martedì 31 dicembre 2013

dieci anni

papà ha voluto pubblicare sul giornale un necrologio per i dieci anni dalla morte di mamma; mia suocera mi ha mandato un affettuoso messaggio sul telefono. È tutto il giorno che i miei pensieri tornano su questo arco di tempo, su quello che mia madre avrebbe potuto vedere di noi, su quello che avrebbe pensato e detto. Mi mancano i suoi giudizi spiazzanti, e mi manca l'appoggio incondizionato che sapeva darmi. Ci voleva così bene che non aveva nessuna voglia di morire; alla fine era amareggiata, confusa dalla malattia, ma attaccata alla vita, desiderosa di esserci, di stare ancora con noi. È vissuta a modo suo, scegliendo con cura quello che voleva fare e con chi, ed è morta fuori di ogni retorica: non c'è stato alcun 'serenamente' ad accompagnarne la fine. Mi manchi, mamma.

per niente

proteggendomi dal sole con creme e cappello, sono abituata a sentirmi dire dopo le vacanze, non sei molto abbronzata. C'è sempre qualcuno che non vede l'ora di pronunciare queste parole. Oggi però in palestra mi ha colpito l'enfasi di Nicoletta: non sei abbronzata per niente! Ha anche spalancato gli occhi come se si trovasse di fronte un caso raro, un albino. Nicoletta, non è così che ci si fanno degli amici.

basta un attimo

basta che mettano piede in casa, facciano una doccia ed eccoli rituffarsi nella vita romana. Non ho fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per la fine delle immersioni subacquee e già ho ricominciato a preoccuparmi per quella macchinetta e quel motorino che sfrecciano in giro con i miei figli alla guida. Roma ci ha accolto piovosa. Una giornata casalinga mi ha ridato le forze perse tra un aereo e l'altro. Stasera cena qui con amici, dieci adulti certi e otto ragazzi che forse si ridurranno ai quattro più piccoli. Cucinano gli altri, che bello.

lunedì 30 dicembre 2013

Honolulu e altri racconti


ambientati in Borneo, Malesia, alle Hawaii questi racconti di Somerset Maugham dall’atmosfera conradiana mettono in scena conflitti feroci tra due o tre personaggi. C’è lo scontro tra caratteri opposti (Mackintosh, L’avamposto), quello tra uomini per l’amore di una donna (Impronte nella giungla, Relitti, Honolulu) e quello di una sorella contro il fratello che si è allontanato da lei. A narrare le storie è spesso qualcuno che si rivolge allo scrittore e lo mette a parte dei segreti del luogo. Si parla di abitudini inglesi confrontate con quelle delle colonie, di amore e insieme distacco dalla patria lontana, ma a colpire sono la modernità dei caratteri presentati e l’humor dell’autore sempre pronto a sottolineare la bizzaria dei destini individuali. Una curiosità: in La sacca dei libri, Somerset Maugham si lancia in una lunga digressione sulla fatica di viaggiare portandosi appresso volumi sufficienti alle brame di lettore. Se mi avesse visto raggomitolata sulla poltrona dell’aereo con un leggerissimo kindle pieno di libri, tra cui il suo, sarebbe stato contento. Traduzione di Vanni Bianconi, Adelphi edizioni.

domenica 29 dicembre 2013

Le ultime cronache del Barset

arrivato alla millecentotrentunesima pagina delle Ultime cronache del Barset, Anthony Trollope si scusa con il lettore per aver vagato un po' troppo a lungo tra i personaggi evocati dalla sua fantasia e scrive di averlo fatto per la troppa amicizia che lo legava a loro. In effetti questo volumone non aggiunge molto alla splendida saga ambientata nell'immaginaria contea del Barsetshire, ritroviamo figure già note e gli accadimenti che si dispiegano sotto i nostri occhi non risultano all'altezza di quelli che li avevano preceduti. La vicenda principale è quella del reverendo Crawley, poverissimo prelato, che si trova a dover rispondere dell'accusa di aver rubato un assegno di venti sterline. Crawley è così preso dall'esercizio delle sue funzioni religiose da badare poco a tutto il resto; non sa come difendersi dalle accuse che gli vengono mosse, anzi, rifiuta di farlo con grande dolore della moglie e delle figlie. Una di queste stava per fidanzarsi con il Maggiore Grantly e il padre di lui s'oppone al matrimonio a causa dei problemi giudiziari del futuro consuocero. Insomma non un vero contrasto di quelli a cui ci aveva abituato Trollope: neppure la traccia di un cattivo, un ipocrita, solo  un ladruncolo che viene scovato alla fine e la mossa incauta di una benefattrice. Anche sul versante femminile, che è quello in cui Trollope solitamente giganteggia, qui latitano nuove eroine: la promessa sposa non è che una fanciulla dignitosa e Lilly, così simpatica nella Casetta ad Allington, si limita a ribadire stancamente la sua volontà di restare zitella. Insomma un libro per trolloppiani di stretta osservanza, per chi, come l'autore si è affezionato a stile e atmosfera e fa fatica a strapparsene.

