domenica 19 febbraio 2012

Il demone a Beslan


quando Francesco mi ha detto, sto leggendo un libro bellissimo sulla tragedia di Beslan (il sequestro, nel settembre 2004, di una scuola dell’Ossezia da parte degli indipendentisti ceceni, in seguito al quale morirono 304 persone, di cui la meta’ bambini) devi assolutamente intervistare l’autore, la mia prima reazione e’ stata, no, non ce la posso fare. Per un intero pranzo Francesco non ha parlato che di Marat, il protagonista ceceno, l’unico sopravvissuto del commando che ha preso in ostaggio la scuola: sta in prigione e oltre alle visite di orribili scarafaggi, riceve quelle di due fantasmi, il bambino Petja e il vecchio Ivan, rispettivamente testimoni dell’evento dall’interno dell’edificio e dal suo esterno. Mi ha convinta. Arrivata a pag.309 del libro ho incontrato la figura del prete del carcere che va da Marat e gli dice, all’inizio non volevo neppure accostarmi a te, ti ritenevo troppo lontano e malvagio, poi ho letto i fogli che scrivi ogni sera, ti ho ascoltato e a un certo punto mi e’ sembrato di averti compreso. Anche a me addentrandomi nella lettura del Demone a Beslan e’ parso di comprendere un evento sul quale la mia mente rifiutava di soffermarsi. Tarabbia ci conduce nella testa di Marat, dei suoi compagni, ci mette davanti alla loro disperazione di fronte all’indifferenza con cui il mondo assiste al loro massacro da parte dei russi. Ognuno dei membri del commando ha subito lutti orrendi: le milizie in Cecenia gettano granate sui villaggi oppure torturano gli abitanti casa per casa, stuprano le donne davanti ai loro uomini, sventrano quelle incinte, falcidiano con i mitra i bambini. Un’intera generazione e’ cresciuta cosi’, convivendo con la morte, la violenza, la paura (l’episodio dei ragazzini di Groznyj che giocano tra le case abbandonate e trovano in una cantina i cadaveri mutilati di una famiglia e’ tra i piu’ spaventosi anche se apparentemente non succede nulla). La cronaca che Tarabbia fa dei tre  giorni nella scuola assediata e’ asciutta, essenziale. Non e’ un libro schierato, l’autore non nasconde al lettore le conseguenze del folle gesto di tenere in una palestra senz’acqua ne’ cibo mille persone sotto la minaccia di mitra e di bombe. I membri del commando sono molto diversi tra loro: c’e’ chi e’ crudele e fanatico come il capo Ruslan, chi va avanti sotto l’effetto della cocaina, chi paga con la vita la sua opposizione alle stragi ordinate per mostrare che si fa sul serio, chi si sente soverchiare dalla pieta’. Il punto e’ che tutta la vicenda e’ stata troppo frettolosamente archiviata, che l’odio, la crudelta’ generano altro odio, altra crudelta’. Il libro di Tarabbia non parla solo della strage di Beslan, ne’ solo del massacro sistematico del popolo ceceno, parla di quando agli uomini e’ sottratta la loro umanita’ e di come non si possa restare indifferenti e lontani rispetto a questi eventi. Un libro bellissimo e necessario.

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