sabato 30 marzo 2013

Come pietra paziente


una moglie assiste il marito in coma con una pallottola nel collo. La donna e' più stizzita che affettuosa, più preoccupata per se' e per le due figlie che disperata per le condizioni dell’uomo disteso sul pavimento. Scopriremo che il loro non e' mai stato un rapporto d’amore, che lei e' passata dalle angherie di un padre interessato solo ai combattimenti di quaglie al gelo di un marito sposato per procura che non hai mai avuto un gesto di tenerezza nei suoi confronti. Messe in salvo le bambine nel bordello della zia, la donna torna ogni giorno a vegliare l’infermo, rischiando la vita pur di sfruttare l’occasione di dirgli tutto quello che pensa di lui e della loro vita insieme. Siamo in una baraccopoli afghana, squarciata da bombe e sparatorie quotidiane in cui si aggirano milizie che derubano e uccidono chi trovano. Perché questo film che denuncia la violenza psicologica e sessuale ai danni delle donne non mi ha convinta, ne' commossa? Il discorso di lei sembra un monologo della vagina, porta avanti istanze come il diritto al piacere femminile del tutto fuori luogo in quel contesto; l’uomo immobile come una statua per giorni e giorni non si sporca, non puzza, necessita solo di una pezzetta fredda sulla faccia e di un flebo improvvisata di acqua zucchero e sale. Insomma, anche se brava ed espressiva la bellissima Golshifteh Farahani, non riesce a infondere verita'  a un personaggio troppo avulso dalla situazione in cui si trova. Magari in lingua originale e' più credibile.

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