sabato 30 giugno 2012

la perdita dell'ancora

giornata a Ventotene: due lunghi bagni, acqua stupenda, sole pieno. Al momento di tornare indietro ci accorgiamo che l'ancora si è incagliata sul fondo. Il marito prova a manovrare avanti e indietro, la catena si spezza. Io me ne andrei; per il marito, il figlio e l'amico del figlio comincia una sfida appassionante. Si buttano in acqua con le maschere, la individuano, il marito si cala giù per cinque metri, la recuperano con il gommoncino. Io la figlia e la sua amica li osserviamo tra il preoccupato e il distaccato. La differenza di genere esiste.

venerdì 29 giugno 2012

relax

alle dieci di mattina ero già alla boa. Finalmente acqua, finalmente spiaggia. Poca gente e un vento fresco. I ragazzi, che non vedevo da cinque giorni, mi sono parsi cresciuti: il figlio in altezza, ormai quasi un uomo, la figlia se non in gentilezza- sarebbe troppo per lei- in amabilità: più serena, meno antagonista, disponibile alla chiacchiera e allo scherzo. Riprendo fiato, allontano da me la fatica degli ultimi giorni. Venerdì alla rai mi hanno mollato un volumone di Angelo Petrella sull'ascesa di un cementificatore napoletano negli anni novanta: un vecchio con il cancro, la giovane moglie fedifraga, il delfino traditore, il figlio marcio, il figliastro giustiziere. Una scrittura veloce, ricca di flash back, ogni tanto qualche caduta di stile, ma una solida costruzione, tanti fatti. Non sembra uno scrittore italiano. Sono già quasi a metà.

giovedì 28 giugno 2012

forgiate dai libri

"da sempre leggere per lei è stato essenziale, necessario, il suo sistema di supporto. Ha letto non solo per distrarsi, per cercare conforto, per passare il tempo, ma ha letto in uno stato di innocenza primordiale, in cerca di rivelazioni, di insegnamenti, persino...Lesse per scoprire come non essere Charlotte, come fuggire dalla prigione della sua mente, come espandersi e sperimentare... Charlotte è il prodotto tanto di ciò che ha letto quanto del modo in cui ha vissuto; è come milioni di altre persone forgiate dai libri, per cui i libri sono un elemento essenziale, persone che potrebbero morire di fame se non li avessero."da È iniziata così di Penelope Lively, pp.53-4

la cancellazione della cultura

leggo sempre con interesse Michele Serra, ho conosciuto Giovanna Zucconi lavorando con lei per una breve stagione. La vedevo comparire ogni tanto in qualche programma con un libro in mano, è sempre stata un’appassionata di lettura. Da un po’ era sparita. Un amico mi ha mostrato l’articolo sull’ultimo Vanity Fair in cui si racconta che i due, insieme da dieci anni, si sono dedicati a coltivare lavanda e a fabbricare profumi. Ben per loro. Ma che uno come Michele Serra dichiari che Giovanna sia stata vittima di un pogrom alla rai, che faceva un programma bellissimo improvvisamente cancellato (Sumo, una roba alla radio in cui due dovevano sfidarsi con le parole: imbarazzante), che questo faccia parte della cancellazione della cultura è un segno che l’amore più che ciechi rende sordi. Notevole l’affermazione di lei: “io che mi occupavo anche di recensioni di libri, non ne ho aperto uno per moltissimo tempo”; ma come fa uno che ama i libri a viverne senza? Tanti auguri per i profumi.

mercoledì 27 giugno 2012

io e lei

per la prima volta mi ritrovo a passare la notte tutta sola nella nuova casa. Mi aspetta una lunga serata: ho ancora tutti gli scaffali alti da riempiere di libri e vorrei anche mettere a posto le stanze dei figli. Pian piano sto facendo pace con la mia nuova dimora, anche se mi fanno un po' impressione i bar per turisti sotto al portone con la pizza sui tavoli a tutte le ore, le scale popolate di sconosciuti condomini e l'aria di nuovo che circola dentro le stanze. Stasera sono riuscita a usare il forno a microonde senza far danni, con la lavastoviglie ho già fatto amicizia; mi mancano la lavatrice e il televisore (quest'ultimo e' talmente complicato che ci vorranno mesi prima che impari a usarlo, ma al momento va bene così, troppa ne ho vista di tv quest'inverno). Mi manca la mia radiolina: il meraviglioso impianto che doveva trasmettere la radio in ogni stanza o non funziona o non mi ubbidisce. Cincischio, scribacchio: il lavoro mi attende, basta pause, e' ora di mettermi all'opera.

Metafisica dei tubi

“La pianta”: così viene chiamata la neonata Amélie Nothomb dai suoi genitori. Non piange, non si muove, non emette suoni. A due anni improvvisamente scopre il gusto di urlare e in famiglia non si fa in tempo a festeggiare il suo abbandono dello stato vegetale che ci si dispera per la perduta pace. Solo a una scrittrice come Amélie Nothomb poteva venire in mente di raccontare la propria vita a Kobe, in Giappone, tra i due e i tre anni, ricreando sulla pagina le riflessioni di un essere appena venuto al mondo e deciso a smascherarne le assurdità. Il lettore, inizialmente perplesso, non può che essere conquistato dal dissacrante umorismo di questa egocentrica esplorazione concentrata sulle sensazioni fisiche: il piacere, scoperto attraverso la cioccolata bianca del Belgio fornitagli dalla nonna; il disgusto (per le carpe, per la loro natura di tubi digerenti più che di pesci) che spinge la protagonista addirittura a un precocissimo tentativo di suicidio. Genitori, fratello e sorella, la governante giapponese buona sono tutti, secondo l’Amélie bambina, suoi adepti e lei non esita a definirsi dio. C’è però la seconda governante, che ce l’ha a morte con i bianchi per motivi storici: diventa una sorta di anti Cristo, l’”Anti-me”. Dichiarazione d’amore al Giappone e alla sua lingua; descrizione della distanza incolmabile tra chi nasce e chi sta lì ad accoglierlo; riflessione sulla morte e su quello che questo concetto significa a varie età, la Metafisica dei tubi raccoglie un universo di scoppiettanti invenzioni nella mirabile sintesi di 121 pagine.

