martedì 30 aprile 2013

senza ok


fuori programma

pensavo di avere una settimana tranquilla, mentre la giornata di oggi non lo e' stata e anche sul mio primo maggio si e' addensata una nube. La programmista che doveva montare il pezzo su Arbore non era più disponibile; io sono subentrata, domani lavoro. Nel pomeriggio avevo programmato una passeggiata con Giulia; si e' ammalato papa'. Alle sei l'ho trovato sotto le coperte con trentotto di febbre. Il suo frigo era, come al solito, una landa desolata. E' stato rincuorante vederlo mangiare di gusto quello che gli avevo portato, ma non si reggeva in piedi e scottava. Ora dovrei rivedere i miei appunti su Arbore; sono stanca, se ce la faccio mi sparo qualche puntata di In treatment.

lunedì 29 aprile 2013

come louise bourgeois


riunioni e maldicenze

il bello di una vacanza, anche se breve e bagnata come quella che ho appena fatto, e' che ti dona una distanza da tutto. Dopo la vacanza esci indenne dalle maldicenze profuse nella prima riunione della giornata, così come da quelle ancora più abbondanti della seconda riunione. Sei li' ma non sei li', partecipi ma non partecipi, ancora immersa nell'atmosfera distesa delle giornata al mare, in cui l'unica preoccupazione era cosa mettere in tavola e per quanti. Si fanno le cinque, sgusci via dalla redazione. Il tuo contributo l'hai dato, questa settimana puntata corta, non monti ma in compenso intervisti. Ci sono ancora la sorella svizzera a Roma, il nipote, c'e' il primo maggio: un po' e' ancora vacanza.

domenica 28 aprile 2013

Nella casa


mancava l’ultima scena del film e la pellicola si e’ interrotta. I due protagonisti si stavano interrogando sul finale della storia e il pubblico del cinema Fiamma di Roma e’ rimasto impietrito al suo posto, non potendo accettare di alzarsi senza sapere come Ozon avesse chiuso la paradossale vicenda narrata. Nella casa si apre con un professore di liceo alle prese con i temi dei suoi alunni. Ha chiesto loro di raccontare il week end appena trascorso e il tema standard e’: sabato ho mangiato la pizza e domenica non ho fatto niente. Un componimento spicca tra gli altri: racconta con dovizia di particolari l’ingresso dello scrivente in casa di un suo compagno di classe con la scusa di aiutarlo in matematica. E’ la cronaca inquietante della violazione di uno spazio familiare. Non si capisce cosa spinga il giovane Claude a spiare l’amico e i suoi genitori, due tranquilli borghesi che sembrano ispirargli un leggero disprezzo, e il tema si conclude con un enigmatico “continua”. Il prof lo legge alla moglie e ben presto questa di leggere insieme la storia dei rapporti tra Claude e la famiglia di cui si e’ conquistato la fiducia, diventa per la coppia una consuetudine morbosa. I film dell’orrore abbondano di ragazzi dall’aria angelica che entrati in punta di piedi in un contesto familiare lo devastano, facendone scoppiare le contraddizioni latenti; qui pero’ la storia non e’ solo seguita nei suoi sviluppi dal professore-scrittore frustrato, che si appassiona oltre misura al work in progress del suo alunno, ma anche in parte pilotata da lui, che dai consigli sullo stile passa a quelli sulla trama. Una bellissima, ironica, angosciosa riflessione sul potere intossicante della letteratura (non a caso il liceo in cui insegna il professore interpretato da Fabrice Luchini e’ intitolato a Flaubert). L’espressione disperata e ambigua di Ernst Umhauer, il Claude della storia, resta a lungo impressa nello spettatore. (Alla fine la pellicola e’ stata riparata e quegli ultimi fotogrammi valevano davvero la pena di essere visti.)

