giovedì 15 novembre 2012

Partigiano inverno


Giacomo Verri insegna italiano alle medie. E’ nato a Borgosesia in provincia di Vercelli nel 1978. Il suo Partigiano inverno e’ un libro particolarissimo, forte e sincero, eppure gonfio di erudizione. Pur appassionandomi alle vicende dei tre protagonisti ambientate all’epoca della Resistenza (Umberto, un ragazzino di dieci anni che sogna di ‘impartigianarsi”; Jacopo, un partigiano ventenne pieno di dubbi e rimpianti per la donna a cui ha anteposto il dovere; Italo, un disilluso professore in pensione), leggendo non smettevo di monitorare il linguaggio. All’inizio le parole che non conoscevo erano una o due per pagina, poi sono cominciate a diventare tre, poi quattro, poi cinque: tutte desumibili dal contesto, ma sempre piu’ stravaganti e inventive. Nella nota finale a questo proposito l’autore scrive: “ho inteso il linguaggio come un protagonista che subisce un’evoluzione, più grande o evidente rispetto a quella dei personaggi. Col procedere del romanzo esso si carica come una valanga disordinata che rovina giù: diventa bizzarro, insanito, folle, espressionistico a furia di afrodisiaci dialettali e vocabolarieschi.” Cosi’ la fucilazione in piazza raccontata nelle pagine finali del libro, parrossistica di per se’, diventa attraverso la lingua che lo descrive un episodio di pura follia. E’ bella anche la storia che Verri racconta di aver trovato titolo e descrizione del libro in un articoletto di un vecchio giornale: e' un artificio antico eppure suona nuovo e credibile e nel suo romanzo la Resistenza rivive al di fuori di ogni retorica. E’ ancora Verri a descrivere, come meglio non si potrebbe, quello che ha fatto e perche’: “volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imbarazzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno”. 

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