Storia di una vedova

parecchi anni fa mi è capitato di intervistare al telefono Joyce Carol Oates sul suo libro Blonde. Le avevo chiesto come faceva a scrivere tanto: tanti libri e così lunghi. Lei mi aveva detto che più che la scrittura, la impegnava la revisione dei suoi testi, che per ogni pagina pubblicata ce n'erano molte altre scartate. Si capiva che per Oates l'impegno letterario era la priorità assoluta. Leggendo Storia di una vedova, il memoir che nel 2011 la scrittrice ha dedicato alla morte improvvisa e traumatizzante di suo marito Ray, ho scoperto la centralità nella sua esistenza di questa figura, che l'ha accudita e ascoltata per quarantasette anni (e venticinque giorni, come viene ripetuto più volte nel corso della narrazione). Storia di una vedova è un libro multistrato: in primo luogo è l'espressione del dolore per una perdita insopportabile e del senso di colpa per non essere riuscita a cambiare la direzione degli eventi (Ray muore in pochi giorni all'ospedale dove lei lo porta, alla polmonite si aggiunge un'infezione secondaria; magari in un'altra clinica non sarebbe successo; la notte del decesso  avrebbe potuto stargli accanto invece di andare a casa a dormire). Ma è anche una commossa riflessione sul proprio matrimonio, sui taciti patti su cui si fondava (curiosamente Ray, attento lettore degli articoli e delle recensioni della moglie, non leggeva i suoi romanzi), sulle tante abitudini coltivate insieme. È poi un inno all'amicizia, quella vera: sono gli amici e le amiche a starle vicino, a guidarla nelle incombenze pratiche, a dirle la parola giusta (mentre appare spaventosa la consuetudine americana di riempire la cucina della vedova di manicaretti di ogni tipo e fa bene lei a buttare tutto nella spazzatura). Storia di una vedova ha anche un risvolto giallo: Joyce trova la forza di leggere il manoscritto a cui il marito ha lavorato a lungo senza mai volerlo pubblicare e scopre così lati sconosciuti dell'uomo amato. E infine Storia di una vedova è il racconto di un ritorno alla vita: dopo un'iniziale titubanza, Joyce decide di dedicarsi al giardino di Ray e questo impegno le ridà il sonno che temeva perduto per sempre. Uno sguardo lucidissimo sulle proprie fragilità e sulla propria forza, su ciò che comporta amare ed essere amati. L'ha pubblicato Rizzoli nella traduzione di Giuseppe Bernardi, 596 pagine.

sabato 28 dicembre 2013

i mercati di Malè

la Malè che avevo conosciuto più di venti d'anni fa insieme a quello che è diventato ed è rimasto mio marito non c'è più. Era una baraccopoli di lamiera, ora è un microcosmo metropolitano con strade strette stracolme di motorini. Allora mi aveva colpito il mercato del pesce, con tonni su tonni accatastati per terra. Anche la visita odierna ha avuto il suo culmine in questo mercato. C'è un pavimento di pietra e su questo tonni giganti. Una volta acquistato il pesce si passa al banco dei pulitori: uomini dalle braccia nerborute in pochi minuti riducono in filetti le bestie sanguinolente. Più tranquillo e profumato il mercato della frutta: cocco da bere, caschi di banane, mango, papaya e poi verdure dalle forme stravaganti e di tutti i colori, molta zucca, cetrioli modificati o forse zucchine, cipolle. Abbiamo passeggiato per Malè con i nostri compagni di barca: Stefano, la guida ventottenne di Arona ormai è un amico, ma anche gli altri, il single di Varese, la coppia brianzola, i ragazzi di vicino Milano, l'hostess con il figlio, l'esuberante cagliaritana che vive a Monza sono diventate figure familiari. Magari conosciamo meglio i loro viaggi passati che l'occupazione quotidiana che svolgono: è il bello di fare conversazione in vacanza. Prima di tornare alla barca abbiamo trovato il nostro istruttore sudafricano intento a fare il pavone con una giovane del Nord Italia che vive a Malè da due anni e si occupa con un collega di coordinare le varie barche della compagnia. Ci sono strani mestieri al mondo e strani posti dove si può finire a vivere. Questo è certo uno dei più strani.

