domenica 31 marzo 2013

pomeriggio pasquale

la passeggiata sulla spiaggia dopo un bel pranzo a Roma con amici ci voleva proprio. Ora la scontiamo faticando a trovare un posto non umido in cui sederci nella casa rimasta chiusa tutto l'inverno. Sono stati i figli a insistere per venire qui (anzi la figlia; il figlio, una volta saputo che gli amici erano ripartiti per il maltempo, non voleva abbandonare la sua comoda postazione domestica davanti alla tv). Di cenare non se ne parla, il cielo è buio, il letto è gelido: come ci passa questa serata?

sabato 30 marzo 2013

Atti mancati


nella quarta di copertina lo stile di Matteo Marchesini, giornalista, critico letterario, poeta viene definito “semplice, da presa diretta”. A me e' parso tutto il contrario: uno stile ricercato, faticoso che rispecchia la fatica del contenuto, un’elucubrazione mentale su quello che si voleva essere e quello che si e' diventati, su ambizione, competitività, non amore. Lucia sta morendo di cancro: dopo cinque anni torna da Marco, che non l’ha mai capita e che fatica ad accorgersi di quanto lei stia male. Per desiderio di lei ripercorrono i luoghi dove sono stati insieme e incontrano le persone che hanno contato per loro. Lunghi dialoghi come duelli verbali, molta autoanalisi: ma il romanzo dov’e'?

Come pietra paziente


una moglie assiste il marito in coma con una pallottola nel collo. La donna e' più stizzita che affettuosa, più preoccupata per se' e per le due figlie che disperata per le condizioni dell’uomo disteso sul pavimento. Scopriremo che il loro non e' mai stato un rapporto d’amore, che lei e' passata dalle angherie di un padre interessato solo ai combattimenti di quaglie al gelo di un marito sposato per procura che non hai mai avuto un gesto di tenerezza nei suoi confronti. Messe in salvo le bambine nel bordello della zia, la donna torna ogni giorno a vegliare l’infermo, rischiando la vita pur di sfruttare l’occasione di dirgli tutto quello che pensa di lui e della loro vita insieme. Siamo in una baraccopoli afghana, squarciata da bombe e sparatorie quotidiane in cui si aggirano milizie che derubano e uccidono chi trovano. Perché questo film che denuncia la violenza psicologica e sessuale ai danni delle donne non mi ha convinta, ne' commossa? Il discorso di lei sembra un monologo della vagina, porta avanti istanze come il diritto al piacere femminile del tutto fuori luogo in quel contesto; l’uomo immobile come una statua per giorni e giorni non si sporca, non puzza, necessita solo di una pezzetta fredda sulla faccia e di un flebo improvvisata di acqua zucchero e sale. Insomma, anche se brava ed espressiva la bellissima Golshifteh Farahani, non riesce a infondere verita'  a un personaggio troppo avulso dalla situazione in cui si trova. Magari in lingua originale e' più credibile.

venerdì 29 marzo 2013

prova di coraggio

sto per affrontare una grossa prova di coraggio: un nuovo parrucchiere. Da quando ero bambina e piangevo ogni volta che mia madre mi portava a tagliare i capelli a quando mi sono sposata sono andata sempre dallo stesso parrucchiere in via Bevagna. Dopo i quattro anni a Milano ne ho trovato un altro in piazza Stefano Jacini.  Ora credo sia arrivato il momento di provarne uno nella zona in cui abito. Il mio obiettivo quando esco da un negozio del genere e' apparire il piu' possibile simile a come ero entrata. La sconosciuta Giusi sarà all'altezza del compito?

