
“disapprovare gli altri, la loro mancanza di perfezione, era sempre stato il nostro passatempo preferito”, se l’autobiografia di Jonathan Franzen, intitolata esplicitamente Zona disagio, ha un pregio, questo è l’estrema sincerità: l’autore non esita a rivelare il disprezzo che prova e ha sempre provato per la maggior parte delle persone che lo circondano. Non è per niente simpatico il giovane Franzen che emerge da queste pagine, soprattutto quando si confronta con i suoi genitori, due americani medi, colpevoli ai suoi occhi principalmente di non distinguersi dagli altri. Del padre si sottolinea che non raccontava barzellette, non sapeva giocare a palla e si dedicava al golf e al bridge per avere la conferma di essere negato per il primo e sfortunato nel secondo. Quando può Jon si allea con la madre per denigrarlo. Lo stesso fa quando è il padre a prendersela con la madre, perché “l’emotività” di questa imbarazza entrambi. Come nel suo osannato romanzo Libertà, Franzen avvolge i suoi personaggi di un pesante sarcasmo; non risparmia se stesso raccontando anche gli episodi più imbarazzanti della sua adolescenza, il suo stile è brillante, la lettura procede veloce senza cali d’attenzione, riesce a rendere interessante persino il birdwatching; a mancare però è il senso di umanità, di comprensione per i propri e gli altrui difetti. Sei molto intelligente Jonathan Franzen, ma non sarai mai Anton Cechov.










