mercoledì 27 giugno 2012

Metafisica dei tubi

“La pianta”: così viene chiamata la neonata Amélie Nothomb dai suoi genitori. Non piange, non si muove, non emette suoni. A due anni improvvisamente scopre il gusto di urlare e in famiglia non si fa in tempo a festeggiare il suo abbandono dello stato vegetale che ci si dispera per la perduta pace. Solo a una scrittrice come Amélie Nothomb poteva venire in mente di raccontare la propria vita a Kobe, in Giappone, tra i due e i tre anni, ricreando sulla pagina le riflessioni di un essere appena venuto al mondo e deciso a smascherarne le assurdità. Il lettore, inizialmente perplesso, non può che essere conquistato dal dissacrante umorismo di questa egocentrica esplorazione concentrata sulle sensazioni fisiche: il piacere, scoperto attraverso la cioccolata bianca del Belgio fornitagli dalla nonna; il disgusto (per le carpe, per la loro natura di tubi digerenti più che di pesci) che spinge la protagonista addirittura a un precocissimo tentativo di suicidio. Genitori, fratello e sorella, la governante giapponese buona sono tutti, secondo l’Amélie bambina, suoi adepti e lei non esita a definirsi dio. C’è però la seconda governante, che ce l’ha a morte con i bianchi per motivi storici: diventa una sorta di anti Cristo, l’”Anti-me”. Dichiarazione d’amore al Giappone e alla sua lingua; descrizione della distanza incolmabile tra chi nasce e chi sta lì ad accoglierlo; riflessione sulla morte e su quello che questo concetto significa a varie età, la Metafisica dei tubi raccoglie un universo di scoppiettanti invenzioni nella mirabile sintesi di 121 pagine.

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