venerdì 13 gennaio 2012

Tre atti e due tempi


lo ammetto, ero prevenuta. Faletti non mi e’ particolarmente simpatico, chi fa tante cose diverse raramente le fa bene, i libri primi in classifica in genere sono brutti. Ho comprato Tre atti e due tempi in vista di un impegno di lavoro, per non arrivare impreparata nel caso dovessi andare a un incontro tra l’autore e gli studenti la settimana prossima. La prima considerazione e’ che il libro si fa leggere: e’ scritto in modo veloce, frasi brevi, frequenti battute di spirito. Circola nella narrazione un humour mesto, proprio di chi la sa lunga sugli uomini e sulle cose. Si parla di calcio e di partite truccate. Mi ha colpito leggere nella nota finale che Faletti e’ uno dei pochi uomini italiani che di calcio non si interessa: da parte sua quindi e’ stato un azzardo, una prova di abilita’ raccontare l’incontro decisivo per una squadra di serie B, la tensione prima del match, la morte d’infarto dell’allenatore, la regia della partita assunta da un magazziniere in incognito che sa che alcuni giocatori si sono venduti il risultato. E’ tutto molto ben orchestrato, fin troppo: la storia che si ripete (il magazziniere era un pugile, si era lasciato corrompere, e’ stato in carcere, ora vuole evitare che suo figlio, il calciatore di punta faccia il suo stesso errore), la tensione crescente, il rimpianto del protagonista per la moglie morta e insieme l’attrazione per una cameriera gentile che non pretende nulla da lui. Alla fine l’impressione e’ che Tre atti e due tempi sia un libro perfetto per lettori non abituali: vocabolario ristretto e dunque pienamente comprensibile, orizzonte noto, valori solidi sullo sfondo di un mondo corrotto, finale pacificatorio. Comunque meno peggio di quanto mi aspettassi.

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