venerdì 27 dicembre 2013

a Guraidhoo

come promesso, il penultimo giorno di barca ci ha riservato la sosta su un'isola maldiviana, una delle poche a non ospitare un resort per stranieri, ma case della gente del posto (anche se non mancavano guest houses un po' pulciose). Il primo edificio che abbiamo visto è stato il manicomio: un palazzo bianco con inferriate, qualche vetro rotto e un muro neppure troppo alto intorno. Siamo passati poi al cantiere di una barca grande come la nostra; ci si poteva salire su. Intorno lamiere arrugginite e tanta spazzatura portata dal mare. Per le strade di Guraidhoo c'era un sacco di gente: bambini dai capelli nerissimi, ragazzine minute dagli occhi intensi, vecchie ringrinzite, uomini bassi, tutti molto coperti. Le case sono in muratura e approssimative: dipinte a metà, vuote dentro. Il nostro gruppo si è mosso tra l'indifferenza delle persone locali, ormai abituate alla calata di bianchi poco vestiti con macchina fotografica al collo o cellulari pronti a scattare. Più incongruo del solito lo scintillante negozio di souvenir con magliette e di pesci di legno. Per completare l'immersione nella cultura locale stasera a bordo cena maldiviana. Per ora ne sentiamo gli odori speziati. La barca ci ha salvato dai fasulli villaggi, non dai riti cui sottostà ogni turista.

giovedì 26 dicembre 2013

riemersi dal buio

alle sette di sera, a sorpresa, la figlia, oggi felice come una pasqua, ha detto al fratello, andiamo a fare l'immersione notturna. Sono venuti a comunicarcelo quando era già suonata la campana del briefing; giusto il tempo di sapere che la loro guida era Sean, il sudafricano e li ho visti sparire sul barchino con gli altri sub. L'ora appena trascorsa è stata lentissima: facevo fatica a concentrarmi sulle vicende narrate da Trollope nell'ultimo dei volumi delle cronache del Barset, avrei voluto che con loro ci fosse anche il marito, che per una volta aveva deciso di restare con me (anche perché ha scoperto di non amare immergersi al buio). Vabbe', è andata, e secondo Sean sono stati bravissimi. Per il resto è stata una gran bella giornata: tanto nuoto, un po' di sole, uno snorkeling collettivo, una gita all'isoletta di sabbia su cui era stato eretto un albero di natale di coralli bianchi, qualche chiacchiera con i compagni di viaggio, un meraviglioso massaggio dell'indiano sul ponte. E se scappassi con l'indiano che sa dire solo una parola di italiano, scusa?

