giovedì 19 gennaio 2012

Shame


del passato di Brandon non sappiamo nulla, ma non e’ difficile immaginare che la sua sia stata un’infanzia violata. E’ un maschio adulto, di bell’aspetto, ha una casa, un ufficio. La gente e’ attratta da lui, non solo le donne, anche gli uomini, dal suo bel sorriso, dall’aria serena e sicura di se’. E’ una facciata: Brandon appena puo’ si isola per fare sesso: da solo, con o due prostitute, con il computer, con tipi sordidi in appositi locali. Il suo fragilissimo equilibrio si infrange quando trova a casa ad aspettarlo la sorella minore, una bionda piu’ devastata di lui. La respinge con tutte le forze: sa come andra’ a finire, lei e’ una che si attacca al primo che passa, per farsi scacciare e avere un motivo per tentare il suicidio. Nel film di Steve McQueen ci sono pochi dialoghi e una New York bagnata e cupissima. Uno splendido Michael Fassbender, si aggira tra casa-ufficio-metropolitana oppresso da un’angoscia che non riesce piu’ a contenere. Non riserva sorprese questo racconto, ma il ritratto della solitudine di fratello e sorella non potrebbe essere piu’ efficace. Discutono inquadrati da dietro: due nuche che si sfiorano, il ricordo di una violenza indicibile (“non siamo cattive persone, e’ solo che veniamo da un brutto posto”), un presente in cui non puo’ succedere nulla che abbia un senso, in cui non passa uno spiraglio di luce. Lei (la bravissima Carey Mulligan) canta nei locali e nella sua rallentata interpretazione la canzone New York New York diventa l’inno alla rinuncia definitiva alla speranza di cambiamento. Usciti dal cinema io e Peppe ci stavamo accapigliando: io insistevo sull’infanzia violata, lui sulle vittime del sistema capitalistico; Antonella rideva di noi.

1 commento:

Anonimo ha detto...

È nato in una famiglia irlandese, chiaro no? Per questo è protagonista di un (brutto) film ciellino.