martedì 26 giugno 2012

tè danzante

il week end scorso papà ha saltato l'allenamento per il saggio di tango: la sua insegnante ieri l'ha trovato un po' fuori forma e ha stabilito che dovevano fare una prova in più. Non c'erano sale disponibili e lui ha offerto casa sua. Alle cinque aspetta ballerini e ballerine. Ha comprato del tè freddo e dei pasticcini. Così come mi sono persa la finale di pallanuoto di mio figlio, perderò il saggio di mio padre: giovedì caschi il mondo vado al mare. Però mi dispiace: ci mette grandissimo impegno ed è una delle cose che gli solleva di più il morale. Lui che ama dare lezioni di vita alle figlie attraverso le mail ci ha scritto che spera di morire in piedi (semmai ballando). Noi speriamo che viva e continui a ballare.

lunedì 25 giugno 2012

Guida rapida agli addii

io amo Anne Tyler, la amo dai suoi primi libri e non ho mai smesso di procurarmi qualsiasi cosa lei pubblichi. Ora ha settant’anni e i suoi romanzi, oltre a uscire con il contagocce, hanno perso un po’ del sottile umorismo e della carica vitale che li animava, pur riuscendo ancora a stupire per l’adesione al reale e la limpidezza dello stile. Guida rapida agli addii mi ha ricordato molto il suo libro più famoso, Turista per caso. Anche qui il protagonista maschile per mestiere si occupa di guide studiate per combattere l’insicurezza propria e quella dei lettori (lì si trattava di attutire l’impatto con i paesi esteri, qui di manuali su argomenti vari, dalla guida rapida alla ristrutturazione della cucina alla guida rapida alla pensione alla guida rapida ai regali); anche qui c’è il tema di una perdita improvvisa e devastante (lì il figlio ucciso per sbaglio in una rapina, qui la moglie colpita da un albero schiantatosi sulla casa); anche qui si racconta di come il lutto isoli chi ne è affetto, rendendogli faticosa la compagnia di chi vorrebbe confortarlo (spesso in modo maldestro). In più c’è la riflessione sulla persona amata: non rassegnandosi alla morte di Dorothy, Aaron la vede comparire ogni tanto al suo fianco e ripercorre con il pensiero la storia che hanno vissuto insieme, analizza gli aspetti che gli piacevano in lei e quelli che detestava, i motivi dei loro litigi. Nel corso del libro Aaron, lentamente e con pena, si separa da Dorothy e il momento di svolta, come spesso accade nella narrativa della Tyler, è un’occasione concreta, all’apparenza banale: Aaron che ha sempre respinto le offerte culinarie delle sue vicine, un giorno si scopre a divorare un’intera scatola di biscotti che la sua collega Peggy ha preparato per lui. E’ la vita che se l’è ripreso. E’ difficile parlare di amore e morte in modo così vero e insieme così poco altisonante come fa Anne Tyler.


All’inizio di giugno è comparsa sul Corriere della Sera un’intervista a Anne Tyler di Fabio Cavalera (sono pochissime le interviste da lei rilasciate nel corso della vita). Dice a un certo punto la scrittrice: “avevo pochi libri per cui non c’è da sorprendersi se ho divorato per ben ventidue volte Piccole donne. E’ lì che mi sono innamorata della scrittura”. Anch’io.

domenica 24 giugno 2012

domenica di duro lavoro

il pranzo non e' stato un granché: ho subito capito di aver fatto un errore a coinvolgere mia suocera nel nostro caos, era a disagio e appena abbiamo finito di mangiare le sue tagliatelle e la sua arista al forno e' scappata, senza neppure farsi accompagnare. A quel punto e' partita una specie di gara tra me e il marito a chi apriva più in fretta gli scatoloni: terrorizzata all'idea che lui occupasse i miei scaffali con manuali di management o guide turistiche, ho colonizzato le aree migliori della libreria, decidendo a tempo di record dove piazzare gli americani, dove le mie scrittrici preferite, dove i russi, i tedeschi, gli israeliani... La visita degli architetti, che con la scusa di prendere le misure per uno specchio, volevano rivedere il lavoro a cui sono molto affezionati, mi ha fatto finalmente prendere una pausa. Dicevano che la casa aveva bisogno solo di essere umanizzata, forse il risultato dei nostri sforzi ha superato le loro aspettative. Sono tre giorni che non leggo un giornale, non sento un notiziario e non guardo un telegiornale, per fortuna domani c'e' il lavoro a farmi uscire di qua.