mercoledì 25 dicembre 2013

I Melrose

all'inizio del primo volume ho pensato, non c'è la posso fare. Non posso assistere all'annichilimento del piccolo Patrick Melrose ad opera di suo padre David, tra una visita e l'altra nella villa in campagna, mentre la quasi più orrida madre si stordisce di alcol per scordarsi di chi ha sposato. In Non importa tutti i convitati alla cena di David sono a vario titolo mostruosi; a salvarsi è la giovane americana Anne, che è l'unica ad accorgersi che in casa c'è un bambino terrorizzato. Il dubbio che Patrick sia una controfigura dell'autore, Edward St Aubyn, baronetto inglese nato nel 1960, diventa una certezza di fronte al secondo volume della saga dei Melrose, Cattive notizie. Qui siamo a New York, il protagonista ventenne è venuto a prendere le ceneri del padre e sprofonda in un delirio procuratogli dall'accumulo di droghe: una descrizione troppo ravvicinata per essere frutto d'immaginazione. Ma a ipnotizzare il lettore è lo stile di St Aubyn, la precisione con cui inchioda i suoi personaggi ai loro tic verbali, la raffinatezza con cui rivela i velleitarismi del mondo contemporaneo, spaziando dalla ragazza che si fa rimorchiare in discoteca al riccone che si vanta del passato di cacciatore. In Speranza si torna alla dimensione conviviale del primo libro: qui lo spunto è una sbandosa festa di compleanno cui partecipa la sorella della regina. Costei, tronfia e maligna, è avvolta da ondate di servilismo ipocrita. Con che perfidia St Aubyn descrive l'ambiente in cui è cresciuto e detesta dal più profondo del cuore. Latte materno infine presenta un Patrick divenuto padre. Robert, suo figlio maggiore, ne eredita l'attitudine speculativa, la battuta pronta, la capacità di sdoppiarsi in altri da sé; ma è un bambino sereno, allevato con amore e attenzione. E Patrick? Patrick è sempre Patrick, un uomo devastato che combatte con il fantasma paterno e con il relitto di quella che è stata sua madre. Eleonor, ricoverata in clinica  dopo vari ictus, riesce ancora a fargli del male, facendosi depredare dei suoi ultimi beni da un sedicente sciamano irlandese. Puntando la lente sui comportamenti dell'esausta nobiltà inglese, Eduardo St Aubyn affronta i temi fondamentali dell'esistenza: la responsabilità verso gli altri, la paternità, la maternità, il rispetto, la lealtà. È un grande scrittore che è stato bello scoprire tutto in una volta nel volume I Melrose, tradotto da Luca Briasco per Neri Pozza.

piove

prima della pioggia insistente e sottile è arrivato il malumore della figlia, insistente e per nulla sottile. Era da troppo che ci mostrava la parte gioiosa di sé, non ci siamo abituati; c'è più familiare l'altra lei, quella che ci detesta in blocco e singolarmente, quella che protesta per il tempo, il male all'orecchio, il cibo, la compagnia, il solo fatto di essere a mondo. Alle undici sono salita sulla barca dei sub con la tipa gentile che ogni tanto abbandona il marito e viene a fare snorkeling con me. Guidati da un giovane scuro (la provenienza dei marinai è molto varia: c'è chi viene da Sri Lanka, chi dall'India, chi dal Bangladesh) abbiamo nuotato con la maschera su una barriera corallina affiorante nel mezzo del nulla. Tantissimi pesci e soprattutto coralli, una foresta impazzita, fiorita in tutti i modi possibili. Non avremmo mai smesso di aggirarci sulla superficie di questo spettacolo, ma la guida ci ha tirato su di peso dall'acqua al rientro dei sub. Non meno attraente l'immersione nei Melrose. Il kindle mi avverte che è quasi finita: mi resta solo il 10% del libro e già ne sento orribilmente la mancanza. Ho arrancato solo nella parte dedicata ai deliri per droga del protagonista (troppi deliri e troppo prolungati, ma ne aveva ben donde), mentre la sua infanzia devastata e quella piena di attenzioni dei suoi figli mi sono parse tra le cose più notevoli che abbia letto negli ultimi anni. Piove ancora, i sub stravaccati su sedie e divani sembrano balene spiaggiate; neppure i delfini apparsi al largo della nostra imbarcazione hanno strappato un sorriso alla figlia. Le passerà, passerà anche la pioggia.

relax

il figlio, entusiasta delle immersioni, trascina con sé il padre, forzandone la natura anti sportiva, la figlia ha male all'orecchio e segue me nella pigra giornata di lettura e nuotate. Giornata di sole pieno e di vento. Su una lingua di sabbia bianchissima con sopra radi cespugli abbiamo potuto fare due passi. L'istruttore spilungone di Arona è arrivato anni fa alle Maldive come cuoco, poi si è preso il brevetto; all'inizio alternava i due lavori nella stessa giornata. Ha conosciuto qui la fidanzata che è una delle organizzatrici delle crociere. Lei vive a Roma e lui è pronto a trasferirsi da lei non appena trovato un albergo che lo assuma. Cena di natale archiviata: un pasto presentato con sfarzo, gli stessi monotoni e gradevoli sapori delle cene passate. Sottofondo immancabile: la voce del logorroico sudafricano. Non ha neppure bisogno di qualcuno che parli inglese, gli basta che il suo interlocutore faccia sì con la testa. E del resto i meno socievoli siamo noi quattro, tendenzialmente chiusi tra noi; se a bordo ci fosse mio padre saprebbe già i fatti di tutti e tutti saprebbero i suoi.

