lunedì 30 luglio 2012

Qualcosa di scritto

alla base di Qualcosa di scritto, il libro di Emanuele Trevi, arrivato a un soffio dal vincere il premio Strega quest’anno, c’è un’evidente paradosso. Da una parte si dice la letteratura è finita, Pier Paolo Pasolini è stato l’ultimo dei giganti, dopo il Novecento si pubblica solo robetta e poi si offre un esempio pratico della robetta che va forte in questo momento: una divagazione autobiografica sull’esperienza dell’autore come collaboratore al Fondo Pasolini, condita di tutto il veleno ingoiato sul posto. Il trentenne Trevi subisce i maltrattamenti verbali di una sempre più esasperata Laura Betti (zoccoletta è l’epiteto fisso con cui lei gli si rivolge, non del tutto a torto), frequenta casa sua e il mondo intellettuale che qui si riunisce, getta semi per la sua futura attività di scrittore, studia Petrolio e prova a riconnetterne i fili narrativi, va in Grecia prima in veste di conferenziere poi di studioso dei misteri eleusini, butta là ipotesi letterarie e pareri sparsi su Roma, sulle donne, su tutto. Peccato che Qualcosa di scritto non abbia vinto lo strega, fotografa benissimo lo stato attuale di lettere e letterati in Italia.


postilla
aver conosciuto Emanuele quand’era ancora ventenne e già dai banchi dell’università voleva fortissimamente voleva abbagliare il prossimo con le proprie conoscenze letterarie, non tutte di prima mano, e piacere a tutti con la sua aria stazzonata e sorniona avrà influenzato la mia lettura non proprio benigna del suo libro? Vedere descritto il bel palazzo in cui mi sono trasferita da poco (i casi della vita: doveva essere qui al terzo piano il famigerato fondo pasolini che ora non so dove sia) come un luogo tetro e terribile mi avrà ulteriormente indisposto verso l’autore e il suo libro?

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