Butcher's Crossing

se Stoner di John Williams  l’ho amato, Butcher’s Crossing, l’altro libro di questo autore, pubblicato da Fazi sempre nella traduzione di Stefano Tummolini, l’ho adorato. Andrews (Williams chiama raramente i suoi personaggi per nome, preferendo il più asettico cognome) ha ventitré anni quando arriva nello sperdutissimo paese di Butcher’s Crossing in Kansas nel 1873. Sembra un giovane in cerca di fortuna e invece scopriremo che viene da Boston, ha lasciato Harvard e quello che cerca è infinitamente più ambizioso: Andrews cerca se stesso e vuole misurare i suoi limiti affrontando un’impresa estrema. Non gli importa nulla dei soldi (ne ha le tasche piene per un’eredità dello zio), del potere (accetta subito il ruolo infimo di apprendista scuoiatore), delle donne (la bella prostituta del posto, Francine, gli si offre gratis, ma lui, pur essendone attratto, scappa via all’ultimo momento), non pensa al suo futuro, gli interessa solo il presente. Incontra Miller, un cacciatore di bisonti che da anni cerca un finanziatore per una spedizione in Colorado, dove anni prima ha visto una grossa mandria. Decide di partire con lui, di pagare tutte le spese. Williams racconta l’estenuante viaggio fino al Colorado dei quattro uomini (oltre Miller e Andrews, ci sono l’inquietante Charley Hoge, lo spicciafaccende con un moncherino al posto della mano, ricordo di un'altra impresa con il suo capo, e Schneider, lo scuoiatore esperto, il meno invasato del gruppo e quello che finirà peggio); la paura di morire di sete, di non trovare nulla, poi la scoperta dei bisonti, l’euforia del massacro, le tormente di neve, l’inverno passato a resistere al gelo, il sollievo del ritorno bruscamente interrotto. Due le parole chiave di questa narrazione ipnotica: carneficina e silenzio (che descrivendo le sensazioni del protagonista di fronte all’insensata strage di bisonti l’autore riproduca quelle da lui provate in guerra?). Butcher’s Crossing, pubblicato nel 1960 e rapidamente dimenticato, è uno di quei libri che ti fanno sentire, prima ancora che capire, l’insensatezza delle umane cose, la solitudine dei viventi, la vanità degli obiettivi che ci poniamo. Il tutto con uno stile asciutto, mai sentenzioso, aderente alla realtà dei fatti e dei paesaggi. Altro che Cormac McCarthy: Butcher’s Crossing è il western che Giacomo Leopardi non ha mai scritto.    

giovedì 28 marzo 2013

offrono i maschi

dal viaggio a New York la figlia è tornata con un nuovo fidanza che ancora non ho visto. Ogni sera confabulano due ore al telefono, anche se si vedono a scuola e nel pomeriggio. Ieri sera a tavola parlavamo delle loro frequenti cene fuori e le ho chiesto, chi paga? Lei scandalizzata ha risposto: lui, è logico, pagano i maschi. Per noi nate negli anni sessanta dividere il conto era un segno di parità e emancipazione. La figlia e le sue amiche sono andate oltre (o sono tornate indietro, dipende dai punti di vista): se concedono a un ragazzo il piacere di uscire con lui, il minimo che deve fare è tirar fuori i soldi. Il figlio, che dal punto di vista pratico questi problemi ancora non se li pone, assentiva: l'aria è proprio cambiata. 

mercoledì 27 marzo 2013

In Treatment

“le fiction della rai, tranne rarissime eccezioni, sono impresentabili. O la rai cambia tono, cambia tempo, si rende conto che viviamo nel ventunesimo secolo o piuttosto che lavorare ai suoi prodotti faccio la fame” queste dichiarazioni perentorie me le ha fatte il regista Saverio Costanzo al termine dell’intervista su In Treatment, la bellissima serie israeliana che a partire da lunedì andrà in onda alle 20,30 su Sky per mezz’ora al giorno nella versione italiana (e tra qualche mese su La Sette). Sergio Castellitto è lo psicoterapeuta che ogni giorno ospita nel suo salotto un paziente: da Kasia Smutniak, una giovane nevrotica che s’innamora di lui a Guido Caprino, uno stressatissimo carabiniere infiltrato (quanto è cambiato Caprino dai tempi del commissario Manara, nel film è grasso e barbuto, oggi era irriconoscibile in versione totalmente calva), a Bobulova e Giannini, una coppia in crisi a Irene Casagrande, un’adolescente ferita. Il venerdì è lo psichiatra a parlare dei suoi problemi con la terapista Licia Maglietta. Completano il cast Valeria Golino nei panni della moglie dello psichiatra e Valeria Bruni Tedeschi in quelli della mamma della ragazzina. La versione americana con Gabriel Byrne mi era piaciuto molto e ogni sua storia mi toccava profondamente. Oggi in conferenza stampa c’era anche il creatore di In Treatment, l’israeliano Hagai Levi. Ha detto che la serie diretta da Saverio Costanzo secondo lui è la migliore di quelle in circolazione. Lunedì vedremo se è vero.  