martedì 24 dicembre 2013

tra gli atolli

l'immersione delle sette l'hanno fatta il marito e il figlio, a quella delle undici ha partecipato anche la figlia. Trovarmi tutta sola sulla barca non è stato per niente male: distesa su un lettino sul ponte principale mi sono tuffata attraverso il mio kindle nella lettura delle turpitudini dei 
Melrose. Circondata dall'oceano indiano, ho viaggiato nelle menti bacate degli straricchi inglesi, finché non è arrivato anche per me il momento del bagno. Con grande scandalo dell'istruttore sudafricano che voleva a tutti i costi munirmi di pinne, sono salita sul dinghy diretta al primo reef con solo la maschera. Dopo un giro tra i pesci colorati, ho avuto la soddisfazione di liquidare il guidatore del dinghy, che si era mosso solo per me, e di nuotare fino alla barca. Finalmente in acqua, finalmente in movimento. Il dubbio che le mie carni bianche potessero attirare l'attenzione di uno dei tanti squali che girano qui sotto ha impresso alle mie bracciate un certo vigore. Ah il mare di Sperlonga senza creature acquattate sul fondo! Sul versante letterario la barca appare ben fornita, anche se l'abbondanza di kindle mi impedisce di farmi un'idea dei gusti letterari dei miei compagni di viaggio (la tizia con in mano il terzo volume dell'Amica geniale mi ha candidamente confessato di non aver letto i libri precedenti e di non ritrovarsi tanto nella storia). In aereo la figlia si è divorata il mio Fante di Chiedi alla polvere; ora si scontra con il Baricco di Castelli di rabbia che si è portata dietro nonostante l'avessi caldamente sconsigliata (o forse solo per quello: ma imparerà a fidarsi dei consigli della mamma, anche se solo in fatto di libri). Da ore la barca punta a Sud. Se l'istruttore sudafricano non la smette di sproloquiare in inglese di immersioni e dintorni, giuro, lo abbatto. 

domenica 22 dicembre 2013

la barca dei subacquei

all'aeroporto ci hanno accolto i due istruttori subacquei, uno spilungone del nord Italia e un tarchiato sudafricano. A bordo della barca su cui passeremo la settimana c'è un gruppo eterogeneo di persone: coppie di età variabile, qualche single, una madre con un figlio: di nucleo familiare tradizionale ci siamo solo noi. Sembrano tutti sub accaniti: l'offerta è di tre immersioni al giorno a partire dalle sette di mattina per finire in notturna. Io sono l'unica a non usare le bombole e già mi sento un po' strana per questo. Chissà se s'immergeranno tutti compatti o ci saranno defezioni; i miei familiari così sportivi non me li vedo. Cena tutti insieme sul ponte di poppa: spaghetti all'amatraciana, verdure fritte, un gran pesce arrosto, carpaccio di tonno, insalata, ananas e banane. Si parlava di relitti, squali e correnti. Che ci faccio io qui? Domani, quando sarò meno stanca, troverò una risposta.

sabato 21 dicembre 2013

destinazione Malè

prima di arrivare a Malè, ci aspettano sei ore di volo per Dubai, quattro ore di scalo e altre cinque-sei ore di volo. Per ora ci ha accolto un aeroporto semi deserto (ma i seccatori non mancano: dal giapponese con videogioco ronzante che mi siede accanto, alla ragazza con questionario sulla qualità dei servizi, al tipo che fa auguri di Natale a tutti i familiari urlando dentro il telefono). La figlia è partita con la borsa piena di libri; negli ultimi giorni si è scoperta lettrice e vive questa nuova incarnazione con spirito sportivo, come se dovesse stabilire dei record. Il figlio approfitta dell'ozio forzato per avanzare richieste: la sua lista di desideri è lunghissima (sarà stato il pranzo a casa del suo amico Rocco? Tutto quello che ha Rocco piace anche a lui, e ne ha di cose Rocco). Che entrambi abbiano ancora voglia di partire con noi questo sì che è un bel regalo di natale.

