giovedì 31 maggio 2012

le scarpe di Picca


Aurelio Picca e’ come le sue scarpe: inconsueto. Addio, il suo ultimo libro, ho dovuto leggerlo due volte: la prima non l’avevo capito, ero rimasta frastornata dal suo linguaggio lucente, dalle sue similitudini legate al mondo della musica pop e della pop art, dai suoi motociclisti e pugili avvolti da un’aura mitica. Dentro a ben scavare c’e’ un bambino che fatica a diventare uomo, lo stesso che c’era in Tuttestelle ma con un nome diverso: un altro alter ego di Picca. L’intervista che gli ho fatto oggi alla libreria Koob di Roma e’ cominciata bene. Picca ha visto che oltre ad Addio avevo in mano Tuttestelle e si e’ quasi commosso, mi ha detto, brava, hai colto la continuita’ tra i due libri, l’altro l’ho scritto nel 1997. Mi ha poi raccontato di essersi innamorato della parola addio, delle sue risonanze e di aver su queste costruito il suo romanzo. Si e’ soffermato sul termine innocenza e sull’accostamento tra l’innocenza e gli anni sessanta, anni in cui il nostro paese era tutt’altro da quello che poi e’ divenuto. Ha detto che la cosa importante per lui e’ la lingua e in effetti i microracconti di cui si compone il libro hanno un’evidenza plastica, sembrano quasi scolpiti sulla pagina. Aveva indosso una giacca sopra una maglietta, ma la cosa piu’ notevole erano le sue scarpe a punta, forse uno stivaletto, nere e con un fitto intreccio. Molto inconsuete.

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