venerdì 17 agosto 2012

I detective selvaggi


“Ho diciassette anni, mi chiamo Juan Garcia Madero, sono al primo semestre di giurisprudenza. Io non volevo studiare giurisprudenza, bensi' lettere, pero’ mio zio insisteva e ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventero’ avvocato”. All’inizio dei Detective selvaggi c’e’ Madero: giovane, vergine, fanatico di poesia. La verginita’ la perde assai presto con Maria e contemporaneamente la facolta’ di giurisprudenza smette di vederlo. Con Madero e le sue concitate avventure nella Citta’ del Messico degli studenti squattrinati e spacciatori di droga, delle ragazze emancipate, delle cameriere, delle puttane arriviamo a pag 179. Proprio quando l’azione entra nel vivo e Madero sale su una macchina in corsa insieme a Ulises Lima e Arturo Belano, suoi miti viventi e fondatori della corrente poetica del realvisceralismo, nonche’ con Lupe, inseguita dal temibile pappone Alberto, il libro cambia registro e narratore. Comincia una lunga sfilata di testimonianze sul destino di Ulises e Arturo, sul loro peregrinare dal Messico alla Francia, dalla Spagna a Israele (con una parentesi tragica perfino in Liberia). Parlano amici, conoscenti, avvocati, infermiere, segretarie di poeti illustri, poeti dimenticati, austoppiste. Sono racconti a volte molto lunghi e molto divaganti, uno piu’ bello dell’altro. Gli anni vanno dai ’70 ai ’90 e ne esce il quadro di una generazione che nell’aspirare a un modo di intendere la vita  e la letteratura diverso da quello dominante si mette in gioco in modo totale. Bellissimo il finale on the road in cui ritroviamo Madero, Lupe e i loro due amici in fuga dal pappone e insieme in cerca della misteriosa poetessa che considerano fondatrice del loro movimento. Come facevo a ignorare Bolaño?

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