Still Life


morire soli, senza che nessuno se ne accorga: sembra un’anomalia e invece è un fenomeno comune, tanto che a Londra esiste  a Londra un ufficio che si occupa della ricerca di eventuali parenti e della sepoltura delle persone rimaste senza legami. Al protagonista di Still Life, John May, l’attore Eddie Marsan presta il suo fisico compresso, i suoi compassionevoli occhi azzurri, il suo raro sorriso pieno di dolcezza. È l’addetto agli scomparsi non reclamati: fa il suo lavoro con immensa dedizione, raccogliendo in un album le foto dei morti, scrivendo i loro elogi funebri, scegliendo musiche adeguate e presenziando ad ogni funerale. John a sua volta è un uomo solo, vive in un minuscolo appartamento molto ordinato, a pranzo sbuccia con cura una mela, a cena apre una scatoletta di tonno che mangia con pane tostato. Non c’è posto per tanta meticolosità nell’amministrazione cittadina; il nuovo capo lo licenzia in tronco, sostituendolo con una cicciona, rapida a smaltire le pratiche. John reagisce tuffandosi con rinnovato impegno nell’ultima missione e la sua vita sembra vicina a una svolta: assapora il gusto di un pasticcio di carne, di un whisky bevuto dalla bottiglia, di un appuntamento con una ragazza, di una trasgressiva pisciata sulla macchina dell’odioso capo. Il racconto di Uberto Pasolini è tutto così studiato, preciso, trattenuto dal punto di vista emotivo che non mi aspettavo alla fine di trovarmi in un fiume di lacrime. Un grande finale.

venerdì 20 dicembre 2013

Un matrimonio

Pupi Avati lo intervisterei tutti i giorni: è acuto, brillante, diretto. Del suo Un matrimonio, serie tv in sei puntate, in onda dal 29 dicembre su Raiuno ho visto solo l'inizio e sono uscita a malincuore dalla sala per le interviste perché presa dal racconto. Una splendida Micaela Ramazzotti, più che mai in parte, e l'attore più bello e insieme pensante che ci sia in Italia, Flavio Parenti, si incontrano a Sasso Marconi. Dal loro amore nasceranno due figli, ci saranno poi un'adozione e tanti eventi positivi e negativi fino al festeggiamento dei cinquant'anni di matrimonio. Si respira nel film un'aria puramente avatiana: la cura dei particolari, il gusto di riportare alla luce il proprio passato, facce intense, dialoghi veri e animati, sentimenti tanti, sentimentalismo zero. Ha detto il regista, ho inventato pochissimo e mi sono divertito a mettere in scena mia zia, mia cugina, il nonno, a chiedere agli attori di diventare i miei parenti, stupendomi poi del risultato finale. Un godimento che si trasmette allo spettatore.

giovedì 19 dicembre 2013

chi dà il burro e chi non lo dà

finale di Masterchef; stavo andando a letto con il mio libro, mi sono fermata davanti allo schermo della tv incollato al quale c'era mio figlio: ho passato l'ora seguente a palpitare per la sfida tra i tre concorrenti. A me di chi cucinava meglio tra loro non importava niente, ad affascinarmi era la dinamica della competizione. I finalisti erano due ragazze, una bionda e una bruna e un giovane di origine italiana, Luca. La bionda, nello scegliere l'ingrediente principale del suo piatto, aveva puntato soprattutto a fregare Luca, che sapeva inetto con i crostacei: sperava di mollargli il granchio per toglierselo di torno. Manovra non riuscita perché la bruna non l'aveva seguita nella sua strategia. Poi è arrivato il momento di cucinare ognuno il suo piatto. La bionda si accorge di essersi dimenticata il burro. Si sente perduta, prova a chiederlo alla bruna. Questa ha tre panetti di burro e non le servono, ma dice no. Luca lancia il suo burro alla bionda. In finale vanno la bruna e Luca; la bionda ha sbagliato contorno. Masterchef a parte, nella vita ci sono quelli che il burro lo danno senza pensarci su, e quelli che, se può servire a mettere in buona luce gli altri, se lo tengono stretto il loro burro. Io questi ultimi proprio non li reggo.