dopo il trasloco

stanotte il caldo non ci ha dato tregua. C'era l'aria condizionata ma, non essendo ancora il marito capace di regolarla, una specie di vento ci teneva svegli. Poi c'erano il traffico a cui non siamo abituati, il cuscino nuovo che ho dovuto cambiare, la troppa stanchezza. Sono scappata in palestra, non perché avessi bisogno di esercizio fisico, ne ho fatto fin troppo in questi giorni, ma per riassaporare la mia routine, dopo tanto sconvolgimento. Abbiamo invitato a pranzo la suocera, viene a patto di portare lei il cibo. Non si aspetta tanto sporco e disordine.

sabato 23 giugno 2012

nel marasma

alle undici di mattina, dopo la fatica degli ultimi impacchettamenti, io e la figlia  siamo andate alla casa nuova. La fantasmagorica serratura della porta si e' ostinatamente rifiutata di aprirsi. Al telefono il marito ci ha dato delle cretine, ma quando e' arrivato non e' riuscito a sbloccarla neppure lui. A quel punto ha cominciato a smadonnare in tutti i modi: il camion con i nostri pacchi stava arrivando e data l'efficienza frettolosa dei traslocatori era impossibile farli aspettare l'arrivo dell'esperto. Mi ha chiamato un fiorista, sono scesa ad aspettarlo. La pianta che mi hanno mandato mia zia e mia cugina, oltre a essere bella e festosa, ha salvato il marito da un pericoloso attacco di bile. Una signora stava chiamando i vigili perché lui aveva parcheggiato male la macchina: mi sono scusata con lei, ho fatto scendere lui, ho preso la pianta. Nel frattempo la serratura si era decisa a fare il suo dovere (probabilmente ero stata io con le mie maldestre manovre a provocarne il risentimento: la profezia si e' avverata, in questa casa ipertecnologica non so manco entrare). Sono quasi le due e il marito, come fosse posseduto, continua a spacchettare e a farci spacchettare. La figlia ha rotto una tazzina per guadagnarsi, insieme agli insulti, l'esenzione da ogni sforzo. Io mi sono presa una pausa per scrivere, ma ora torno al lavoro. In questo momento il marito mi sta parecchio antipatico (tra l'altro stiamo litigando sugli spazi nell'armadio a muro, lui ha il doppio delle mie cose). L'unica cosa che gli riconosco e' che e' bello entrare in una casa e trovarsi già perfettamente connessi.

venerdì 22 giugno 2012

L'esclusiva


al centro del romanzo di Annalena McAfee c’e’ lo scontro tra due giornaliste: l’anziana Honor Tait, decana dell’inchiesta sul campo e la giovane Tamara Sim, specializzata in gossip e classifiche. Tamara spera di salire di rango grazie a un’intervista a Honor; Honor accetta l’incontro per rilanciare la sua immagine in vista di una riedizione di scritti di cui ha bisogno per sostentarsi. E’ una gara di antipatia la loro: Honor odia la vecchiaia e detestando se stessa, detesta tutti gli altri; Tamara e’ strutturalmente incapace di ascolto, ossessionata dal desiderio di scoop e si annoia facilmente. Tamara, che e’ stata cacciata di casa da Honor (ci ha messo poco la vecchia volpe a scoprire che la ragazzetta non ha neppure letto il suo libro), non si rassegna e pedina la sua antagonista. Finisce per scoprire la  misteriosa relazione dell’arcigna signora con un bellissimo giovane e a quel punto nessuno puo’ piu’ fermarla. Ambientato nel 1997, L’esclusiva offre un irresistibile ritratto  del mondo del giornalismo inglese nel passaggio tra il dominio della carta stampata e l’insorgere del web. Non c’e’ nostalgia per il tempo andato (Honor e’ piena di rimorsi per aver assistito impassibile ad orrendi massacri) e non c’e’ alcuna simpatia per l’approssimazione e la malafede dei giornalisti di oggi. Annalena McAfee e’ la moglie di Ian McEwan; il suo libro e’ bello come quelli di McEwan, ma molto piu’ divertente.

inizia il trasloco

alle otto puntuali si sono presentati alla nostra porta i due traslocatori romeni. Uno giovane e altissimo, l'altro più vecchio e massiccio. Insieme abbiamo riempito infiniti scatoloni a partire dalla cucina. Verso le dieci pensavo che sarei svenuta dalla fatica. Nel frattempo il marito era immerso in una lunghissima telefonata di lavoro, il figlio era a scuola a fare il suo esame orale e la figlia giaceva nel letto in versione bella addormentata. Il giovane non poteva credere al numero di scarpe che ha mio marito: tutte più o meno uguali e tante da bastare a un esercito. All'una la casa si presentava come una distesa di pacchi, loro erano due pozzi di sudore ed erano finiti i cartoni (non le nostre cose, domani mattina, oltre al trasporto, ci aiuteranno a impacchettare quello che e' rimasto). Mentre eravamo impegnati in cantina, la figlia si e' dileguata; il figlio e' tornato un po' triste per le domande dei prof che non erano andate nella direzione che si aspettava. Abbiamo mangiato un panino, ci siamo buttati sul letto. La vera battaglia comincia domani.

giovedì 21 giugno 2012

voglio bene a mamma

mentre noi tre come operose formichine ci aggiriamo per casa buttando cumuli di roba, la figlia se n'è andata di soppiatto con gli amici a Ponte Milvio. Tra i suoi vecchi quaderni ho trovato un diario del 2004 in cui annotava giorno per giorno quello che faceva. Il 16 dicembre racconta di aver passato il pomeriggio a costruire delle ali per una recita e aggiunge: "mi ha aiutato mia mamma e io le ho detto che non mi piacevano, alla fine sono diventate bellissime, sono stata una stupida, voglio bene a mamma!!!!!!" quest'ultima frase tutta maiuscola e corredata di stelle e di cuori. Farei un trasloco al giorno per ricevere gratificazioni così.

