l’appuntamento con Anilda Ibrahimi era alle
sei e mezza nella sede dell’Enciclopedia Treccani. La scrittrice e’ arrivata
puntuale, un po’ trafelata, arrampicata su tacchi molto alti. Aveva i tacchi
anche la giovane figlia che l’accompagnava sorridente e partecipe. Finita
l’intervista su Non c’e’ dolcezza,
mentre si toglieva il microfono, la Ibrahimi ha continuato a spiegarmi con foga
gli intenti del libro. A un certo punto mi ha guardato negli occhi e mi ha
detto, tu devi essere quella a cui il mio romanzo non e’ piaciuto, lo hai
scritto sul tuo blog, me l’hanno riferito, hai scritto che non ti aveva
convinta e che mi avresti intervistato oggi. Io sono diventata viola e lei ha
aggiunto, i miei libri mica devono piacere a tutti. In effetti a disturbarmi
nel libro era stata l’insistenza sugli aspetti carnali della maternita’ e lei
volendo raccontare una storia della vecchia Albania ben aveva fatto a sottolinearli.
Da lettrice troppo coinvolta mi capita a volte di confondere il giudizio
letterario con il giudizio su quello che succede nei libri, sulla piega che
prendono gli eventi narrati. Anilda con il suo eloquio trascinante ha fatto
piazza pulita dei miei dubbi, mi ha fatto vedere il suo romanzo sotto
tutt’altra luce. Ha detto delle cose molto belle sugli tsigani che con i loro
canti sono la colonna sonora del libro; sul razzismo degli italiani e di tutta
l’Europa; sull’italiano, la lingua della maturita’ con cui si sente libera di
ricreare le atmosfere della sua infanzia; sul dono che e’ avere figli e sul
peso incredibile che i figli sono per chi li fa. Una persona speciale Anilda
Ibrahimi.
3 ore fa
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