venerdì 29 marzo 2013

Butcher's Crossing

se Stoner di John Williams  l’ho amato, Butcher’s Crossing, l’altro libro di questo autore, pubblicato da Fazi sempre nella traduzione di Stefano Tummolini, l’ho adorato. Andrews (Williams chiama raramente i suoi personaggi per nome, preferendo il più asettico cognome) ha ventitré anni quando arriva nello sperdutissimo paese di Butcher’s Crossing in Kansas nel 1873. Sembra un giovane in cerca di fortuna e invece scopriremo che viene da Boston, ha lasciato Harvard e quello che cerca è infinitamente più ambizioso: Andrews cerca se stesso e vuole misurare i suoi limiti affrontando un’impresa estrema. Non gli importa nulla dei soldi (ne ha le tasche piene per un’eredità dello zio), del potere (accetta subito il ruolo infimo di apprendista scuoiatore), delle donne (la bella prostituta del posto, Francine, gli si offre gratis, ma lui, pur essendone attratto, scappa via all’ultimo momento), non pensa al suo futuro, gli interessa solo il presente. Incontra Miller, un cacciatore di bisonti che da anni cerca un finanziatore per una spedizione in Colorado, dove anni prima ha visto una grossa mandria. Decide di partire con lui, di pagare tutte le spese. Williams racconta l’estenuante viaggio fino al Colorado dei quattro uomini (oltre Miller e Andrews, ci sono l’inquietante Charley Hoge, lo spicciafaccende con un moncherino al posto della mano, ricordo di un'altra impresa con il suo capo, e Schneider, lo scuoiatore esperto, il meno invasato del gruppo e quello che finirà peggio); la paura di morire di sete, di non trovare nulla, poi la scoperta dei bisonti, l’euforia del massacro, le tormente di neve, l’inverno passato a resistere al gelo, il sollievo del ritorno bruscamente interrotto. Due le parole chiave di questa narrazione ipnotica: carneficina e silenzio (che descrivendo le sensazioni del protagonista di fronte all’insensata strage di bisonti l’autore riproduca quelle da lui provate in guerra?). Butcher’s Crossing, pubblicato nel 1960 e rapidamente dimenticato, è uno di quei libri che ti fanno sentire, prima ancora che capire, l’insensatezza delle umane cose, la solitudine dei viventi, la vanità degli obiettivi che ci poniamo. Il tutto con uno stile asciutto, mai sentenzioso, aderente alla realtà dei fatti e dei paesaggi. Altro che Cormac McCarthy: Butcher’s Crossing è il western che Giacomo Leopardi non ha mai scritto.    

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