il giorno prima

venendo al lavoro stamattina mi sentivo avvolta da una nuvola di mestizia. Ho provato a capire se derivasse dalla situazione di stallo delle interviste (si è deciso di verificare il numero di visualizzazioni dei video e ci hanno imposto di fermarci, con la conseguenza che leggo romanzi su romanzi e accumulo domande su domande che non so quando farò) o dalla minaccia del mio capo di coinvolgermi sul suo nuovo progetto di programma televisivo sulla Cina e il cinese (molto interessante sulla carta, ma la mia parte sarebbe quella dell'intervistatore sul campo: come recita il primo copione, dovrei chiedere ai cinesi di piazza Vittorio che ne pensano del gelato fritto) o dalla partenza dei figli che si avvicina e mi dà al solito un po' d'ansia. Alla fine sono arrivata alla conclusione che il vero motivo per cui sono triste è che sto per abbandonare la casa in cui ho vissuto gli ultimi diciassette anni. Vederla pian piano spogliarsi di noi mi stranisce. I giorni prima (prima di qualsiasi cosa di grosso) bisognerebbe eliminarli: meglio la fatica che il pensiero della fatica.

mercoledì 20 giugno 2012

La notte alle mie spalle

a pag 233 di La notte alle mie spalle, Furio, l’io narrante del romanzo dice “Ho iniziato ad ammazzare Elisa il giorno in cui l’ho conosciuta” e in effetti la storia tra lui e sua moglie, cominciata sui banchi di scuola, culminata nell’acquisto di una villetta e nella nascita di una figlia, dietro la facciata di perbenismo, è pervasa di un esplosivo malessere. Giampaolo Simi ci conduce lungo i tragitti mentali malati di Furio, un uomo del nostro tempo, che ragiona solo in termini di accumulo, di possesso. Furio vuole la ragazza che piace a tutti e le stringe attorno una rete fino a catturarla; vuole accentrare su di sé il lavoro di rappresentante e non esita a rovinare l’uomo che gli ha insegnato il mestiere; disprezza la cultura e costringe due rispettabili editori a convertirsi all’editoria a pagamento per ripagare i loro debiti; la sola cosa che lo fa palpitare davvero è la sua macchina d’epoca. Intorno al dramma di una donna uccisa dal marito perché ha cominciato a sfuggirgli, Simi costruisce un romanzo su due piani temporali, l’oggi del mostro che, uscito di prigione, spia una ragazza e costruisce con lei una relazione su internet e il passato in cui era un marito e un padre orgoglioso. Circola nel libro un’aria pesante, asfittica che si appiccica al lettore, rendendolo partecipe del crescendo di turpitudini. Simi scrive anche per la tv e la sua scrittura procede per immagini: è difficile liberarsi dalla visione della donna che si dissangua alla finestra o da quella dell’arrestato che si preoccupa di cambiarsi le scarpe. Il male raccontato nella sua più scoperta banalità.   

perché non è sempre estate

se lo sta godendo questo periodo di vacanze la figlia: dorme finché ne ha voglia, poi va in piscina, al bar, vede un sacco di gente. Ieri ha detto con aria sognante, perché non è sempre estate? Al contrario il figlio usa gli esami di terza media per non fare nulla. Dice, devo studiare e poi lo trovo stravaccato di fronte alla tv o impegnato a sparare alla playstation. La settimana prossima vanno tutti e due al mare ed è difficile pensare che le loro attitudini cambieranno: lei sfarfalleggerà da uno stabilimento all'altro, lui a stento si muoverà dal lettino.  Magari invece, lontano dagli occhi materni, lui scoprirà la vita mondana e lei starà più tranquilla.   

martedì 19 giugno 2012

le cose che non ho buttato

le temperature di questi giorni sono terribilmente elevate e proprio in questi giorni mi tocca preparare il trasloco. Ogni pomeriggio, finito di lavorare, comincio il su e giù dalla soffitta infuocata per fare un inventario di quello che c'e'. Mi sono imbattuta in scatoloni pieni di bavaglini macchiati, di maglioncini di lana infeltriti (mia madre ne aveva fatti a decine ai miei figli, ma e' difficile trovarne uno che non sia duro stecchito), in una profusione di minuscoli e inservibili calzini (i miei erano sempre a piedi nudi da piccoli, forse per questo ne ho tanti), in indumenti di vario tipo, fuori da ogni canone e da ogni moda. L'altro filone che va forte in soffitta e' quello dei materiali scolastici: ci sono tutte le fotocopie che ho fatto per la tesi, tutti gli appunti presi all'università, tutti i quaderni dei figli (chi mai riguarderà un quaderno di matematica delle medie?), tutti i libri di scuola. Sudo, mi riempio di polvere, butto, ma gli scatoloni pieni di schifezze sembrano rigenerarsi e ogni pomeriggio mi fronteggiano minacciosi. Da qualche parte ci sono i diari che scrivevo da ragazzina: ancora non li ho trovati, non li rileggerò, ma loro me li voglio tenere.