Cate, io

Matteo Cellini fa il professore e le ragazze e i ragazzi e le dinamiche che sviluppano tra loro dimostra di conoscerle bene. Cate, io promette bene: conquista il lettore con la sua lingua ariosa, ricca di metafore, felicemente danzante come la figura sulla copertina del libro. Caterina a casa sua, con padre madre e fratelli obesi come lei, e' se stessa; fuori di casa e' solo una cicciona terrorizzata dagli sguardi e dai commenti degli altri. Ci si aspetta molto da questo libro, da questa protagonista che fa dell'intelligenza e dell'amore per i libri la sua barriera contro l'infelicita. Man mano che ci s'inoltra nella narrazione prevale pero' un senso di déjà vu: Cate, in crisi per l'approssimarsi della sua festa di diciotto anni, tenta il suicidio con un'abbuffata micidiale, scopre che l'insegnante che idealizzava non era quella che sembrava e che l'amica che la infastidiva con le sue premure era in buona fede, che sua madre e' passata per i suoi stessi tormenti e che il taciturno papa' l'ama e l'ha sempre amata... Ultimamente ho qualche problema con i giovani narratori italiani, uomini e donne.
 

sabato 27 aprile 2013

dopo i colloqui

mercoledì scorso io e la figlia abbiamo chiuso il ciclo di incontri con la psicologa. È rimasto un buco, una falla, un tema sollevato e lasciato irrisolto: la mancata partecipazione del padre. Ne abbiamo parlato sin dalla prima volta: i suoi impegni (veri), la sua altrettanto reale insofferenza all'introspezione, la fatica a parlare di sé e dei suoi rapporti con gli altri, l'idea che non serva analizzare i comportamenti, che le "crisi" dei figli siano destinate a passare da sole. Sono sicura che se la figlia gli avesse chiesto di venire, lui non le avrebbe detto di no; lei non l'ha fatto, cogliendo in questa latitanza una conferma dei suoi schemi: è mamma che decide, che si occupa di noi, lui pensa solo al suo lavoro. La psicologa ha parlato di responsabilità schiaccianti (quelle che io mi prendo nei confronti dei figli), di modello familiare da rimettere in discussione per dargli più equilibrio, più forza. Ha soppesato i pro e contro di questa situazione: da una parte la mia libertà nel decidere con i figli e per i figli senza troppe interferenze, dall'altra un farmi imbuto di tutti i problemi. Quello che la psicologa non poteva sapere, non avendolo conosciuto, è che lui c'è, c'è per me e per loro; che, a modo suo, con tutti i limiti derivati dalla sua educazione e formazione, lui ci ama e ci sostiene e farebbe qualunque cosa per noi. Non c'è nulla di perfetto nel nostro modello familiare, abbiamo adottato un equilibrio parecchio sbilenco da cui possono derivare sofferenze e disturbi, ma è il nostro modello, quello che abbiamo costruito per noi. Rifletterci sopra è utile sempre e la figlia ha fatto benissimo a chiedere questo spazio per sé.

venerdì 26 aprile 2013

Il mio paradiso è deserto

un padre che si è fatto da sé, costruendo il suo impero economico sulla spazzatura, usando matrimonio e amici in politica come strumenti di ascesa; una madre che vive nel culto del proprio fisico; un fratello perfetto con la perfetta fidanzata; una protagonista, Marta, gonfia di rabbia e infelicità: Teresa Ciabatti sceglie di raccontare l'ennesima famiglia disfunzionale, tutta immagine e niente sostanza, sullo sfondo delle recenti cronache romane di sfarzo e corruzione. La sua Marta è potente nella carica distruttiva e autodistruttiva che la anima; ma gli altri? Cosa aggiunge questo romanzo rispetto a quello che già sappiamo sugli arricchiti di Roma, su rapporti familiari improntati all'ipocrisia? Cosa ci rivela sull'animo umano? Dove sorprende il lettore, in che modo lo scuote? Mi hanno detto che questo non è il migliore dei libri di Teresa Ciabatti. Un'altra possibilità gliela do'.