mercoledì 18 dicembre 2013

personal narrative

siamo una famiglia di grafomani, io per prima con il mio blog, ma anche le sorelle non scherzano. Maddalena mi ha mandato la consueta lettera natalizia con il riepilogo degli eventi annuali della sua famiglia; Isabella dei più stringati auguri. Allegata a questa mail, però, c'era un racconto di Margherita, la figlia, etichettato come "personal narrative" (un compito scolastico, probabilmente). È la cronaca di una gara di nuoto, scritta in un inglese fantastico: dettagliato nei termini, stringente, angoscioso. Man mano che andavo avanti nella lettura vedevo davanti a me questa bambina minuta, protesa nello sforzo di arrivare prima, sentivo la sua fatica fisica, il freddo dell'acqua. Dalle pagine di Margherita emerge fortissima la spinta emotiva, il desiderio di compiacere i genitori che fanno il tifo per lei, la gioia di vedere il proprio nome sul tabellone luminoso, la delusione di venir poi superata in classifica, la voglia di tornare comunque alle sensazioni positive, il desiderio di capitalizzare l'attimo di trionfo goduto. Come si fa a scrivere così a dodici anni in una lingua che si è imparata da poco?

Sei come sei


era la prima volta che leggevo un libro di Melania Mazzucco e ne sono rimasta colpita, per lo più in positivo. La storia dell’undicenne Eva, figlia di due padri, comincia da quando la ragazzina spinge sui binari della metropolitana un compagno di classe che l’ha insultata e percorre a ritroso nel tempo le sue tappe di vita. In primo piano emerge l’amore che lega Eva a Giose, il padre musicista scapestrato, che si è sempre preso cura di lei. L’altro padre, Christian, era un professore universitario: è morto all’improvviso in un incidente con la moto e siccome era lui il padre biologico, Eva viene allontanata da Giose proprio quanto avrebbe più bisogno di lui. Questo per quanto riguarda la trama. Mazzucco ha una scrittura molto visiva: esplora gli ambienti, le persone, restituisce i dettagli di ciò che racconta.  Il che è un bene; non sempre, a volte distrae. Un esempio. Pagina 35: Eva cerca disperatamente una corriera che la porti da Giose sui monti Sibillini. Sbuca su via Marsala, “infila la strada dritta come una lama che corre perpendicolare alla stazione per quasi mezzo chilometro, incuneata tra alti palazzi di sei piani, serrati l’uno all’altro, incombenti, senza balconi” e così prosegue, parlando di ristoranti esotici, finti internet point e pensioni a due stelle. Chi è che si guarda intorno qui? L’undicenne in fuga o Melania Mazzucco? Come fa l’undicenne, che pensa di aver appena commesso un omicidio, a valutare la lunghezza della strada, a notare che i palazzi non hanno balconi e che tipo di negozi la circonda? La pianto qui. Di solito le mie considerazioni sui libri sono più orientate sui contenuti, oggi ho puntato la lente su via Marsala. Sei come sei affronta un tema nuovo come i figli di coppie gay e lo fa bene, senza edulcorare la realtà e dando sostanza ai suoi personaggi. Da leggere a scuola.

martedì 17 dicembre 2013

i peruviani sono onesti

impelagata in una ricerca dell'ultimo minuto su dove siano finiti i collaboratori di Arbore, presto un orecchio distratto alla conversazione con mio padre, che mi illustra il problema della sostituzione della sua pulitrice, in partenza per il paese d'origine. Mi racconta di aver preso in considerazione la romena di mia suocera, ma di averla scartata perché poteva solo due giorni a settimana, mentre lui ha bisogno di una che vada a pulire tutti i giorni. Mentre io, angosciata dall'ora, scorro il catalogo multimediale, lui arriva al punto: ha assunto per due mesi una peruviana, l'ha vista oggi per un colloquio e le ha già dato le chiavi di casa. Aggiunge, i peruviani, si sa, sono onesti. Salto sulla sedia, papà, ma che dici? I peruviani sono onesti? Che vuol dire? Lui si sforza di spiegarmi, mi cita esempi. Perché sono così reattiva? Mi devo rilassare. Che cosa mi hanno fatto i peruviani?

al traslatore

me lo sento, finirò al traslatore. Non sapete cos'è il traslatore? È un simpatico nastro su cui scorrono le cassette dei programmi. Si trova al Salario, la sede rai più sperduta, popolata da figure inquietanti, il cui lavoro consiste nel movimentare i beta richiesti. E se restassi nell'oceano indiano? Posso sempre offrirmi come attempata bagnina in un villaggio.