neppure se ci supplica

Roberta Lombardi, capogruppo del movimento cinque stelle alla camera, non ha una faccia simpatica. Ha l'aria di quelle impiegate delle poste che ti vedono arrivare trafelata cinque minuti prima della chiusura e calano la saracinesca; sembra una persona che ha ricevuto molti no e gode ad aver raggiunto una posizione in cui puo' dirli lei. Non mi pare che alla camera e al senato (Crimi si e' fatto sorprendere addormentato al suo posto dai fotografi e dire che ci sta da pochissimo), Grillo abbia scelto delle eccellenze. Ma gia', non devono eccellere, devono fare quello che dice lui e soprattutto farlo fare agli altri. Povera Italia, poveri noi. (La lingua e' importante, in parlamento non si supplica, Lombardi, almeno questo.)

martedì 26 marzo 2013

l'irruzione del gatto

un libro che nell’avvertenza iniziale viene definito da chi l’ha scritto “un esempio di postmodern novel in  lingua italiana” non promette bene ai miei occhi. Peggiora la situazione la nota finale: “La Caduta rappresenta il primo di quattro episodi su cui è articolata un’opera più vasta: Genesi, concepita come un vero e proprio work in progress.”  Eppure, una volta preso in mano La Caduta di Giovanni Cocco sono stata catturata dalle storie che contiene. Dal padre che la notte di Capodanno a Madrid in un albergo riceve la visita di un figlio che non sapeva di avere alla ragazza francese violentata da un nero che si interroga sul bambino che aspetta, dal ragazzino che approfitta dell’uragano Kathrina per sbarazzarsi del padre molestatore al nonno che va a conoscere il nipote appena nato nella Londra degli attentati alla metropolitana: ognuno dei frammenti in cui si articola la narrazione arriva dritto al lettore e lo lascia desideroso di saperne di più. L’intervista via skype con Cocco era cominciata in modo molto formale. Era partito dal suo desiderio di discostarsi dalla narrativa italiana corrente fatta di piccole storie di provincia per provare a raccontare la caduta dell’Occidente sul modello dei cicli pittorici di Quattro e Cinqucento, quando il suo gatto gli è saltato in grembo. Di scatto Cocco si è alzato e ha frullato il gatto fuori dalla finestra (credo abiti a piano terra). Quest’irruzione di normalità mi piacerebbe trovarla nei prossimi scritti di Giovanni Cocco: più felini imprevedibili e meno Annales e atti degli apostoli; vedrai che il pubblico apprezzerà.  

lunedì 25 marzo 2013

Stoner

nella prima metà del Novecento, William Stoner, figlio di poveri agricoltori del Missouri,  si iscrive ad agraria e la mattina prima di andare in facoltà munge le mucche del cugino del padre che lo ospita. Frequentando un corso di letteratura, scopre che cosa lo interessa veramente e finisce per diventare docente. Una sera a una cena di facoltà vede Edith, una ragazza che lo colpisce per bellezza e distinzione. Dopo un breve corteggiamento la sposa e già in luna di miele capisce di aver fatto un errore clamoroso. Edith è per certi versi gelida, per altri lunatica, mai felice, mai soddisfatta. Quando ha una figlia, se ne occupa poco e male ed è gelosissima del rapporto tra la bambina e suo padre. Gli altri due eventi della vita di Stoner sono l’appassionata relazione clandestina con una studentessa e lo scontro che ingaggia con un professore dispotico. Il libro di John Williams, uscito nel 1965, si apre con la morte del protagonista e ne ripercorre tutta la storia. L’ho letto con furia, senza poterlo posare e alla fine piangevo come una fontana. Stoner è un “everyman” che entra poco a poco nel cuore del lettore per non uscirne più. A proposito di questo romanzo ha scritto Peter Cameron: “la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria.” E’ proprio così. Bella la traduzione di Stefano Tummolini, bravi quelli di Fazi ad aver ripescato il libro. Non vedo l’ora di leggere Butcher’s Crossing dello stesso autore.  

