sabato 27 aprile 2013

dopo i colloqui

mercoledì scorso io e la figlia abbiamo chiuso il ciclo di incontri con la psicologa. È rimasto un buco, una falla, un tema sollevato e lasciato irrisolto: la mancata partecipazione del padre. Ne abbiamo parlato sin dalla prima volta: i suoi impegni (veri), la sua altrettanto reale insofferenza all'introspezione, la fatica a parlare di sé e dei suoi rapporti con gli altri, l'idea che non serva analizzare i comportamenti, che le "crisi" dei figli siano destinate a passare da sole. Sono sicura che se la figlia gli avesse chiesto di venire, lui non le avrebbe detto di no; lei non l'ha fatto, cogliendo in questa latitanza una conferma dei suoi schemi: è mamma che decide, che si occupa di noi, lui pensa solo al suo lavoro. La psicologa ha parlato di responsabilità schiaccianti (quelle che io mi prendo nei confronti dei figli), di modello familiare da rimettere in discussione per dargli più equilibrio, più forza. Ha soppesato i pro e contro di questa situazione: da una parte la mia libertà nel decidere con i figli e per i figli senza troppe interferenze, dall'altra un farmi imbuto di tutti i problemi. Quello che la psicologa non poteva sapere, non avendolo conosciuto, è che lui c'è, c'è per me e per loro; che, a modo suo, con tutti i limiti derivati dalla sua educazione e formazione, lui ci ama e ci sostiene e farebbe qualunque cosa per noi. Non c'è nulla di perfetto nel nostro modello familiare, abbiamo adottato un equilibrio parecchio sbilenco da cui possono derivare sofferenze e disturbi, ma è il nostro modello, quello che abbiamo costruito per noi. Rifletterci sopra è utile sempre e la figlia ha fatto benissimo a chiedere questo spazio per sé.

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