martedì 13 marzo 2012

Roberto Saviano a Discorso diretto

che Saviano fosse un oratore efficace lo sapevo, ma ignoravo che fosse così bravo a comunicare con i ragazzi. Oggi la sala Petrassi dell'Auditorium era piena di liceali. All'inizio si agitavano sulle sedie, si alzavano, rumoreggiavano. Quando lui ha cominciato a parlare e' sceso il silenzio. Ha chiesto subito se c'erano domande: i ragazzi si alzavano timidi con il foglietto preparato in classe e lui prendeva lo spunto per partire con i suoi discorsi. L'argomento iniziale e' stato il calcio: di questo parlava un suo racconto distribuito alle scuole partecipanti. Ha scaldato la platea raccontando che, quando era piccolo, Maradona si allenava il mercoledì mattina, e quel giorno le scuole di Napoli erano vuote perché andavano tutti allo stadio a vederlo. Ha raccontato dei ragazzini che giocavano a calcio per strada e venivano assoldati dalla camorra per fare i pali: se vedevano una macchina sospetta dovevano buttare la palla in una certa strada per avvisare gli spacciatori. Si e' soffermato a lungo sulla mitologia dei delinquenti, sul fascino che esercita sui giovani chi ha tutto e chi si prende tutto quello che vuole. Ha detto che la loro vita e' un inferno: braccati, impauriti, incapaci di godersi alcunché. Ha raccontato l'episodio della cinquecento trovata carbonizzata in una strada, della gente che insultava il cadavere prima di accorgersi che si trattava di quello di una ragazza. Lui quel cadavere carbonizzato l'aveva visto e anche il vigile urbano che aveva vomitato la pasta e patate mangiata a pranzo. La ragazza uccisa era fidanzata con un giovane affiliato a un clan. Lui aveva provato ad allontanarsi dalle attività criminose; lei era stata presa dai camorristi. Nessuno sa cosa le avessero fatto: il rogo serviva a nascondere le tracce sul corpo. Saviano ha spiegato la differenza che c'e' tra il raccontare i dettagli e scrivere due righe in cronaca. Ha detto che Cosa nostra non ti lascia scegliere nulla: con chi ti fidanzi, con chi parli, dove vivi e con chi. Ha raccontato di un suo coetaneo, figlio di Schiavone che in discoteca aveva ucciso a pugni il ragazzo che aveva preso le difese della sua ragazza, uscendone pulito perché la sua guardia del corpo si era preso la colpa. Ha detto che suo padre voleva che lui facesse il calciatore, ma che a pallone e' sempre stato negato, e così a pugilato, ma se l'e' sempre cavato bene con le parole. Ha parlato del suo amore per i libri, della convinzione che l'avrebbero fatto crescere e emergere, delle tante vite che ha vissuto leggendo. Ha raccontato il suo esordio, il racconto astratto alla Landolfi spedito a Goffredo Fofi, la risposta di questo, tenuta a lungo nel portafogli, scrivi bene ma scrivi stronzate, apri la finestra e scrivi quello che vedi intorno a te. Ha detto che mentre prima se volevi fare il cantante jazz potevi pensare, e' meglio che faccia il dentista, almeno avrò un guadagno assicurato, ora che c'e' la crisi e nulla e' più sicuro, ognuno può fare ciò che vuole davvero e vedere come andrà a finire. Ha espresso il pensiero che lo tormenta, me ne vado, mi metto una parrucca, vivo tranquillo in Nuova Zelanda: ha detto che gli piace troppo fare lo scrittore in Italia, godersi il successo, i rari incontri con il suo pubblico per riuscire a sprofondare nell'anonimato. Il finale e' stato su Martin Eden, personaggio di Jack London con cui Saviano si identifica per la sua voglia spasmodica di elevarsi attraverso la lettura e la scrittura. Leggete per non farvi fregare, ha chiuso, sul palco sono calate le guardie del corpo e l'applauso dei ragazzi e' stato convinto e scrosciante. A cena ho raccontato ai miei figli di Saviano e anche loro si sono incantati ad ascoltare.

1 commento:

Anonimo ha detto...

... e anche noi a leggere, te lo assicuro!