domenica 24 marzo 2013

Gli amanti passeggeri


non ci resta che il sesso, sembra dire Almodovar negli Amanti passaggeri, ma non il sesso allegro sfrenato e sorprendente dei suoi primi film, un sesso tristanzuolo e anestetizzante come l’alcol e la droga, un sesso che ci aiuti a scordarci per un po’ che siamo su un aereo che gira su se stesso, non va da nessuna parte e non si sa se atterrerà mai. Metafora della situazione spagnola odierna (e italiana e europea), il film presenta una classe economica addormentata artificialmente e una business popolata da una prostituta d’alto bordo, un killer, un intrallazzatore in fuga, una coppia di sposini drogati, una sensitiva al servizio dei narcos. I piloti si distraggono dall’emergenza interrogandosi sulla bisessualità, gli steward donano al film l’unico momento felice inscenando nei corridoi dell’aereo un musical tutto ammicchi e sculettate. Se diventa deprimente pure Almodovar…

decidetevi


il mio amico grillino

di amici berlusconiani non ne ho e non ne ho mai avuti. Ora pero' a sorpresa mi ritrovo con un amico grillino e non uno qualsiasi, ma il mio amico Paolo, a cui sono legatissima dai tempi del liceo, il mio testimone di nozze. Prima delle elezioni, a un cena in un ristorante cinese, Paolo ci ha illustrato le ragioni del suo voto, riassumibili nella sua frustrazione di architetto nel vedere corruzione e stagnazione e nel desiderio di gente nuova e pulita in parlamento. Il giorno dell'elezioni di Boldrini e Grasso a presidenti di Camera e Senato, Paolo mi ha telefonato entusiasta, gli sembrava un magnifico segno di cambiamento. In questi giorni la sua fiducia in Grillo (e quella di suo figlio ventenne che ha votato come lui) vacilla: Paolo vorrebbe un governo, vorrebbe una trattativa sui punti, non un arroccamento su posizioni di sfida. Ci ha raccontato che passa le serate sul blog di Grillo a discutere sui forum, che resta malissimo quando incontra li' slogan fascisti. Spera nei grillini dissidenti, in quelli che ragionano con la loro testa. Io sono più scettica, tra i cinque stelle ci sono brave persone ma avranno troppa paura per agire autonomamente.

sabato 23 marzo 2013

la chiacchiera di papa'

l'appuntamento per andare al mare era alle nove e un quarto sotto casa nostra. Alla nove meno un quarto papa' ha citofonato, sono qui. Ha lasciato la sua macchina in garage e da quando e' salito sulla nostra a quando l'abbiamo lasciato sulla piazza del paese non ha mai smesso di parlare. Durata del viaggio e del discorso: un'ora e tre quarti. Prima ci ha ragguagliato sui suoi impegni della settimana trascorsa e poi e' scivolato nel suo discorso preferito, l'Enel dei suoi tempi. Lo spunto di partenza e' stato, come spesso accade negli ultimi tempi, la morte di un collega. Tizio, morto tra giorni fa, dice, e' stato mio vicedirettore. L'odiavo, era raccomandatissimo. Una volta... La sua memoria e' vivissima: del tipo in questione, di sua moglie, dei suoi protettori ricorda ogni particolare e da li' si sposta con grande velocità ad aneddoti analoghi. La gita al mare si trasforma in un vorticoso ritorno al passato: ci trasporta volenti o nolenti nei corridoi del palazzo di piazza verdi, nei meandri delle stanze del potere. Scende dalla macchina soddisfatto, finalmente ho potuto parlare un po' con te, durante la settimana sei sempre di fretta... Il sole, la passeggiata sulla spiaggia, il pranzo abbondante lo placano un po': al ritorno anche noi due riusciamo a dire qualcosa.