Come se niente fosse


“Se mai mi fossi decisa a scriverla, quella non sarebbe stata una storia come le altre: ben costruita, credibile, misurata. Al contrario, avrebbe fatto ridere i polli: era eccessiva, disordinata, scappava continuamente di mano, e non ci sarebbe stato verso di irreggimentarla”: questa citazione da Come se niente fosse si riferisce a un libro che la protagonista ha in mente, ma si attaglia perfettamente a quello che il lettore ha tra le mani, una storia che scappa, che ora prende una direzione, ora un’altra, menando fendenti qua e là. Obiettivi polemici della Muratori sono soprattutto il mondo editoriale e quello familiare. Del primo non vengono risparmiate la mitica radiotre (l’io narrante conduce la rassegna stampa delle pagine culturali e non ne può più degli ascoltatori che definisce “cecchini dell’errore”, tesi a cogliere una pronuncia sbagliata, un accento che non va); i librai che si aggirano come sonnambuli nelle librerie; le editor che assaporano il colpo d’ascia con cui sfrondare i testi a loro affidati; i club di amiche annoiate che pagano per imparare a leggere (geniale l’idea della protagonista di affibbiare alle signore il compito di valutare i testi che arrivano in casa editrice, solleticando la loro vanita’ di lettrici e intascando il magro compenso che deriva dai loro giudizi); i blog anonimi che stroncano i libri (spesso nascondendo rivalità personali).  La satira dei rapporti familiari e’ ancora piu’ feroce e divertente: sembra di vederlo il clan dei parenti del padre con la fissazione per lo sport, la vita spartana, gli scout, il lettino in spiaggia come peccato mortale; cosi’ come sembra di vedere il nonno che da chirurgo si fa muratore, i genitori che leggono a letto, il padre che predilige la sorella, la sorella che calamita l’attenzione degli uomini. E poi c’e’ l’alter ego dell’autrice, Lula, che da piccola era cicciottella e nervosa e da grande e’ magra e inquieta, che si e’ formata sugli Harmony e poi e’ passata alla letteratura, che ha scritto vari romanzi e non sa come rendere piu’ robusto l’ultimo che tutti giudicano troppo esile per venir pubblicato. A deludere un po’ e’ la trama: c’e’ un segreto nel passato di Lula che la lega al marito di sua sorella, ma non e’ un gran segreto e il racconto che nel finale rivela il segreto alle amiche del club di lettura, non e’ un gran racconto. Come se niente fosse invece e’ un romanzo che val la pena leggere e fa venir voglia di incontrare l’autrice, di farle delle domande, anche a rischio di subire una delle sue sciabolate.

lunedì 18 giugno 2012

il cyber romanzo italiano

non sono mai stata un'appassionata di narrativa italiana contemporanea. Ora che mi capita di leggere libri di esordienti, ho scoperto quanto spesso questi siano soggetti a un editing che ne stravolge la natura. Non trovi più la mela saporita da cui togliere il verme: ci hanno già pensato gli editor a bonificare il prodotto, a renderlo uniforme al gusto corrente dal punto di vista tematico e stilistico. Recentemente ho assistito all'intervista a uno scrittore che aveva appena pubblicato il suo primo libro in una prestigiosa collana di una prestigiosa casa editrice. Essendo un neofita, e' stato molto onesto: invece di parlare dei contenuti del libro, si e' profuso in ringraziamenti alla "squadra" di persone che avevano lavorato per lui. Una aveva pianificato la struttura del libro, un'altra gli aveva riscritto passo dopo passo il testo, la terza aveva il merito di aver individuato il suo potenziale. Si vendono pochi libri, non si può rischiare: che c'e' di meglio di produrre cyber romanzi che offrano al pubblico cloni di passati successi o successi pianificati a tavolino grazie a una mistura dei giusti ingredienti, al giusto lancio, al falso passa parola? Se l'editing diventa un'industria il prodotto sa di plastica ed e' duro da mandare giù.

domenica 17 giugno 2012

La guerra e' dichiarata


c’e’ l’ospedale nel film di Valérie Donzelli, c’e’ un bambino con un tumore maligno al cervello, c’e’ la paura terribile dei genitori, ma c’e’ soprattutto il loro amore, la loro voglia di sorreggersi a vicenda e di non cedere alla disperazione. Vediamo Adam a otto anni che va a farsi una risonanza magnetica con la madre. Tenendogli la mano, la donna ritorna con la mente al primo incontro con il suo Jérémie: sono due ragazzi in discoteca, si guardano, si piacciono, si lasciano travolgere dalla passione. Il primo momento di difficolta’ vera ce l’hanno alla nascita del figlio: non smette mai di piangere. Lo spettatore che conosce la trama pensa che sia il tumore; una pediatra insegna a Valérie a lasciarlo piangere un po’ invece di allattarlo a getto continuo. Riprende la gioia familiare, ma dura poco. A diciotto mesi Adam non riesce a stare in piedi, vomita spesso e ha una faccia strana. La pediatra esperta consiglia una visita neurologica e di li’ a poco i genitori hanno il terribile verdetto. Immagini in rapido movimento, espressioni intense dei protagonisti, musica travolgente, bei dialoghi: il film ti trascina dentro il dramma di Valérie e Jérémie  e insieme ti fa sperimentare la forza dei due (che sono la regista e il suo ex compagno che mettono in scena se stessi, la loro storia che alla fine fallisce ma li lascia uniti nello scopo di guarire il figlio). Si soffre, si ride, ci si commuove, La guerra e’ dichiarata e’ un film coraggioso, originale, pieno di verita’ sulla vita e sui rapporti tra le persone.