26

sono tornata a casa piena di buste - le fragole, i panini, i cornetti per tutti - e tutto tace, come quando sono uscita. L'aria è calda, si sta alzando il sole. Stamattina, mentre facevo colazione, è comparsa la figlia. Non si alza mai presto. Abbiamo scambiato due parole, poi ha detto, rivado a dormire. Tommaso ha una faccia da bambino e un'aria calma e sicura, lei con lui sprizza di gioia. Ieri sera la cena in onore del figlio è stata bella e animata: papà raccontava aneddoti e barzellette, galvanizzato dalla presenza di giovani che non conosceva; i ragazzi facevano a gara a suggerire a Bianca, l'amica di mia sorella che fa dizionari, espressioni gergali; il marito ha cotto bistecche e salsicce sulla brace; le mie penne alle vongole sono state all'altezza delle aspettative. Spunta qualche nuvola, mi sa che la gita in barca oggi salta. Ho fatto la spesa, non devo fare più niente, se piove leggo in casa invece di leggere al mare.

giovedì 25 aprile 2013

25 aprile

il cielo e' tutto coperto, più che una giornata primaverile sembra di essere in pieno autunno. Il festeggiato (mio figlio che oggi compie quindici anni) dorme e dorme anche il cugino svizzero che verra' con noi al mare. Ci raggiungono in macchina mio padre, mia sorella, suo marito; in treno mia figlia con tre amici. Tra loro Tommaso che finalmente vedrò (sua madre si e' voluta accertare al telefono della validità dell'invito). Ci aspetta una casa in grande disordine, un giardino realizzato a meta', umidità. Contavo sul sole, sullo stare in spiaggia. Dovrei pensare alla cena, che do' da mangiare a tanti invitati (ora che ci penso, ci sono anche una coppia di fiorentini, amici di mia sorella, che faccio, li lascio a casa da soli?)? Intanto proviamo ad alzarci, a partire, il resto verra'. Quattro giorni senza lavoro, solo libri per future interviste e uno, il più bello, che ha scritto un amico e non e' ancora uscito: lo leggo sul computer e mi riprendo da ogni fatica.

mercoledì 24 aprile 2013

quattro etti d'amore, grazie


ci sono libri belli, libri brutti, libri così così, poi ci sono i libri irritanti, quelli che  cominci a leggere e ti innervosisci e più leggi e più stai scomoda anche se fatichi a capire perché. Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale ha già un titolo fastidioso, ammicca al lettore, sembra voler dire, certo che lo so che l’amore non va a peso, ma io ne avrei tanto bisogno e tu? L’autrice mette in scena Erica e Tea, due giovani donne e immagina che, senza conoscersi, passino il tempo a idealizzare una la vita dell’altra. Le loro fantasticherie reciproche nascono dal confronto dei reciproci carrelli della spesa. L’idea e’ carina: e’ vero che ogni donna pensa che le altre siano più realizzate o più circondate di affetto di lei ed e’ anche vero che al supermercato mentre aspettiamo il nostro turno sbirciamo i prodotti di chi ci precede per farci un’idea di lui o di lei. Pero' Erica che lavora in banca, ha due bambini, un marito con cui ogni anno festeggia l’anniversario di matrimonio con torta e candelina, e’ il prototipo della mogliettina ignorante e per non farsi mancare niente ha anche un ex compagno di scuola che le fa corte su facebook, mentre Tea, l’attrice famosa, e’ nevrotica, antipatica, autolesionista, lamentosa… Sullo sfondo di questa narrazione furba e approssimativa si stagliano due modelli, la serie televisiva Happy Days (per Tea Erica e’ la signora Cunningham, prototipo di madre comprensiva e sorridente) e il Peter Pan di Barrie (l’arido marito cinquantenne di Tea la chiama Wendy e a se’ riserva il ruolo di eterno Peter Pan). Raccontare l’insoddisfazione dei nostri tempi e' un bel proposito, banalizzarla e' un peccato.

martedì 23 aprile 2013

mi ascolta!

