giovedì 19 aprile 2012

ma non chiamatela letteratura

Massimo Gramellini è una persona simpatica, o almeno risulta tale in tv. Come giornalista è acuto. Come scrittore è un disastro, perché ci tenga tanto a scrivere romanzi è un mistero. Prendiamo il suo ultimo libro, il bestseller Fai bei sogni. La storia è forte ed è autobiografica: la madre di Gramellini è morta quando lui aveva nove anni e a quarant’anni lui ha scoperto che la causa della morte non era stato un infarto come gli avevano raccontato, ma il suicidio, dovuto alla paura di non sopportare altre cure per il cancro. Leggendo il libro ho provato a fare un elenco delle metafore che mi disturbavano e ora ve ne propongo qualcuna: “la quercia della mia infanzia piegato come un salice”, “sentii un cucchiaio di ghiaccio penetrarmi nella pancia e svuotarla tutta”, “la maestra aveva un cervello a forma di cuore”, papà russava come un orso strafatto di miele” “non sapevo andare a cavallo, la mente mi disarcionò” e infine questa “la vita ha incominciato a risorgere dalle caviglie come una corrente d’aria fresca”. Sarà un libro terapeutico, sarà un libro che vende, ma non chiamatela letteratura. 

1 commento:

Anonimo ha detto...

è la tipica espressione di quella cultura del consenso che ha nel salotto di fabio Fazio la sua sede naturale. modesto anche come giornalista