo un’altra macchinetta aveva meno possibilita’ di sbagliare strada e se non riusciva a parcheggiare poteva ricorrere a qualcuno piu’ esperto di lei. Loro due hanno mangiato dalla nonna e si sono fermate a spiegarle i misteri dell’i-pad: il figlio e’ rimasto a casa, solo e sconsolato. Io mi sono intrattenuta con Piero Angela e Laura Muscardin: la regista di Tutti pazzi si e’ molto divertita ad ascoltare le mie critiche ed era strabiliata dalla mia conoscenza della serie. Essendo una donna intelligente e sincera non ha affatto negato che ci siano state pressioni per normalizzare, livellare, uniformare, sopire, troncare… Bell’incontro mi ha risollevato la giornata. Sembra assurdo, ma quello che piu’ mi dispiace di non partire e’ che non avro’ mai il tempo a Roma di leggere i quattro volumoni che avevo preparato per il viaggio (chi me le da’ dieci ore seduta senza nulla da fare, chi me lo da' lo sfondo del mare, il migliore per favorire la lettura). E ora come scegliere tra Middlesex, I detective selvaggi, Adam Bede e A un cerbiatto somiglia il mio amore? Forse daro’ la precedenza al più’ smilzo Vite che non sono la mia, che mi e’stato suggerito da Chiara, una lettrice del blog.

giovedì 22 dicembre 2011

partire o non partire

quest'anno il viaggio di natale il marito intendeva risparmiarselo, sperava di arrivare a dicembre pronto per il trasloco. Quando e' stato evidente che prima di marzo la casa non sarebbe stata pronta, i ragazzi hanno cominciato a implorare, perché non partiamo? Una volta prese brutte abitudini... Cosi' all'ultimo momento, senza grande convinzione, ha prenotato una settimana a Mauritius: un'occasione per riposarci e stare insieme tutti e quattro, un bello stacco dalla routine, un paese che non conosciamo, una spiaggia dall'aspetto invitante, un bell'albergo. Sembrava fatta e invece, dalla sera dello scontro con i condomini, lui sta una schifezza. Una piccola cisti, che nemmeno sapeva di avere dietro la coscia, si e' improvvisamente infettata, diventando prima un bubbone, poi una specie di mattonella iperdolorante. Il medico gli ha prescritto cortisone e antibiotico in dosi massicce. Nei giorni successivi il marito ha continuato a lavorare e soffrire: solo stare seduto lo fa stare malissimo. Ora siamo alla svolta: o guarisce e partiamo, o si resta a Roma. La figlia, scherzando, ma neanche tanto, non vuole rinunciare: l'ho detto a tutti, che figura ci faccio, e se andassi con la nonna? Il figlio chiede speranzoso ogni ora, come sta papa'. Se dovessimo partire, sarebbe la più improvvisata e la più agognata delle partenze.

la cartolina di Massimo


mercoledì 21 dicembre 2011

Troppa felicita'


fa la cameriera in un motel e le va bene cosi’: non deve parlare con la gente. Che su Doree, la protagonista del primo racconto della raccolta Troppa felicita’ di Alice Munro, incomba il ricordo di una tragedia, e’ chiaro sin dall’inizio, ma il lettore non sa di che tragedia si tratti. Poi pian piano se ne definiscono i confini: la ragazza ha assistito la madre malata, ha sposato un inserviente conosciuto in ospedale, ne ha subito le manie e il carattere chiuso, ha fatto tre figli con lui. Una sera hanno litigato, lei e’ andata a dormire da un’amica, la mattina dopo, tornata a casa, ha trovato i bambini soffocati nel sonno, ora lui e’ ricoverato in un istituto per malati mentali e lei va a trovarlo. Il finale del racconto con Doree che si trova a salvare la vita a un ragazzo che ha avuto un incidente getta un raggio di luce sul suo cupissimo destino. Sono racconti crepuscolari questi della Munro: a volte coprono archi di tempo molto lunghi, riassumono una vita dall’infanzia alla maturita’, altre volte si concentrano su una crisi momentanea, ma il senso della morte li attraversa tutti, come un’ombra a cui non si sfugge. E’ difficile leggere racconti piu’ belli e piu’ tremendi.

martedì 20 dicembre 2011

la timidezza, Giulio Coniglio, Nicoletta Costa


alle quattro di oggi pomeriggio mi aggiravo al quinto piano di viale Mazzini in cerca di Luisa, che doveva darmi una cassetta. Mi ero scordata il suo numero di stanza e chi e’ stato in quella sede rai sa che senza questo li’ non si trova niente e nessuno. Alla fine la fretta ha avuto la meglio sulla ritrosia, ho chiesto aiuto a una signora, questa ha fatto una ricerca al computer e sono arrivata a mettere le mani sull’ambita cassetta. Mi e’ tornata alla mente l’intervista che avevo fatto la mattina a Nicoletta Costa, la scrittrice e illustratrice per bambini. Parlando del suo personaggio Giulio Coniglio e della sua timidezza, mi ha detto di essersi ispirata a sua figlia che da bambina era cosi’ timida da morire di sete piuttosto che chiedere un bicchiere d’acqua. I bambini sono quasi sempre cosi’, ha detto la Costa, o timidi o sfrontati, senza vie di mezzo. Io ero e sono rimasta stratimida, nei miei figli sono rappresentate tutt’e due le categorie.

