martedì 24 aprile 2012

Non ho bisogno di stare tranquillo


una grande figura di anarchico non poteva mancare nella galleria di ritratti-autoritratti ideali che Vittorio Giacopini sta allestendo romanzo dopo romanzo. Per raccontare la tumultuosa vita di Errico Malatesta, Giacopini parte dalla fine: dalla targa in via Andrea Doria a Roma che attesta la morte nel 1932 dell’”apostolo della liberta’”. Un Malatesta vecchio e malato, recluso in casa, circondato da spie e poliziotti, riva’ col pensiero alle sue scorribande in giro per il mondo, ai tanti esilii, alle speranze frustrate. Elettricista, meccanico, gelataio, uomo concreto, dotato di coraggio e ironia, alieno da compiacimenti oratori, Malatesta ha ben chiari i suoi obiettivi (l’abolizione della proprieta’ privata, la guerra alle religioni e al patriottismo, pane, liberta’, amore e scienza per tutti), meno i mezzi con cui arrivarci. Soprannominato Lenin d’Italia, dal Lenin vero prende le distanze, definendolo lo strangolatore della rivoluzione russa. Nel 1919, al suo rientro in Italia, spera che i tempi siano maturi per una grande rivolta popolare. Crede nell’esempio e nel contagio, la storia gli da’ torto. Resta in ombra in questa storia il Malatesta privato, si accenna alla donna che gli rimane accanto alla fine, a un menage a’ trois a Londra, ma nient’altro, nel pieno rispetto di un uomo del tutto restio a parlare di se’. A conclusione di quest’appassionato excursus sul Malatesta rivoluzionario, scrive Giacopini: “nel pensiero libertario c’e’ questa costante assurda, una condanna. Si perde avendo ragione; si continua a perdere e si continua ad avere ragione, sempre e comunque. Si vive di schiaffi in faccia e omaggi postumi.” Perlomeno Non ho bisogno di stare tranquillo come omaggio postumo e’ molto riuscito.

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