invidia

non e' bella l'invidia, ma quando ti riguardi in tv, ridotta al ruolo di bella statuina, noti impietosa i segni che il tempo ti ha lasciato su collo braccia e mento, il naso sporgente, i capelli qualunque, la maglietta che pende, non puoi non invidiare Jane che ti siede accanto altissima, con la pelle ambrata, i ricci biondi, i grandi occhi chiari, i lineamenti perfetti, l'abbigliamento adeguato e vistosi orecchini. Ti infliggi tutta la visione del programma, non vuoi perderti un'inquadratura; con la tua immagine non hai fatto mai pace e meno che mai puoi farla ora, in un contesto in cui non sei parlante e tutto il tuo imbarazzo sprizza fuori dal video. Il malumore un po' dura, immagini Jane promossa sul campo e ti vedi condannata alle retrovie, poi ragioni sulla tua invidia, ci fai i conti, la allontani da te: Jane e' Jane, io sono io, non sto così male con me, non mi sono mai immaginata come una star televisiva (o come qualunque tipo di star), perché andarmi a cercare motivi di afflizione? Come era meglio lavorare alla radio (anche se co 'sta vocetta non sarei andata lontano: lo vedi affligerti per te e' un'arte).

sabato 16 giugno 2012

crollo pre trasloco

ieri il marito ha passato la giornata nella casa nuova a verificare le ultime cose. Si e' stancato, e' tornato a casa uno zombie. Dopo una nottataccia e' andato di nuovo li' stamattina a incontrare gli architetti che volevano vedere il risultato finale e la squadra di pulitori, e a ricevere l'asciugatrice (altra macchina inutile ma come poteva farne a meno?). Dall'ora di pranzo rantola sul letto in preda a tutti i mali del mondo. Fuori splende il sole, Roma si e' svuotata come gli scaffali della mia libreria. Com'e' triste il week end pre trasloco.

venerdì 15 giugno 2012

festa a Fregene

sono settimane che la figlia si prepara all'evento: una festa da ballo sulla spiaggia a Fregene con partenza in navetta da piazza Euclide. Alle cinque l'ho accompagnata insieme alla sua amica Ari all'appuntamento. Si erano colorate con l'ombretto gli occhi; lei aveva addosso una maglietta nera e degli shorts, l'amica un vestito turchese. Su mia insistenza si sono portate i costumi da bagno. All'una di notte dovrebbero mettersi sulla via del ritorno. La navetta in realtà era un pullman enorme. Ho visto una folla di ragazze tutte molto simili, ma lei era così desiderosa di farmi sparire che non mi sono potuta fermare a guardare meglio. Volevo una figlia allegra e disinvolta, che a differenza di me sapesse godersi la vita. L'ho avuta.
PS appena arrivata mi ha mandato una foto di una pedana di legno piena di ragazzi. Commento: fichissimo.

giovedì 14 giugno 2012

tra le finestre


a Milano

gita di fine anno in trasmissione. Prendiamo il treno delle nove, arriviamo in piena riunione, ma serene e distratte perché sappiamo che la nostra presenza in studio sarà puramente testimoniale. Ci concedono anche un veloce trucco (i capelli no, non c'e' tempo). Si parla dei vari filoni televisivi e dei loro risultati quest'anno. Sono stati invitati una marea di giornalisti del settore, l'inizio e' lento, si fatica a creare un vero dibattito. Quando si arriva alla fiction, sono tutti d'accordo a dire che quella italiana fa schifo, che dopo dieci minuti bisogna spegnere, che gli attori sono raccomandati e incapaci e gli sceneggiatori cialtroni e proni ai biechi gusti del pubblico anziano. La giornalista di Libero salva solo La grande famiglia dicendo, avrà tanti difetti, ma mi ha appassionato. Fisso il microfono che mi giace accanto: sono tentata di prendere la parola, di partire con il mio discorsetto sulle serie di quest'anno; io, a differenza di loro, la fiction l'ho vista quasi tutta e qualche idea in proposito me la sono fatta. Mi trattengo, un mio intervento fuori copione potrebbe sembrare un eccesso di protagonismo e inoltre non sono così sicura di quanto ho da dire. E' un attimo, si parla già d'altro, mi posso distrarre, guardare le facce, i movimenti in studio. Alle cinque finiamo e si va a Palazzo Martello a bere e mangiare. Riesco a chiacchierare con Giorgia, ad abbracciare Mirco. In treno al ritorno con Jane e Giulia analizziamo ogni singolo istante della giornata passata. Tutto sommato una buona giornata.

mercoledì 13 giugno 2012

primo giorno di esami

stanotte mentre mi rigiravo insonne nel letto uno dei miei assilli peggiori era non aver aiutato il figlio a prepararsi su possibili temi e averlo lasciato solo la sera prima degli esami per andare a una festa di compleanno. Avevo passato la giornata a fare mille cose, condividendo con lui solo la frettolosa cottura del suo piatto preferito, il pollo messicano. Alle due mi ha chiamato da scuola contento, ha scelto il tema sull'argomento che ha più approfondito in quest'anno scolastico, l'emigrazione degli italiani in America. Se l'è cavata da solo ed è una bella soddisfazione anche per me.