un piccolo miracolo. Mi telefona la figlia: non solo mi dice che stasera lavora (cogliendo il mio pressante invito a guadagnare qualcosa, va con la sua amica a un circolo sportivo a raccogliere delle iscrizioni), ma mi sta a sentire anche quando le suggerisco di lasciare la macchinetta parcheggiata e andare a piedi all'appuntamento. Troppo bello per essere vero.

l'istinto del segugio

vado a intervistare una conduttrice televisiva famosa. Mi dicono di inserire tra le mie domande una su un programma che le era caro e che non sta più facendo. Obbedisco. La conduttrice si esprime a questo proposito con grande rimpianto, ne prendo atto e passo alla domanda seguente. Quando racconto tutto all'autore del mio programma, lui mi chiede, l'hai incalzata? Hai scoperto perché non glielo fanno fare? No, non gliel'ho chiesto. Come segugio di notizie faccio pena, io e gli scoop siamo agli antipodi. Ci sono migliaia di studenti in scienze della comunicazione che venderebbero l'anima per essere al posto mio con i divi della tv davanti e il microfono in mano. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà.

lunedì 22 aprile 2013

stanchezza mattutina

oggi e' stato faticosissimo partecipare a due riunioni, fare un'intervista, prepararne un'altra: avevo passato tutta la notte a scalare una montagna innevata insieme a mia sorella. Più che fatica per la salita provavo angoscia all'idea della discesa e quando alle sette e' suonata la sveglia sono stata invasa dal sollievo: non c'erano più prove da affrontare. C'entrera' qualcosa con questo incubo l'iscrizione del figlio a un corso di vela di due settimane in Irlanda insieme al cugino, fortemente voluta da mia sorella maggiore?

nascosto

domenica 21 aprile 2013

Tutto parla di te

ma un bel documentario? Il film di Alina Marazzi oscilla tra le due forme, il racconto e il documento e risulta poco incisivo in entrambe: la storia della donna anziana con le sue ferite e della giovane donna in crisi dopo la maternita' non decolla, nonostante la bravura e la bellezza delle due interpreti, Charlotte Rampling e Elena Radonicich; le testimonianze delle neo madri depresse per la fatica e la solitudine sono una simile all'altra e non aggiungono molto a cio' che si sa sull'argomento. C'e' una grande cura formale, un accurato lavoro di collage visivo, ma si perde il filo e l'emozione non passa. La cosa più bella e' la vecchia casa di bambole e l'animazione che fa muovere i suoi personaggi.

sabato 20 aprile 2013

Il corpo docile


Milena e' nata a Rebibbia. Sua madre era in carcere per aver tentato di uccidere il marito di cui era gelosa. Ora Milena e' una ventenne che si mantiene scrivendo tesi di laurea. Frequenta ancora Rebibbia, fa parte di una cooperativa di volontari che si occupano dei bambini in carcere, li portano a pranzo fuori e in gita. Milena sta da sempre con Eugenio, anche lui figlio di una carcerata. Il loro e' un rapporto di compenetrazione, sono tutt’uno sia fisicamente sia di testa; quello che manca e' il brivido, l’emozione. Milena conosce Lou Rizzi, un giornalista svagato che più  che ascoltarla vorrebbe andare a letto con lei. Poi succede che Marlonbrando, il bambino a cui lei e’ più legata, scappi dal carcere con la madre e che i due le chiedano aiuto. Rosella Postorino racconta benissimo una prigionia che e' soprattutto mentale, la costrizione fisica di chi ha subito prematuramente la privazione di libertà. Si sente che la scrittrice e' venuta in contatto con quello che scrive e ha cercato la lingua adatta a riprodurne sensazioni e emozioni. Delude un po’ nel libro lo sviluppo della trama: c’e’ una certa suspense, sembra che chissa’ cosa debba accadere e accade ben poco. Ma forse e’ un effetto voluto. Il corpo docile e’ appena uscito da Einaudi ed e’ il terzo romanzo di Rosella Postorino.