lunedì 19 dicembre 2011

giro in macchinetta

mi aspettava con l'orecchio sopra il citofono. Scendoooooooo! Prima che potessi rendermene conto ero seduta accanto a lei. Intontita da un'intensa giornata lavorativa, priva di forze, semiterrorizzata, mi sono fatta trasportare in giro per il quartiere per oltre un'ora. Per far finta che non fosse una lezione di guida, mi sono posta degli obiettivi pratici: prima siamo andati a comprare un maglione per la nonna, poi al supermercato e infine dal ferramenta a cercare un bloccasterzo. La macchinetta fa il rumore di un trattore e sotto la sua guida inesperta a ogni partenza, a ogni retromarcia fa un balzo. Lei era tutta contenta, con te guido bene, papa' mi critica troppo. Mia figlia che mi scorrazza: quando mi saro' tranquillizzata, magari comincerò ad apprezzare la comodità.

dehor


domenica 18 dicembre 2011

Le idi di marzo


di Ryan Gosling mi ero gia’ innamorata in Drive; per il suo quarto film da regista George Clooney non si limita a scegliere il miglior protagonista possibile, lo circonda con attori come Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman (oltre che con se stesso). Le Idi di marzo ha un ritmo molto serrato: ci sono le primarie tra due candidati democratici e Stephen (Ryan Gosling), un giovane addetto stampa che ha il potere di incantare i giornalisti, sembra destinato a far vincere Morris, il suo candidato. Stephen e’ bravo nel suo lavoro, ma a distinguerlo dagli altri e’ soprattutto che lui a Morris, al suo programma, alle idee di giustizia sociale, rinnovamento e pacifismo ci crede sul serio. Ci si mette di mezzo una ragazza e tutto precipita. In politica dall’idealismo al cinismo piu’ spinto il passo e’ rapidissimo, questo ci racconta Clooney, in un film intelligente, ben scritto e ben recitato che lascia l’amaro in bocca.

perche' non c'eri

ogni domenica in cui andiamo a pranzo dalla suocera inevitabilmente lei mi pone la stessa domanda: ho visto la puntata della trasmissione in cui lavori, perché non c'eri? E non intende non c'eri nel senso, non ti ho vista, sa benissimo che al massimo vengo citata per un servizio e che non mi faccio inquadrare quando intervisto qualcuno, lei vuole sapere perché non ho fatto nessun servizio. Si da' il caso che ogni volta che lei mi fa questa osservazione, io venga citata in puntata, ma lei ha una forma di sonno selettivo, si addormenta nell'istante in cui mi nominano e si risveglia subito dopo. E' un trucco degno di un film di Woody Allen. Non lo fa perché ce l'ha con me, i nostri rapporti sono molto affettuosi, e' più forte di lei: persino quando sono andata a Milano e mi hanno inquadrata tutta intera, e' riuscita a non vedermi pur stando davanti alla tv accesa. La sparizione della nuora dal piccolo schermo e' un fenomeno scientifico tutto da indagare.

sabato 17 dicembre 2011

Almanya

nel corso di un viaggio in Turchia a un bambino confuso sulle sue origini viene raccontata come una fiaba la storia della famiglia, a partire dall'incontro tra i nonni. In Anatolia non si guadagnava abbastanza per vivere e il nonno aveva lasciato l'amata moglie e i tre figli per andare in Germania; si era poi portato tutti li' con se' ed era nato un quarto bambino. Ora il nonno e' vecchio, ha ottenuto il passaporto tedesco (che a differenza di quanto accade per la moglie, non lo inorgoglisce affatto, anzi lo fa soffrire), ha comprato un rudere nel suo paese e ci vuole tornare. Non particolarmente originale, Almanya ha almeno due pregi: il calore con cui racconta i legami familiari (un po' di piantarelli me li sono fatti, ma sapevo che sarebbe andata così, oggi era la giornata giusta per piangere al cinema) e l'ottima scelta degli attori (bambini e adulti si assomigliano il giusto e contribuiscono a creare il clima fiabesco e affettuoso che stempera la malinconia).

la macchinetta

Signora, non faccia quell'aria preoccupata, mi ha detto il tizio che ci ha venduto la macchinetta. Mia figlia era entrata nel trabiccolo insieme alla sua, e lo stava avviando. Sentendo quel rombo maligno devo aver fatto una faccia così disperata che il tipo si e' sentito in dovere di rassicurarmi. Lo so che sto proiettando la mia insicurezza alla guida su una ragazza sveglia che se la caverà senz'altro meglio di me, ma l'idea che mia figlia si aggiri per la città dentro quella scatoletta non mi lascia per niente tranquilla. Ripenso a cosa ci ha portato fin qui: ai due anni di insistenza continua da parte sua; all'alternativa con il motorino, molto più pratica ma alla fine bocciata perché in quel caso sarei dovuta ricorrere ai tranquillanti; al sogno di essere una madre tutta d'un pezzo, usa gli autobus fino a diciott'anni e poi se ne riparla. La responsabilità di insegnarle a guidare se la prende il padre, io non sono in grado. Posso solo stilare un decalogo di regole, non portare passeggeri, non rispondere al telefono mentre guidi, rispetta i semafori, gli stop, vai piano, non ci uscire di sera o quando piove forte: io lo stilo e lei lo butta dal finestrino.