lunedì 16 dicembre 2013

Principessa del disordine

è uscito per Guanda un libro per bambini di Anne Tyler. Mi ha subito incuriosito e sono corsa in libreria a vedere di che si trattava. È la storia di Molly the Messy (che in italiano diventa una ben più leziosa Clementina disordinatina), la figlia di un re che tiene la sua stanza come un porcile, con grande indignazione dei suoi genitori e di suo fratello. Poi c'è un'inondazione e il castello reale si riempie d'acqua; tutti devono rifugiarsi nella torre di Clementina. Nel beato caos della ragazzina non manca nulla: ci sono pezzi di cibo, bevande, abbigliamento vario, persino una gatta con i suoi gattini. Ci si sta molto bene. Che bella favola. Come riconcilia con il disordine dei propri figli. E la cosa più bella è che i disegni sono della figlia di Anne Tyler, Mitra Modaressi, che ha talento quanto la madre ma in un campo diverso.

domenica 15 dicembre 2013

sudare insieme

era da un po' che diceva, domenica vengo in palestra con te. Poi finiva sempre per fare tardi il sabato e la mattina dopo non me la sentivo di svegliarla. Oggi ho osato entrare alle dieci nel suo antro buio, scuoterla e chiedere, vieni? Miracolosamente la figlia si è alzata e vestita senza protestare. In palestra ha messo il suo step dietro il mio. Ho avvertito l'insegnante che lei era nuova: giovane, ma fuori esercizio. Mezz'ora dopo era sfatta: faceva segno che voleva bere, non riusciva più a salire il gradino, a dimenare le braccia. Vedevo che mi guardava stupita: la vecchia mamma reggeva il ritmo senza fermarsi.  Una volta stesa a terra per gli addominali si è un po' ripresa. Uscendo dalla palestra le ho mezzo strappato la promessa che a gennaio s'iscriverà. Mi ha anche chiesto, non potresti venire con me la sera, invece di andarci la mattina presto? Benedetti diciotto anni.

riemerso dal passato

ormai quello del vecchio compagno di scuola che rispunta dal nulla grazie a un social network e ti chiede come stai è diventato un fenomeno molto comune. Del compagno di classe che è riemerso nella mia posta elettronica, all'inizio mi ricordavo solo nome e cognome: passi cinque anni insieme e senti ogni giorno fare l'appello, non puoi scordarti quella sequenza di lettere. Poi ho focalizzato una faccetta da bravo ragazzo, il ricordo  del nome del compagno di banco con cui scambiava risatine e pomeriggi di studio: nient'altro. Gli scrivo cinque righe su di me, gli chiedo che fa. È sposato, ha due figlie bellissime e brave, sta cambiando lavoro, vive appena fuori Roma. Perché riemergere dal passato per non dire che questo? Ma una bella dichiarazione d'amore a sorpresa?

sabato 14 dicembre 2013

Molière in bicicletta



Gauthier (Lambert Wilson), protagonista in tv di una serie d’argomento ospedaliero molto popolare in Francia, va a cercare Serge (Fabrice Luchini, che bravo!), un attore con cui ha lavorato anni prima. Sta allestendo a teatro Il misantropo di Molière e vorrebbe che Serge gli facesse da spalla. L’uomo si è ritirato dalle scene da qualche anno, vive isolato in una vecchia casa vicino al mare; è in tutto e per tutto, misantropo. L’arrivo del vecchio amico lo scuote e, una volta cominciato a provare il testo teatrale, si rende conto di provare ancora  molta passione per il suo lavoro. Tra i due i rapporti non sono facili: Serge ce l’ha con Gauthier per il suo successo facile, Gauthier si sente snobbato da Serge. Inoltre entrambi vogliono essere Alceste e ogni prova diventa una gara a chi è più bravo. La situazione precipita quando tra loro compare Francesca (Maya Sansa), una giovane italiana che ha appena divorziato dal marito e che, prima dice di non voler aver nulla a che fare con attori, poi appare interessata a Serge e attratta da Gauthier. Il film di Philippe Le Guay parla di amore per la recitazione, dello squallore del mondo dello spettacolo, di amicizia e inimicizia; lo fa in modo leggero e insieme profondo, sorretto da una splendida sceneggiatura (cui ha collaborato anche Carrère) in cui il testo di Molière diventa tutt’uno con la storia dei personaggi di oggi.