venerdì 22 marzo 2013

la causa

in seguito alla nottataccia passata dai ragazzi (tra cui mia figlia) all’aeroporto di Parigi di ritorno da New York (li ha bloccati il maltempo e l’Air France ha fornito con grande ritardo solo poche bottiglie d’acqua, tramezzini contati e brandine in uno stanzone gelato), i genitori si sono mobilitati. Essendo genitori influenti hanno mobilitato ogni mezzo: dalle associazioni dei consumatori alla tv, agli avvocati. Ogni giorno parte una mail sulle iniziative in corso. Sono una cattiva mamma? A me pare molto rumore per nulla. Tanto impegno è degno di una miglior causa.

autoritratto alla galleria d'arte moderna

giovedì 21 marzo 2013

libri su libri

sto facendo una scorpacciata di libri. Quando ho cominciato a lavorare sul portale ho dovuto riaccreditarmi presso le case editrici, spiegare chi ero e cosa volevo, vincere la diffidenza di uffici stampa abituati a gente il cui intento e' solo quello di farsi mandare volumi gratis. Ora sono loro a cercarmi e, come quando facevo la lettrice di manoscritti inediti per ragazzi o di libri da tradurre, non riesco a dire no, mi sorbisco di tutto, dal romanzo storico al racconto autobiografico, dal libro di viaggio al giallo al rosa.  Siccome prima o poi in rai mi toglieranno il giocattolo, risbattendomi a fare qualcosa di cui non mi importa nulla, il mio obiettivo attuale e' di intervistare scrittori a più non posso per arrivare a stufarmi di intervistare. Scrittori siete avvertiti.

mercoledì 20 marzo 2013

l'occasione che aspettavo


il viaggio in Israele e' sempre stato in cima ai miei sogni. Quando stamattina Annamaria al telefono mi ha detto, parto lunedì con una mia amica, torniamo sabato, perché non vieni con noi, per un attimo ho pensato, ci vado. A trattenermi non e' la zavorra familiare (il marito capirebbe, ai figli farebbe solo bene vedermi indipendente da loro), ne' sono impegni di lavoro (la settimana prossima non c'e' trasmissione); a trattenermi e' la mia zavorra interiore. Non sono una che parte d’impulso e mentre vedo bene Annamaria, che e’ single, determinata e gaudente, di notte in un locale di Tel Aviv, io mi ci vedrei terribilmente a disagio. Insomma vorrei essere diversa da quella che sono, ma solo a parole; di spostarmi dalle mie attitudini non mi sforzo proprio e la mia indipendenza dagli altri e' puramente mentale.

martedì 19 marzo 2013

furore e domande

e se tutta questa meticolosità, puntualità, diligenza di cui mi ammanto non fosse che una gabbia in cui m'imprigiono? Quand'e' l'ultima volta che ho stupito me stessa? Quand'e' che ho riso fino a star male? Gli striminziti e meditati post in cui mi racconto non sono l'ennesima dimostrazione del senso formichesco con cui svolgo i miei presunti doveri? Come s'impara la leggerezza?

lunedì 18 marzo 2013

Il cielo è dei potenti

Alessandra Fiori ha trentasei anni, ma ne dimostra venti. E’ una ragazza bionda dall’aria angelica e ha scritto un libro torbido, greve che racconta mezzo secolo di politica italiana mescolando realtà e fantasia. Il protagonista  e io narrante del romanzo, Claudio Bucci, prende in prestito dal padre dell’autrice Publio Fiori, l’origine paesana, la carriera all’interno della Dc, l’attentato subito dalle brigate rosse, l’iscrizione alla P2, la tardiva conversione alla destra. Fiori illustra impietosamente pubblico e privato di un personaggio dominato dall’ambizione: ne racconta l’ascesa sociale e il matrimonio prima molto saldo, poi minato da tradimenti, la distanza dai figli, la voglia disperata di restare a galla ricorrendo a ogni mezzo. Quando le ho chiesto se questo libro diventerà il manifesto dell’antipolitica dilagante lei si è fatta una risata e ha risposto: c’è chi ha detto che nonostante tutto leggendolo viene nostalgia per la classe dirigente della Prima Repubblica; io sono stata attenta ad allineare fatti e a non giudicare, più interpretazioni vengono date alle mie parole più sono contenta.