aprire un locale

iera sera si festeggiavano i cinquant’anni di Rossana. A casa di Paolo eravamo un gruppo misto di coetanei della festeggiata e di ventenni (sua figlia, le sue amiche). C’era anche Valerio, il figlio di Paolo, che ho visto nascere e non vedevo da tanto. E’ diventato uno splendido ragazzo e ha mantenuto il sorriso gentile di quando era bambino. Studia architettura e con tre amici si è messo in testa di aprire un locale. Prima hanno cercato un posto in centro, ora hanno ripiegato su Prati. Uno di loro ha fatto il business plan: il primo anno pensano di ripagare il prestito, a partire dal secondo vogliono guadagnare e aprire un'altra sede. L’idea è quella di vendere a pranzo pasta di tutti i tipi e fornire grandi aperitivi la sera. Vogliono assumere un cuoco: al resto, pulizie comprese hanno intenzione di dedicarsi loro, anche se finora non hanno tenuto in ordine neppure la stanza da letto. Dell’università a Valerio importa ben poco: sa che dovrebbe almeno prendere la laurea triennale, ma si vede meglio nei panni di imprenditore che in quelli di architetto. A me e ai miei compagni di liceo non sarebbe mai venuto in mente di anteporre la cucina allo studio: Valerio e i suoi amici sono abbastanza svegli da capire l’aria che tira ora in questo paese. Avranno la forza fisica per affrontare l’impresa che si prefiggono?

lunedì 11 giugno 2012

i tetti di Genova


Cosmopolis


non si fa che parlare in Cosmopolis: il film e’ tutto fatto dei dialoghi tra il protagonista, il giovane finanziere Erick Packer e i suoi collaboratori, le sue amanti, sua moglie, la sua guardia del corpo, il suo barbiere, il suo autista, l’uomo che vuole ucciderlo (quest’ultima conversazione mette a dura prova lo spettatore, sembra non finire mai). Erik sta seduto nella sua limousine e qui riceve visite varie (tra cui quella giornaliera del medico che gli controlla la prostata). E’ smisuratamente ricco Erik, ma nel corso della giornata puo’ capitargli di perdere tutti i suoi capitali (e la cosa lo turba molto meno della freddezza con cui l’eterea poetessa che ha sposato respinge le sue avances sessuali). Intorno alla limousine esplode la rabbia popolare, rivoltosi brandiscono e gettano ratti: Erik (bravo Robert Pattinson nella sua fissita’) si limita a prenderne atto. Profezia sul futuro, inquietante metafora di un tempo malato, saga del capitalismo rantolante: il film di Cronenberg ha una forza visionaria che cattura chi guarda, ma per cogliere quello che c’e’ sotto il flusso di parole bisogna procurarsi il libro di DeLillo, la sua versione scritta. 

saponi


l'incontro con Anilda Ibrahimi


l’appuntamento con Anilda Ibrahimi era alle sei e mezza nella sede dell’Enciclopedia Treccani. La scrittrice e’ arrivata puntuale, un po’ trafelata, arrampicata su tacchi molto alti. Aveva i tacchi anche la giovane figlia che l’accompagnava sorridente e partecipe. Finita l’intervista su Non c’e’ dolcezza, mentre si toglieva il microfono, la Ibrahimi ha continuato a spiegarmi con foga gli intenti del libro. A un certo punto mi ha guardato negli occhi e mi ha detto, tu devi essere quella a cui il mio romanzo non e’ piaciuto, lo hai scritto sul tuo blog, me l’hanno riferito, hai scritto che non ti aveva convinta e che mi avresti intervistato oggi. Io sono diventata viola e lei ha aggiunto, i miei libri mica devono piacere a tutti. In effetti a disturbarmi nel libro era stata l’insistenza sugli aspetti carnali della maternita’ e lei volendo raccontare una storia della vecchia Albania ben aveva fatto a sottolinearli. Da lettrice troppo coinvolta mi capita a volte di confondere il giudizio letterario con il giudizio su quello che succede nei libri, sulla piega che prendono gli eventi narrati. Anilda con il suo eloquio trascinante ha fatto piazza pulita dei miei dubbi, mi ha fatto vedere il suo romanzo sotto tutt’altra luce. Ha detto delle cose molto belle sugli tsigani che con i loro canti sono la colonna sonora del libro; sul razzismo degli italiani e di tutta l’Europa; sull’italiano, la lingua della maturita’ con cui si sente libera di ricreare le atmosfere della sua infanzia; sul dono che e’ avere figli e sul peso incredibile che i figli sono per chi li fa. Una persona speciale Anilda Ibrahimi.

domenica 10 giugno 2012

Il senso dell'elefante


piu’ che come un portiere, Pietro, il protagonista del Senso dell’elefante di Marco Missiroli, si aggira nel palazzo in cui si e’ appena trasferito come un angelo custode. Gli inquilini gli affidano subito parti di se’: riesce a contenere gli impulsi del ragazzo strambo e di sua madre, ascolta le confidenze del vecchio avvocato gay, accompagna il dottore nelle sue penose missioni e gioca con la figlia di lui. Pietro era un prete, ora ha smesso, e si occupa di misteri terreni. E’ un libro spiazzante Il senso dell’elefante: racconta affetti, pulsioni vitali ed e’ pervaso da un fortissimo senso di morte; e’ ambientato nell’oggi tra Milano e Rimini ma sembra sospeso fuori dal tempo; tanto i vari personaggi risultano credibili e quasi familiari, tanto indecifrabile e’ il suo protagonista. Missiroli e’ nato nel’81 e questo e’ il suo quarto romanzo. Si legge con furia e una volta finito si resta pieni di dubbi.

