mercoledì 29 febbraio 2012

Polisse

di film su poliziotti se ne sono visti tanti; questo di Maïwenn Le Bosco non assomiglia a nessuno di loro. La squadra che si occupa di abusi sui minori viene vista dall'interno in un miscuglio inestricabile tra vita privata e lavoro. All'inizio si e' colpiti dal fatto che le poliziotte e i poliziotti non facciano altro che parlare di sesso, fare sesso  tra loro o con i loro partner, poi in qualche modo non sembra più strano perché il loro e' un mondo a parte, in cui e' difficilissimo resistere e ci si attacca a quello che si trova: il sesso, ma anche l'umorismo nero, il cameratismo spinto. Bambine violentate da padri e nonni, ragazzini molestati dagli istruttori di ginnastica, madri che masturbano i bebe' per farli dormire, piccole rom torturate per piegarne la volontà: il campionario degli orrori da fronteggiare giorno per giorno e' infinito. La regista si ritaglia il ruolo di una timidissima fotografa che segue la squadra tenendosi in disparte: il poliziotto che all’inizio e’ piu’ ostile con lei e' quello di cui s’innamora, vedendolo soffrire per un bambino separato dalla madre. Tra le scene piu’ forti quella del litigio tra due componenti della squadra che sono sempre state grandi amiche: una accusa l’altra di perdere tempo su facebook, a entrambe saltano i nervi, si dicono cose bruttissime, si prendono per il collo. Molto bello il finale in cui una tremenda sconfitta si intreccia con una luminosa vittoria.

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