mercoledì 22 agosto 2012

Molto forte, incredibilmente vicino

Oskar è un po' troppo Oskar, troppo intelligente, troppo petulante, troppo inventore, troppo filosofo per avere nove anni; suo nonno è troppo schiacciato dal peso dei ricordi (scriversi sì e no sul palmo delle mani, usare un foglio e una penna al posto delle parole, può essere il modo per dimostrare il proprio dissenso da un mondo in cui si gettano bombe su persone innocenti, ma che fatica per chi gli sta intorno); la scrittura è fin troppo elaborata (non mi riferisco agli inserti grafici e fotografici, di cui si potrebbe fare a meno, ma alla complessa macchina narrativa con sorpresa finale): Molto forte, incredibilmente vicino rischia di restare un elaborato esercizio di stile. In realtà man mano che leggevo le mie perplessità iniziali cedevano e mi appassionavo alle peripezie di Oskar, incapace di rassegnarsi alla morte del padre nelle Torri Gemelle, e a quelle di suo nonno, che non aveva fatto il padre per puro terrore. Insomma a caldo il libro mi è piaciuto e anche tanto, mentre ripensandoci lo trovo un po' "troppo". Jonathan Safran Foer s'interroga su quello che conta davvero, conduce con maestria il lettore nei suoi labirinti; mi sarebbe piaciuto un po' più narratore e un po' meno architetto.

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