lunedì 30 gennaio 2012

La famiglia vuota

ho molto amato Il faro di Blackwater e anche questi racconti sono belli, ma al calore che sprigionava da quel libro dedicato all'amicizia, qui si sostituisce il gelo che emana da rapporti famigliari di facciata. Gli amori che racconta Toibin ne La famiglia vuota appartengono al passato: c'è la famosa scenografa che ha amato per anni un attore senza mai condividere con lui più di qualche notte, ci sono le passioni tra giovani omosessuali rinnegati da matrimoni e nascita di figli, ci sono figli respinti dalle madri che non riescono ad assisterle in vecchiaia, nipoti legate alle nonne scomparse. L'altro elemento comune ai vari racconti sono i viaggi, gli spostamenti: l'umanità che lo scrittore irlandese descrive non trova pace, non mette radici, se torna a casa lo fa con disagio. Dublino appare spesso ammantata di buio, funestata dall'imperversare degli agenti atmosferici: un luogo oscuro dell'animo da cui non si può fuggire una volta per tutte. Un libro pieno di solitudine e amarezza: ad essere vuota nella visione di Tóibín non è solo la famiglia come istituzione, ma l'intera vita, dopo che è finita o sta per finire.

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