mercoledì 13 febbraio 2013

Quel che resta della vita


“Quanto sono oscuri gli affari che si combinano dentro casa, in nome dell’amore e dell’intimità senza contratti e senza testimoni, senza parole e senza pietà, affari che neanche il demonio sarebbe in grado di concepire.” Tutta la prima parte di Quel che resta della vita della scrittrice israeliana Zeruyha Shalev e’ dominata da un tono cupo, funesto. Non sembra esserci scampo per la vecchia Hemda, che neanche in punto di morte riesce a comunicare con Dina e Avner, i suoi figli; ma non sembra esserci scampo neppure loro, agitati da turbamenti profondi. Dina vorrebbe adottare un figlio per colmare il vuoto provocato dalla menopausa e dall’adolescenza di sua figlia; Avner non sa più cosa vuole. Come Abraham Yehoshua, Zeruyha Shalev mette in scena personaggi inclini a fantasticare sulle vite degli altri: Avner entra in crisi quando, in ospedale, assistendo la madre, osserva non visto una coppia che si da' l’ultimo addio. Seguire le tracce della straziante passione che si e’ manifestata sotto i suoi occhi, lo porta a riconsiderare il suo matrimonio, a trovare il coraggio di cambiare le cose. Così quando il lettore sta per cedere sotto il peso di tanta negatività, il corso del libro comincia a cambiare. La fine di Hemda e’ più dolce del resto della sua esistenza, i figli in crisi convergono verso la casa in cui giace semi incosciente e ritrovano il legame che da ragazzi li univa. Quel che resta della vita e’ uno di quei libri in cui si entra a fatica, ma dal quale non si vorrebbe più uscire. Tradotto da Elena Loewenthal, pubblicato da Feltrinelli.

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