lunedì 11 giugno 2012

l'incontro con Anilda Ibrahimi


l’appuntamento con Anilda Ibrahimi era alle sei e mezza nella sede dell’Enciclopedia Treccani. La scrittrice e’ arrivata puntuale, un po’ trafelata, arrampicata su tacchi molto alti. Aveva i tacchi anche la giovane figlia che l’accompagnava sorridente e partecipe. Finita l’intervista su Non c’e’ dolcezza, mentre si toglieva il microfono, la Ibrahimi ha continuato a spiegarmi con foga gli intenti del libro. A un certo punto mi ha guardato negli occhi e mi ha detto, tu devi essere quella a cui il mio romanzo non e’ piaciuto, lo hai scritto sul tuo blog, me l’hanno riferito, hai scritto che non ti aveva convinta e che mi avresti intervistato oggi. Io sono diventata viola e lei ha aggiunto, i miei libri mica devono piacere a tutti. In effetti a disturbarmi nel libro era stata l’insistenza sugli aspetti carnali della maternita’ e lei volendo raccontare una storia della vecchia Albania ben aveva fatto a sottolinearli. Da lettrice troppo coinvolta mi capita a volte di confondere il giudizio letterario con il giudizio su quello che succede nei libri, sulla piega che prendono gli eventi narrati. Anilda con il suo eloquio trascinante ha fatto piazza pulita dei miei dubbi, mi ha fatto vedere il suo romanzo sotto tutt’altra luce. Ha detto delle cose molto belle sugli tsigani che con i loro canti sono la colonna sonora del libro; sul razzismo degli italiani e di tutta l’Europa; sull’italiano, la lingua della maturita’ con cui si sente libera di ricreare le atmosfere della sua infanzia; sul dono che e’ avere figli e sul peso incredibile che i figli sono per chi li fa. Una persona speciale Anilda Ibrahimi.

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