domenica 17 marzo 2013

Richard Ford a Libri Come

prima di Richard Ford a Libri Come, c'e' Richard Ford all'Hotel Locarno. All'Hotel Locarno sono affezionata: li' feci con grande trepidazione la mia prima intervista per Fahrenheit (alla scrittrice americana Cathleen Schine) e li' intervistai il canadese Mordecai Richler che mi intimoriva molto. Anche oggi l'emozione non mi mancava: Richard Ford per me e' un amore di lunga data e credo di aver letto tutti i suoi libri. Gli operatori sono stati puntualissimi, lui no: lo abbiamo aspettato un'ora. Quando e' comparso con i calzini rosa, il maglione viola, gli occhi azzurrissimi e il suo bel sorriso, mi ha subito conquistata. Abbiamo parlato di romanzi di formazione, di adolescenza in letteratura, di scelte e di responsabilita', dei suoi personaggi e della loro origine. Mi ha detto che ama molto incontrare i suoi lettori e firmando la mia copia del libro si e' augurato di incontrarmi ancora. Non paga di averlo ascoltato a tu per tu, sono corsa all'Auditorium. Qui per un'ora Richard Ford doveva dialogare con Sandro Veronesi. Doveva; in realtà a parlare e' stato soprattutto lo scrittore italiano. Ogni domanda di Veronesi non solo durava il doppio della risposta di Ford, ma era uno sfoggio di erudizione per lo più fine a se stesso. Con il suo meraviglioso understatement Ford ha smontato le elucubrazioni veronesiane sul suo presunto stoicismo (allo stoicismo preferisco i baccanali), sul suo uso di simboli (un cattivo metodo scolastico insegna a cercare simboli in letteratura anche dove non ci sono) e ha parlato della pazienza dello scrittore: la pazienza di lasciar crescere il libro dentro di se' e la pazienza di lavorare sul linguaggio fino a trovare l'espressione giusta. Mi e' sembrato un po' di rivedere il copione dell'anno scorso, quando Franzen si era dovuto difendere dalla verbosita' di Piperno. E' così inconcepibile l'idea di organizzare un incontro tra uno scrittore e i suoi (comuni) lettori?

sabato 16 marzo 2013

e' tornata, e' tornata

se c'e' qualcuno che si sta chiedendo se la figlia sia ancora all'aeroporto di Parigi, posso rassicurarlo: e' tornata. Nel giro di ventiquattr'ore, esaurito l'entusiasmo post viaggio, e' tornato anche il suo malumore domestico. Stasera e' uscita alle dieci sbattendo la porta e urlando, grazie a voi che mi rovinate la vita passo la serata qui sotto in piazza. L'allusione era al fatto che non le facciamo prendere la macchinetta di sera. Tutto come prima.

Il figlio dell'altra

non e' un filmone Il figlio dell'altra, ma mi ha molto commosso il modo in cui racconta l'essere genitori, così come mi ha turbato la realistica rappresentazione della vita dei palestinesi in Cisgiordania. Al centro del film di Lorraine Lévy c'e' il classico scambio di bambini in culla, aggravato dal fatto che le due famiglie coinvolte sono divise da un muro, essendo una israeliana e una palestinese. Joseph ha quasi diciotto anni, sta per partire militare; le analisi del sangue rivelano che il suo gruppo sanguigno non e' compatibile con quello dei suoi genitori. Un dottore scopre che Joseph e' stato partorito ad Haifa sotto il bombardamenti e nella fretta dell'evacuazione e' stato scambiato con Yacine. I due ragazzi sono fin troppo belli e bravi; una volta superato lo choc della notizia, solidarizzano tra loro. E questa e' la parte meno riuscita del film. Ci sono pero' scene intense e significative: Yacine, che, sconvolto, apprende dal rabbino che non puo' più considerarsi ebreo, nonostante sia sempre stato osservante; Joseph che, una volta ammesso a Tel Aviv, scopre che vendendo gelati sulla spiaggia guadagna abbastanza da mantenere l'intera famiglia in Cisgiordania. E soprattutto sono intensi i momenti madre-figlio: il dolore dei padri e' soprattutto rabbioso, quello delle madri straziante e insieme teso alla conciliazione.