giovedì 18 aprile 2013

al funerale

il prete napoletano andava velocissimo pur senza saltare una formula; quando mio padre gli ha chiesto se poteva dire due parole se l'è fatto ripetere, tanto era stupito di questa intromissione nel suo rapido cerimoniale. Papà piangeva, abbracciava le vecchiette amiche di mia zia, mi presentava a tutti, piangeva di nuovo e mi parlava durante la messa. Nel primo banco in chiesa sedevano Marco e Paolo, i due figli, due uomini di mezza età, corpulenti con lo sguardo smarrito. I tizi delle pompe funebri hanno frettolosamente prelevato papà e la sorella minore per portarli con loro a Vietri per la sepoltura. Ho preso un caffè con Andrea e Roberto, i cugini giovani, con cui tanti anni fa condividevo il natale. Ho raccontato qualcosa di me, li ho invitati a venirmi a trovare, li ho sentiti vicini, affettuosi. Roberto mi ha fatto salire sul suo motorino e mi ha portato in stazione. Di Napoli ho intravisto il traffico, il mare, la metropolitana: un giorno dovrò decidermi a visitare la città in cui sono nata e da cui continuo a scappare.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

In effetti hai proprio un temperamento partenopeo

Giorgia_petiterobenoir ha detto...

Ti leggo raramente (causa mancanza di tempo, non disinteresse), ma ogni volta trovo i tuoi post della giusta misura e della "giusta distanza" da fatti ed emozioni.
Mi spiace per la zia.
Il sole entra dalla finestra del salotto mentre la piccola gioca con le cose del fratello, io leggiucchio qualche blog senza avere tempo per dedicarmi al mio. Verrà, forse.