giovedì 8 marzo 2012

l'inammissibilita' del no

e' passata solo una settimana dall'incidente fatto dalla figlia la mattina in cui aveva saltato la scuola. Il suo atteggiamento contrito e' già svanito. Ieri sera mi ha chiesto se dopo cena poteva andare da Eugenio. Ha aggiunto che non si sarebbero potuti vedere fino a sabato. Le ho detto che non volevo che si facesse venire a prendere in macchinetta, che lui poteva venire qui. E' venuto, ma non e' salito a casa con la scusa che la macchinetta ha il vetro rotto e potevano rubargli lo stereo. Oggi ero all'auditorium per le interviste, la figlia mi ha ripetutamente cercato al telefono. Voleva andare da Eugenio un'oretta dopo cena. Le ho detto di no. Dalle otto alle nove non ha fatto che piangere, urlare, implorarmi. Sembrava che la sua stessa vita dipendesse dal permesso di uscire. Ho urlato tanti di quei no che mi e' andata via la voce. Perché no? No, perché ieri hai detto che non potevate vedervi, perché ogni giorno cambi le carte in tavola, no, perché di te non mi fido e di lui meno ancora. Che posso fare? Perché mia figlia perde così facilmente il senso delle proporzioni, perché non capisce quando e' il momento di smetterla?

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