sopraelevata


sabato 9 giugno 2012

partire, tornare

non c'e' verso di passare un week end intero al mare, di partire il venerdì sera e tornare la domenica pomeriggio. Contro il mio desiderio di relax congiurano da una parte i figli adolescenti (ieri eravamo riusciti a trascinarci dietro solo il figlio, armato di una corazza di malumore) dall'altra il trasloco incombente (il marito proprio non ce la fa a stare in spiaggia con il pensiero degli scaffali che deve ancora montare nella casa nuova). Appena si affaccia una nuvola i miei compagni di viaggio suggeriscono, si torna? Oggi di nuvole ce n'erano parecchie e ogni tanto pioveva anche un po', ma l'aria era calda, c'era poca gente, si stava benissimo. Appena papa' e Isabella si sono alzati dai lettini (lei domani mattina presto torna a Indianapolis), marito e figlio sono schizzati a casa, come se anche loro avessero in tasca un biglietto transoceanico. Non mi e' rimasto che seguirli. E' stato bello pero' a pranzo subire l'invasione dell'ombrellone da parte degli amici di Giulia, la nipote svizzera: tutti architetti come lei, per lo più ticinesi, ragazzi carini e sorridenti, entusiasti del cibo che elargiva loro mio padre, dalla pizza di scarola alle crocchette di patate alla mozzarella di bufala. Loro il presente se lo sanno ancora godere.

venerdì 8 giugno 2012

la benedizione

il campanello squilla imperiosamente. Penso sia uno dei figli e mi alzo ad aprire. Entrano un prete vestito di bianco e con gli zoccoli ai piedi e due bambini biondi, forse romeni. Il prete e' qui per raccogliere soldi e s'intrufola determinato nella foresta di scatoloni che e' casa nostra in questo momento. Mentre lui agita il turibolo e bofonchia preghiere, gli dico che stiamo per traslocare. Perché e' troppo grande? mi chiede, e senza aspettare la risposta, benedice chi se ne va e chi verra'. A nome di tutt'e e due le categorie gli do' dieci euro. Se ne va soddisfatto, richiamando i bambini che malvolentieri abbandonano i divani su cui stanno saltando.

papa' e Isabella

mia sorella e mio padre sono uguali. Parlano di se' con tutti, inventano, amano creare intorno a se' un clima cordiale, trasformando una normale passeggiata in centro in un happening. Ieri pomeriggio sono uscita con loro prima di ospitarli a cena da me. Isabella, partita la settimana scorsa da Indianapolis, era stata quattro giorni a San Pietroburgo per un convegno organizzato da lei. Nelle due ore pomeridiane che aveva da passare a Roma, prima di andare due giorni a Sperlonga, voleva comprarsi una giacca, dei pantaloni, una camicia e un paio di scarpe con il tacco. C'e' sorprendentemente riuscita. Nel taxi che abbiamo preso io, lei e papa' per andare a via del Corso non e' stata zitta un minuto. Ha detto al tassista che nostra madre ci proibiva i taxi perché roba da ricchi. Lui, che era un signore anziano, sembrava divertito e se avesse potuto l'avrebbe condotta fin dentro il negozio. Appena entrata da max & co, lei ha afferrato un tailleur pantalone nero a righine; ha accolto il consiglio della commessa di abbinarci una camicia a righe bianche e azzurre e si e' fatta regalare il capo più costoso dal padre e quello meno caro da me. Nel frattempo zia Giovanna ci aspettava in una panchina sotto casa mia. Fremevo. Mancavano le scarpe. Papa' ha indirizzato Isabella verso il primo negozio grosso che ci e' capitato sott'occhio e siccome il proprietario era napoletano, ha subito sfoggiato il suo accento e ha raccontato di abitare a Napoli a via Crispi, impelagandosi in una serie di bugie gratuite che, secondo lui, dovevano propiziargli uno sconto (che non c'e' stato). La sera ero così stanca che mi pareva di essere io quella in preda al fuso orario.

giovedì 7 giugno 2012

Non c'e' dolcezza


Anilda Ibrahimi è albanese, ma i suoi tre romanzi li ha scritti in italiano. L’ultimo si intitola Non c’è dolcezza e racconta la storia di Lila e Eleni, della loro amicizia, dell’amore adolescenziale che provano nei confronti dello stesso ragazzo, Andrea, e del rovinoso intrecciarsi dei loro destini una volta divenute cognate. Lila sposa il fratello di Andrea, Niko e ha con lui tre bambine; Eleni sposa Andrea dopo che questo è stato lasciato dalla prima amatissima moglie e non riesce ad avere un figlio con lui. Quando Lila resta incinta per la quarta volta, concepisce l’assurdo piano di donare il nascituro all’amica: è convinta che sarà un’altra femmina, non ha tanta voglia di ricominciare tutto da capo e soprattutto vuole fare felice Eleni. Nasce un maschio, Lila si sente subito unita a lui come non mai, ma non se la sente di sfidare la sorte, annullando la parola data. Questa lancinante storia di amore materno fondata sul rapporto carnale mi ha un po’ disturbato: se l’atto di generosità di Lila avesse apportato felicità invece che disgrazie forse il libro sarebbe stato meno prevedibile. Avendo lunedì l’opportunità di intervistare la Ibrahimi potrò chiederle lumi in proposito.